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E' un mondo difficile ( capitolo 77 )


di chiara94
15.06.2026    |    479    |    186 5.1
"Intervengo soprattutto per mettere fine a un'illusione, che sta diventando sempre più spiacevole..."
Sicuramente Gaia sa che sto ascoltando, o quantomeno lo immagina. Preferisco comunque rimanere neutrale, senza intromettermi. La mia compagna di università è troppo imprevedibile; ogni sua parola sembra avere più significati, contemporaneamente. Per questo motivo scelgo di restare ai margini della partita, in attesa di capire quali siano davvero le regole del gioco. Quelle autentiche, non quelle che vengono mostrate agli altri.

Di fronte a questa ostentata sicurezza e rigida volontà di Gaia, mio padre arretra totalmente:“ D’accordo; però aiutami a capire meglio, altrimenti non vi posso aiutare.”
“ Mi chieda pure, non c’e’ alcun problema.”
“Gaia; io ho assistito a tutta la scena del soccorso. E’ vero che ha fatto tutto per farti riprendere, però è stata una scena molto eccitante. Quel tipo è stato molto spregiudicato.”
La mia compagna di università scuote la testa, non condividendo l'analisi del suo interlocutore.
Prova a dare una spiegazione alternativa:“E’ stato solamente professionale.”
“Sarà come dici, però mi è venuto duro, assistendo a quella scena.”
Gaia spalanca gli occhi, quasi sorpresa.Mio padre non si fa problemi a dire le cose come stanno,cercando forse di cogliere qualche segnale da parte sua.
“ Io non me ne sono resa conto, glielo assicuro. Non stavo bene, e dunque ogni altra cosa è passata in secondo piano.”
La reazione di Gaia appare spontanea. Per un attimo sembra uscire dalla posizione di controllo, che ha mantenuto per gran parte della serata. Non contesta direttamente quanto detto da mio padre; preferisce spostare l'attenzione sul proprio malessere fisico; quasi a sottolineare che, in quel momento, le sue priorità erano completamente diverse.
Forse essendosi reso conto di aver parlato troppo,mio padre cerca un salvagente:“Questo piccolo segreto dovrà rimanere tra noi due. Tuo padre e Francesco non capirebbero.”
Gaia lo rassicura:“ Non si preoccupi. Il suo segreto è in una cassaforte. E poi non credo che sia successo, per quanto ha visto. Alcune mie amiche mi hanno detto, che quel fenomeno può derivare, anche da problemi alla circolazione sanguigna e di pressione.”
Mio padre annuisce:“ Sì, hai ragione. Sarà andata, come hai detto. Comunque torniamo a noi. Dimentichiamoci cosa è successo, quando sei stata male. Parliamo di quanto successo prima.Il barista ci ha già provato?”

Lei tentenna appena:“Voleva che lo accompagnassi nel retro.”
Nel modo in cui lo dice, non c’è indignazione. Piuttosto emerge una sfumatura diversa: la curiosità di chi sta cercando di comprendere, il significato di un’attenzione ricevuta. Gaia appare sospesa tra il desiderio di sentirsi desiderata, e il bisogno di mantenere il controllo della situazione.
“Se ci vai, come minimo ti ficca la lingua in bocca, e ti spoglia. Se è uno esigente, pretenderà che che gli succhi l’uccello.”
Gaia resta in silenzio.
Quel silenzio pesa più di molte parole. Non interrompe, non approva, non contesta. Semplicemente lascia che il discorso continui. Mio padre interpreta quel silenzio come attenzione, e prende sempre più sicurezza, assumendo quasi il ruolo dell’uomo esperto, che spiega il funzionamento del mondo.
"Gaia; uno che ci sa un po’ fare, ti spoglia in un attimo, vestita così.Apre il bottone, e la gonna scivola giù, senza nemmeno che te ne accorgi. Prende i bordi delle collant e delle mutandine, tira in modo energico verso il basso, e ti ritrovi privata di entrambi gli indumenti. CI vuole poi un secondo a far saltare i bottoni della tua camicetta, e abbassare le coppe del tuo reggiseno. In meno di un minuto, sei praticamente nuda. A quel punto, non ti lascerà rivestire. Di tua spontanea volontà ti toglierai tutto, per evitare che ti rompa i vestiti. Nuda o mezza nuda, cambia poco; non credi? Non stavi bene, e dunque l’ha fatto per la tua salute, ma è riuscito ad aprirti la camicetta in un attimo. Poi anche come ha massaggiato i tuoi piedi e i tuoi polpacci. Tu non hai detto nulla, non ti sei ribellata. Nella sua testa, tu ci sei stata. Non hai alcuna via di fuga. Quello è uno molto deciso. E’ uno di quelli che ti fa rimanere nuda, senza che tu te ne renda conto."

Gaia lo ascolta, senza interromperlo.
Dal punto di vista psicologico, il suo atteggiamento è interessante. Non sembra voler alimentare il discorso, ma neppure interromperlo. È come se stesse lasciando che mio padre sviluppi liberamente il proprio ragionamento, osservandolo dall'esterno. In questo modo evita il conflitto diretto e, contemporaneamente, raccoglie informazioni, su come lui interpreta la situazione.
Dentro di lei sembrano convivere emozioni contrastanti. Da una parte il disagio di sentirsi descritta in quel modo; dal altra la consapevolezza di essere al centro dell’attenzione. È una contraddizione, che l’accompagna per tutta la serata.
Nonostante tutto, prova a riportare il discorso su un piano più semplice:“Voleva farmi vedere qualcosa.”
Mio padre sorride appena:“Voleva mostrarti il suo cazzo. Ai miei tempi si usava trovare come scusa, il mostrare la collezione di farfalle; ora non c’è più nemmeno quel minimo senso di pudore. Non ha cercato neanche di mascherare la cosa. Avrebbe potuto chiederti di aiutarlo a portare qualcosa al bar, oppure avrebbe potuto chiederti di aiutarlo a cucinare qualcosa, o ancora avrebbe potuto chiederti di dargli un consiglio, su come sistemare le cose nel congelatore. Niente di tutto ciò, è stato completamente diretto. Tirare subito fuori il cazzo, fartelo prendere in mano, e poi mettertelo in bocca."

Gaia continua a non replicare.
Probabilmente non perché condivida il discorso, ma perché si rende conto, che mio padre sta costruendo una propria interpretazione della situazione. Interromperlo significherebbe entrare in un confronto, che non sembra avere alcuna utilità.
Io continuo ad ascoltare, senza intervenire. Più la conversazione procede, più mi accorgo che nessuno dei due sta realmente parlando del barista. Mio padre sta parlando delle proprie convinzioni, delle proprie esperienze, e del modo in cui interpreta i rapporti tra maschi e femmine. Gaia, invece, sembra impegnata soprattutto a gestire le conseguenze emotive di quelle interpretazioni.

Poi mio padre aggiunge:“E poi credi che si accontenterà della battaglia, lingua contro lingua? Forse per un minuto, al massimo due. Poi ti costringerà a inginocchiarti, e troverai già il suo cazzo già fuori, pronto ad entrare nella tua bocca.”
Anche stavolta Gaia tace.
Ormai la conversazione è completamente guidata da lui. Lei ascolta, osserva, valuta. È quasi un ribaltamento dei ruoli: l’uomo, che vuole apparire sicuro di sé, parla senza sosta; la ragazza, che normalmente domina la scena, resta sorprendentemente passiva.
Dal mio punto di vista, la situazione assume quasi un carattere paradossale. Mio padre interpreta quel silenzio, come una forma di attenzione e di interesse. Gaia, invece, sembra usare il silenzio, come uno strumento di osservazione. Più lui parla, più lei comprende, come lui vede il mondo.
Io rimango fermo, apparentemente concentrato sulla partita. In realtà continuo a seguire ogni parola. Non intervengo perché ho la sensazione che, qualsiasi tentativo di inserirmi nella conversazione, finirebbe per alterare un equilibrio già estremamente fragile.
Per la prima volta, durante la serata, Gaia non è la persona che guida il dialogo.
Ed è forse proprio questa, la cosa più insolita di tutte.

Abbasso lo sguardo sotto il tavolo, senza farmi notare.
Mi sembra di cogliere una certa agitazione in mio padre; un coinvolgimento emotivo, che va oltre la semplice conversazione.Non vorrei essere volgare, ma voglio essere schietto: ha il cazzo duro, e lo sta massaggiando sui pantaloni. Non so se Gaia se ne accorga davvero, oppure se preferisca ignorarlo. In alcuni momenti ho l'impressione, che lei noti molto più, di quanto lasci trasparire; in altri, invece, sembra scegliere consapevolmente quali aspetti osservare, e quali lasciare sullo sfondo. È una modalità, che le ho visto utilizzare spesso: non negare ciò che accade, ma decidere quanto peso attribuirgli.

Infine mio padre cambia tono e torna improvvisamente pratico:“Hai almeno un preservativo? I ragazzi,di oggi, non hanno testa. Mettono incinta le ragazze, senza preoccuparsi delle conseguenze. Poi spariscono, o non riconoscono il figlio. Rimangono comunque tante seccature, per te che ti trovi, a venti anni, a dover crescere un figlio, da sola.”
Gaia risponde sottovoce:“Ne ho uno, che mi ha dato Francesco, per ogni evenienza.”
La risposta arriva senza esitazioni. Gaia non cerca di nascondere il fatto, né di minimizzare. Lo espone con naturalezza, come se stesse fornendo un semplice dato oggettivo. Eppure quella frase introduce improvvisamente me, all'interno della conversazione, anche se continuo a restarne fuori.
Mio padre sembra collegare tutti i pezzi:“Allora ha accettato l’amicizia. Consegnarti un profilattico, è come averti autorizzato a fare sesso, altrimenti non te lo avrebbe mai dato. Però, adesso, ci soffre ancora parecchio. E’ passato ancora troppo poco tempo, da quando ha scoperto il tuo disinteresse.”
Gaia annuisce lentamente:“Lo so.”
Quel semplice “Lo so” appare come una delle poche frasi completamente sincere della serata.

Per un attimo cade ogni maschera.
Non c’è provocazione,non c’è ironia,non c’è strategia.
C’è soltanto la consapevolezza del dolore che provo.
E forse, proprio per questo, quella risposta risulta più pesante, di qualsiasi altra parola pronunciata fino a questo momento.
In quelle due parole non sento né pentimento, né soddisfazione. Sento piuttosto una presa d'atto. Gaia comprende la situazione emotiva, che sto vivendo. Non la scopre in questo momento: la conosce già. La differenza è che, per una volta, non prova a reinterpretarla o a spiegarla. Si limita a riconoscerla.

Mio padre sospira:“Meglio che io e Francesco andiamo; gli dico che non sto bene, e gli chiedo, se mi accompagna a casa.”
Questa proposta incontra subito la resistenza di Gaia:“No, non mi va così. Non si preoccupi, non vado nel retro."
La risposta arriva troppo rapidamente, per essere casuale. Psicologicamente sembra emergere un bisogno preciso: impedire che la situazione venga chiusa dall'esterno. Gaia accetta molte cose, ma fatica ad accettare che siano gli altri a decidere, quando una dinamica debba interrompersi.
Mio padre insiste:“Quel ragazzo insisterà; so come sono fatti i baristi.Anche se non vorrai, finirai nel retro, nuda."
Nuovamente lei cerca di riportare il discorso su un terreno meno allarmante:“Io non sono ingenua. Stia tranquillo, non voglio far soffrire Francesco.”
Questa frase contiene due livelli distinti. Da una parte Gaia rivendica la propria capacità di scegliere e di gestire la situazione. Dall'altra introduce nuovamente me, all'interno del discorso. È significativo che, nel tentativo di rassicurare mio padre, non parli soltanto di sé, ma anche delle possibili conseguenze emotive, che le sue azioni potrebbero avere su di me.
La risposta di mio padre è immediata:“Lui è venuto qui,per stare con te; glielo hai chiesto tu. Se vai a parlare con quello,lo butti giù.Meglio che lo porto a casa.”

Ancora una volta, almeno in parte, smette di parlare come osservatore, e torna a ragionare da padre.
Fino a questo momento aveva cercato soprattutto di interpretare gli eventi. Adesso, invece, compare una preoccupazione concreta. Non sta più analizzando ciò che potrebbe accadere a Gaia; sta pensando a ciò che potrebbe accadere a me.
Ed è proprio in questo istante, che l’atmosfera cambia.
Tutta la tensione accumulata, sembra sul punto di esplodere.
Le posizioni,che fino a questo momento erano rimaste sfumate, iniziano lentamente a definirsi. Mio padre non appare più soltanto incuriosito o coinvolto nella conversazione. Gaia non appare più soltanto desiderosa di mantenere il controllo. Entrambi, per motivi diversi, si trovano costretti a confrontarsi con una realtà molto semplice: qualunque decisione venga presa, da questo momento in avanti, avrà inevitabilmente delle conseguenze.

Intanto i poliziotti tornano al tavolo.
Bartolomeo si sistema la giacca, con un gesto rapido. È il gesto di qualcuno, che sta cercando di rimettere ordine dentro una situazione, che gli è sfuggita di mano. Per tutta la serata ha oscillato tra il ruolo di padre, e quello di osservatore; adesso sembra deciso a chiudere la questione.
"Io e i miei colleghi dobbiamo tornare al lavoro. E poi, per stasera, ne ho viste e ne ho sentite già troppe."
Poi si rivolge alla mia compagna di università:“Ho dato di nuovo un’occhiata. In questo locale, ci sono veramente tante ragazze, giovani e belle. Gaia; evita di fare una delle tue solite stronzate.”

Gaia lo guarda con il volto cupo.
Non risponde,ma il suo silenzio, questa volta, è carico di rabbia.
È il silenzio, di chi si sente giudicata e controllata.
A differenza dei silenzi precedenti, questo non contiene esitazione o riflessione. È una forma di opposizione. Gaia non vuole concedere al poliziotto, la soddisfazione di una risposta. Preferisce comunicare il proprio dissenso, attraverso lo sguardo.

Mio padre interviene immediatamente:“Ho dato un’occhiata anche io, ma Gaia è la più bella.”
Bartolomeo lo guarda malissimo:“Ma veramente tiene la parte a mia figlia? E’ indifendibile.Guardi che sta trattando,come una merda,suo figlio,non uno qualsiasi. Gaia è la più stronza, in tutto il locale. Su questo, non discuto. Non c’e’ confronto.”
E da questo momento la situazione precipita definitivamente in uno scontro aperto, nel quale non si discute più soltanto di me e Gaia, ma di responsabilità, di colpe, e del modo in cui ciascuno sceglie di vedere la realtà.

Nuovamente Gaia lo guarda malissimo.
Per qualche istante nessuno parla. Lo sguardo,che rivolge al poliziotto, è duro,quasi incredulo. Non è soltanto rabbia. È la reazione di chi non riesce ad accettare, che una figura di riferimento, si schieri apertamente contro di lei.
Bartolomeo, però, non sembra minimamente intenzionato ad arretrare. Ha superato il punto, in cui cerca di essere diplomatico. Adesso sta parlando come un padre esasperato.

Mio padre prova a replicare:“No, Gaia è molto dolce. Gaia e Francesco hanno difficoltà a relazionarsi, per colpa di mio figlio. Ho visto tutto.”
Anche in questo momento mio padre continua a leggere la situazione, attraverso la lente della comprensione. Cerca una spiegazione che riduca il conflitto, e che permetta di vedere Gaia, sotto una luce più favorevole.
Bartolomeo alza la voce:“Mi sono accorto io, cosa ha visto.”
Mio padre sembra non capire e lo guarda, disorientato.
Il poliziotto aggiunge:“Niente, lasci perdere. Meglio che noi ce ne andiamo.”

In questo momento appare evidente una differenza sostanziale tra i due uomini.
Mio padre continua a osservare la situazione,attraverso ciò che Gaia gli racconta e gli mostra. Bartolomeo, invece, la osserva da una vita. Conosce i suoi meccanismi, le sue contraddizioni, le sue capacità di influenzare, chi le sta intorno. Non significa necessariamente che abbia sempre ragione, ma possiede una prospettiva, che mio padre non può avere.
Senza comunque dimenticare, quanto affermato da Bartolomeo.Con quella frase sibillina,intendeva sottolineare, che mio padre ha continuato a guardare le tette e le cosce di Gaia,per tutta la sera.Purtroppo ha pure ragione, me ne sono accorto anche io. Le tette e le cosce di Gaia stanno offuscando la sua obiettività.Il contraddirla o il non supportarla potrebbero portare la mia compagna d’università, a un cambio di atteggiamento nei suoi confronti.

Mio padre obietta:“Ma perché è arrabbiato?”

Bartolomeo fa per avvicinarsi, in modo minaccioso, a mio padre, ma i suoi colleghi lo fermano:
“Come perché? Siamo stati io e te, a far venire qui, Francesco. La colpa è solamente nostra. Ovviamente mia figlia ci ha messo del suo. Lei è la regina, nel fare le stronzate. Ha sbagliato ad inizio serata? Francesco è così innamorato, che l’ha perdonata. E lei cosa fa? Ancora più la stronza. E tu la giustifichi? Addirittura accusi tuo figlio? Tuo figlio è un ragazzo eccezionale.”

Quelle parole arrivano al tavolo, con la forza di una detonazione.
Per tutta la serata mi sono sentito giudicato, ridimensionato, spiegato dagli altri. Adesso qualcuno prende apertamente le mie difese.
La rabbia di Bartolomeo non nasce soltanto dalla delusione. Nasce anche dal senso di colpa. È convinto di aver contribuito a creare questa situazione e, proprio per questo, reagisce con una durezza, che sorprende tutti.

Gaia interviene:“Francesco e’ un ragazzo normale.”
Il poliziotto alza la voce:“Continua a fare la figa, che qui e’ pieno di belle ragazze.”
Anche la mia compagna di università alza la voce:“Sei mio padre, non puoi essere contro di me.”

Dietro quella frase si nasconde qualcosa di più profondo.
Gaia non accetta, che il padre smetta di essere un alleato. Può discutere con lui, può sfidarlo, ma non accetta che scelga apertamente una posizione diversa dalla sua. Per lei non è soltanto un disaccordo: è una rottura dell'equilibrio.
In questo momento non sta difendendo una scelta specifica. Sta difendendo il bisogno di sentirsi sostenuta da una delle persone più importanti della sua vita.

Lui obietta:“Gaia; stai sbagliando tutto. Francesco e’ uno giusto, uno a posto. Stai veramente puntando un coglione di barista?”
La domanda rimane fluttuante nell'aria.
Non è tanto il giudizio sul barista a colpire, quanto la delusione che emerge dalla voce di Bartolomeo. Sembra l'uomo che osserva una persona, a cui vuole bene, prendere una strada che considera sbagliata, senza riuscire a fermarla.

Mio padre cerca nuovamente di aiutare Gaia:"Bartolomeo; comunque veniamo via, anche io e Francesco. Qui non ci facciamo niente. Non mi piace che Gaia sia diventata un bersaglio, se le piace un altro. E poi come fai a giudicare il barista, senza conoscerlo?"
Bartolomeo urla:“Ma l’hai visto muoversi? Hai visto come ci ha risposto?”
Mio padre obietta:“Anche Francesco ha fatto il figo:”
La mia compagna di università applaude:“Lei si, che è una persona obiettiva.”

L'applauso di Gaia non è un semplice complimento.
È un rinforzo.
Premia chi la sostiene e, contemporaneamente, isola chi la contraddice. È una dinamica che si è ripetuta per tutta la serata: avvicinare chi la comprende, allontanare chi mette in discussione le sue scelte.

Il poliziotto guarda la mia compagna di università e le dice:“Stai per fare un enorme stronzata, e lo sai anche tu.”
Questa volta Gaia non risponde immediatamente. Rimane immobile per qualche istante, osservandolo con attenzione. Nel suo sguardo non c'è soltanto irritazione. Sembra quasi voler capire, quanto di quelle parole derivi da una reale preoccupazione; e quanto invece dal desiderio, che attribuisce spesso al poliziotto, di intervenire nelle sue scelte.
Alla fine dice:"Se andate tutti via, vengo via anche io. Non resto da sola, qui."

Quelle parole modificano improvvisamente la percezione dell'intera situazione. Fino a questo momento Gaia aveva difeso, con decisione, il proprio diritto di fare ciò che voleva, senza interferenze, e senza dover rendere conto a nessuno. Adesso, però, emerge una sfumatura diversa. L'idea concreta di rimanere davvero sola nel locale, sembra metterla meno a suo agio, di quanto avesse lasciato intendere.
Dietro la sicurezza, mostrata durante tutta la serata, affiora una forma di esitazione. Non necessariamente paura, ma la consapevolezza che, tra immaginare una possibilità e viverla realmente, esiste una differenza molto più grande.

Bartolomeo la osserva per qualche secondo, poi le domanda, senza giri di parole:"Ma non puoi passare la serata con Francesco, e finirla con lui?"
La domanda arriva diretta, senza tentativi di addolcirla. Non riguarda soltanto questa sera. Dentro quelle parole, c'è tutto ciò che Bartolomeo continua a vedere, tra me e Gaia, e che Gaia continua invece a respingere o a rimandare. È il tentativo finale di riportare la situazione verso una direzione, che considera più semplice, più sicura e più comprensibile.

Gaia lo guarda intensamente.
Per qualche istante sembra realmente in difficoltà. Non appare arrabbiata, come prima. Piuttosto sembra riflettere su qualcosa, che preferirebbe non affrontare davanti agli altri.
Poi prende una decisione:"Possiamo parlare in privato, io e te?"
Il poliziotto annuisce.
Si allontanano di qualche metro dal tavolo.
Io non riesco a sentire le parole che si scambiano.
Osservo soltanto i movimenti.
E in questo momento i gesti raccontano più delle frasi.
Bartolomeo parla con fermezza. Il suo atteggiamento è quello di chi sta cercando di convincere qualcuna, per l'ultima volta. Gaia ascolta, poi scuote la testa.
Lui continua.
Lei scuote di nuovo la testa.
La scena dà l'impressione di uno scontro tra due personalità molto simili. Entrambi sono abituati a decidere autonomamente. Entrambi faticano ad accettare, che qualcun altro stabilisca cosa sia giusto fare. Più Bartolomeo insiste, più Gaia sembra irrigidirsi nella propria posizione.

Ad un certo punto il poliziotto perde la pazienza.
Fa un gesto netto con il braccio.
Non sembra una minaccia.
Assomiglia piuttosto al gesto di chi comprende che, continuare a discutere, non servirebbe più a nulla.
Dopo qualche secondo torna verso il tavolo.
Il suo volto è cambiato.
Appare più duro.
Più stanco.
Più chiuso.
E soprattutto, più deluso.
Dice ai colleghi:"Andiamo."
Non aggiunge altro.
La discussione, evidentemente, è finita.
Poi guarda me e mio padre.
"Ciao Francesco. A presto."

Quel saluto appare controllato, quasi formale. Non c'è ostilità nei miei confronti, ma nemmeno la serenità mostrata all'inizio della serata.
Non saluta mio padre.
L'assenza di quel saluto pesa più di molte parole.
Durante tutta la discussione tra loro, si è accumulata una tensione crescente. Bartolomeo ha percepito l'atteggiamento di mio padre, come una continua giustificazione del comportamento di Gaia e, soprattutto, come una sottovalutazione di ciò, che stava accadendo a me. Per non parlare dei continui sguardi, rivolti alle tette e alle cosce della mia compagna di università. Questa cosa l’ha sicuramente irritato molto.
Credo che in questo momento ce l'abbia davvero con lui.
Poi se ne va.

Il locale sembra cambiare volto, nel momento in cui Bartolomeo e i suoi colleghi escono.
Non è un cambiamento reale; le luci sono le stesse, il brusio continua, la partita scorre sullo schermo, come se nulla fosse accaduto. Eppure qualcosa si è spezzato.

Fino a pochi istanti prima esisteva ancora una forza esterna, che contrastava Gaia, che metteva in discussione le sue scelte, che cercava di riportare tutto, entro confini più chiari. Adesso quella forza non c'è più.
Rimaniamo noi.
Io, Gaia e mio padre.
La tensione non scompare con l'uscita dei poliziotti. Al contrario, sembra diventare più evidente. Quando una presenza forte abbandona una scena, spesso lascia dietro di sé un vuoto, che costringe tutti gli altri, a confrontarsi direttamente tra loro.

Gaia rompe il silenzio per prima:" Torno con voi."
La sua voce è diversa.
Non c'è più la leggerezza provocatoria, mostrata durante la serata. Non c'è neppure l'entusiasmo, di chi sta per raggiungere qualcuno, che desidera davvero vedere.
Sembra piuttosto la voce di una persona che, improvvisamente, si ritrova senza punti di riferimento, e cerca una posizione più stabile.
È una frase semplice, ma contiene una piccola rinuncia. Per tutta la serata Gaia ha cercato di mantenere aperte più possibilità, contemporaneamente. Adesso, almeno per un momento, sembra orientarsi verso una scelta più definita.
La guardo appena, senza soffermarmi troppo su di lei.

Poi mi rivolgo a mio padre:" Io resto a vedere finire la partita, non ho più intenzione di scappare da Gaia. Faccia quello che vuole."
Le parole escono calme.
Forse troppo calme.
Per tutta la serata ho oscillato tra emozioni opposte: speranza, rabbia, gelosia, delusione, desiderio di allontanarmi e bisogno di restare.
Adesso invece sento soltanto una grande stanchezza.
Non ho più energia per rincorrere qualcosa, che continua a sfuggirmi.
Non ho più voglia di reagire ad ogni provocazione.
Non ho più bisogno di dimostrare niente.
Questa calma non nasce dalla sicurezza. Nasce dall'esaurimento emotivo. Dopo molte ore passate a interpretare segnali contraddittori, arriva un momento in cui la mente smette di cercare soluzioni, e desidera soltanto fermarsi.

Mio padre mi osserva.
Probabilmente si aspettava una reazione diversa.
Forse immaginava che avrei colto l'occasione per andarmene.
Forse pensava che avrei accettato la sua proposta di tornare a casa.
Invece resto.
Ed è proprio questo, a sorprenderlo.
Perché restare, richiede più forza che scappare.
Andarsene significherebbe sottrarsi al problema. Restare significa accettarne l'esistenza, senza cercare di modificarlo immediatamente.

Gaia continua a guardarmi.
Nei suoi occhi compare una lieve incertezza.
Per tutta la serata è stata abituata a vedere, o a cercare, una mia reazione.
Una risposta.
Un tentativo di recuperare terreno.
Adesso invece non trova nulla.
E l'assenza di reazione, la disorienta più di qualsiasi discussione.
Perché non può controllare, ciò che non riesce a leggere.
Molte delle dinamiche tra noi si sono alimentate, attraverso l'attesa reciproca di una risposta. Quando quella risposta non arriva, l'equilibrio abituale si altera e diventa più difficile prevedere cosa accadrà dopo.

Mio padre rompe il silenzio:" Francesco, sei sicuro?"
Annuisco lentamente.
Non ho bisogno di aggiungere altro.

Gaia prende posto al tavolo.
Lo fa lentamente,come se stesse ancora decidendo da che parte stare.
Non sembra avere il controllo assoluto della situazione.
L'uscita di Bartolomeo l'ha colpita, più di quanto voglia ammettere.
Le sue parole continuano, probabilmente, a risuonarle nella testa.
Non tanto per il contenuto,quanto perché provenivano, da qualcuno che la conosce troppo bene.
Spesso le critiche che fanno più male, non sono quelle più dure, ma quelle pronunciate dalle persone, che conoscono i nostri punti più vulnerabili.

Mio padre osserva, alternativamente, me e lei.
Vuole riprendere il ruolo di mediatore,dimenticandosi delle osservazioni di Bartolomeo.
Le certezze, mostrate poco prima,non hanno subito qualche crepa.
Bartolomeo lo ha costretto a guardare la situazione, da un'altra prospettiva.
Eppure non ha cambiato idea,e non è meno sicuro.
Non vuole proprio saperne di ipotizzare, che la realtà potrebbe essere più complessa, di quanto avesse inizialmente immaginato.

Io, invece, torno a guardare la partita.
Almeno in apparenza.
In realtà seguo poco, ciò che accade sullo schermo.
La mia attenzione è rivolta altrove.
A quella strana sensazione, che provo dentro.
Non è serenità.
Non è felicità.
Non è nemmeno rassegnazione.
Assomiglia di più alla fine di una battaglia, combattuta troppo a lungo.
Quando smetti di chiederti chi abbia vinto e chi abbia perso.
E ti limiti ad accettare, ciò che resta sul campo.
È una sensazione silenziosa, quasi difficile da descrivere. Non porta sollievo immediato, ma interrompe la lotta continua, che fino a questo momento aveva occupato ogni pensiero.
Non sto più aspettando qualcosa da Gaia.
Ed è proprio questo pensiero, silenzioso e quasi impercettibile, a segnare il cambiamento più importante della serata.

Alla fine mio padre le dice:” Gaia; Francesco vuole rimanere. Se tu hai bisogno, mi fermo.”
Nella sua voce c'è una disponibilità, che va oltre la semplice cortesia. Dopo tutto ciò che è accaduto durante la serata, sembra aver assunto una sorta di ruolo protettivo, nei confronti di Gaia. In parte vuole aiutare, in parte sembra essersi ormai coinvolto emotivamente nelle dinamiche, che la riguardano. Soprattutto è attratto dalle tette e dalle cosce della mia compagna di università.
Le lo guarda, un attimo stupita:” Per cosa? “
Per un istante appare sinceramente sorpresa. Probabilmente pensava che la discussione fosse ormai conclusa, e che ciascuno avrebbe preso la propria strada.

Lui le risponde:” Nel caso tu avessi bisogno di consigli con il barista. Io li conosco bene quei tipi lì, so come si muovono. Con il mio supporto, tutto andrà bene.”
Mio padre sembra convinto di poter essere utile. Nella sua mente non sta invadendo uno spazio altrui; pensa davvero di offrire esperienza e protezione. Tuttavia non si rende conto di quanto la sua presenza possa risultare fuori luogo, in un contesto composto quasi esclusivamente da ragazzi molto più giovani.
La mia compagna di università sembra spazientirsi:” Mi scusi, ma tutti quelli grandi sono andati via, e lei vuole rimanere? Vede l'età media in questo locale?”
Questa volta Gaia non cerca di addolcire la propria posizione. La sua risposta è diretta e lascia trasparire un certo fastidio. Sembra voler ristabilire un confine, che percepisce come necessario.
Lui obietta:” Ma se non assisto, come posso aiutarvi?”
” Scusi, ma mica può mettersi ad ascoltare, mentre parlo con altre persone. Si rende conto, che non è un nostro coetaneo?”
La sua irritazione cresce. Non è soltanto una questione anagrafica. Gaia difende la propria autonomia, e il diritto di vivere le proprie relazioni, senza una supervisione costante.
” Certo, ma starei in disparte. Allungherei l’ orecchio, come si suol dire.”
Nuovamente la mia compagna di università prende male la risposta:” Cioè, vorrebbe farsi gli affari miei?”
La domanda arriva come una contestazione diretta. Gaia interpreta quelle parole, come un'intrusione nella propria sfera personale.

Mio padre scuote la testa:” No,non mi sono spiegato. Forse è meglio che vada.”
Questa volta appare veramente in difficoltà. Si rende conto che le sue intenzioni vengono percepite in modo diverso, da come le immaginava.
Gaia replica:” Ecco, bravo.”
La risposta è secca e lascia poco spazio a interpretazioni.

Mio padre mi guarda, e appoggio il discorso della mia compagna di università:” Papà; ha ragione.Vai. Non ci fai niente qui. Non hai più la nostra età.”
Cerco di chiudere la questione, prima che degeneri ulteriormente.
” Ma Gaia mi ha chiesto di consigliarla.”
La mia compagna di università interviene:” È vero, ma senza intromettersi.”
Di nuovo lui si giustifica:” Infatti farei solamente lo spettatore”
Ma lei rimane categorica:” Non voglio nessuno spettatore.”

Questa frase chiarisce definitivamente la sua posizione. Gaia accetta i consigli, ma soltanto se arrivano, quando li chiede lei. Non vuole persone, che assistono alle sue scelte, mentre le sta compiendo.
Mio padre resta in silenzio.
Per qualche secondo sembra riflettere. Probabilmente comprende che, continuare ad insistere, non farebbe altro che peggiorare la situazione.
Poi Gaia aggiunge:” Un attimo. Mica lei vuole guardare, mentre”

A questo punto la blocco:” Gaia; basta. Ora mio padre va via. Ha capito. Sicuramente si è spiegato male.”
Percepisco il rischio, che la conversazione prenda una piega, ancora più imbarazzante. Intervengo soprattutto per mettere fine a un'illusione, che sta diventando sempre più spiacevole.
Mio padre mi guarda:” Si, Francesco. Hai ragione. Mi sono spiegato male. “

Poi si rivolge alla mia compagna di università:” Scusami Gaia; al limite poi mi racconti. Così posso consigliarti.”
Gaia lo guarda con aria strana, quasi con un senso di diffidenza. Sembra chiedersi, fino a che punto, quelle parole siano davvero innocenti e, fino a che punto, derivino invece da una curiosità più personale. O addirittura un interesse personale.
Decide comunque di addolcire il proprio atteggiamento:” Su quello ci posso pensare. Buonanotte.”
Non è un'apertura completa, ma rappresenta comunque un gesto di distensione. Gaia sceglie di chiudere il momento di tensione, senza alimentarlo ulteriormente.

Si avvicina a lui e gli dà un bacio sulla guancia.
Il gesto sorprende mio padre, più di quanto lui stesso si aspettasse. Per tutta la serata ha cercato approvazione e vicinanza da parte di Gaia, e quel semplice gesto viene percepito quasi come una ricompensa.
Mio padre sembra in estasi.
Appena Gaia si allontana, lui le dice:” Ma non se ne danno tre ?”
La battuta nasce probabilmente dall'entusiasmo del momento. Per qualche secondo sembra dimenticare completamente la differenza di età, e il contesto in cui si trova.
La mia compagna di università mi guarda.
Io allargo le braccia:” È in modalità giovanile.”

Gaia si riavvicina e gli dà altri due baci sulla guancia.
Lo fa probabilmente per chiudere la questione, con leggerezza. È un gesto affettuoso, ma controllato. Un gesto che mantiene una distanza ben precisa.
Mio padre mette le mani dietro la schiena di lei, quasi a volerla stringere.
Gaia si defila subito, allontanandosi.
Il movimento è immediato e istintivo. Qualunque fosse l'intenzione di mio padre, Gaia ristabilisce immediatamente il proprio spazio personale.
Probabilmente mio padre voleva sentire il contatto con le sue belle tette, ma la mia compagna di università non glielo ha voluto permettere.

Per evitare comunque di perdere un alleato, gli dice:” Mi scusi, ma ho caldo.”
La spiegazione arriva rapidamente, e ha la funzione di ridurre l'imbarazzo del momento. Gaia sceglie una giustificazione neutra, invece di trasformare il gesto, in un conflitto.
Mio padre le sorride:” Certo, scusami. Buonanotte. Spero di vederti presto.”
Esce dal locale comunque felice.
Nonostante gli equivoci e le tensioni, porta con sé, soprattutto, il ricordo dell'attenzione ricevuta da Gaia. È evidente che la presenza della ragazza, abbia avuto su di lui, un forte impatto emotivo.

E cosi rimaniamo solamente io e Gaia.
Il momento assume immediatamente un significato diverso. Per tutta la serata il tavolo è stato riempito da voci, opinioni, interferenze e giudizi. Adesso tutte quelle presenze sono sparite.
Restiamo soltanto noi due.
E improvvisamente non c'è più nessuno che possa parlare al posto nostro.

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