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La Troietta del Tavolo da Ping-Pong #1 di 6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
08.06.2026    |    525    |    2 9.3
"Luca invece si appoggia al bordo, mi guarda negli occhi e mi sorride, ma non sorride per essere gentile; sorride per vedere se ci cado..."
--- Premessa ---
La mia amica Laura leggendo il primo racconto si è eccitata da morire e mi me ne ha chiesto un secondo, più spinto, più esagerato, mi ha raccontato una sua giornata al parco e da li i miei polpastrelli hanno preso vita. Il racconto è lungo e l’ho diviso in 6 parti, tutte disponibili nella sezione trio, quindi leggetele e commentatele. Laura ama i commenti, la sua anima esibizionista vi potrebbe ricompensare. Mentre io vi ringrazierò, ma come al solito lascio un invito a tutte le donne che leggendomi, proveranno il desiderio di conoscermi dal vivo ovviamente.

--- Parte 1 – Il risveglio ormonale e la decisione di uscire ---

Oggi è stata una di quelle giornate che iniziano con la pelle che brucia già prima di colazione. Mi sveglio nuda, completamente sudata, lenzuola attorcigliate tra le cosce, la stanza gravida di calore e di odori dolci, e subito capisco che sarà uno di quei giorni dove la voglia di scopare viene su a ondate, mista a una stanchezza letargica che mi fa sentire più bestia che persona. Mi giro nel letto, mi tocco l’interno coscia, la pelle quasi appiccicosa dal caldo, e per un attimo penso di scriverti direttamente dal letto, Diario, con la mano destra, mentre con la sinistra mi cerco sotto la pancia piatta. Ma decido di alzarmi: oggi, più che mai, stare in casa sarebbe una condanna.

Accendo il telefono, sperando in un messaggio di Elena - magari uno di quei suoi audio lunghissimi dove ride e dice che ha voglia di fare casino - ma trovo solo uno spam dalla palestra e una notifica del gruppo di studio. Allora prendo il coraggio a due mani e la chiamo. Lei risponde assonnata, voce roca, e subito capisco che stanotte avrà dormito a casa di qualcuno. Mi dice che è impegnata ma che forse se libera dopo. Si sente che mente, ma non troppo: con Elena non sai mai se la bugia è per non ferirti o solo per mantenere un po’ di mistero. Mi sento una cretina ad essermi illusa, ma ormai la decisione è presa: oggi si esce.

Apro l’armadio e mi metto a scegliere come se dovessi sfilare in passerella, anche se so già che finirò con i soliti mini-pantaloncini di jeans. Quei pantaloncini li ho presi apposta una taglia in meno, mi fasciano sul culo e fanno una piega proprio dove le cosce si attaccano, un po’ come quelli che si vedono nei video TikTok delle americane perverse. Quando me li metto, mi guardo allo specchio: mi tirano così tanto la stoffa che la patta fa uno spigolo, e sotto si indovinano le labbra, piene e ferme, come un frutto acerbo. Mi viene da ridere, penso a Elena che mi prende sempre in giro, mi chiama “la ragazzina da strada” e poi finisce sempre per copiarmi. Sopra, pesco un top sportivo bianco, di quelli che fanno subito palestra, ma sotto la luce si capisce benissimo che non porto il reggiseno e si vedono i capezzoli scuri, gonfi per il fresco del mattino e già un po’ sudati. Per non sembrare troppo in cerca, mi metto sopra una giacchina leggera, verde, con le maniche arrotolate: la tengo aperta, tanto so che la toglierò appena arriverò al parco.

Preparo uno zainetto, ci butto dentro una bottiglietta d’acqua, il Kindle, un quaderno finto universitario con dentro solo disegni porno, e una confezione di gomme da masticare alla menta. Prima di uscire, mi passo tra le gambe una salvietta umida, mi spruzzo un po’ di deodorante sotto il seno, mi sistemo i capelli in una coda alta e guardo il telefono sperando che Elena si faccia viva. Niente. Neanche un like sui Reels.

Scendo le scale del condominio, solito odore di fumo e risotto freddo, incrocio la signora del secondo che mi guarda con il solito disprezzo da madre repressa. Attraverso la strada, le macchine arroventate dal sole mi riflettono addosso una luce che quasi non si può guardare. Ogni volta che avanzo, mi sembra che tutti gli uomini incollino gli occhi sulle mie gambe, qualcuno fischia, uno su una Vespa grida qualcosa tipo “Tesoro, ti porto io al mare”, ma non mi giro. Fa caldo anche fuori, un caldo denso e metallico, e mi pare che l’asfalto mi risucchi i sandali a ogni passo.

Cammino veloce, la bocca secca, le cosce che sfregano tra loro facendo un rumore umido, e sento che la figa pulsa, una scossa elettrica ogni volta che penso a ieri sera, quando Elena mi ha baciata in macchina all’improvviso e mi ha detto che avrei bisogno di un fidanzato vero, ma poi si è messa a ridere e mi ha acceso una sigaretta tra i denti. Ci penso troppo, lo so. Ma quella lingua che entra dove vuoi tu, quel gusto di tabacco e fragola, mi è rimasto addosso.

Arrivo al parco, quello con i tavoli da picnic e il tavolo da ping-pong nascosto dietro le siepi. Lo scelgo apposta perché da lontano sembra deserto, ma se ti siedi abbastanza in fondo vedi tutto quello che succede e nessuno ti vede. Mi sistemo su una panca, metto lo zainetto sotto il tavolo, tiro fuori il Kindle e provo a leggere, ma le parole mi scivolano nella testa, si impastano coi pensieri di sesso e caldo e delusione. Ogni tanto mi guardo intorno: ci sono bambini che urlano, qualche vecchio che fa stretching, un ragazzo magro con la barba che corre e ogni volta che passa mi tira un’occhiata, ma sono sola. Sento il ronzio delle api e il rumore delle palline da ping-pong che battono da qualche parte più avanti.
Dopo circa un’ora di noia e tentativi falliti di concentrarmi, li sento arrivare.

Prima arriva Giorgio, ma in realtà sono arrivati insieme, solo che lui si nota subito e si prende tutta la scena. Sta un passo avanti all’amico, come se la vita fosse una partita e lui dovesse sempre servire per primo. Lo riconosco da lontano: alto e largo, il tipo di uomo che sembra non riuscire mai a stare comodo nei vestiti normali. Maglietta bianca, di quelle leggere che d’estate diventano trasparenti, e sotto si capisce subito che non porta niente, solo la pelle e il petto scuro, villoso, sudato. Ha capelli neri, lunghi fino alle spalle, un po’ spettinati e un po’ sporchi, ma si vede che ci tiene; li scuote mentre cammina. La barba però è perfetta, sembra fatta col righello. E poi gli occhi. Non sono semplicemente scuri: sono neri, lucidi, profondi in maniera quasi imbarazzante, come se guardarti fosse per lui l’unico modo per sapere dove inizia e dove finisce il resto del mondo. Quando incrocia i miei, mi viene subito un brivido perché capisco che mi sta già pensando nuda, o meglio, che mi ci ha già spogliata cento volte in meno di un secondo.

Il secondo si chiama Luca, ma lo scopro solo più tardi, quando la faccenda è già andata troppo avanti perché il nome abbia ancora senso. Lui è più basso, ma solo rispetto a Giorgio, perché in realtà è alto anche lui. Però è più compatto, spalle quadrate, braccia larghe e vene che gli solcano la pelle come se fosse troppo stretta. I capelli sono rossi, veri, non di quella tinta finta che si vede in giro. Lunghi anche i suoi, raccolti in una coda tiratissima che gli tira su le tempie e lo fa sembrare sempre pronto a mordere. Ha il viso chiaro, punteggiato da lentiggini, e un pizzetto curato che lo fa sembrare più adulto e più cattivo. Ma la cosa che si nota subito è il culo. Sì, lo dico senza vergogna: il culo gli riempie i pantaloncini da sportivo in modo che sembra volerli rompere. Sodo, tondo, grosso, ma con una grazia quasi oscena: quando cammina, si muove con un’oscenità che ti fa venire voglia di morderlo. E mi rendo conto che anche adesso, mentre li guardo avvicinarsi, sto già pensando che non sarebbe male sentirmelo premuto contro.

Non fanno neanche finta di ignorarmi: Giorgio mi lancia una specie di saluto con la mano, prende la racchetta e si avvicina al tavolo da ping-pong come se quello fosse il suo regno. Luca invece si appoggia al bordo, mi guarda negli occhi e mi sorride, ma non sorride per essere gentile; sorride per vedere se ci cado. Io ho deciso di rispondergli con la stessa moneta, quindi gli tengo lo sguardo per un secondo di troppo, poi abbasso gli occhi e faccio finta di leggere. Ma le parole del Kindle sono solo uno sfondo: tutta la mia attenzione è su di loro.

Giorgio mi chiede: «Possiamo giocare un po’?»

«Fate pure», rispondo, e sento subito che la voce mi esce più roca di quanto volessi. Poi aggiungo: «Potete fare tutto quello che volete.» E lo penso.

Loro iniziano a giocare. Non è una partita vera, è una specie di danza di potere. Giorgio impugna la racchetta con una sicurezza che fa ridere, come se fosse un professionista, e invece sbaglia subito la prima battuta, ride, si gira verso di me e si scrolla le spalle. Il sudore gli macchia la maglietta, che diventa ancora più trasparente; ogni movimento tira la stoffa sulle spalle e fa vedere la linea dei pettorali sotto. Quando si allunga per colpire una pallina, la maglietta si solleva e si vede chiaramente la V degli addominali, che sparisce subito nei jeans strappati. Le braccia gli si tendono, i muscoli si gonfiano e si vede il pelo scuro anche lì, sugli avambracci grossi.

Luca gioca in modo diverso, più scattante, meno preciso ma più spettacolare. Fa certe schiacciate che la pallina rimbalza oltre il tavolo, ride come un matto e poi si piega in avanti, schiena piegata e culo per aria. Ogni tanto si tira su la coda di capelli, come se dovesse aggiustarla, ma secondo me lo fa solo per farsi notare. Non si vergogna affatto: ride, si piega, si gira verso di me e mi fa l’occhiolino come se sapesse già che sto fissando solo lui. E ha ragione: non riesco a non guardarlo, non riesco a non immaginare le mani che mi prendono, la bocca che morde forte.

Dopo qualche minuto, Giorgio si toglie la maglietta, la lancia sul tavolo e resta lì, a torso nudo. Il petto è coperto di peli, ma non troppi; giusti per far venire voglia di passarci le dita. Ha la pelle olivastra, macchiata da qualche vecchia cicatrice e tatuaggi sparsi, niente di serio, solo scritte e simboli che forse hanno senso solo per lui. Il sudore gli cola tra le tette, poi scende lungo la piega degli addominali e si perde sotto la cintura. Gli occhi sono ancora su di me, sempre, e ogni volta che li incrocio è come se mi sfidasse a distogliere lo sguardo per prima. Io non lo faccio, non stavolta.
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