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E' un mondo difficile ( capitolo 54 )


di chiara94
08.04.2026    |    1.458    |    196 6.2
"Mentre mi coccola, riprende a parlare:" Dunque per te non è successo nulla?" Mi sento come un re, con la testa tra i suoi seni, e le sue mani che accarezzano i miei capelli..."
" Ti lascio, ma vedi di non fare casino. Siamo qui solamente per parlarti. Non abbiamo tempo per portarti in questura."
Resto vicino alla macchina e, mentre mi raddrizzo, sento il corpo reagire prima della mente. Il cuore accelera, le spalle si irrigidiscono, il respiro si accorcia. Non è tanto la paura: è la percezione netta di essere entrato in una situazione, dove le regole non le decido io.
" Ho fatto qualcosa? " chiedo.
La mia voce è controllata, ma dentro cerco ancora un appiglio logico, una spiegazione razionale. Lui invece non ne ha bisogno.
" Fai anche lo spiritoso? Me lo chiedi pure? "
Il suo sguardo è fermo, quasi immobile. Non è rabbia impulsiva: è autorità abituata a non essere messa in discussione. Per lui la verità è già definita, ed io sono solo qualcuno che deve riconoscerla.
" Non so di cosa stiate parlando," ammetto.
Fa un passo verso di me. È un movimento lento, consapevole; studiato per occupare spazio, per farmi arretrare senza toccarmi davvero.
" D’accordo. Iniziamo con le domande. A me risulta che Gaia si sia sentita male durante la serata, e che anche Serena abbia avuto un malore. E tutto ciò, a causa tua. Vuoi forse negare? "
Non sta chiedendo. Sta costruendo una narrazione.

Istintivamente cerco Gaia e Serena,ma entrambe abbassano lo sguardo.
Non parlano. Non reagiscono.
In quel silenzio c’è molto più di una semplice esitazione: è una scelta. Gaia trattiene, misura. Serena evita, si sottrae. Nessuna delle due vuole esporsi in questo momento. E così, senza dire nulla, mi lasciano solo.
La mano dell’uomo arriva alla mia testa e la riporta davanti.
" Guarda me, non loro."
Il contatto è rapido, ma deciso. Non è violento: è dimostrativo. Serve a stabilire una gerarchia.
" A chi hai dato delle stronzette? "
Cerco ancora Gaia, quasi per istinto. Non per chiedere aiuto, ma per capire se siamo ancora nella stessa versione dei fatti.
" Smettila di guardarle, le stai spaventando ancora."

Mi arrendo. Non perché sia convinto, ma perché capisco che qui non si tratta di verità. Si tratta di posizioni.
Resto in silenzio.
" Per non parlare del fatto, che ti sia completamente spogliato davanti alle ragazze, nonostante loro non volessero."
Le accuse si fanno più pesanti. Più definitive. Ogni frase aggiunge un tassello ad un’immagine, che ormai è completa.
Controbattere sarebbe inutile. Non stanno cercando un confronto. Stanno imponendo un quadro.
"Sei fortunato che Serena preferisce che, per questa volta, ti avvertiamo in modo amichevole."
Serena. Il suo nome entra nella dinamica, come elemento chiave. Non è solo coinvolta: è ascoltata. Ha un peso.
" Riesci a capirmi? " mi domanda.
Cerco di essere accondiscendente, affinché tutto possa finire il prima possibile:” Sì, certo.”
" Quindi che non succeda più.Sappiamo dove abiti."
La minaccia è calma, quasi neutra. Ed è proprio questo a renderla più efficace: non c’è bisogno di alzare la voce, quando si è sicuri del proprio potere.
Continuo ad optare per la prudenza:" D’accordo."

Vista la mia resa praticamente totale, il poliziotto va ben oltre:" Adesso chiedi scusa alle ragazze, e l’incidente è chiuso."
Resto fermo. Dentro di me si crea una tensione precisa. Non è una ribellione pura, ma un rifiuto sottile: non voglio mettere in scena qualcosa, che ho già fatto davvero.
" Le scuse gliele ho già fatte prima. Non serve rifarle.Del resto le stavo accompagnando a casa, e mi tenevano sottobraccio. Eravate dietro, dunque sapete benissimo che la situazione era già chiarita."
Silenzio.
Lui scuote la testa lentamente:" Ragazzo; la tua situazione è molto delicata. O chiedi scusa davanti a noi, o chiamo una volante e ti faccio arrestare."
Questa non è più una richiesta. È un ricatto, e decido di non subirlo:" D’accordo, chiami pure una volante. Le scuse le ho già fatte, e non mi umilio.Dormire in camera mia o in una cella, mi cambia poco. Forse qualche dolore alla schiena, ma sono giovane."
La mia risposta non è solo orgoglio. È anche rigidità. Una difficoltà ad adattarmi, quando sento di essere forzato.
" Questo tuo comportamento conferma il quadro indiziario."
Per lui, ogni mia parola non è una risposta: è una conferma.

Poi cambia tono. Più pratico, più deciso.
" Le ragazze non tornano con te. Vengono in discoteca con noi. C’è qualche problema? "
Guardo Gaia e Serena. Questa volta non me lo vieta.
" Se loro sono d’accordo, non c’è alcun problema."
Il poliziotto le interroga subito:" Gaia? Serena? “
Serena sorride subito. È un sorriso di approvazione:” Certo, veniamo con voi;siete veramente carini a portarci."
Gaia invece sorride in modo diverso. Più controllato, più lucido.
" Grazie, Bartolomeo."
Lo chiama per nome.
Può significare solamente una cosa: le due ragazze li conoscono già. Non è un incontro casuale. Non è una pattuglia qualsiasi.
Non ho tempo di incassare questo colpo,che Gaia pronuncia un'altra frase tagliente:" Almeno salviamo una serata noiosissima, passata con un gruppo di sfigati."

Vedendomi in difficoltà, Bartolomeo decide di aggiungere la ciliegina sulla torta:" Non ti venga in mente di seguirci,o di venire in discoteca, o di aspettare le ragazze sotto casa. Anche perché staranno sempre con noi, le accompagneremo fino alla porta di casa. Se ti vedessimo ”
Non gli lascio finire la frase:" Chiarissimo."
Mi osserva ancora per un secondo, poi distoglie lo sguardo:” Andiamo ragazze, non perdiamo più tempo con questo qua.”
Fanno qualche piccolo passo, per allontanarsi.
Resto fermo. Il freddo della macchina mi rimane addosso, come una traccia fisica di quello che è appena successo.
Poi sento Gaia:” Bartolomeo; forse sei stato un po’ troppo duro con Francesco."
Il poliziotto sembra non concordare con lei:” Ma va, Gaia; da domani,vedremo."
Da domani.
Non è chiusa. È monitorata.
Li guardo, mentre camminano. La disposizione è precisa: sono in due file, con le ragazze sempre al centro.
Da una parte un poliziotto giovane, dall'altra un poliziotto maturo.
Uno esperto, ed un principiante.
Saranno i giovani o i maturi, a provarci con le due ragazze?

Serena rompe il silenzio:" Amore mio; Francesco domani verrà al bar? "
" Sì, verrà," risponde Gaia.
È una certezza. Gaia non osserva solo: prevede. Ha già inquadrato il mio comportamento.
" Se avete bisogno, rimaniamo in zona," dice Bartolomeo.
Controllo continuo.Presenza pronta.
Gaia rifiuta l'offerta;" No, non ti preoccupare.Considero Francesco uno intelligente, quindi credo che la lezione l’abbia capita."
Intelligente. Non affettuoso, non corretto. Intelligente. Qualcuno che può adattarsi.
Intelligente non in un'accezione positiva.
Bartolomeo chiude il discorso:” Adesso non ne parliamo più, pensiamo solamente ad andare a divertirci.”
Gaia annuisce:” Concordo.”

Arrivano alla macchina.
Gaia sembra dubbiosa:” Siamo in sei, ma la macchina è da cinque posti.”
L'amica la rassicura:” Siamo con la polizia, possiamo fare tutto quello che vogliamo.”
Questa frase porta ad una risata da parte di tutti.
Questa è la cosa più destabilizzante: la loro capacità di passare dalla tensione alla leggerezza, senza soluzione di continuità. Come se tutto fosse stato solo un passaggio necessario.
Non è finita per me.
Serena affonda ancora il colpo:” Ma l’avete vista la faccia di Francesco? Sembrava un pulcino tremante.”
Gaia le fa segno di parlare piano:” E’ notte; a causa dell’assenza di rumori, potrebbe sentirci.”
Bartolomeo esclama:” E anche se sentisse, che cazzo ce ne fregherebbe? “, girandosi nella mia direzione.

E così si accorge, che sono ancora nel loro raggio.
Si girano anche gli altri e le due ragazze.
Mi limito a:" Scusate."
Bartolomeo si rivolge alle ragazze:” State qui, voi; ci penso io.”
Bartolomeo torna indietro, con passo sicuro.
" La mia pazienza non è infinita, e tu ci stai andando molto vicino. Oggi mi hanno fatto girare i coglioni, e non mi sono ancora potuto sfogare. Ho le mani che mi prudono. Capisci cosa intendo dire? ”
Non sono stupido, e gli do una piccola soddisfazione:” Certo che lo capisco. Quello che non capisco, è un'altra cosa.Se le ragazze non sono state bene, non dovreste accompagnarle in ospedale? ”
La mia domanda rompe lo schema. Non difende me. Mette in discussione la coerenza.
" E tu perché non ti fai i cazzi tuoi? " mi attacca il poliziotto.
Rispondo con una semplicità disarmante:"Pensavo fingessero, invece ho letto male la situazione.Gaia e Serena non mi farebbero mai una cosa simile.”
Gaia e Serena si guardano. Per un attimo qualcosa si incrina. Non si aspettavano questa ammissione. Non è attacco, non è difesa. È un riconoscimento.
"Comunque ora stanno meglio, e sono contente di venire in discoteca," dice lui.
Questa volta appoggio la scelta:" Si, se si divertono, si riprenderanno più facilmente.Credo che sia un’ottima idea."
Il silenzio cala per un istante.

Poi guardo Gaia:" Posso chiederti una cosa? "
Annuisce.
" Ti sei sempre annoiata, quando sei uscita con me? "
La domanda è fuori contesto per tutti. Ma non per me. È l’unica cosa che mi interessa davvero capire.
Gaia resta in silenzio.
Il suo silenzio non è vuoto. È pieno di valutazione. Sceglie di non esporsi.
Serena interviene:" Perché te lo chiede? "
Gaia continua a guardarmi. Sta cercando di leggere le mie intenzioni, più che rispondere alla domanda.
Non parla.
E io capisco, che è il momento di uscire di scena:" Buonasera a tutti."
Se ne vanno.

I due più grandi salgono davanti. Bartolomeo al volante, l’altro al suo fianco. Dietro si comprimono: Gaia, Serena e i due più giovani. Spazio stretto, contatto inevitabile.
Bartolomeo abbassa il finestrino, accende il motore. Poi urla verso la strada:” Notte, aspettaci; stiamo arrivando.”
Dal finestrino si accorge che ci sono ancora, sebbene più distanziato.
Decide di scendere, e di rivolgersi a me:” Tranquillo; siamo la polizia. I miei colleghi terranno le mani a posto.”
Nel frattempo quelli dietro hanno abbassato i finestrini, e sento le loro risate.
Sentendomi tirato in causa, trovo il coraggio di rispondere:” Polizia o non polizia, ne Gaia ne Serena si lasceranno toccare.”
Sento il rumore delle portiere che si aprono, e scendono anche i due poliziotti giovani.
Mi guardano con aria di sfida.
Scende anche Gaia, che si mette davanti ad uno di loro:” Lascia perdere, Francesco è un po' arrabbiato. Domani gli passerà.”
Bartolomeo esclama:” Però deve stare zitto.”
Gli domando:” Altrimenti chiami una volante?”
Intanto è scesa anche Serena, che si e’ messa davanti ai due poliziotti giovani, mentre Gaia si sistema davanti a Bartolomeo, avendo capito che la situazione è incandescente:” Bartolomeo; vado io parlargli un attimo, così si calma.”
Il poliziotto la zittisce:” Assolutamente no, Gaia. Tu sei sotto la nostra protezione.”

Gaia mi guarda.
Non è uno sguardo qualunque. Non è uno sguardo di circostanza, né uno di quelli che si lanciano per chiudere una situazione. È uno sguardo aperto, quasi sospeso, come se stesse cercando di dirmi qualcosa, senza poter usare le parole.
Allarga leggermente le braccia, un gesto trattenuto a metà. Come se il corpo volesse muoversi verso di me, ma qualcosa lo bloccasse. Come se ci fosse una distanza invisibile, più forte di qualsiasi passo.
Vorrebbe veramente venire da me?
Se fosse così, non sarebbe per cambiare le cose, o per ribaltare la situazione. Ma per dire qualcosa. Forse solamente per chiedermi di accettare la situazione, di comportarmi in modo intelligente. Secondo la sua accezione di intelligenza.
Ma non può.
Il limite non è fisico. Non è la distanza tra noi. È Bartolomeo.
Lo vedo anche senza guardarlo direttamente. È una presenza che si sente, che pesa, che occupa spazio, anche quando non si muove. Non serve che parli. Basta che ci sia.
E Gaia lo sa.

Poi succede qualcosa.
Uno dei poliziotti più giovani si avvicina a lei. Il movimento è naturale, quasi invisibile, come se fosse abituato a stare vicino, ad intervenire senza farsi notare troppo. Le prende la mano.
Non è un gesto violento. Nemmeno brusco.
È sicuro.
Come se fosse normale farlo. Come se quel contatto fosse già previsto, già accettato.
Si avvicina leggermente al suo orecchio e le dice qualcosa a bassa voce.
Non sento le parole.
Ma vedo l’effetto.
Si gira a guardarlo, sorridendogli. E quel sorriso vale più di mille parole.
Considerando anche la situazione attuale.
Io, praticamente a terra, e lei che preferisce sorridere al giovane poliziotto.
E così si dimentica di me.
Ha semplicemente scelto.

Poi si gira.
Un movimento semplice, definitivo.
Fa un passo verso la macchina, e sale.
Nessuna parola. Nessun cenno. Nessun ultimo segnale.
Solo quel gesto.
Gli altri la seguono, o forse erano già pronti. Le portiere si chiudono una dopo l’altra, suoni secchi che rimbalzano nel silenzio della strada.
Io resto lì.
A guardare una scena che si chiude, senza di me.
E in quel momento capisco una cosa, con una lucidità quasi fastidiosa.
Gaia non è bloccata.
Gaia non è costretta.
Gaia è perfettamente consapevole.
E proprio per questo, è ancora più lontana.
Il motore ruggisce appena, la macchina parte e si perde nella strada buia.

Resto solo.
Mi siedo sul marciapiede. Non mi importa più di come appaio. Ho bisogno di fermarmi.
Ripercorro tutto.
Gaia è il centro di potere. Decide quando intervenire, quando tacere, quando alleggerire.
Serena è l'amica stupida di Gaia. Totalmente dipendente da lei, non mi stupisce che abbia chiamato gli amici poliziotti. Durante la serata non è mai riuscita a risolvere una situazione da sola, chiedendo soccorso a terze persone.
Bartolomeo rappresenta il braccio armato di Serena. Dove non arrivano le parole di Gaia, ci pensano i metodi arroganti del suo amico poliziotto.
Ed io?
Io sono fuori schema. Non ho ancora capito le regole. Reagisco, ma non anticipo.
Resto lì, con lo sguardo sul asfalto.

Poi una consapevolezza si fa spazio.
Domani ci sarò.
Non per competere.
Non per dimostrare.
Per capire.
Perché qui non vince, chi parla di più.
Ma chi controlla davvero il gioco.

Torniamo a Roberto.
Nel intervallo mi alzo velocemente. Ho bisogno di uscire, di prendere aria, di allontanarmi. Non voglio restare lì con Lavinia, con tutto quello che implica.
Lei però mi ferma subito:" Roberto; stai scappando da me? Al uscita non potrai farlo."
La guardo solo per un attimo:" Lavinia; vediamo cosa ti risponde Oceano."
Lei non si scompone. Anzi, prende il cellulare e me lo mostra.
Oceano le ha risposto:” Ok, va bene. Ci sentiamo dopo.”

Sento un leggero fastidio salirmi dentro:” Lavinia; Oceano ti farà il terzo grado."
Lei sbuffa, ma non sembra preoccupata:” Roberto; facciamo così. Alla fine delle lezioni, tu uscirai da solo, ed io pure. Sposterai la macchina, e ci troveremo a qualche centinaio di metri da qui."
La guardo sospettoso:” Come mai questa cosa? "
" Sei tu quello che ha paura, non io. Dunque cerco di tranquillizzarti. Perché poi ti voglio sereno, non agitato."
Resto in silenzio per un attimo. Poi faccio per allontanarmi.
" Mi lasci da sola? " mi domanda.
Le faccio notare l’ovvio:" Lavinia; credo che tu devi chattare con Oceano."
Lavinia sorride, come se avessi detto qualcosa di ovvio:” Giusto."
Esco nel corridoio e resto da solo per circa dieci minuti.
Dentro di me cresce una tensione costante. È paura. Paura di qualcosa che potrebbe succedere, che non riesco a controllare. Lavinia sembra ignorarlo, o finge di ignorarlo. Ma non può non rendersi conto del rischio.

Torno in classe.
Sul mio banco trovo il cellulare di Lavinia.
Il mio sguardo passa prima dallo smartphone, per poi indirizzarsi verso di lei:” Non capisco."
La mia compagna di banco mi fa presente:"Guarda cosa ci siamo scritti, io ed Oceano."
Cerco una via d’uscita:" Lavinia; ma non l’ho detto per fare polemiche."
La mia risposta non la ferma, vuole che io faccia quanto mi ha detto:" Voglio che guardi però."
La guardo per un istante, poi prendo il cellulare.
Lavinia mi precisa subito:" Ho tolto la password, perché non ho nulla da nascondere."
Apro la chat.
Non c’è nulla, dopo quel ultimo messaggio.
I miei occhi tornano su di lei.
"Mi hai lasciata da sola. Punto," ribadendo la sua conclusione.
Cerco di dare un senso alla situazione:" E si sono avvicinati dei miei compagni, immagino. Bruno, Luca? "
Lei scoppia a ridere, e mi prende il naso tra le dita:" Sei buffo; Roberto. Sai cosa mi piace di te? Che ci credi veramente, alle cose che dici."
Poi diventa più seria:" E secondo te io mi sarei messa a parlare con loro, con il rischio che tu rientrassi? Conoscendoti, ti saresti offeso. Sono miei compagni; succederà ancora di parlarci, ma non ora. Non così."
Non so cosa dire.
" Dentro di me," aggiunge, " speravo che tu saresti tornato a riprendermi."
Quelle parole mi spiazzano più di tutto.
La professoressa rientra ed interrompe tutto.

A fine lezione, Lavinia mi dice che mi raggiungerà alla macchina, dopo qualche minuto.
Questa cosa mi mette agitazione. Troppa.
Potrebbe essere una trappola. Potrebbero essersi sentiti al telefono. Potrebbe esserci qualcuno ad aspettarmi.
Ma, allo stesso tempo, qualcosa non torna. Perché tutto questo? Perché complicare così tanto le cose?
Oceano potrebbe picchiarmi, senza coinvolgere la mia compagna di banco. Avrebbe già mille ragioni, come minimo.
La vedo arrivare.
Sale in macchina con naturalezza:" Roberto; andiamo dove vuoi tu.”
Le propongo la cosa meno imbarazzante:" Possiamo anche parlare qui, o sotto casa tua."
Scuote la testa:" Sotto casa mia, preferirei di no. Qui non siamo troppo vicini alla scuola? "
La guardo, diretto.
" Lavinia; ma è veramente una trappola? Se dobbiamo parlare, che differenza c’è? "
Mi guarda male:" Ok Roberto; andiamo dietro. Io preferirei andare da qualche altra parte, ma se tu vuoi qui, non metto bocca."
Senza scendere, passa dietro.
Il suo movimento è fluido, sicuro. Il suo fondo schiena mi passa davanti alla faccia. Anzi, il suo bellissimo fondo schiena. Io resto immobile, ma dentro sento il cazzo svegliarsi. Vorrei allungare le mani e stringere quel culo, con tutta la forza che ho, ma mi beccherei uno schiaffo,come minimo.

Si siede ed allunga il braccio verso di me:" Roberto; vieni? "
Questa sua mossa mi coglie alla sprovvista:" Lavinia; ma siamo vicini alla scuola."
“Lo so, te l’avevo detto, ma tu vuoi così."
Cerco di usare l’intelligenza:" Resto qui, possiamo parlare."
Lei prende la mia mano con entrambe le sue, e tira leggermente.
" No. Voglio che vieni."
Cedo.
Vado dietro e mi siedo accanto a lei.
" Roberto; avvicinati."
Mi guardo intorno ancora una volta:" Non c’è Oceano, vero? "
Questa volta perde la pazienza, iniziando ad alzare la voce:” No, non c’è. Perché non ti puoi fidare di me? Spiegamelo."
" D’accordo, mi avvicino."
Mi sposto. Le nostre gambe si sfiorano.

Lavinia vuole tornare indietro con la mente:" Ti ricordi la prima volta, che siamo stati nel parcheggio? "
" Non è successo nulla; Lavinia," mi affretto a chiarire.
Mi guarda male:" È stato Bruno ad accarezzarmi le cosce, e a stendersi su di me, con il pisello duro? "
Abbasso lo sguardo:" Sì,hai ragione."
La mia compagna di banco continua:" Poi sei venuto a casa mia. Ti ho fatto le coccole. La tua testa era appoggiata sui miei seni. Ed è stata lì, molto a lungo."
Però ci sono altre cose da ricordare:" E tu mi hai preso in giro, assieme a tua madre, perché non so accarezzare la figa di una ragazza."
Lavinia scoppia a ridere:" Roberto; ma stavamo solamente giocando con te."
Scuoto la testa:” No, voi avete detto un’ altra cosa. Io ho detto che te l’ho accarezzata, e voi avete detto che non è vero.”
La mia compagna di banco torna a giocare con il mio naso:” Ma, in effetti, è così.”
Poi abbassa lo sguardo verso la sua figa, dicendomi:” Accarezzarmela è un’altra cosa.”

Mi sale la rabbia:” Oceano è capace, io no. Lui può, io no. Perché devi continuare a ricordarmelo? La prima volta probabilmente non e' stato capace neanche lui, poi con l’esperienza”
Mi blocco subito. Mi accorgo di aver detto una stupidaggine.
Infatti Lavinia mi guarda stupita.
Cerco subito di puntualizzare:” Scusa, mi sono spiegato male. Non intendevo dire che Oceano non ti sa fare i ditalini; intendevo dire che, la prima volta che ha fatto un ditalino ad una ragazza, probabilmente anche lui non sarà stato molto bravo.”
La mia compagna di banco mi ascolta, senza dire nulla.
La mia spiegazione non le è bastata, e così cerco di integrarla:" Con Patrizia avrei imparato a farli.”
Appena sente questa frase, lo sguardo di Lavinia diventa incandescente:” Puoi non citare più quella? Se succederà nuovamente, dovrò punirti; Roberto.”
La accontento:” D’accordo, ma tanto la mia vita è una punizione continua.”
Sono confuso. Non riesco a capire dove finisce il gioco e dove inizia la realtà.

Lavinia mette un dito davanti alle mie labbra, per farmi capire di non parlare. Vuole essere lei, a continuare:” Poi io ti ho morsicato il collo, e tu hai visto solamente la parte negativa: il segno. Che poi non e’ neppure negativa,anzi. E’ una dimostrazione inequivocabile, che una cosa è successa.”
Si ferma. Forse vuole che sia io a continuare:” Io ho solamente appoggiato i denti al tuo collo e “
Nuovamente porta il dito davanti alle mie labbra:” E tu nuovamente non hai capito nulla.”
Mi accusa sempre di non capire mai nulla.
Allora è inutile che io parli.
Così decido di rimanere ad ascoltarla:” Dimenticavo; i denti non li hai appoggiati solamente sul mio collo. Ti ricordi dove si è appoggiata la tua bocca aperta?”
L’occhio ovviamente mi cade lì: sulle sue tette.
“ Già, proprio su un mio seno. Hai spalancato la bocca, e ho sentito i tuoi denti.”

Inizio ad avere un fortissimo dubbio. Sembra quasi che stia elencando tutti i capi di imputazione, prima di decretare la mia condanna:” Comunque avevi addosso la felpa e altro sotto.”
La mia compagna d’università eccepisce:” Però il gesto rimane. Come non te lo sei dimenticato tu, non me lo sono dimenticata neppure io.”
Di fronte ad una simile presa in giro, protesto:” Come puoi dimenticartene; Oceano morderà le tue tette, tutti i giorni.”
Esclama:” Uffa. Roberto,” bloccandosi.
Subito le chiedo:” Ho detto qualcosa che non va?”
Improvvisamente Lavinia appoggia la mano dietro la mia nuca, e spinge la mia testa versoi suoi seni.
Faccio una piccola resistenza, istintiva. Non capisco. Non capisco davvero cosa stia facendo, cosa voglia da me.
Lei se ne accorge subito:” Roberto; non vuoi appoggiare la testa tra i miei seni? "

Quelle parole mi arrivano addosso come qualcosa di troppo grande. Sento gli occhi bruciare. Mi viene da piangere, e non è una cosa leggera; è un dolore pieno, profondo.
Perché mi sta facendo questo?
Si comporta come se fosse qualcosa di più di un’amica. Come se ci fosse qualcosa tra noi. Ma non è così. Non può esserlo. È solo la mia compagna di banco. E soprattutto, è fidanzata con un altro.
" Roberto; ci sei? "
La sua voce mi riporta indietro. Mi accorgo di essere rimasto immobile, impantanato nei miei pensieri.
Alla fine mi lascio andare.
Appoggio la testa, lentamente, mentre trattengo le lacrime a stento. È difficile spiegare cosa sto provando. Davvero difficile.
Io con Lavinia sto bene. Forse troppo bene. Ma, dentro di me, so che è tutto un equivoco. È la mia testa che costruisce qualcosa, che non esiste davvero. Fa sembrare speciale ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo; quando in realtà siamo solamente compagni di banco.
E questi momenti,questi attimi così intensi, mi distruggono.
Perché arrivano al improvviso, come fulmini a ciel sereno, e poi spariscono. E so già che, un giorno, non ci saranno più. Perché Oceano si arrabbierà, le dirà qualcosa, e lei tornerà al suo posto. A fare la fidanzata. A fare la persona che deve essere.
E io resterò fuori.

La mia testa si posa completamente sui suoi seni.
" Sei comodo? Stai bene? "
" Sì."
Mentire è più facile. È più sicuro. Dire la verità potrebbe cambiare tutto, e non so come reagirebbe. Non so cosa potrebbe succedere dopo.
Così resto lì.
Rivivo le stesse sensazioni delle altre volte: il calore, la confusione, l'attrazione che non riesco a controllare. Ma insieme c’è anche la tensione, quella sottile paura che qualcosa si spezzi, da un momento al altro.
Lei continua ad accarezzarmi i capelli, piano.
E io rimango fermo, in silenzio, cercando di non pensare;sapendo che invece sto sentendo tutto. Troppo.
Mentre mi coccola, riprende a parlare:" Dunque per te non è successo nulla?"
Mi sento come un re, con la testa tra i suoi seni, e le sue mani che accarezzano i miei capelli.
Sta cercando di mettermi a mio agio, anche se per me è difficile.
Comunque provo a risponderle:“ Secondo i canoni generali no. Secondo i miei, è successo tantissimo."
Lei sorride in modo ironico:" Giusto. Ho concesso di più, a tutta la scuola."
Non so cosa dire. Se sto zitto, rischio di fare meno danni.

Tanto lei è propensa a parlare:” Ora mi vuoi spiegare il discorso dei reggiseni? "
Mi accorgo che sposta lo sguardo oltre di me.
È solo un attimo, un movimento leggerissimo, ma lo colgo subito. Qualcosa cambia nel suo viso, nella sua attenzione. Non è più sola con me.
Provo a girare la testa per capire, ma la sua mano resta dietro la mia nuca e me lo impedisce, con una fermezza che non mi aspettavo. È come se volesse tenermi lì, lasciandomi al oscuro di quello che succede, intorno a noi.
Allora alzo gli occhi.
Cerco i suoi.
I nostri sguardi si incrociano e, in questo istante, capisco tutto. Non serve altro. Non serve vedere davvero.
Mi ha regalato tanto, penso. Anche solo questi attimi confusi, sbagliati, ma veri per me. Forse è giusto così.
Respiro piano:" È arrivato Oceano; vero? Sono pronto."
Le mie parole escono calme, più di quanto mi senta davvero.

Lavinia cambia espressione. Mi guarda come se non credesse, a quello che ha appena sentito.
Poi, quasi per sfida, allenta la presa:” Guarda pure; visto che non ti fidi di me."
Non resisto.
Mi giro subito, in un secondo, con un movimento troppo rapido, per sembrare indifferente.
E, quello che vedo, mi blocca.
Non è Oceano.
Sono Bruno e Luca, con la faccia appiccicata al finestrino.

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