tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 65 )
12.05.2026 |
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"Lei è convinta che tu vuoi solamente me, e quindi non ti vede come un potenziale fidanzato..."
Le sue parole suonano come una minaccia, anche se non capisco il senso.L’ amica non si gira a guardarla, tenendo gli occhi su di me. La sua richiesta è abbastanza inusuale:” Francesco; vai un po indietro con la sedia."
Gaia rimane sorpresa da questa richiesta, io no. Serena è quella che frigna se non ballo con lei, e poi rifiuta il mio invito a danzare. Dietro le scelte di Serena non c’e’ apparentemente una logica, anche se non sono così sicuro. Con Serena, tutto può essere il contrario di tutto. E’ semplicemente da vivere alla giornata.
Assecondando la sua richiesta, Serena appoggia il culo sulla mia coscia.
Lo sguardo della mia compagna di università mi fa capire, che non e’ una cosa concordata in precedenza, tra di loro.
Devo stare comunque attento: ieri sera mi tenevano sottobraccio tutte sorridenti, e da lì a poco un poliziotto mi ha sbattuto sul cofano di una macchina.
Finalmente Serena si volta a guardare l’amica, per darle una spiegazione:” Gaia; a me non va di conoscere Fausto. Non mi piace proprio.”
Ancora una volta Gaia sembra voler proteggere l’amica:” Vuoi parlare con Giacomo, ed io parlo con Fausto? ”
Anche questa proposta cade nel vuoto. Serena ribadisce quanto già detto ieri sera.
” Preferisco sempre Francesco.”
Lo sguardo di Gaia si sposta per un attimo su di me, per poi tornare a fissare l’amica.
Probabilmente con lo sguardo vuole lanciarle un messaggio, che comunque non viene recepito o addirittura viene ignorato.
Infatti Serena torna a rivolgersi a me:” Francesco; mi spiace per ieri sera, ma ero veramente arrabbiata ."
Proprio per la sua imprevedibilità, l’unica risposta possibile è andarle incontro.Con una ragazza così lunatica, ogni altra strategia sarebbe perdente in partenza
" Me ne sono già dimenticato."
E’ la risposta giusta, e Serena me lo fa capire:" Tu mi piaci, ma devi cambiare."
Rimane comunque una frase, a cui dare un peso molto modesto. Io non sono come i miei amici, che si accendono per delle stupide risate. Serena è addirittura forse più difficile di Gaia. Oltre la propria armatura, ha anche l’appoggio incondizionato dell’amica.
Ancora una volta uso l’intelligenza:" Sbagliando si impara."
Altro punto messo a segno. Un’ altra risposta a mio favore.
" Comportati bene, e ti sceglierò sempre."
Qui emerge tutta la contraddizione di Serena: cerca stabilità, ma è attratta dal conflitto.
Gaia rimane ad ascoltare, senza dire nulla. Questo suo comportamento mi appare ambiguo. Appoggia una mia possibile relazione con l’amica, oppure non sa bene come reagire, essendo stata anche lei presa alla sprovvista? Con Serena non può sicuramente approcciarsi in modo aggressivo, come ha fatto con Valentina.
Questo strano comportamento di Serena, balza al occhio dei miei amici. Fausto si sente in diritto di chiedere una spiegazione, anche se è un altro errore. Né io né Gaia sappiamo cosa stia succedendo; e siamo gli attori principali. Figurarsi se possono essere messe al corrente le comparse.
" Gaia;cosa succede? "
La mia compagna di università fa un verso con la bocca: un suono breve, quasi impercettibile, ma carico di fastidio. Non risponde, non ne ha bisogno. Si alza e si dirige verso il bancone del bar.
In questo gesto c’è già una scelta: uscire dalla dinamica, sottrarsi al confronto. Non è fuga, è controllo. Decide lei, quando entrare e quando uscire dal gioco.
Giacomo e Fausto si alzano quasi automaticamente, come richiamati da un filo invisibile. La seguono, o meglio, provano a farlo. Prima ancora che possano avvicinarsi davvero, Gaia alza una mano, senza neanche voltarsi completamente, e fa segno di fermarsi.
Un gesto semplice, ma netto.
Li tiene a distanza.
Sbuffa ancora, questa volta più visibilmente. Non è solo irritazione: è saturazione. Troppe parole, troppe pressioni, troppe aspettative tutte insieme. E lei, che di solito gestisce tutto con precisione, per un attimo sceglie di interrompere.
Arriva al bancone, si siede su uno sgabello e ordina da bere.
Quel sedersi è simbolico. È come se si ritagliasse uno spazio tutto suo, fuori dal gruppo, fuori dalle dinamiche. Ma non è una resa: è una pausa strategica.
Giacomo resta a metà strada, incerto. Non sa se insistere, o tornare indietro. La sua difficoltà è evidente: ha bisogno di regole chiare, e Gaia, in questo momento, le ha appena tolte.
Fausto invece si blocca. Non insiste. Ha capito, anche se non lo ammetterà: in questa situazione non ha potere. Può solo aspettare.
Gaia, seduta al bancone, riprende lentamente il controllo. Il suo respiro si regolarizza, lo sguardo si fa più freddo. Non guarda subito indietro.
Sta ristabilendo le distanze.
Giacomo si volta indietro. Fausto è tornato al suo posto. Sconsolato, decide di imitarlo.
Sono stati entrambi furbi: raggiungere Gaia al bancone del bar, avrebbe probabilmente provocato una reazione della mia compagna di università, difficilmente controllabile e prevedibile.
Il barista le porta da bere ed iniziano a parlare.
È un ragazzo sui trenta anni, più alto di me, molto magro. Ha un orecchino al lobo, i capelli spazzolati e fissati con il gel. Indossa jeans abbinati a una camicia bianca, con sopra un gilè nero. Un vistoso bracciale in cuoio gli avvolge il polso.
Gaia lo ringrazia.
Lui le dice qualcosa, a bassa voce.
Lei sorride.
Non è un sorriso qualsiasi. È leggero, spontaneo, ma anche calibrato. È il tipo di sorriso che Gaia usa, quando vuole entrare in connessione con una persona.
Risponde con poche parole, ma basta quello.
Da lì iniziano a chiacchierare.
La scena si costruisce in pochi secondi: ritmo, complicità, scambio. È fluida, naturale. Troppo naturale.
Distolgo lo sguardo.
Non perché non voglia guardare, ma perché so cosa significherebbe farlo: restare lì, fermo, a osservare. E questo sarebbe esattamente il ruolo, che non voglio più avere.
Quello dello spettatore.
E soprattutto continuerei a fare il gioco della mia compagna di università. Devo riuscire a non puntare tutto su una carta, altrimenti sono spacciato.
A differenza mia, i miei amici restano immobili. Guardano: ammutoliti, demoralizzati.
Nei loro occhi c’è una presa di coscienza silenziosa: il centro della scena non è più al tavolo.
È lì, al bancone.
Gaia, ancora una volta, ha spostato l’asse.
Anche Serena osserva, ma solo per pochi secondi.
Poi si gira verso di me:" Vado un attimo da Gaia."
Come immaginavo: il suo centro rimane sempre la mia compagna di università.
Attualmente sono come una meteora: entro nel orbita, ma non sono in grado di fare danni, precipitando in un batter di ciglia.
Si avvicina a Gaia, e iniziano a parlare.
Al inizio è un confronto acceso. I volti sono tesi, i movimenti rigidi. Non è una semplice chiacchierata: è un riallineamento.
Serena sta chiedendo qualcosa, Gaia sta decidendo quanto concedere.
Ovviamente le mie sono solamente sensazioni, osservando i loro volti.
Dopo pochi minuti, però, cambia tutto: si abbracciano.
È un abbraccio breve, ma significativo. Segna la fine della tensione passeggera e il ritorno ad un equilibrio.
Torna la quiete.
E, subito dopo, tornano i sorrisi.
Riprendono a parlare tra loro, mentre il barista resta lì, attento, coinvolto. Non è più un semplice osservatore: è entrato nel campo.
Sorride, ascolta, e poi inizia anche lui a intervenire.
Le due ragazze si girano verso di lui.
Gli rispondono.
Gli sguardi iniziano a muoversi velocemente, da uno al altra. È uno scambio continuo, rapido, quasi elettrico. Sembra davvero un flipper impazzito.
Le risate aumentano.
Le mani si muovono, accompagnano le parole, amplificano le emozioni. Non sono gesti casuali: servono a mantenere l’attenzione, a rendere la scena viva.
I busti delle due ragazze si muovono con le risate, seguendo il ritmo della conversazione.
È una scena magnetica.
Io resto fermo, non so come comportarmi.
Se mi alzo, rischio di sembrare geloso. Se resto, rischio di sembrare uno sfigato.
È un blocco.
Non è indecisione, è consapevolezza del giudizio.
Sto calcolando ogni possibile mossa, e proprio per questo non ne faccio nessuna.
Gaia ha fatto una bella mossa.
Non posso fare altro che aspettare.
Aspettare che qualcun altro rompa l’equilibrio.
Dopo qualche minuto, quanto previsto puntualmente avviene.
È Valentina a fare la prima mossa. La sua voce è più controllata del solito, ma sotto si sente una tensione trattenuta:" Francesco; non vengo da te, altrimenti quelle due arrivano. Il gioco è finito."
Non è una semplice frase. È un tentativo di rientrare nella partita, senza esporsi troppo. Valentina vuole avvicinarsi, ma ha bisogno di una giustificazione.
Non glielo permetto. Voglio rimanere coerente con quanto deciso ieri sera, e portato avanti sino ad ora.
" Prima cosa, non c’è bisogno che tu venga da me. Seconda cosa, tu le dai troppo per scontate. Non è proprio detto che verrebbero da me."
La mia risposta è fredda, razionale. Ma sotto c’è altro: sto difendendo il mio spazio. Non voglio più essere visto come quello che aspetta.
Valentina mi sfida:" Vuoi che verifichiamo, se e’ come dico io, o come dici tu? "
Qui cambia tutto. Non è più difensiva, passa al attacco. È un test. Vuole dimostrare che sa leggere perfettamente la situazione.
Non accetto:" Assolutamente no, io non sono un bambino. Non ho bisogno di questi stupidi giochi."
Rifiuto il gioco, ma il rifiuto stesso è una presa di posizione. Devo muovermi secondo le mie regole, non secondo quelle di una qualunque altra persona.
I miei amici hanno ascoltato tutto. Si guardano, si scambiano un cenno.
Silenzioso, ma chiarissimo.
Hanno deciso.
È Fausto a parlare:" Ce ne andiamo anche noi."
Si alzano.
Il gesto è collettivo, ma il significato è individuale: stanno uscendo da una situazione, in cui non si sentono più centrali.
Fausto e Giacomo non salutano neppure Valentina. È una chiusura senza alcuna logica. Perché prendersela con Valentina, quando la colpa è esclusivamente di Gaia? Se hanno conosciuto Gaia, è anche merito di Valentina. E sicuramente non è colpa sua, se è finita com'è finita.
Nicolas invece si muove diversamente:" Ci sentiamo."
Una frase ambigua, sospesa. Dettata da un rapporto non chiaro tra i due.
Non ho fatto caso al loro relazionarsi, dunque non ho idea se anche lui sia totalmente fuori dalla partita, o sia prepotentemente dentro.
Dopo la mia rigida chiusura con la mia ormai ex migliore amica, ovviamente non posso chiederglielo.
Saranno gli eventi futuri a rispondere alla mia domanda.
Durante il tragitto verso la porta, Fausto e Giacomo guardano le due ragazze.
È uno sguardo pieno di aspettativa, anche se sanno già la risposta.
Gaia e Serena non si girano.
Sono troppo prese dal barista.
Il barista si accorge della scena. Ha letto la dinamica.
Dice qualcosa alle due.
È un passaggio chiave: qualcuno, dal esterno, porta consapevolezza, ma non cambia nulla.
Gaia dice qualche parola, poi scoppiano a ridere.
Quella risata è devastante.
Non è solo divertimento. È distacco, è superiorità percepita, è chiusura definitiva.
La facilità, con cui Gaia riesce a umiliare e mortificare le persone, è impressionante, ma non è casuale: è il risultato di una posizione di forza consolidata. Sa di poterlo fare, senza conseguenze immediate.
Il barista torna a guardare i miei amici.
Non serve parlare.
Hanno capito.
Le due ragazze non hanno intenzione di salutarli.
E così escono dal locale, a testa bassa.
Non è solo un’uscita fisica, è una ritirata simbolica. Stanno abbandonando il campo.
Nicolas, invece, reagisce in modo diverso. Si mette le cuffie, si isola.
Cammina deciso, senza mai girarsi.
È una forma di protagonismo: taglia il contatto emotivo, crea una barriera.
Il barista nota anche questo.
Lo riferisce alle ragazze.
Questa volta Gaia si gira, soffermandosi ad osservarlo.
Uno sguardo attento, quasi a studiare il comportamento del mio amico, che rimane ignaro di quanto accaduto.
Serena invece resta sul barista.
E questo dettaglio è importante.
Gaia controlla ancora la scena, anche a distanza.
Serena invece è già immersa nel presente, nel nuovo stimolo.
Sono rimasto solo.
Il tavolo, improvvisamente, sembra più grande. Le sedie vuote, attorno a me, non sono semplicemente oggetti, diventano presenze assenti, tracce di una dinamica, da cui sono stato escluso. Avrei tutte le scuse del mondo per alzarmi e andarmene, eppure resto fermo. Il vero problema non è uscire dal locale, ma attraversarlo.
Se mi alzassi, passerei davanti al bancone. Il barista mi vedrebbe. E se mi vedesse, inevitabilmente lo direbbe alle ragazze. È un riflesso naturale: osservare, commentare, coinvolgere. E allora la domanda si insinua, insistente: come reagirebbero?
Indifferenza?
Oppure una reazione?
E soprattutto: da parte di entrambe, o solo di una?
Non sono pronto a scoprirlo. Non perché la risposta non esista, ma perché potrebbe farmi male, seppure all'apparenza mostri il contrario. Come ho detto, è solamente apparenza.
Non sono debole come Fausto e Giacomo, che si sono alzati e se ne sono andati a testa bassa. Ma non sono neanche come Nicolas, che è riuscito a tagliare netto, ad isolarsi emotivamente. Lui non è coinvolto, non è innamorato. Per lui è semplice, per me no.
Così resto.
Restare diventa una scelta difensiva. Non è forza, non è coraggio: è limitazione del danno.
Non posso nemmeno continuare a guardarle. Se lo facessi, diventerei esattamente ciò che temo di essere agli occhi degli altri: uno che aspetta, uno che osserva, uno che spera. E il barista lo noterebbe subito. E lo direbbe.
Allora prendo il cellulare, ed inizio a scorrere video, per passare il tempo.
Da fuori apparirà come una banale copertura. Ne sono perfettamente consapevole, ma qualunque azione apparirebbe in questo modo.
Passano trenta minuti.
Le due ragazze sono ancora lì, al bancone.
A questo punto non è più attesa: è una guerra di nervi.
Qualcuno cederà per primo. O loro torneranno, o io me ne andrò.
E nel frattempo la mente lavora.
Il barista avrà sicuramente detto qualcosa, avrà chiesto. È normale. Lo avrei fatto anche io, al suo posto. Due ragazze, un tavolo lasciato indietro, un ragazzo da solo: è una scena che attira.
Avranno riso di me?
Forse sì, ma mi impongo di fermarmi.
Non devo costruire scenari. Non devo riempire i vuoti, con supposizioni. È così che si perde il controllo. Devo attenermi ai fatti.
Il fatto è uno solo: io sono qui, loro sono lì.
Passa un’ora, poi un’altra.
Il tempo smette quasi di avere consistenza, diventa una prova di resistenza. più che una misura reale.
Poi, finalmente, qualcosa cambia.
Gaia si stacca dal bancone e torna verso di me.
Serena resta lì, a parlare con il barista.
Gaia arriva al tavolo, con naturalezza. Troppa naturalezza.
Fa finta di nulla.
Fa finta che io non sia rimasto lì, da solo, per due ore.
Fa finta che non sia successo niente.
Ed è qui che si gioca la parte più sottile della dinamica psicologica: il controllo della realtà. Se io accetto questa finzione, entro nel suo schema. Se la contesto, passo per quello che se la prende.
Meglio la prima ipotesi.
Non perché non abbia motivi per contestare il suo comportamento, tutt'altro. Farlo significherebbe però darle esattamente ciò che vuole: una reazione emotiva, un appiglio, una posizione di superiorità.
Devo sembrare sciolto, devo sembrare normale.
Anche se normale non è.
Gaia si siede e mi guarda, come se nulla fosse.
Poi dice:” Francesco; ti faccio un piccolo riassunto. A me Giacomo non piace, ma penso che lo sapessi già. A Serena non interessa Fausto, e neanche tu le interessi. Lei è convinta che tu vuoi solamente me, e quindi non ti vede come un potenziale fidanzato. Nicolas non ci interessa.”
La ascolto in silenzio.
Il tono è neutro, quasi informativo. Ma il contenuto è netto, privo di filtri. È un riepilogo che taglia fuori tutti, uno per uno.
In questo momento capisco qualcosa di più profondo su Gaia: il suo modo di comunicare alterna ambiguità e chiarezza estrema. Prima crea tensione, confusione, gioco. Poi, improvvisamente, semplifica tutto con freddezza.
È un modo per mantenere il controllo della relazione.
Io resto fermo.
Non reagisco subito.
Perché dentro, mentre ascolto, sto facendo un altro tipo di analisi: non solo di quello che dice, ma di cosa significa per me.
E soprattutto, di come voglio rispondere.
Decido di chiedere ciò che non dovrei chiederle.
Ne sono perfettamente conscio. Lo sento chiaramente: è una di quelle domande che non cercano una risposta, ma una conferma dolorosa. Eppure l’istinto batte la ragione.
“ Fausto? “
Gaia non esita. Non prende tempo, non costruisce una risposta.
“ Mi piace, ma non mi voglio mettere assieme. Non mi vedo vicina a lui.”
Torniamo a Roberto.
" Le rispondo: Lavinia; le commesse del negozio di intimo hanno una certa esperienza. Come hai detto, è impossibile."
Cerco di riportare il discorso su qualcosa di logico, quasi tecnico. È il mio modo per difendermi, quando sento che sto andando troppo a fondo, dentro quello che provo davvero.
Subito la mia compagna di banco concorda:" Giusto, dopo essere assunte, fanno un corso per individuare i fidanzati, secondo le tue regole. A proposito, il corso lo tieni tu; Roberto? "
Mi sta prendendo in giro. Lo capisco benissimo, ma non ho voglia di discutere.
Non voglio rovinare questo momento. Non voglio rischiare che mi allontani, che smetta di accarezzarmi i capelli, che sposti la mia testa dalle sue tette..
Ed è proprio questo a farmi sentire vulnerabile: so che, pur di restare così vicino a lei ancora qualche minuto, accetto anche di farmi punzecchiare.
Così cambio discorso:" Lavinia; non farmi perdere il filo del racconto. Dopo che Oceano sceglierà cosa dovrai provare, andrete assieme verso i camerini. Lui entrerà con te."
Mentre parlo, sento la sua mano che continua a passare lentamente tra i miei capelli.
"Ti aiuterà a toglierti la maglietta. Tu resterai in reggiseno, parlerete, scherzerete, così da creare l’atmosfera giusta."
Ogni frase mi pesa addosso.
Sto descrivendo una scena che mi ferisce, ma non riesco a smettere.
"Poi ti girerai, per fargli capire di aiutarti a slacciare il reggiseno. Farai scivolare le spalline attraverso le braccia, restando girata, così lui potrà immaginare, senza vedere completamente. Rimarrà comunque una recita, a cui vi atterrete scrupolosamente: lui vede le tue tette nude, tutte le volte che vuole. Non ha bisogno della scusa di aiutarti a scegliere i reggiseni."
La mia mente costruisce dettagli da sola, quasi contro la mia volontà.
" Ti passerà un reggiseno del negozio, lo indosserai lentamente, poi gli chiederai di allacciarlo. E alla fine ti girerai, per domandargli come ti sta."
Faccio una pausa breve.
" E ripeterete questa scena, più e più volte. E le commesse inizieranno a sorridere e a fantasticare, invidiando te, perché hai un fidanzato bellissimo."
Mi accorgo di stare trasformando la mia insicurezza in racconto.
Sto dando forma concreta alla paura di essere escluso, sostituito, lasciato fuori da qualcosa che desidero profondamente. Qualcosa che so già di non poter avere, ma così non permetto che, neanche nei miei sogni, si avverino le fantasie. Già, perchè si parla esclusivamente di fantasia.”
Lavinia però, invece di fermarmi, entra nel gioco:" Sì, concordo. Andrebbe esattamente così. Probabilmente le commesse entrerebbero addirittura nel camerino, per vivere più intensamente le loro emozioni. Tipo una soap opera."
Sorride appena.
" L’amore, quel sentimento che ci fa piangere, sorridere, emozionare."
Poi cambia tono:" E durante tutto ciò, tu cosa farai? Non è un dettaglio secondario."
La sua domanda è intelligente.
Perché il centro non sono davvero lei e Oceano, il centro sono io,e il posto che credo di occupare.
" Io starò fuori, in un angolino del negozio, a tenere la tua borsa. Ad aspettarvi, mentre voi vi divertite."
Eccolo qui ,il mio ruolo.
Fuori.
Sempre fuori.
Per un attimo cala il silenzio.
Poi improvvisamente Lavinia prende una mia mano e stringe la presa.
" Roberto; veramente mi vedi così stronza? "
La sua domanda è diretta, impossibile da evitare.
E io, questa volta, smetto di nascondermi.
" Sì, Lavinia. Perché sai, che sono innamorato di te."
Dirlo ad alta voce, cambia qualcosa?
Non è più sottinteso, non è più nascosto dietro ironie o mezze frasi.
No, non cambia nulla, sebbene la mia compagna di banco resti in silenzio, per un attimo. Continua a tenermi la mano, mentre con l’altra mi accarezza lentamente i capelli.
" Certo che lo so; Roberto."
Quelle parole non hanno sorpresa dentro, solo consapevolezza.
" Ora mi sa che devi raggiungere Oceano, o farai tardi."
Con una mano prendo il cellulare, e guardo l’ora.
Ha ragione, dovrei alzarmi.
Dovrei staccarmi da lei, tornare alla realtà, uscire da questa specie di bolla emotiva, in cui mi sono rifugiato.
Ma non ci riesco.
Resto fermo con la testa appoggiata al suo seno.
Sento arrivare le lacrime, improvvise e silenziose.
Le trattengo a fatica.
In questo momento capisco una cosa molto semplice e dolorosa: sto vivendo qualcosa, che per me significa tantissimo e che per lei, è qualcosa di insignificante.
Le ho fatto una promessa, la devo mantenere.
È questo il pensiero, che mi costringe a muovermi.
Non la voglia, non il coraggio, solo la promessa.
Così mi tiro lentamente su dal petto di Lavinia, e la guardo per quella che, almeno nella mia testa, sembra quasi un’ultima volta.
Lei è ancora appoggiata allo schienale del sedile posteriore, girata verso di me.
Calma, comoda, bellissima.
E proprio questa naturalezza mi manda in crisi.
La mia mente interpreta subito tutto nel modo peggiore possibile.
Se al mio posto ci fosse Oceano, questa sua naturalezza sarebbe un modo per fargli capire di agire.Lui non avrebbe bisogno di pensare, di chiedersi cosa fare o se sia giusto. Con uno come lui, certe situazioni scorrono da sole.
Le ragazze, con quelli come lui, non aspettano. Invitano.
Io invece mi sento l’opposto: quello da rassicurare, da gestire, da accompagnare.
Lei mi guarda così, solo per tenermi buono. Ha paura che io non mantenga la promessa. Poi Oceano le racconterà tutto, e rideranno di me.
La mia testa prende piccoli dettagli e li trasforma in certezze dolorose.
E così costruisco l’ennesimo film mentale.
Magari Oceano le racconterà, mentre lei sarà intenta a succhiargli il cazzo. Ogni tanto Lavinia interromperà il suo dovere, a causa delle risate. Ovviamente si scuserà con il suo fidanzato, riprendendo subito a succhiare con più foga, per farsi perdonare..
Cerco di spezzare questi pensieri.
È un meccanismo automatico: quando qualcosa per me diventa importante, subito dopo arriva la paura di essere ridicolizzato.
" Lavinia; ti accompagno a casa? "
Lei risponde subito, quasi troppo velocemente:" No, ti ringrazio Roberto. Ho voglia di fare due passi."
La mia mente reagisce immediatamente.
Ecco, ho sbagliato qualcosa.
" Ho fatto qualcosa che non va, vero? Sei arrabbiata con me? "
La mia compagna di banco appoggia una mano sulla mia.
Il gesto è immediato, quasi istintivo.
" Roberto; sono stata benissimo con te. Non vedere sempre nero, quando è un altro colore."
Questa frase mi spiazza, perché descrive esattamente quello che faccio continuamente: trasformare ogni ambiguità in rifiuto, ogni distanza in conferma di non valere abbastanza.
" Che colore? "
Con l’altra mano torna a giocare col mio naso.
" Un colore chiaro, ma non voglio dirti di più."
Rimango a fissarla per un secondo.
Vorrei capire.
Vorrei una risposta netta, sicura. Ma lei continua a parlare per immagini, mezze aperture, piccoli spiragli.
E io resto sospeso lì dentro.
" Ok, allora vado."
Scendo dalla macchina, per passare al posto guida.
È ancora appoggiata allo schienale, rilassata, e mi continua a guardare.
" Tutto bene? "
Fa un piccolo cenno con la testa, poi mi chiede:" Non ti sei dimenticato qualcosa? "
Guardo meglio verso i sedili posteriori.
Il cellulare.
Ecco la mia dimenticanza.
Mi allungo per prenderlo.
" Grazie per avermi avvisato."
A questo punto Lavinia mi guarda molto male.
Fa un respiro profondissimo, come se stesse cercando di trattenersi.
Poi borbotta piano, tra sé e sé:" Calma, Lavinia; calma."
La osservo, senza capire davvero cosa stia pensando.
Infine torna a sorridermi.
" Roberto; non ce la faccio più ad arrabbiarmi con te, sei troppo tenero."
Ancora quella parola.
Una parola che mi fa sentire contemporaneamente vicino e lontanissimo da lei.
Con Oceano non userebbe mai quella parola, perché giustamente lui la insulterebbe.
Probabilmente la lascerebbe subito, e lei si getterebbe ai suoi piedi, supplicandolo di ripensarci.
Quasi sicuramente gli offrirebbe il culo, per farsi perdonare. Sempre se non glielo ha già dato, cosa molto probabile.
" Dopo fammi sapere come è andata."
Mi guarda ancora per qualche secondo.
Uno sguardo lungo, silenzioso, difficile da interpretare.
Poi apre la portiera e scende dalla macchina.
La seguo con gli occhi, mentre si allontana.
E solo quando sparisce davvero dalla mia visuale, riesco a partire.
Accendo il motore e mi dirigo verso l’appuntamento con Oceano.
E mentre guido, sento dentro di me due emozioni completamente opposte: la paura di quello che dovrò dirgli; e il desiderio assurdo di tornare indietro, fermare tutto, e restare ancora qualche minuto con lei.
Arrivo al posto concordato con Oceano.
Per tutto il tragitto ho sentito lo stomaco chiuso. Sia per la paura di lui, sia per paura di quello che potrei dire male, lasciare intendere, rivelare senza volerlo.
Appena ci incontriamo, andiamo a prendere qualcosa da mangiare.
Panino, patatine e bibita.
Gesti normali, semplici. E forse è proprio questa normalità, a mettermi ancora più in agitazione.
Poi ci sediamo su una panchina.
È Oceano a rompere il silenzio:" Allora Roberto; dimmi tutto."
Il suo tono è tranquillo, sincero. Non c’è superiorità. Non c’è quella sicurezza aggressiva, che hanno Bruno e Luca.
Ed è proprio questo a disarmarmi.
Oceano, pur essendo uno di quelli che io considero irraggiungibili, non sente il bisogno di dimostrarlo continuamente.
E questo lo rende ancora più difficile da odiare.
Cerco le parole giuste:" Ho conosciuto una ragazza, mi piace, e vorrei provarci."
Appena finisco la frase, lui mi guarda stupito.
" Lavinia non mi ha detto niente. Una conoscenza improvvisa."
Il cuore mi fa un colpo.
Ha nominato subito Lavinia.
Questo significa che, nella sua testa, lei è automaticamente collegata a me. E questo mi manda nel panico.
Capisco immediatamente che devo correggere il tiro:” In verità, è una mia compagna di classe, che ha iniziato a parlarmi da pochi giorni."
Cerco di sembrare naturale.
" Gli anni scorsi non esistevo per lei. Quest’anno invece sembra più propensa a darmi corda. Però non so, se ci starebbe davvero.Vorrei solo capire come potrei muovermi."
Oceano annuisce lentamente.
" Capisco. Lavinia mi ha detto che non hai molta esperienza con le ragazze, e hai fatto bene a confidarti."
Quelle parole mi colpiscono.
“ Lavinia mi ha detto.”
Quindi parlano di me.
Non so se questa cosa mi rassicura, o se mi terrorizza.
Sto per rispondere, quando improvvisamente due mani mi coprono gli occhi da dietro.
" Indovina chi sono? "
La riconosco subito: Lavinia.
Il cuore accelera immediatamente.
Lei toglie le mani e si siede accanto a me, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
" Posso? "
Non aspetta davvero una risposta.
Mi prende il panino dalle mani, e ne dà un piccolo morso.
Poi me lo restituisce.
" Grazie; Roberto."
Io resto immobile.
È un gesto semplice, ma nella mia testa diventa enorme. Troppo intimo, troppo spontaneo.
" Posso anche prendere due patatine? "
Annuisco velocemente.
Ogni volta che mi parla, reagisco come se stessi cercando di non rompere qualcosa di fragile.
Poi prende la mia bibita.
E lì il panico supera l’imbarazzo.
Le blocco subito la mano.
" Lavinia; ho già bevuto io. Se vuoi, vado a prendertene una intatta."
Per me è un dettaglio enorme. Bere dalla stessa bibita significa condivisione, vicinanza, confidenza.
Lei invece mi guarda tranquilla.
Poi appoggia l’altra mano sulla mia.
" Non c’è bisogno, Roberto."
Con dolcezza sposta la mia mano e beve.
Io, a questo punto, non so più dove guardare.
Mi giro verso Oceano.
Poi torno su Lavinia.
Poi di nuovo Oceano.
La mia mente va nel caos.
In che casino mi sono messo?
Mi alzo immediatamente.
" Oceano; scusami se non mi sono alzato subito. Siediti pure accanto a lei."
È quasi automatico.
Nella mia testa, quello è il suo posto. Non il mio.
Oceano però guarda Lavinia, mentre lei allarga appena le braccia.
" Roberto è fatto così. È molto premuroso e attento ad ogni minimo dettaglio."
Il suo tono è dolce, quasi affettuoso.
E questo mi destabilizza ancora di più.
Ogni volta che penso di aver capito il mio posto, lei fa qualcosa che rimette tutto in discussione.
Oceano allora si rivolge a me:" Roberto; ma non c’è bisogno che ci spostiamo di posto."
Come se la situazione fosse normalissima, come se io stessi esagerando.
Lavinia appoggia la mano sulla mia.
" Torna a sederti, stai tranquillo."
E io obbedisco.
Ma, dentro di me, tranquillo non lo sono per niente.
Ho la sensazione che loro due si muovano, con naturalezza, dentro dinamiche; che io invece vivo come gigantesche, cariche di significati, di rischi, di possibilità.
E più provo a controllarmi, più mi sento trascinato dentro qualcosa, che non riesco davvero a gestire.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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