tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 56 )
14.04.2026 |
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"Lavinia reagisce immediatamente:" Cancellalo subito, o poi non potremo più passare del tempo assieme..."
Resto qualche secondo in silenzio davanti a Bartolomeo, mentre dentro di me monta una sensazione, difficile da definire.Chi è lui per decidere, cosa posso fare e cosa non posso fare?
Non è rabbia pura, è qualcosa di più sottile. È il fastidio di sentirmi spostato, come una pedina.
Alla fine rispondo, mantenendo il controllo.
" Vedo cosa posso fare. Se non ci riesco, me ne vado a casa."
Bartolomeo sorride appena.
" A piedi."
Non è una battuta,è una precisazione.
" Ovviamente."
Ci guardiamo ancora un secondo. Poi mi giro e mi allontano.
Li trovo al bar.
Sono tutti e tre lì, con i bicchieri in mano, come se nulla fosse. Come se Gaia e Serena fossero ancora con noi.
Mi avvicino diretto.
" Ma che cazzo state facendo? "
Fausto mi guarda, senza neanche provare a difendersi davvero.
" Vi abbiamo spiati dalla finestra, mentre andavate via, ed abbiamo visto tutto."
Parla come se fosse normale.
" Siamo scesi e li abbiamo seguiti.Quando ci siamo messi a spiare Gaia e Serena, mentre ballavano; se ne sono accorti.Erano così porche, che non volevamo perderci un movimento, e così siamo rimasti esposti ai loro occhi. Avremmo voluto vedere anche, se fossero riusciti a farsele."
Lo dice così. Freddo. Senza filtri.
" E c'è bastato vederle ballare, per capire che le probabilità sono molto alte."
Nicolas ride, sarcastico:" A casa di Giacomo, facevano le verginelle."
Giacomo aggiunge, con un tono più pesante:” Quelle due hanno voglia di cazzo,ma non dei nostri."
Li guardo.
Uno per uno.
E in questo momento mi rendo conto, di quanto siamo diversi. Eppure esco con loro da una vita, e non me ne sono mai accorto.
Fausto insiste:" Francesco; ma non dici nulla? Guarda che hanno preso per il culo anche te."
Lo guardo male.
Poi passo agli altri due:" Ho gli occhi per vedere. Non sono un coglione."
Il mio tono è secco.
Fausto cambia direzione." Veramente hanno chiamato la polizia, a causa tua? "
" Sì."
Giacomo interviene subito:" E cosa ti hanno detto? "
Questa volta scatto." Ma è questo il problema? Cosa mi ha detto la polizia? "
Li guardo, uno ad uno.
"A me non frega nulla. Sembra più un problema vostro, che mio."
Si guardano tra loro.
Finalmente un minimo di disagio compare nei loro sguardi.
Giacomo abbassa un attimo lo sguardo, poi torna su di me.
" Francesco; ma domani ci saranno le uscite? "
Ecco.
Il punto vero.
" Se ve ne andate a casa, sì. Se restate,sicuramente no."
Silenzio.
Nicolas mi fissa:" E tu cosa ci fai qui? Sei con loro? "
Lo guardo, quasi incredulo.
" Se avete visto tutto, come potete pensare che io sia con loro? "
Fausto stringe gli occhi:" Non è che ci vuoi fregare? "
Questa volta sorrido, ma non è un sorriso gentile.
" Non ne ho bisogno con voi."
Li colpisco.
E lo sanno.
Giacomo prova a recuperare.
" Tu resti? "
" Vado a salutare Gaia, e me ne vado."
Nicolas insiste:" Però non ci hai detto, perché sei qui."
" Lasciate perdere. Non sono qui per voi. La vostra presenza è ininfluente."
Fausto scuote la testa, quasi infastidito.
" Quindi non sei con loro, e vai ad interrompere Gaia e Serena, mentre ballano per quei due? "
Giacomo aggiunge:" Adesso si stanno contenendo. Forse si sono accorte, che c'è gente che le conosce."
Li fermo.
Basta.
" La situazione è semplice. Se rimanete, domani non ci sarà alcun incontro al bar. Se ve ne andate, qualche possibilità c’è."
Nicolas sospira:"Andiamo. Per vedere delle ragazze scopare, c'è internet."
Giacomo invece non molla:" Ma vedere Gaia e Serena, che prendono un cazzo, sarebbe diverso."
Lo guardo.
" E secondo voi, se le scopano in macchina? "
Faccio una pausa:” Vivono da soli. Se le portano a casa, e se le scopano nel letto. Più comodità, più porcate."
Nicolas ironizza:” Già. Incularle in macchina, sarebbe scomodo. Sicuramente sono entrambe vergini di culo. Non starebbero mai ferme sui sedili posteriori di una macchina, e i ragazzi non riuscirebbero a fare entrare il cazzo nel culo delle due. C’e’ bisogno che Gaia e Serena si mettano in una posizione comoda, con le braccia ben appoggiate sul letto, e che il ragazzo possa lavorare bene con il suo cazzo, sul buco del culo della ragazza. Aprire il culo di una ragazza, in macchina, non è così semplice.”
Non serve neanche che gli risponda. Sentire un discorso così, aumenta la pena che provo per lui.
Nicolas se ne accorge e prova a rimediare:” Francesco; se riusciranno a scoparsele, proveranno il colpo grosso. Sai anche tu che il rischio è: una volta e poi mai più. Dunque bisogna capitalizzare il più possibile.”
Anche questa volta ritengo che non meriti alcuna risposta.
Temendo che la situazione possa degenerare, Fausto si passa una mano tra i capelli, come per sistemarsi prima di uscire.
" Andiamo. Abbiamo fatto una stupidaggine."
Li fermo un attimo.
" Quando vi hanno beccati, cosa è successo? "
Giacomo risponde:"Ci hanno salutati con la mano. Sorridendo. Ma quelli con loro, ci hanno guardati male."
" Immaginavo."
Nicolas prende la giacca.
" Comunque ce ne andiamo. Ti conviene fare lo stesso, se non vuoi finire male.Sotto casa di Giacomo, il messaggio e' stato chiarissimo."
Prima di andarsene, Giacomo mi domanda:” A proposito, Francesco; noi non abbiamo visto bene, perché i poliziotti ci hanno guardato male. Ma Gaia e Serena si sono baciate con la lingua? Gaia si è messa di spalle, e ci saremmo dovuti avvicinare, ma la situazione era troppo pericolosa. Probabilmente si sono messe così, affinché vedessero solamente i poliziotti.”
La domanda mi coglie impreparato. Non tanto per il contenuto, ma per il modo in cui viene fatta. Non è semplice curiosità: è bisogno di conferma, è il tentativo di ricostruire una scena, che loro non hanno potuto vivere fino in fondo.
Per un attimo resto in silenzio, come se stessi cercando nella memoria qualcosa, che in realtà non ho mai visto davvero.
Poi scelgo la via più semplice. O forse la più onesta.
“ Stavano già ballando, quando sono arrivato. Non so dirvi.”
Le mie parole escono piatte, senza enfasi. Ma, dentro di me, c’è qualcosa che si muove. Perché so che questa non è tutta la verità. O meglio, è la verità dei fatti, ma non quella delle sensazioni.
Avendole viste ballare, la probabilità di essersi limonate a vicenda, è altissima.
Ecco perché i poliziotti si stavano massaggiando i cazzi.
Fausto annuisce appena, come se la risposta gli bastasse davvero. Ma il suo sguardo tradisce altro: lui vorrebbe rivedere la scena al rallentatore, ma non è possibile.
“ Era solamente una curiosità,” aggiunge.
Curiosità.
La parola resta sospesa tra noi, ma suona quasi fuori posto. Perché non è solamente curiosità, quella che li ha portati fin lì, a spiare, a rischiare, ad esporsi. È confronto. È competizione. È bisogno di non sentirsi inferiori, anche se non hanno alcuna speranza, con i poliziotti in gioco.
Li guardo nuovamente, uno per uno.
Giacomo ha ancora quella tensione addosso, come se si aspettasse che qualcuno possa sbucare da un momento al altro. Nicolas invece prova a mascherare tutto con l’ironia, ma è evidente che la scena lo ha colpito, più di quanto voglia ammettere. Fausto è quello che ha capito di più, e proprio per questo parla meno.
Io invece mi sento stranamente distaccato.
Non arrabbiato. Non ferito nel senso classico. Piuttosto direi lucido.
Come se finalmente vedessi le cose per quello che sono, senza filtri.
“ Andiamo,” dice Giacomo, rompendo il silenzio.
Gli altri annuiscono.
Non c’è più nulla da aggiungere.
Li guardo mentre si allontanano, uno accanto al altro, un gruppo che prova a restare tale, anche quando qualcosa lo incrina dal interno.
E, in questo momento, capisco una cosa.
Loro hanno bisogno di condividere tutto, per sentirsi più forti.
Io no.
Io, certe cose, devo capirle da solo.
Resto fermo ancora qualche secondo, poi abbasso lo sguardo sul bicchiere davanti a me.
Ordino ancora da bere.
Ho bisogno di un attimo.
Non per loro.
Per me.
Dopo pochi minuti, Bartolomeo mi raggiunge.
" Ho visto che ci sei riuscito. Il mio collega li ha seguiti,sono andati alle macchine. Puoi andare cinque minuti da Gaia."
Scuoto la testa.
" No, grazie."
Lo guardo:" Il favore non l’ho fatto a voi. L’ho fatto a quei tre deficienti."
Pausa.
" Altrimenti li avreste picchiati."
Bartolomeo non si offende.
Anzi, sembra quasi apprezzare la sincerità.
" Parliamoci chiaro, scopriamo le carte."
Mi fissa.
" Tu hai visto come ballavano Gaia e Serena, giusto? "
Annuisco.
" Secondo te, di cosa hanno voglia? "
Lo guardo:" Non di bere."
Accenna un sorriso.
" Può essere, i nostri due colleghi giovani sono molto belli. Hanno i muscoli. Le portano a casa loro. Io li riporto alle macchine e, su ognuna, salirà una ragazza."
Fa una pausa, poi affonda:" Come finirà la serata? Secondo te? "
Resto in silenzio.
Non ho bisogno di rispondere.
“ Scoperanno o non scoperanno? Può essere che sara' come hai detto tu prima, oppure no.”
Mi guarda fisso negli occhi, prima di continuare:” Vedi; tu parti dal presupposto che, se a Gaia non piacciano gli sfigati, con cui ha passato la serata; non le possa piacere un altro ragazzo. Questo discorso vale anche per Serena.”
Lo interrompo, calmo:" Tutto questo discorso, a che fine? Gaia può fare cosa vuole, alla fine. E non c'entra nulla, se siete poliziotti o meno. Questo discorso vale anche per i miei amici.”
Pausa.
" Come per chiunque altro."
Lui annuisce.
" Giusto."
Continuo io, ormai lucido:" So perfettamente che, se si sono dimostrate mezze frigide con noi, è perché non c'è alcun interesse. Gaia ci ha bollati come sfigati, c'e' poco da recriminare. Non e' Gaia che non ci starebbe con degli sfigati, non ci starebbe proprio nessuna."
Lo guardo negli occhi.
" Con altri si trasformano. È normale.Come sta effettivamente accadendo con i tuoi colleghi."
Bartolomeo sorride.
"Allora Gaia ha ragione; sei intelligente."
Scuoto la testa.
" No. Sono realista, e so i miei limiti."
Bevo un sorso.
"I tuoi colleghi hanno tutto: fisico, sicurezza, indipendenza. Non da ultimo, il fascino della divisa."
Pausa.
" È normale che piacciano."
Annuisce.
" Proprio così."
Respiro lentamente.
" Probabilmente qualsiasi ragazza ci starebbe con loro. La stessa cosa non vale per me: alcune mi direbbero sì, altre no."
Bartolomeo accenna un sorriso ironico.
Riprendo a parlare:” Si punta sempre alla più bella, anche quando non ce la si può permettere."
Continua ad usare l’ironia:" C’è chi è più fortunato, e chi meno."
Appoggio il bicchiere.
" Finisco di bere e me ne torno a piedi."
Lui mi guarda ancora.
" Sicuro che non vuoi parlare con Gaia? Domani potresti pentirtene, se scoperanno. In fondo ti capisco: che tu le parli o meno, lei ha già deciso, cosa farà dopo. Non sono cose, che si improvvisano."
Silenzio.
Poi rispondo.
" Gaia mi ha regalato tre minuti bellissimi, stasera. I più belli della mia vita."
Lo guardo.
"Adesso mi regalerebbe probabilmente altri cinque bellissimi minuti con lei. "
Pausa.
" C’e’ un problema: io valgo più di cinque minuti."
Bartolomeo resta in silenzio.
Mi studia.
" Ma tu hai capito, cosa ti ho detto? "
Lo fisso.
“ Si, che scoperà con il tuo collega.”
Alzo le spalle.
" Non ci vedo nulla di strano.Lui non rientra tra gli sfigati."
Lui insiste:" Cinque minuti sono meglio di niente."
Scuoto la testa.
" Per i miei amici, forse."
Pausa.
" Non per me."
Tiro fuori i soldi e li lascio sul bancone.
" Offro da bere anche a lui."
Mi giro.
" Buonanotte."
Torniamo a Roberto.
"La risposta non la modifico, però porto argomenti a giustificazione:” Come avrei potuto chiederti quelle cose? Pensavo che tu fossi la ragazza di Bruno, e comunque tu mi avevi già detto di aver scelto lui.Che poi non e’ stata neppure una scelta. Io sono brutto e sfigato, non si può neppure parlare di scelta. Anche davanti a Patrizia hai detto che, con me, non faresti mai quelle cose."
Le parole mi escono tutte insieme, senza filtro. Non sto più parlando davvero con lei: sto difendendo un’immagine di me stesso, che sento continuamente sotto attacco.
Ogni frase è un tentativo di spiegarmi, ma anche di giustificare il mio posto.Un posto, che percepisco sempre inferiore.
E proprio mentre finisco di parlare, arriva lo schiaffo.
Secco. Improvviso.
Non è solo il dolore fisico a colpirmi, è lo shock. È come se per un attimo tutto si svuotasse.
Fuori, Bruno e Luca restano immobili.
" Ma che succede? " chiede Luca.
" Che ne so," risponde Bruno, ma la sua voce è più bassa, meno sicura.
Io guardo Lavinia.
Lei cambia subito espressione. Il suo volto si incrina, come se si fosse resa conto in ritardo, di quello che ha fatto.
" Roberto, scusami; io non volevo. Però non capisco, perché tu devi parlarmi sempre di quella. E soprattutto tu ti ricordi sempre quello, che ti fa comodo. Le altre frasi, da me dette, le cancelli. Devi considerare sempre il discorso nella sua interezza, non una singola frase. Sono mortificata, non volevo colpirti. Se può farti stare meglio, puoi ricambiare il gesto."
Le sue parole sono veloci, piene, quasi affannate. Non è solo scusa: è difesa. Sta cercando di spiegare il gesto, di ridargli un senso, che non sia solo rabbia.
Dentro di me succede altro.
Io non penso allo schiaffo, come ad un’ingiustizia.
Lo assorbo.
Voglio subito tranquillizzarla:” Lavinia; io non ti colpirei neppure con un fiore.”
Dove sono stato colpito, la mia compagna di banco mi da una serie di leggeri baci.
“ Va meglio; Roberto? “
Mi sento totalmente sollevato:” Sì, mi sento un re, in questo momento.”
Intanto Bruno riprende a battere sul finestrino.
"Roberto; no. Dille che si deve togliere la maglietta."
Mi giro verso di lui, ma non rispondo. In questo momento il mondo fuori mi sembra distante, quasi irreale.
" Roberto; sei viola in faccia, ti ha fatto molto male. Inizia a lamentarti, così le chiedi molto di più che togliersi la maglietta," aggiunge Luca.
Le loro parole hanno una logica semplice: scambio, vantaggio, rivalsa.
Ma io non riesco a entrare in quella logica.
Lavinia mi guarda in silenzio.
Aspetta.
Mi giro verso i due.
"Mi dispiace, io non ne sono capace: né di colpire Lavinia, né di chiederle quelle cose. Ho sbagliato io, e lo schiaffo me lo sono meritato."
E mentre lo dico, sento qualcosa di preciso dentro di me: non è solo rassegnazione. È il bisogno di mantenere un’immagine coerente di me stesso, anche se mi penalizza.
Bruno però non molla. "Roberto; se vuoi filmo. Poi lo pubblico, e diventi l’eroe della scuola."
Luca tira fuori il cellulare e lo punta verso Lavinia.
E lì succede qualcosa che cambia di nuovo tutto.
Lei si copre il viso con le braccia.
Un gesto semplice, ma completamente diverso da prima. Non è più quella sicura, quella che controlla la scena. È esposta.
" Ti vergogni? Adesso non sei più quella che se la tira? " dice Luca.
" Roberto; levale la maglietta," insiste Bruno.
La mia compagna di banco abbassa ancora di più il viso.
" Roberto; non farmi filmare, ti prego."
Sono impacciato. Loro sono in due, e sono più forti di me.
“ Lavinia; manda un messaggio ad Oceano. La colpa è tua, che gli hai detto di non venirti a prendere. Con Oceano non si sarebbero comportati così."
Le parole mi escono rigide, quasi meccaniche. Non è davvero una soluzione: è un modo per spostare il problema, per chiamare qualcuno, che rappresenta forza, controllo. Qualcosa che io sento, di non avere.
Lavinia mi guarda subito, senza esitare.
" Oceano non c'entra nulla. Se lo metto in mezzo, poi sì che scoppiano casini; e se la prende anche con te."
La sua risposta è lucida, più della mia. Lei sta già pensando alle conseguenze, mentre io sto solo cercando una via d’uscita immediata.
" Vado alla guida e ce ne andiamo."
È l’altra opzione: fuga. Diretta, semplice.
"No, fagli solamente togliere il cellulare."
Rifiuta anche questa. Non vuole scappare. Vuole che la situazione venga gestita qui, senza escalation.
Fuori dalla macchina, la pressione aumenta.
" Luca toglie il cellulare, ma tu ti togli la maglietta," dice Bruno.
" Capo; ma no. Dobbiamo filmarla. Tutta la scuola deve vederla con le tette nude. Roberto così si vendicherà anche di come è stato trattato, da quando la stronza è arrivata a scuola," aggiunge Luca.
Le loro parole creano una narrativa diversa, tossica, ma seducente: trasformano la mia insicurezza, in una possibilità di riscatto. Mi offrono un ruolo.
Bruno annuisce.
" Giusto."
Poi mi guarda.
" Roberto; vendicati e vendica noi. Tieni alto l'orgoglio maschile. Diventerai il nuovo leader della scuola."
Per un attimo sento il peso di quella proposta. Non perché la voglia davvero,ma perché tocca un punto fragile: il bisogno di essere visto, riconosciuto, rispettato.
" Bruno; io non posso competere con te."
La mia risposta è sincera, quasi disarmante. Non mi sento al altezza del mio compagno di classe.
Lavinia interviene, con la solita ironia tagliente.
" Come lustrascarpe, no sicuramente."
Bruno reagisce subito, colpendo la portiera con un pugno.
" Stai zitta, tu."
Il rumore è secco. Mi fa sussultare.
" Bruno; la macchina. La portiera potrebbe cedere. È molto vecchia la macchina."
È una frase fuori posto, lo so. Ma è l’unica cosa concreta, a cui riesco ad aggrapparmi in questo momento.
" Ne compri una nuova, al massimo. Dimenticavo, che non avete i soldi."
L’attacco cambia bersaglio. Diventa personale.
" Si vede coi soldi, cosa raccogli," ribatte Lavinia, senza perdere il tono.
Bruno colpisce ancora la macchina.
" Roberto; toglile la maglietta; così abbasserà la cresta.Smetterà di tirarsela, di credere di avere la figa, solamente lei. Se la umili, automaticamente la sottometti a te, e farà tutte le porcate che vorrai. Avrà la nomea della puttana della scuola, e non potrà più tirarsi indietro. I ragazzi della scuola le allargheranno la figa e il culo. I suoi buchi diventeranno grandi quanto delle caverne."
Mi giro verso Lavinia.
Lei resta in silenzio.
Poi, quando incrocia il mio sguardo, lo abbassa.
Ed io interpreto quel gesto nel modo peggiore possibile: penso che si vergogni di me. Che veda la mia incapacità, la mia indecisione.
Dentro di me si forma un giudizio netto.
Sono un codardo.
Non sono capace di difenderla.
Sto sbagliando di nuovo.
La vergogna cresce, si mescola alla paura. E quando queste due emozioni si sommano, il pensiero si restringe: non cerco più la soluzione migliore, cerco l’unica via che mi sembra possibile.
Agisco.
Prendo il cellulare ed entro su whatsapp.
" Roberto; cosa fai? " mi chiede la mia compagna di banco.
" Niente."
Mentire diventa automatico, ma intanto ho già mandato il messaggio.
Spengo il telefono subito dopo, quasi in modo compulsivo. Non voglio che venga annullato, non voglio ripensarci. E non voglio neanche che Lavinia provi a farlo.
" Roberto; cosa hai fatto? "
La sua voce è cambiata. C’è tensione adesso.
" Ho mandato un messaggio ad Oceano, dicendo di venirci a salvare."
Questa parola esce senza filtri. Ed è rivelatrice: in questo momento io non mi vedo come qualcuno che può gestire la situazione, ma come qualcuno che deve essere tirato fuori.
Lavinia reagisce immediatamente:" Cancellalo subito, o poi non potremo più passare del tempo assieme."
E qui arriva un altro colpo, diverso dagli altri.
Non è fisico, è relazionale.
Mi sta dicendo che la mia scelta, ha un costo. Che il mio modo di affrontare la situazione, cambia il modo in cui lei vede me.
E resto fermo, con il telefono spento in mano, diviso tra due paure. Quella di non essere abbastanza coraggioso per affrontare gli altri, e quella di essere una totale delusione per lei.
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