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E' un mondo difficile ( capitolo 63 )


di chiara94
04.05.2026    |    1.305    |    241 5.3
"” Il poliziotto e la mia compagna di università salgono in macchina, allontanandosi..."
Ecco, lì capisco tutto.
Non è solo una copertura. È un modo per prendere il controllo della situazione, per definire lui i ruoli. Io non dico nulla. Non mi giro nemmeno a guardarlo. In questo momento, più che arrabbiato, mi sento svuotato.
Mio padre tende la mano:” Molto lieto, io sono il papà di Francesco.”
La scena diventa quasi formale, educata. Una recita.
E infatti Gaia scende dalla macchina.
“ Buonasera; io sono Gaia.”
Mio padre la guarda e sorride:” Tu sei la famosissima Gaia? Sei più bella di quanto immaginassi.”
Lei risponde con un sorriso controllato:” Troppo gentile.”
Osservo tutto in silenzio. È incredibile, quanto velocemente Gaia riesca a cambiare registro: pochi minuti prima era tensione, scontro, provocazione. Adesso è composta, quasi perfetta.

Bartolomeo riprende:” Sono andato a prenderli io.Gli amici di Francesco hanno bevuto. Gaia mi ha avvisato, e li ho raggiunti. Ora stavamo facendo due chiacchiere.”
Costruisce una versione pulita, credibile.
Sta proteggendo Gaia, ma anche se stesso. E forse, in modo strano, anche me.
Mio padre annuisce:” Capisco. Io sono sceso, perché mi stavo preoccupando. È stata una serata molto strana.”
Strana è una parola piccola, per quello che è successo, ma è l’unica che può usare.
Gaia si gira verso di me:” Francesco; ma tu non hai avvisato i tuoi genitori? “
“ No, non ci ho pensato.”
La mia voce è fredda, piatta. Non voglio entrare nel gioco della normalità.
Bartolomeo continua, senza esitazione:” Io sono sceso dalla macchina, per chiedere a Francesco, se vuole venire a fare colazione con me e mia figlia. C’è un'amica di Gaia, che sta facendo colazione con dei miei colleghi più giovani, e ci hanno chiesto di raggiungerli.”
Ecco un altro passaggio chiave.
Trasforma tutto in qualcosa di sociale, innocuo. Colazione, amici, invito.
Ma io so,e loro sanno che io so,che non è solo questo.
Dentro di me succede una cosa strana: non provo più solo gelosia o rabbia. Provo una specie di distanza, come se stessi guardando la scena da fuori.
Mio padre annuisce, rassicurato. Per lui tutto torna: adulti responsabili, una ragazza educata, una situazione sotto controllo.
Per me, invece, è il contrario.
È il momento in cui capisco davvero,quanto sono fuori posto in questa dinamica.
Bartolomeo gestisce, Gaia si adatta, mio padre si fida.

Mio padre mi dice:” Francesco; vai pure, se vuoi.”
La sua voce è tranquilla, quasi incoraggiante. Per lui è un’occasione normale, una di quelle situazioni sociali in cui si entra, si parla, si ride. Non vede la tensione, o forse la vede, ma la interpreta male.
Gli rispondo:” Preferisco andare a dormire. La compagnia non mi piace.”
La frase esce secca. Non è solo una scelta, è una presa di posizione. È il mio modo di rimettere un confine, anche se arriva tardi.
Bartolomeo sorride:” Gaia e Francesco hanno avuto una piccola discussione, ma nulla di grave.”
Minimizza.
È la sua strategia: ridurre tutto, rendere digeribile anche ciò che non lo è. In questo modo mantiene il controllo, evita che la situazione sfugga di mano.
Mio padre però interviene:” Prima di uscire, Francesco mi ha detto che ha accettato l’idea dell’amicizia con sua figlia.”
Quella frase mi colpisce.
Era vera, ma non è più vera adesso. È una fotografia vecchia di qualche ora, ormai superata da tutto quello che è successo.
Gaia prende la parola, con un tono morbido, ma preciso:” Io vorrei che fosse così, ma non riesce ancora ad abituarsi. Adesso è arrabbiato perché ci sono i colleghi di mio padre a fare colazione, e lui è geloso perché sono giovani e belli. Però io ho tanta pazienza, sopporto con il sorriso.”
Ecco il punto: sta riscrivendo la realtà.
Non è una bugia totale, ma è una versione comoda, una narrazione che mi riduce a qualcosa di semplice: il ragazzo geloso, un po’ immaturo.
Così lei resta pulita, comprensiva. Io divento il problema.
Dentro di me sento una stretta.
Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice. È lucida, controllata. Io invece mi sento esposto.

Gaia si avvicina e torna ad accarezzarmi i capelli.
Il gesto è lento, studiato per sembrare naturale. Io, ormai, lo percepisco in modo diverso: non più come una carezza, ma come un tentativo di riportarmi dentro un ruolo, che non voglio più accettare.
Poi si gira verso mio padre.
“ Francesco mi ha detto che vorrebbe lasciare l’università, per diventare un poliziotto. Sa che mi piacciono i poliziotti, e allora mi ha confessato questo suo sogno. È stato molto tenero.”
Resto immobile per un istante.
Questa frase mi colpisce più di tutte le altre. Non è completamente falsa, ma in gran parte deformata, spostata, usata.
E lì scatta qualcosa.
Velocemente le prendo la mano e la allontano dai miei capelli.
“ Lasciami stare.”
Il gesto è netto.
Non è solo difesa passiva, è rifiuto esplicito.
Gaia non reagisce direttamente a me. Non si scontra.
Fa qualcosa di più sottile: si gira di nuovo verso mio padre.
“ Come vede, Francesco è ancora arrabbiato. Io sono stata carina, e lui non ha apprezzato.”
Ancora una volta, riformula la scena.
Lei diventa quella che offre, che si espone con dolcezza. Io quello che respinge, che non capisce.
È una dinamica precisa: sposta il giudizio fuori da noi due, lo porta su un osservatore esterno.
E, in questo caso, l’osservatore è mio padre.
Lui annuisce:” Già, ho visto.”
E questa frase, così semplice, mi pesa addosso più di tutte.
Significa che, ai suoi occhi, la versione di Gaia regge.
Io resto in silenzio.
Dentro sento un misto di rabbia e impotenza.
Rabbia, perché vengo raccontato in un modo, che non mi rappresenta.
Impotenza, perché ogni mia reazione rischia solo di confermare questa narrazione.
Se mi oppongo, sono quello aggressivo.
Se sto zitto, sono quello che non capisce.
E allora resto fermo, ma questa volta con una consapevolezza diversa: non è solo uno scontro tra me e Gaia, è una lotta su chi definisce la realtà.
E, in questo momento, lei è molto più brava di me a farlo.

Bartolomeo si rivolge a mio padre:” Se provasse lei a convincere suo figlio, poi ci penserebbe Gaia, a fargli passare l’arrabbiatura.”
La frase è detta con leggerezza, quasi con un sorriso, ma il significato è molto più pesante.
Sta creando un’alleanza. Sta spostando il confronto da me e Gaia, a un livello superiore; coinvolgendo mio padre come mediatore, come autorità.
È un passaggio sottile, ma decisivo: non sono più io, a scegliere. Divento qualcuno da convincere, da gestire.
Mio padre mi guarda.
E in questo sguardo, c’è tutto: curiosità, dubbio, forse anche l’idea che, in fondo, gli altri abbiano ragione, e io stia esagerando.
Non gli lascio il tempo di parlare.
“ Papà; guarda che non sono più un bambino.”
La frase esce immediata, quasi istintiva.
Non è solo una risposta: è un argine.
Sto mettendo un limite, prima ancora che lui possa superarlo.
Dentro di me sento chiaramente, cosa mi ha fatto reagire: non è la proposta della colazione, non è Gaia, non è nemmeno Bartolomeo in sé.
È l’idea di essere trattato come uno, che non capisce, come qualcuno a cui bisogna spiegare la realtà, convincere, guidare.

Mio padre resta un attimo in silenzio.
Forse sorpreso dal tono, forse colpito più dal contenuto.
Perché in questa frase non c’è solo rabbia.
C’è una richiesta implicita: fidati di me.
Bartolomeo osserva la scena, senza intervenire subito.
Lui è più abituato a questi equilibri. Sa quando spingere e quando fermarsi.
Gaia, invece, resta sullo sfondo per un attimo, ma la sua presenza si sente comunque. È come se aspettasse di vedere, da che parte si inclina la situazione.
Io respiro lentamente, cercando di restare fermo.
Se cedo anche solamente di un altro millimetro, se accetto che siano gli altri a definire cosa è giusto per me; perdo completamente il controllo della mia posizione.
E questa volta, almeno questo, non sono disposto a lasciarlo andare.
Mio padre prova a riequilibrare:” Scusatelo, è un ragazzo d’oro. Ogni tanto è testardo e ragiona poco. Però poi gli passa subito.”
Mi difende, ma allo stesso tempo mi ridimensiona.
Mi riporta a una versione più innocua di me: quello che sbaglia, ma poi torna a posto.
Gaia replica subito:” Infatti non c’è problema.”
Ed è proprio questo, il punto che mi colpisce di più.
Per lei non c’è problema, perché ha già trovato un modo per gestirlo, per incasellarlo.
Io, invece, il problema lo sento tutto.
Non è la colazione, non sono i colleghi, non è nemmeno la gelosia.
È la sensazione di essere sempre un passo indietro.
Sempre quello che deve adattarsi, capire dopo, accettare versioni già decise da altri.
E mentre loro parlano con naturalezza, io resto fermo, in silenzio, con una consapevolezza che cresce: non sto rifiutando una colazione.
Sto rifiutando il ruolo, che mi stanno assegnando.
Bartolomeo mi dice:” Francesco; controllo io, mia figlia. Stai tranquillo.”
La frase è apparentemente rassicurante, ma a me arriva in modo diverso.
Non ha l’obiettivo di tranquillizzarmi, ma di escludermi.
Sta dicendo: non è affar tuo. E lo fa con un tono calmo, quasi paterno, che rende tutto ancora più definitivo.

Gaia torna a rivolgersi a mio padre:” Domani esco con Francesco e i suoi amici. Glielo ha detto? “
Ancora una volta sposta il piano.
Non parla con me, parla di me.
Cerca legittimazione, costruisce una continuità, come se nulla si fosse rotto davvero.
Mio padre mi guarda, aspetta una conferma.
Io rispondo:” Le piace Fausto.”
È una frase corta, ma dentro c’è una piccola vendetta.
Non urlo, non accuso. Semplicemente sposto l’attenzione su un’altra verità.
Mio padre torna a guardare Gaia, che si affretta a dire:” È ancora presto per dirlo.”
Ovviamente non può mancare l’intervento del poliziotto:” Mia figlia è complicata, ha gusti difficili.”
Sorrido appena.
Questa frase suona quasi ironica, detta dopo tutto quello che è successo.
E infatti rispondo:”Così complicata, che si accontenta dei tuoi colleghi, e di un mio amico? “
Questa volta non filtro.
È un colpo diretto, ma detto con leggerezza apparente.
Bartolomeo replica subito:” Ragioni così, perché sei invidioso di loro.”
Ecco l’etichetta.
Semplice, comoda, definitiva: invidioso.
Ancora una volta, riduce tutto a qualcosa di facile da spiegare.
Sorrido:” Proprio no. Semineranno, ma voglio vedere cosa raccoglieranno.”
La mia risposta è diversa.
Non difensiva, non aggressiva.
È distaccata, quasi fredda.
Non sto più cercando di entrare nel loro gioco, lo sto guardando da fuori.
Bartolomeo ironizza:” Per un figlio è ancora presto.”
Capisco il doppio senso, ma non reagisco davvero.
Non mi prende più come prima.
Lo guardo, gli do una pacca sulla spalla.
“ Buonanotte Bartolomeo.”
È un gesto strano, quasi paritario.
Come se stessi chiudendo la partita, nonostante lo svantaggio.
Gaia mi dice:” Francesco; vuoi che ti mandi qualche foto? “
Quella domanda è l’ultimo tentativo.
Un filo lasciato lì, per vedere se lo prendo.
Le rispondo:” No grazie, non disturbarti.”
E lì succede qualcosa di importante.
Non è rabbia,non è gelosia.
È distanza.
Sto decidendo di non reagire a lei.
Sto scegliendo di non entrare più in questa dinamica.
E anche se fuori può sembrare solo un rifiuto educato, dentro è una chiusura netta: non voglio più essere parte di qualcosa, in cui devo continuamente rincorrere il mio posto.
La scena sembra spegnersi, come se tutti avessero già detto abbastanza.

Poi mio padre la riaccende:” Scusa Gaia; ma se a te piace Fausto, perché Francesco esce con voi? Qual'è l’utilità della sua presenza? “
È una domanda diretta, quasi ingenua, ma proprio per questo motivo è pericolosa: toglie i filtri, costringe a dare una spiegazione reale.
Gaia non si scompone:” Rimangono comunque amici di Francesco, i suoi migliori amici. Io sono stata chiara con Fausto: non voglio rovinare i rapporti tra di loro, dunque anche Fausto dovrà fare la sua parte, come io la mia. E ovviamente anche Francesco dovrà fare la sua. E poi comunque ci sono anche altre ragazze.”
Parla bene, troppo bene.
Costruisce una logica ordinata, quasi morale.
Dentro quella logica, io non sono una persona, sono una funzione: qualcuno che deve fare la sua parte.
Mio padre annuisce, incuriosito:” Ho capito, c’è la possibilità che Francesco conosca un’altra. Sul breve magari non funzionerà, ma sul medio periodo sì.”
Prova a darmi una prospettiva,un futuro, ma è un futuro costruito dagli altri.
Gaia scuote la testa:” Siamo in sette. Purtroppo Francesco è l’unico senza ragazza.”
La frase cade pesante.
Oltre ad essere detta con cattiveria,è nuda, diretta.
Mi definisce davanti a tutti.
Bartolomeo interviene:” Proverò a chiedere alla figlia di un mio collega.”
Ecco un’ altra bugia, per apparire come i buoni, come quelli che si preoccupano.
Il loro obiettivo è di apparire in un certo modo davanti agli occhi di mio padre, niente altro.
Gaia aggiunge:” Abbiamo fatto un gioco. Ognuna di noi doveva scegliere un ragazzo, con cui approfondire la conoscenza.Purtroppo Francesco non è stato scelto.”
Anche se le cose non sono andate esattamente così, rimane l’esposizione pubblica di un rifiuto.
E perché mio padre non dovrebbe crederci? In fondo Gaia e Bartolomeo sembrano la famigliola perfetta.
Ironizzo:” Beati gli ultimi, che arriveranno primi.”
La mia compagna di università torna a spettinarmi i capelli, sorridendomi.
“ Che carino, ad aver accettato sportivamente la nostra decisione. Qualche lacrimuccia e il broncio ma niente di più.”
Poi torna subito a rassicurare mio padre:” Stia tranquillo, la prossima volta qualcuna di noi lo sceglierà.”
Ancora una volta, vengo trasformato in qualcosa da scegliere, come se il mio valore dipendesse da questo.
Bartolomeo mi guarda:” Francesco; sei il mio preferito. La prossima volta tocca a te. Fatti trovare pronto.”
Annuisco appena:” Non ti deluderò, non ti preoccupare.”
Le parole escono quasi automatiche, ma dentro sento il distacco crescere.

Mio padre insiste:” Però non capisco un’altra cosa. Come mai Fausto ha preferito l’alcol a corteggiare Gaia, vista la reciproca simpatia? “
Il finto padre di Gaia risponde:” Fausto vuole scopare con mia figlia, nonostante lei non sia ancora sicura. Così hanno discusso, e lui si è ubriacato.”
Mio padre afferma:” Siete già molto avanti. Allora mio figlio non ha più speranze con te, ecco perché si è arreso.”
Gaia risponde con tono quasi dispiaciuto:” Io sono mortificata. Francesco è un ragazzo d’oro, è simpatico, intelligente, bello. Purtroppo non mi prende a pelle.”
Le sue parole sono gentili,ma proprio per questo fanno più male, perché chiudono tutto, senza possibilità di replica.
Mio padre mi dà una leggera gomitata:” A questo punto, aiuta il tuo amico. Se vai a fare colazione con loro, puoi chiamare Fausto, e far contenta Gaia.”
La mia compagna di università sorride:” Ottima idea. Lei è proprio intelligente.”
Non mi trovano però d’accordo:” Potete chiamarlo, anche se non ci sono io.”
Bartolomeo scuote la testa:”No, Francesco. Se Gaia lo chiama, poi deve scopare con lui.”
Lo guardo:” Ma non ci siete anche tu e i tuoi colleghi? Scopano davanti a voi? “
Lui replica, diretto:” Francesco; sei uno intelligente. Sai bene che, se Gaia gli scrive, poi gliela deve dare. Non davanti a noi, ma in macchina sì.”
Questa volta non c’è più filtro, è tutto esplicito.
E non gliene frega nulla, di dirlo davanti a mio padre.
Obietto:” Come non l’ha data a me, può non darla a Fausto.”

Questa volta la mia compagna di università interviene, sentendosi chiamata in causa:“ Francesco; ti prego di moderare il linguaggio. Non sono una puttana.”
Il suo tono cambia.
Non è più leggero, né giocoso. È fermo, quasi freddo.
Per una volta non sta gestendo la situazione: sta segnando un confine.
E io lo percepisco subito.
Sotto quella frase, c’è qualcosa di più: non è solo una difesa, è una presa di posizione pubblica.
Bartolomeo si rivolge a mio padre:” Dovrebbe dire qualcosa a suo figlio; non è bello, che permetta che mia figlia venga insultata.”
Ancora una volta, sposta il livello.
Non parla più con me, ma sopra di me.
Chiama in causa l’autorità, come se io non fossi in grado di regolare, da solo, il mio comportamento.
Mio padre mi guarda.
E in questo sguardo c’è attesa, ma anche una leggera delusione.
Lo anticipo:” Scusami Gaia; non volevo essere maleducato.”
La frase esce veloce.
Non è spontanea fino in fondo, ma è necessaria.
In questo momento capisco che, continuare a oppormi, significherebbe solo peggiorare la mia posizione.
Gaia fa un cenno affermativo con la testa:” Scuse accettate.”
È una risposta semplice, pulita.
Chiude il momento, ma dentro di me resta qualcosa.
Quella sequenza è troppo ordinata: accusa, intervento di Bartolomeo, sguardo di mio padre, mie scuse.
Sembra quasi un copione già visto: io che esagero, loro che riportano l’equilibrio, io che rientro nei ranghi.
E mentre tutto torna apparentemente tranquillo, io sento una consapevolezza crescere: non è solo quello che ho detto a pesare, ma il fatto che ogni mia reazione viene subito incasellata, corretta, normalizzata.
Così, anche quando chiedo scusa, non sto solo sistemando un errore.
Sto accettando il ruolo, che gli altri hanno deciso per me.

Non so per quale oscuro motivo, il poliziotto riapre il discorso:” E comunque tu non le piaci, lui sì.”
Se lui è autorizzato a riaprire la discussione, allora lo sono anche io:” E allora che problema c’è, se gliela dà? “
Mio padre interviene:” Francesco; lascia parlare me. Non è questo il modo di parlare ad una ragazza. E’ logico che ti abbia bocciato, visto come ti esprimi con lei.”
Gaia abbozza un sorriso, per ringraziarlo:” Francesco non ha preso niente del suo carattere. Lei è un vero gentiluomo.”
Poi si gira verso di me:” Francesco; mi piace veramente tanto, tuo padre. Avresti dovuto farmelo conoscere prima.”
Mio padre apprezza i complimenti di Gaia:” Sei troppo buona; Gaia. Ormai i tempi sono cambiati, non sono più i miei e quelli di tuo padre. Ora i ragazzi pretendono di scopare dopo dieci minuti.”
Guardo la scena, e capisco che siamo su piani diversi.
Valori diversi, linguaggi diversi.
La mia compagna di università replica:” Come ragiona bene, lei. A me e Francesco servono i suoi consigli.”
Questa frase di Gaia fa arrossire mio padre:” I miei capelli bianchi sono la prova, che un po’ di esperienza ce l’ho. Modestamente, ai miei tempi ero quello che beccava di più del mio gruppo.”
Lo guardo un po’ perplesso, ma preferisco non dire nulla.
La stanchezza ormai non è solo fisica, è mentale. Voglio solo chiudere la serata, uscire da questa dinamica, che continua a girare sempre nello stesso modo.
Gaia gli risponde:” Ci credo, anche io sarei sicuramente caduta nella sua ragnatela. Mi piacciono di più gli uomini di una volta, che i ragazzi attuali.”
La frase arriva leggera, quasi scherzosa, ma il contenuto è preciso. Sta scegliendo un campo.
E in quel campo, io non ci sono.
Mio padre si mette a ridere:” Il fascino del maturo colpisce ancora.”
Bartolomeo interviene:” Se tornassimo in campo, faremmo strage di cuori, tra le ventenni.”
Mio padre annuisce:” Proprio così.”
Li ascolto, e mi sento fuori scena: tra di loro si è creata una complicità, a cui io non appartengo.
Mio padre si sta sopravvalutando; lo vedo chiaramente, ma non intervengo. Non è questo il punto, adesso. Il punto è chiudere, spegnere tutto. Mettere fine a questa serata, che continua a sfuggirmi di mano.
Resto in silenzio per qualche secondo, osservandoli, senza guardarli davvero. Gaia e Bartolomeo gli danno corda, lo assecondano, quasi con complicità; e non sarò certo io a sminuirlo.
Se hanno deciso di farlo sentire importante per qualche minuto, e mio padre è felice; a me la cosa non tocca. Sono i classici convenevoli, tra ragazzi e genitori, quando ci si conosce. Ovviamente palesemente falsi, in qualsiasi circostanza.

Ora però è il momento di spezzare l’idillio:” Scusatemi, ma non potete ricordare i vecchi tempi, in un’altra occasione? Se Gaia deve scrivere a Fausto, deve farlo subito; c’è il rischio, che il mio amico vada a dormire.»
La mia voce è controllata, ma dentro c’è una normale irritazione.
Cerco di riportare la conversazione su qualcosa di concreto, su un’azione, su un tempo reale.
Il mio obiettivo è di uscire da questa situazione, con un minimo di controllo.
La mia compagna di università esclama:” Pensandoci bene, ho sonno. Preferisco andare a dormire.”
Cambio di direzione, netto.
La guardo:” E la colazione non andate a farla? “
“ No, mi è passata la voglia.”
C’è qualcosa di strano in questo cambio.
Però fare domande sarebbe inutile, in quanto stanno recitando una parte, e dunque non riuscirei a distinguere la verità dalla menzogna.
Prima di uscire di scena, ovviamente la saluto in modo cordiale:” Buonanotte Gaia.”
Gaia sorride, si avvicina, mi abbraccia e mi dà tre bacini:” Buonanotte Francesco.”
Resto immobile.
In questo gesto finale c’è tutta la contraddizione della serata: dolcezza e distanza, vicinanza ed esclusione.
Preferisco non provare a decifrarla.
La lascio andare così come è.
Poi la mia compagna di università si avvicina a mio padre, lo abbraccia, e dà i tre bacini anche a lui.
“ Buonanotte papa’ di Francesco.”
Mio padre sfiora impercettibilmente Gaia, appoggiando i polpastrelli di uno mano, a metà schiena.
Probabilmente avrebbe voluto abbracciarla, ma la presenza di Bartolomeo l’ha frenato.
Anche se l’avesse abbracciata comunque, non avrebbe fatto nulla di male.
In situazioni come queste, difficile distinguere tra cordialità e maleducazione.
Troppa freddezza potrebbe inviare un messaggio sbagliato.
Lui le risponde:” Buonanotte Gaia.”
Il poliziotto e la mia compagna di università salgono in macchina, allontanandosi.
Chissà quale sarà la loro vera destinazione.
Non voglio pensarci, ora ho solamente bisogno di andare a dormire e recuperare le energie, soprattutto quelle psicologiche.
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