tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 62 )
29.04.2026 |
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"Per me, invece, venirmi incontro avrebbe significato fermarsi, capire, rallentare..."
La guardo.Anche una volta, non c’è esitazione da parte mia:“ Io non spoglio una, che mi vede come un amico. Questa cosa non esiste proprio.”
La mia voce è fredda, diretta.
Non c’è più bisogno di filtri.
“ Questa cosa l’hai studiata, per intrigare Bartolomeo. Ovvio che a lui va bene, tanto poi ti fa spogliare davanti ai suoi colleghi.”
Le mie parole colpiscono, non perché siano urlate, ma perché sono precise.
Vanno dritte ad un punto che, fino a questo momento, nessuno aveva esplicitato.
Gaia reagisce, ma non con rabbia, questa volta:“ Francesco; però calmati. Stiamo solamente cercando un modo, che vada bene a te.”
Ed è proprio ora che comprendo, che non ha capito niente.
O forse semplicemente non vuole capire.
Per lei è ancora una questione di trovare la formula giusta, la combinazione che tenga tutti dentro al gioco; ma io non voglio più giocare.
La guardo, e le trasmetto la mia distanza reale, netta:” A me non va bene alcun modo.”
La frase è semplice, ma definitiva.
Dentro di me, qualcosa si è riallineato.
Fino a poco prima cercavo di adattarmi, di trovare un compromesso, di restare dentro la situazione, senza perdere completamente me stesso.
Adesso no: ho capito che il problema non è come partecipare, è perché partecipare.
E la risposta è chiara: non c’è più niente qui,che io voglia davvero, a queste condizioni. Alle condizioni imposte da Gaia.
Gaia mi dice:“ Francesco; fino ad un minuto fa, il problema erano le manette. Adesso qual'è il problema? ”
La sua voce è più dura, più tagliente. Non cerca più di accarezzare la situazione, la vuole dominare.
Io invece mi ritraggo. Giro la testa verso il finestrino, come se fuori ci fosse una via di fuga. In realtà c’è solo il riflesso della mia faccia: occhi lucidi, mascella contratta, uno che sta perdendo il controllo, pezzo dopo pezzo.
Dentro di me la risposta è chiarissima. Il problema non sono mai state le manette, il problema è lei. È il modo in cui mi tiene sospeso, il modo in cui mi include e mi esclude, nello stesso istante.
Non le rispondo.
La mia compagna di università insiste:“ Francesco; guardami.”
C’è bisogno di controllo anche qui. Vuole riportarmi dentro la scena, dentro il suo gioco. Vuole che io partecipi, anche contro la mia volontà.
Io resto fermo. Se la guardo, cedo, rientro nel meccanismo.
Bartolomeo interviene: “Gaia; proviamo. Vedrai che, appena inizierai a rimanere senza vestiti, si girerà a guardarti. Non riuscirà a resistere. Chi ce la farebbe a non guardare le tue tette nude, a mezzo metro di distanza? Chi non avrebbe voglia di annusare la tua figa nuda, considerando la vostra esigua distanza? Chissà che buon profumo emana, la tua figa nuda.”
La sua voce è calma, quasi didattica. E’ coinvolto emotivamente, ma miliardi di volte meno di me. Analizza, propone soluzioni. Per lui è un esperimento sociale, per me è un crollo.
Gaia risponde: “Ok, proviamo.”
E quel semplice ok, mi attraversa come una lama.
In questo momento qualcosa, dentro di me, cede di nuovo. Le lacrime tornano, senza chiedere il permesso. È un riflesso, non una scelta. Il corpo reagisce prima della testa.
Mi sento ridicolo, mi sento piccolo, mi sento fuori posto.
La mia mente corre veloce:a venti anni, ammanettato, in macchina, con la ragazza di cui sono innamorato, e un altro uomo; che lei guarda in un modo, che non ha mai usato con me. La scena è chiara, brutale. Io non sono dentro il gioco, io sono l’oggetto del gioco.
Poi lo sento.
Un suono leggero, quasi impercettibile, ma lo riconosco subito. È lo stesso suono di prima, a casa di Giacomo. Un bottone che si apre.
E lì non reggo più.
“ Ma ti rendi conto, di quanto fai schifo? Vai con un vecchio. ”
Le parole escono da sole, senza filtro. Non sono pensate, sono difensive. Sono l’unico modo che ho, per non crollare completamente: trasformare il dolore in attacco.
Gaia mi dice: “Francesco; ha solamente aperto il bottone dei miei jeans. Appena ti ha sentito urlare, ha interrotto. Questa cosa è stata già fatta a casa di Giacomo. Lì andava bene, ed ora non va più bene? Spiegami questa cosa. Devi riprendere il controllo.”
Lei cerca una logica, vuole coerenza. Ma non capisce, o finge di non capire, che il contesto cambia tutto. Ora è un triangolo sbilanciato.
Io non sto vivendo la stessa scena, sto vivendo una perdita.
Rispondo, ancora urlando: “Solamente nel mio letto, ritroverò il controllo. Forse.”
È una confessione, più che una risposta. Sto dicendo che qui non ho più spazio, non ho più un'identità.
Bartolomeo tace. Osserva. È lucido. Sa che intervenire adesso, significherebbe peggiorare le cose.
Gaia insiste: “Francesco; voglio che vieni anche tu, a casa del ragazzo. Adesso siamo solamente in tre, e possiamo fare una prova, impiegando tutto il tempo che ti serve. Non abbiamo fretta. Come ti ha detto Bartolomeo, a casa del ragazzo possiamo andare domani. La cosa più importante è che tu ti abitui alla cosa e così, a casa del poliziotto, rimarrai indifferente al mio spogliarello.”
Lei continua a spostare il discorso sul piano razionale, progressivo.Abituarti,indifferente. Sta cercando di normalizzare qualcosa, che per me è emotivamente ingestibile.
Io esplodo:“ Veramente credi a tutte le cazzate, che dici? ”
Questa volta mi giro. Non verso di lei, ma verso Bartolomeo. Ormai, nella mia testa, è lui il centro. Lui è la prova concreta,. che io non basto.
Gaia se ne accorge subito: “Guarda me, non lui. Bartolomeo non c’entra nulla. Il discorso è tra me e te. Ora c’è lui, dopo c’è il poliziotto più giovane. Le due persone centrali rimaniamo io e te.”
E qui scoppio a ridere.
Una risata vuota. Isterica.
“ Sei la ragazza di Bartolomeo, e lui non sarebbe centrale? Sarei centrale io?”
La mia mente rifiuta la sua narrazione. La vede come una costruzione artificiale, una giustificazione per tenere tutto sotto controllo.
“ Ti ripeto, credi a tutte le stupidaggini, che dici? ”
Adesso non sto più discutendo, sto demolendo. Perché è l’unico modo che ho, per difendermi.
“ Sai perché ti spoglierai davanti a loro? Non perché intriga a te o a me, ma per intrigare lui. È questa la verità. Tutto il resto sono tue giustificazioni frivole, senza alcun senso.”
Sto proiettando. Sto cercando una causa esterna, per dare ordine al caos interno.
Gaia prova a difendersi, ribadendo quanto detto in precedenza:“È una cosa goliardica. Ti ho già detto, che non succederà nulla.”
Io sorrido amaramente. Non credo più a niente.
“ D’accordo; mi metti le manette in quella casa, o mi porti in manette? E poi, dopo lo spogliarello? Vai in camera con lui? E vuoi dirmi che, in camera, non succederà nulla? ”
Ogni frase è un gradino più giù.
“ Giusto, non essendo in quella stanza, per me è come se non succedesse nulla.”
È sarcasmo, ma è anche dolore puro. Sto dicendo: cancelli la realtà, per renderla sopportabile.
Poi cala il silenzio,un silenzio pesante.
Dentro questo silenzio, la verità è già emersa: io non sto litigando con Gaia, sto cercando di proteggermi da lei.
Bartolomeo rompe il silenzio con una lucidità, che fino a questo momento aveva tenuto nascosta:“ Gaia; scusa se ti contraddico su un punto. Non puoi dire a Francesco, che resterà indifferente al tuo spogliarello, a casa del mio collega. Se gli dici così, è ovvio che lo smonti.”
Il suo tono è pacato, ma fermo. Non è più solo spettatore: sta correggendo la dinamica. Sta mettendo ordine, dove fino a questo momento c’era solo tensione emotiva.
Io colgo subito questa apertura, ma la uso in modo opposto. Non per ricostruire, ma per affondare.
“ Non ci arriva. Non si è neppure accorta che, da qualche minuto, il mio cazzo è tornato molle.”
Le parole escono fredde, quasi piatte, ma è una freddezza costruita. È una difesa. Dentro, l’indifferenza non esiste: c’è solo saturazione emotiva. Ho sentito troppo, troppo in fretta, e adesso il sistema si spegne, per non esplodere.
Gaia si gira verso Bartolomeo, non verso di me.
E questo dettaglio, minuscolo al apparenza, dentro di me pesa come una conferma. È come se cercasse in lui una validazione, una lettura della situazione, che le sfugge.
Non mi tiro indietro, addirittura rilancio:” Gaia; per favore, siediti su di lui. Resto ugualmente a parlare. Cambiando posto, lui apprezzerà, e anche tu.Gli farai tirare il cazzo, e ti sentirai anche tu più soddisfatta, come ragazza.”
Gaia mi guarda, rimanendo in silenzio. Non parla, non reagisce subito. I suoi occhi si fermano su di me, ma non riesco a capire cosa stia pensando. Sembra riflettere, ma potrebbe anche solo stare prendendo tempo. Con lei non si capisce mai fino in fondo, dove finisce l’istinto e dove inizia il calcolo.
Questo silenzio però, invece di calmarmi, mi spinge ancora di più a parlare.
È come se avessi bisogno di riempirlo, di non lasciarle spazio. Se parla lei, ho paura di rientrare nel suo gioco; se invece continuo io, almeno resto aggrappato a qualcosa di mio.
Sento che sto perdendo il controllo,ma allo stesso tempo non riesco a fermarmi.
Le parole iniziano a uscire una dietro l’altra, senza più filtro. Non sto più scegliendo cosa dire, sto solo svuotando.
Dentro di me si è accumulata troppa tensione: gelosia, frustrazione, senso di inferiorità, rabbia. Tutte emozioni, che fino a poco prima cercavo di contenere, di rendere razionali, di trasformare in discorsi lucidi; ma adesso non reggono più quella forma.
Adesso sono grezze, dirette, quasi violente.
E mentre parlo, mi rendo conto di una cosa: non sto cercando di convincere lei, non sto cercando di avere ragione.
Sto cercando di liberarmi.
Ogni frase è un tentativo di prendere distanza, da quello che sto vivendo; di spezzare quel legame che, nonostante tutto, continua a tenermi incollato a lei.
La guardo, ma è uno sguardo diverso. Non c’è più attesa, non c’è più speranza.
C’è solo una specie di sfida silenziosa.
Come se le stessi dicendo: adesso dimmi qualcosa, che possa davvero cambiare quello che sento.
In realtà, nel profondo, so già che non esiste nulla, che possa farlo.
“ Tante belle parole sugli step, sulla sfida, e poi erano tutte prese in giro. Tu hai già l’uomo.”
“Francesco; guardami.”
Ma io non la guardo.
“ Gaia; hai stravinto, io ho perso. Ammetto la sconfitta.”
Gaia guarda Bartolomeo, che le passa le chiavi delle manette. Infila la chiavetta nella piccola serratura, e sento il click. Le manette si aprono.
Il metallo lascia i miei polsi, ma la sensazione di costrizione resta.
“ Francesco; era un gioco, ma tu non sei riuscito ad entrarci.”
La guardo finalmente, e questa volta non trattengo nulla.
“Gaia; sei bella quanto vuoi, ma caratterialmente fai schifo.”
Le parole cadono pesanti.
“ E ora fammi pure picchiare da lui, non me ne frega più nulla.”
Gaia torna a guardare Bartolomeo.
Io invece sento solo il vuoto, come se qualcosa dentro si fosse spento definitivamente.
“ Francesco; ti calmi? “
Mi giro verso Bartolomeo.
E in questo momento non vedo più un uomo qualsiasi, vedo l’uomo di Gaia.
È un’etichetta, che si incolla alla mia mente, e non se ne va.
E crollo.
Le lacrime tornano senza più controllo.
Non è solo dolore, è la fine di un’illusione.
È il momento in cui capisco, che non stavo perdendo Gaia. Gaia non è mai stata mia.
Stavo perdendo l’idea, che avevo costruito su di lei.
E questa cosa, forse, fa ancora più male.
Dico a Gaia:” Spostati; siediti su di lui. Io voglio andare a casa.”
La mia voce è bassa, ma definitiva. Non è più una reazione impulsiva, è una decisione. È il primo momento della serata in cui non sto inseguendo, non sto cercando di capire, non sto subendo. Sto uscendo.
Gaia mi guarda in silenzio. Nei suoi occhi passa qualcosa: forse sorpresa, forse fastidio. Poi, senza discutere, si sposta. Si appoggia sulle ginocchia di Bartolomeo, che arretra il sedile, per farle spazio. Il movimento è naturale, quasi collaudato.
E questa naturalezza, dentro di me, fa più male di tutto il resto.
“ Francesco; ho sbagliato a baciarlo, ma non è successo nulla.Appena ti sei lamentato dell'apertura del bottone, Bartolomeo ha smesso subito. Lui si e' comportato bene, ed anche io. Non c'e' stata alcuna forzatura nei tuoi confronti. Forse ho provato un po’ a spronarti, ma niente di più."
La ascolto, ma a distanza. Le sue parole cercano di ridimensionare, di normalizzare. Sta provando a riportare tutto su un piano accettabile, ma ormai non è più questo il punto.
Non è il bacio,non è il gesto.
È quello che rappresenta.
Bartolomeo interviene, rafforzando la sua versione:” Francesco; è stato un bacio affettuoso, e basta. Non c'è stata passione, ne coinvolgimento. Ne io ne Gaia abbiamo usato la lingua. Gaia non si e' neppure tolta le scarpe; quindi direi che non puoi neppure dire, che ha iniziato a spogliarsi. Più fai così, più allontanerai Gaia. Non è successo nulla, eppure piangi come un bambino."
Non c’è stata passione, non c’è stato coinvolgimento.
Io lo guardo, mentre parla. Mi asciugo le lacrime, con la camicia. Il gesto è automatico, quasi infantile, ma non riesco a farne a meno.
“Io non volevo, mi avete obbligato ad assistere.”
Questa è la mia verità emotiva, anche se razionalmente è fragile. Non sono stato costretto fisicamente, ma psicologicamente sì. Sono rimasto, perché non sono riuscito ad andarmene prima.
Bartolomeo scuote la testa. Non accetta questa lettura.
“ No, Francesco; tu hai detto, che da Gaia ti saresti lasciato mettere le manette. Vuoi sapere la verità? Al tuo posto, avrei accettato anche io. E ti ho anche detto: invertiamo i ruoli, non c'e' alcun problema. Non ho proprio capito il tuo comportamento. Se mi piace una, voglio farla felice. Devo andare incontro alle sue esigenze, come lei deve venire incontro alle mie."
Lui ragiona in termini di scelta, di controllo, di responsabilità. Io in termini di coinvolgimento emotivo.
Due piani completamente diversi.
Gaia prova a toccarmi, abbassandosi leggermente. Una mano sulla mia.
La ritraggo subito.
Questo gesto è più forte di mille parole. È rifiuto, è distanza, è difesa.
“ E Gaia; dove mi sarebbe venuta incontro? ”
La mia compagna di università sembra sorpresa dalla mia domanda.
“ Francesco; ma me lo stai chiedendo veramente? Non ci arrivi da solo? ”
Il suo tono non è duro, ma incredulo. Come se per lei la risposta fosse evidente, quasi banale. E proprio questa sicurezza mi disorienta ancora di più.
La guardo.
Resto in silenzio, perché davvero non ci arrivo.
O forse sì, ma non voglio arrivarci. Perché significherebbe accettare una versione dei fatti, che non mi appartiene, che non sento mia.
Dentro di me c’è solo confusione.
Una confusione pesante, stanca, che non ha più la forza di trasformarsi in rabbia. È come se tutto quello che è successo, avesse superato la mia capacità di elaborazione.
Bartolomeo interviene con quella calma, che ormai lo caratterizza:“È tutta la sera, che Gaia ti viene incontro.”
La frase resta sospesa nel aria.
Io la sento, ma non la accolgo.
Venirmi incontro, nella loro logica, significa adattarmi al loro gioco, accettare le loro regole, restare dentro una dinamica, che mi ha già fatto male.
Per me, invece, venirmi incontro avrebbe significato fermarsi, capire, rallentare.
Sono due definizioni completamente diverse.
E in questo momento capisco una cosa semplice, ma pesante: stiamo parlando la stessa lingua, ma non ci stiamo capendo.
Li guardo entrambi, poi abbasso lo sguardo.
Non ho voglia di approfondire, non perché non ci siano cose da dire, ma perché so già come andrebbe a finire. Loro sono più lucidi, più compatti, più sicuri. Io sono fragile, emotivamente esposto.
E in questo stato,potrei persino iniziare a dubitare di me stesso.
Potrebbero convincermi che ho esagerato, che ho sbagliato tutto, che la realtà è quella che vedono loro.
In poche parole: il lavaggio del cervello.
E questo, più di tutto, mi fa paura.
Perdere Gaia fa male, ma perdere il senso di quello che provo, farebbe ancora più male.
Così resto in silenzio, sia per debolezza, sia per difendere quel poco, che mi è rimasto di me.
“ Francesco; fai l’uomo, non il bambino.”
Questa frase di Bartolomeo mi colpisce, ma non come lui vorrebbe. Non mi rafforza, mi irrigidisce.
Dentro di me so che non sto facendo il bambino, sto semplicemente reagendo a qualcosa che mi ha superato.
Respiro a fatica. Poi piano piano torna regolare.
Le lacrime si fermano.
Non perché sto meglio, ma perché mi sto spegnendo.
Gaia diventa quasi invisibile. Non la guardo più davvero. È come se stessi chiudendo il canale emotivo con lei.
Bartolomeo continua a parlare:” Se Gaia si fosse spogliata , non sarebbe comunque successo nulla. Anzi, una cosa sarebbe successa: l’avresti vista nuda.E non riesco a capire, perché non hai voluto che ciò accadesse.”
Stanno proprio tentando di farmi il lavaggio del cervello, ma non ci riusciranno. Io non sono come i miei amici, io sono diverso.Nonostante i loro tentativi, sono perfettamente conscio di come siano andate le cose.
“ Francesco; svegliati. Gaia ha specificato: guardare e non toccare. E valeva per entrambi. Francesco; leggi la situazione in modo corretto e obiettivo. Non sei uno sfigato, però adesso stai ragionando come uno sfigato."
Gaia si limita a dire:” Francesco; Bartolomeo ha ragione.”
Il poliziotto continua a parlare, come se fosse un giradischi:” Avresti dovuto goderti il momento, e basta. Magari, pur con le manette, una palpata alle tette te l’avrebbe concessa. O forse si sarebbe lasciata baciare la figa. Invece sei riuscito a rovinare la serata a te stesso, e anche a lei."
Non riusciranno a convincermi. Le loro parole evaporano come bolle di sapone.
“ Siete ancora in tempo, ad andare a casa del tuo collega."
La mia frase è un’ ovvia provocazione, e sortisce l’effetto opposto.
Infatti mi risponde:” Ora ci andiamo, ma non cambierà nulla."
Certo che ci andranno. E’ il loro obiettivo da inizio serata.
Apro lo sportello. L’aria fuori è diversa. Più fredda, più reale.
Prima di scendere, la guardo un’ultima volta.
Gaia mi dice: “Il mio cellulare resterà acceso; Francesco.”
È un tentativo di tenere un filo, ma Bartolomeo lo taglia subito.
Le prende il telefono, lo spegne.
Quel gesto è simbolico. Decide lui. Chiude lui. Impone lui una direzione.
Gaia non si oppone.
E questo basta.
Il poliziotto mette addirittura il suo sigillo:” Il ragazzo deve crescere di testa. È troppo infantile. Io mi sarei comportato proprio l'opposto di lui. E ho più del doppio dei suoi anni. Lui dovrebbe avere una mentalità più aperta, invece si è comportato come il classico sfigato."
La mia compagna di università accetta tale sentenza.
“ Francesco; buonanotte. Ci vediamo domani al bar.”
Non è più un invito, è una chiusura formale.
Mi hanno mandato via, c’è lo spogliarello in programma.
Scendo senza salutare.
Cammino.
Poi la voce di Bartolomeo mi richiama:“ Niente stupidaggini, domani.”
Mi fermo. Stringo i pugni. Non mi giro.
“Domani ci sarò sicuramente al bar. Non vedo l’ora che sia domani.”
E in questa frase c’è tutto: rabbia, orgoglio, bisogno di riscatto.
Lo sento avvicinarsi:” Un consiglio. Niente domande a Gaia, sul fine serata . Meglio che parliate d'altro. Saprai, ma farai finta di niente."
Io accetto.
Non perché sono d’accordo, ma perché non ho più energie per oppormi.
Bartolomeo mi dà una pacca sulla spalla:” Lo spero. Lo dico per te.”
È una frase che suona come un consiglio, ma dentro ha qualcosa di più duro, quasi un giudizio. Io la sento addosso come un peso.
Mi giro per aprire il portone, deciso a chiudere tutto: la serata, loro, quella sensazione di essere stato messo in un angolo;quando mio padre appare davanti a me.
La sua presenza rompe la scena. È come se improvvisamente entrasse un testimone esterno, qualcuno che non dovrebbe vedere niente di tutto questo.
“ Francesco; ma cosa succede? “
Rispondo subito:” Niente.”
La mia risposta è automatica, difensiva. Non è vero ovviamente, ma non saprei nemmeno da dove iniziare.
Lui insiste:” Ma chi è quest’uomo? “
Prima che io possa dire qualcosa, Bartolomeo interviene:” Sono il padre di Gaia.”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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