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E' un mondo difficile ( capitolo 82 )


di chiara94
30.06.2026    |    596    |    208 6.9
"In realtà ero coinvolto emotivamente, al punto da non riuscire più a distinguere ciò che speravo, da ciò che stava realmente accadendo..."
Mi lascio cadere in ginocchio, davanti al legno freddo; appoggiando entrambe le mani, sul terreno.
La testa si abbassa fino quasi a toccare le braccia. Il respiro è irregolare, spezzato dai singhiozzi. Cerco di inspirare profondamente, ma ogni tentativo si trasforma in un'altra ondata di pianto.
Le lacrime cadono senza controllo.Non provo nemmeno ad asciugarle.Non ne ho la forza.
Per la prima volta, nella mia vita, mi sento completamente svuotato. Non provo rabbia, ne odio.E neppure il desiderio di reagire.
Esiste soltanto una disperazione assoluta, quella che ti toglie qualsiasi capacità di pensare lucidamente.
Continuo a piangere.
Le spalle tremano in maniera incontrollabile.Ogni respiro sembra fare male.
Cerco di convincermi che sia finita, che basti allontanarmi da questo locale, perché tutto perda importanza. Ma è impossibile.
Il problema non è il posto, e neppure quello che è successo.

Chiudo gli occhi.E inevitabilmente rivedo Gaia.
Non la Gaia, che ride pochi minuti prima.
Rivedo la ragazza, che mi aveva sorriso.Quella che mi aveva parlato con dolcezza.
Quella che mi aveva fatto credere, anche solo per pochi minuti, di essere speciale.
Per un attimo avevo davvero pensato che, tra noi, potesse esserci un feeling.
Cinque minuti.Soltanto cinque minuti.
Eppure erano bastati, per farmi immaginare un futuro completamente diverso.

Adesso ogni ricordo cambia significato.
Ogni sorriso diventa una presa in giro.Ogni parola gentile diventa una bugia.Ogni sguardo diventa parte di una recita.
È questa la cosa, che mi distrugge davvero.
Non il rifiuto.Il rifiuto lo avrei accettato.Un semplice "no" avrebbe fatto male, certo, ma sarebbe stato onesto.
Quello che non riesco ad accettare, è l'illusione.Mi ha lasciato credere di avere una possibilità.
Mi ha fatto sentire importante.
Poi ha distrutto tutto, con una precisione quasi chirurgica.

Ripenso a quando mi guarda negli occhi.Ripenso a quando mi costringe ad alzare la testa.
Ripenso a quando mi afferra per i capelli.Ripenso a ogni volta, che ride.
Ogni scena torna nella mia mente, con una nitidezza insopportabile.

La sento ancora dire che, guardarmi negli occhi, le fa venire da ridere.La sento confrontarmi continuamente con Massimo.La sento dire che, uno come lui, non se lo lascerebbe mai scappare.
La vedo, mentre mi indica insieme a Serena.La vedo piegarsi in due, dalle risate.La vedo divertirsi, mentre io crollo.

Ed è proprio questo, che il mio cervello continua a rifiutare.
Non riesco a conciliare le due immagini.
Da una parte, c'è la ragazza che avevo idealizzato;dall'altra c'è quella, che ride del mio dolore.
Continuo a chiedermi quale delle due, sia quella vera.
Poi la risposta arriva da sola.
Quella vera, è quella che ride.Perché è quella, che non si sforza di essere diversa.È quella che mostra davvero, cosa pensa di me.
Ogni sua frase è una pugnalata, che continua a girare nella ferita.
Non si limita a respingermi.Mi umilia.
Non si limita a preferire un altro ragazzo.Ha bisogno che io lo sappia, continuamente.Ha bisogno di confrontarmi con lui,di farmi capire che non sono abbastanza.Che non sarò mai abbastanza.
Ogni cattiveria, pronunciata davanti agli altri, assume, nella mia mente, un peso enorme.

Non riesco più a separare la mia persona, dalle sue parole.
Inizio a crederci anch'io.
Forse sono davvero ridicolo.Forse sono davvero lo sfigato, che descrive.Forse tutti stanno pensando esattamente, quello che lei dice.
Il dolore si trasforma lentamente in vergogna.Ed è una vergogna, che mi schiaccia.
Vorrei scomparire.Vorrei che nessuno mi avesse visto.Vorrei cancellare questa serata, dalla mia memoria,ma ogni tentativo fallisce.
Più cerco di smettere di pensarci, più ogni dettaglio ritorna.
Le risate.La canzone.Gli sguardi.Le prese in giro.Le continue umiliazioni.
Tutto si sovrappone, nella mia mente, come un disco rotto.

Continuo a piangere, inginocchiato.Le lacrime ormai cadono, senza che io riesca nemmeno ad accorgermene.
Mi sento completamente sconfitto.Non soltanto perché la ragazza, che mi piace, non prova nulla per me.
Ma perché la persona, che è stata capace di regalarmi uno dei momenti più belli della mia vita ,si è trasformata in quella, che mi ha inflitto il dolore più grande, che abbia mai conosciuto.

In questo momento non penso più al futuro.Non penso al università.Non penso a domani.
Esiste soltanto una sensazione.Quella di essere stato distrutto, pezzo dopo pezzo, dalla stessa persona che, solo il giorno prima, avevo iniziato a vedere come qualcosa di meraviglioso.

Ripenso ai primi mesi, in cui conosco Gaia.
Sono ricordi completamente diversi, da quelli che adesso continuano a tormentarmi. In quei giorni non esistono umiliazioni, prese in giro o lacrime. Esistono semplicemente due compagni di università, che imparano a conoscersi, poco alla volta.
Fin dall'inizio, tra noi nasce una naturalezza che, con poche persone, avevo mai provato. Parlare con lei, sembra semplice. Non devo cercare gli argomenti. Le conversazioni scorrono da sole, passando, con disinvoltura, dall'università alle passioni personali, dai professori alle piccole cose della vita quotidiana.
Ridiamo spesso.

A volte basta uno sguardo, per capire cosa stia pensando l'altro. Altre volte iniziamo a scherzare, senza nemmeno ricordare, come sia cominciata la conversazione. Quelle risate non sono mai forzate. Arrivano spontaneamente, rendendo le giornate, in università, più leggere.
Ci sono momenti, in cui restiamo semplicemente seduti a parlare, senza accorgerci del tempo che passa.
Altre volte camminiamo insieme, tra un'aula e l'altra, continuando un discorso, iniziato ore prima.
Ogni occasione diventa buona, per scambiarci qualche battuta.Ogni incontro lascia, dentro di me, una sensazione piacevole.

Gaia sorride spesso.È un sorriso, che riesce a trasmettere serenità. Quando ride, viene naturale ridere insieme a lei. Non è soltanto il suo modo di scherzare a colpirmi, ma la spontaneità, con cui riesce a coinvolgere, chi le sta accanto.

Piano piano nasce una complicità.
Non è una complicità fatta di grandi gesti o di dichiarazioni importanti.È costruita sulle piccole abitudini quotidiane.Sugli scherzi che, soltanto noi, comprendiamo.Sulle battute, che riprendiamo giorni dopo.Sugli sguardi, durante una lezione particolarmente noiosa.Sulle conversazioni, che sembrano non finire mai.

Ogni volta che torno a casa, dopo aver passato del tempo con lei, mi sento meglio.
La sua presenza riesce a migliorare, perfino le giornate più pesanti.
Inizio ad aspettare con piacere le lezioni, sapendo che probabilmente ci vedremo.
Non perché tra noi ci sia qualcosa di romantico.Perché, semplicemente, sto bene con lei.

Guardando oggi, quel periodo, con maggiore lucidità; mi rendo conto, che il nostro rapporto è sempre rimasto un'amicizia.
Gaia non mi promette mai qualcosa di diverso.Non parla mai di noi, come di una possibile coppia.Non lascia intendere apertamente, di desiderare una relazione.

È un'amicizia sincera, almeno per come appare in quel momento.
Eppure io, dentro quell'amicizia, trovo qualcosa, che per me ha un valore enorme.
Trovo un feeling raro.La sensazione di essere capito.La facilità, con cui riusciamo a parlare.
La voglia di cercarci, durante la giornata.
La serenità, che provo semplicemente, stando accanto a lei.
Sono tutti elementi che, lentamente, iniziano a farmi desiderare qualcosa di più.

Forse è proprio qui, che nasce il mio errore.
Confondo il benessere che provo, con la possibilità che quel rapporto possa trasformarsi.
Ogni momento piacevole diventa, nella mia mente, un piccolo indizio.Ogni sorriso acquista un significato più grande.Ogni gesto gentile alimenta una speranza, che probabilmente appartiene soltanto a me.

A poco a poco inizio a convincermi, che Gaia possa provare qualcosa per me.
Non è un'intuizione che nasce da un singolo episodio, ma dall'insieme di tante piccole cose. Il feeling, che percepisco tra noi, mi sembra sempre più naturale. Le conversazioni scorrono con facilità, le risate sono frequenti e la complicità cresce, giorno dopo giorno. Anche Valentina comincia a fare qualche battuta che, nella mia mente, conferma quella sensazione.

Ripenso anche a Valentina.
Più ricostruisco mentalmente questa storia, più alcune conversazioni assumono un significato completamente diverso.
Ci sono frasi che, in quel momento, avevo accolto come certezze.
Oggi, invece, le rileggo con occhi diversi.
Una di queste continua a tornarmi in mente.
"Ieri sera ho parlato a lungo, con Gaia. E' entusiasta della vostra conoscenza. Le piaci veramente tanto."
Quando ascolto quelle parole, la mia interpretazione è immediata.
Per me esiste un solo significato possibile.
Se Gaia è entusiasta della nostra conoscenza e le piaccio veramente tanto, allora penso che stia nascendo qualcosa, che va oltre una semplice amicizia.
Oggi, però, mi rendo conto che quella conclusione nasce soprattutto, da ciò che desidero sentire.

Con il senno di poi, è possibile che Valentina abbia interpretato le parole di Gaia in un certo modo, mentre Gaia stesse parlando di qualcosa di completamente diverso.
Forse si riferiva semplicemente al piacere di aver conosciuto una persona, con cui stava bene.
Forse parlava di un'amicizia, che la rendeva felice.

Io, invece, ho trasformato quell'entusiasmo, nella conferma di un interesse sentimentale.
Non voglio pensare che Valentina abbia agito in malafede.
Ripensando a tutto quello che è successo, riconosco che ci sono stati comportamenti, che mi hanno ferito, e che continuo a trovare difficili da comprendere.
Ma da qui, ad attribuirle l'intenzione deliberata di farmi soffrire, c'è una differenza enorme.
Non riesco a convincermi, che il suo obiettivo fosse quello.

C'è poi un'altra frase che, all'epoca, rafforza ulteriormente le mie convinzioni.
"Lo so, ma vedrai: siete destinati a sposarvi. Io me le sento queste cose. Tu sei un ragazzo molto equilibrato. Per questo, le piaci. Non ci hai mai provato; segno di profonda sicurezza!"
In quel momento quelle parole hanno su di me un effetto enorme.
Non arrivano da una sconosciuta.
Arrivano da una persona, di cui mi fido profondamente.
È naturale, che finisca per crederci.

Oggi, però, provo a osservare quella conversazione, con maggiore distacco.
Mi chiedo se Valentina non sia stata semplicemente trascinata, dal proprio modo di vedere i rapporti.
Forse e' una persona romantica.
Una di quelle, che tendono a leggere nelle relazioni, un destino, dei segnali, delle possibilità, ancora prima, che esistano davvero.
Forse è proprio questa sua inclinazione, ad averla portata a interpretare le parole di Gaia, in maniera eccessivamente ottimistica.
E, di conseguenza, a trasmettere quell'entusiasmo anche a me.

Io, da parte mia, costruisco, sopra quelle frasi, un'intera storia.
Ogni parola diventa un tassello.Ogni rassicurazione alimenta la mia speranza.
Fino a creare, nella mia mente, un quadro che, con il tempo, si rivelerà molto diverso dalla realtà.

C'è però un elemento, che continua a lasciarmi perplesso.
Con il passare del tempo emerge, che Valentina era a conoscenza di alcune cose, che io ignoravo.Ad esempio, la vicenda del presunto aperitivo con Gaia.
Quando collego questo episodio agli altri, molti avvenimenti iniziano ad assumere un significato diverso.
È come se tanti particolari, fino a quel momento isolati, trovassero improvvisamente un collegamento.
Non perché gli eventi cambino.Gli eventi sono sempre stati gli stessi.A cambiare è il mio modo di guardarli.

Prima osservavo tutto attraverso il filtro delle mie speranze.
Adesso provo a ricostruire i fatti, con maggiore lucidità.
Non significa che ciò che non vedevo, prima non esistesse.
Significa soltanto, che io non ero ancora in grado di accorgermene.

Ripensando all'ultima serata con Gaia, mi viene anche un'altra riflessione.
Ho la sensazione che, pur avendomi profondamente ferito, abbia scelto di non spingersi fino all'estremo.
Le sue parole e i suoi comportamenti mi hanno umiliato.Questo è un fatto, che continuo a percepire con forza.
Ma, allo stesso tempo, ho l'impressione che avrebbe potuto infliggermi un dolore ancora maggiore.
Avrebbe potuto raccontarmi molti episodi della sua vita privata.Avrebbe potuto soffermarsi su situazioni, che sapeva mi avrebbero fatto ancora più male.
Non lo ha fatto.

Non so se quella sia stata una scelta consapevole, oppure no.Non posso saperlo.
Posso soltanto dire che, ripensando a questa sera, mi rimane la sensazione che abbia deciso di fermarsi, prima di oltrepassare un limite, che avrebbe reso quella umiliazione ancora più devastante.

Scusatemi, ho divagato. Torniamo indietro. Dove ero rimasto?Ora ricordo: alle frasi di Valentina.
Inizio così a credere, che forse non sia soltanto una mia impressione.
Nonostante questo, scelgo deliberatamente di non accelerare i tempi.
Con lei voglio mostrarmi diverso, da come immagino, si comportino molti altri ragazzi.
Assumo un atteggiamento distaccato.Faccio capire che, almeno per il momento, mi interessa soltanto costruire un'amicizia.
Non voglio dare l'impressione di avere fretta.Non voglio sembrare uno di quelli, che cercano immediatamente di conquistare una ragazza.
Preferisco procedere lentamente.
Voglio convincerle che, per me, un rapporto di coppia abbia un valore enorme e che, proprio per questo, non debba nascere d'impulso.
Voglio conoscere Gaia sempre meglio, e che le cose accadano naturalmente.In poche parole, cerco di incarnare l'immagine del classico bravo ragazzo.

Dentro di me, però, qualcosa sta già cambiando.
Inizio a immaginare Gaia, non più soltanto come un'amica.Comincio a pensare, che potrebbe diventare la mia ragazza.
La fantasia inizia lentamente a occupare sempre più spazio. Mi sorprendo perfino a immaginare di scoparmela, ma queste immagini non modificano il mio comportamento. Al contrario, rafforzano la mia prudenza.
Più lei mi piace, più sento il bisogno di muovermi con cautela.

Le ragazze più belle sono anche le più difficili da conquistare.Con persone come Gaia, penso, ogni dettaglio può fare la differenza.
Una parola sbagliata.Un comportamento fuori posto.Un'espressione fraintesa.Qualsiasi piccola imperfezione potrebbe compromettere tutto.
Per questo continuo ad aspettare,ad osservare.Continuo a rimandare il momento, in cui capire davvero,se ciò che provo, possa essere ricambiato.

Ma, proprio quando decido, che è arrivato il momento di sondare il terreno, tutto cambia.
Anzi, non faccio nemmeno in tempo.Non pronuncio una parola.Non provo ad avvicinarmi in modo diverso.Non chiarisco le mie intenzioni.
Gli eventi mi precedono.

Compare Mariano.Quasi all'improvviso.
Fino a quel momento il mio mondo sembra composto quasi esclusivamente da Gaia. Tutto il resto rimane sullo sfondo.
Poi, improvvisamente, è come se il sipario si alzasse.
Comincio ad accorgermi di Corrado.Dei miei amici.Del barista.
Persone che erano sempre state lì, ma che, fino a quel momento, non avevano avuto alcun peso nella mia percezione; iniziano improvvisamente a entrare nella scena. È come se il mondo intorno a Gaia prendesse forma, tutto insieme.

Contemporaneamente, il suo atteggiamento nei miei confronti, sembra cambiare.
Inizio ad avere l'impressione, che mi tratti con maggiore freddezza.
Ogni sua battuta mi appare più pungente.Ogni suo gesto mi sembra meno spontaneo.
Ripensandoci, mi chiedo se abbia iniziato a percepire qualcosa, che io stesso cercavo di nascondere.
Perché, anche se non le dico mai apertamente quello che provo, dentro di me nasce un sentimento nuovo.
Mi infastidisce vederla con altri ragazzi.Non è ancora gelosia dichiarata.È piuttosto una fitta improvvisa, che compare ogni volta, che la vedo prestare attenzioni a qualcun altro.

Cerco di comportarmi come sempre.
Continuo a non dichiararmi.Continuo a mantenere l'apparenza dell'amico tranquillo e razionale.
Ma il corpo racconta spesso, ciò che le parole cercano di nascondere.
Uno sguardo più lungo.Un'espressione che cambia.Un momento di silenzio.Una smorfia involontaria.
Piccoli segnali che, probabilmente, diventano più evidenti di quanto io stesso immagini.

Ho l'impressione che Gaia inizi ad accorgersene.
E, con lei, anche Valentina.
Da quel momento mi sembra che ogni episodio inizi a collegarsi al successivo, fino a costruire quello che, nella mia mente, diventa un vero e proprio castello di situazioni, sempre più complesse.
Gli eventi iniziano a susseguirsi con una velocità, che non riesco più a controllare.

Non ho nemmeno il tempo di fermarmi a riflettere.Non riesco a elaborare una strategia.
Non riesco a capire quale sia il modo migliore, per avvicinarmi a Gaia.
Ogni volta che provo a mettere ordine nei miei pensieri, succede qualcosa di nuovo, che cambia completamente lo scenario.
Gli avvenimenti scorrono troppo velocemente.
Ogni giorno porta un elemento nuovo.Ogni incontro modifica gli equilibri.Ogni occasione sembra sfuggirmi di mano, prima ancora che possa decidere come affrontarla.
Ho la sensazione di non essere più io a guidare gli eventi.Sono gli eventi a trascinare me.

A un certo punto ho la sensazione che tutto cambi, definitivamente.
Ho l'impressione che Gaia e Valentina comprendano ciò, che fino a quel momento avevo cercato di nascondere.
Capiscono che Gaia, per me, non è più soltanto un'amica.
Da quel momento non riesco più a controllare quello che provo.
La gelosia, che fino ad allora ero riuscito a trattenere, inizia ad affiorare sempre più spesso.
Non ho bisogno di dichiarare apertamente i miei sentimenti.
Sono i miei comportamenti a parlare per me.
Basta uno sguardo.Un momento di silenzio.Un'espressione che cambia, quando Gaia presta attenzione a qualcun altro.
Sono segnali che non riesco più a controllare.

Ed è proprio lì che, almeno nella mia percezione, comincia il mio calvario.
Inizio ad avere la sensazione, che Gaia non faccia nulla, per aiutarmi a uscire da quella situazione.
Anzi.Mi sembra che alcuni suoi comportamenti, finiscano per mettere, ancora più in evidenza, il mio disagio.
Ho l'impressione che la mia gelosia diventi sempre più visibile, anche agli occhi delle altre persone.
Quello che fino a poco tempo prima. era un sentimento che apparteneva soltanto a me; diventa qualcosa, che temo possano vedere tutti.

Ed è questo che mi fa stare ancora peggio.
Comincio a sentirmi osservato.Giudicato.Deriso.Ogni risata mi sembra riferita a me.Ogni battuta mi appare come una presa in giro.
Non so quanto queste percezioni corrispondano realmente, a ciò che gli altri pensano.
So soltanto che, in quel momento, io le vivo come assolutamente reali.
Dal punto di vista psicologico, entro in uno stato di continua allerta.

La fiducia, che avevo nelle persone, inizia lentamente a sgretolarsi.
Comincio a guardare ogni comportamento, con sospetto.
Ogni parola può nascondere un doppio significato.
Ogni sorriso può trasformarsi, nella mia mente, in una forma di scherno.
Persino le persone, con cui ho sempre avuto un buon rapporto, iniziano a sembrarmi potenziali avversari.

È un meccanismo tipico, di chi si sente profondamente vulnerabile.
Quando una persona teme di essere stata scoperta nel proprio punto più fragile, finisce spesso per interpretare l'ambiente come ostile; anche quando non possiede elementi sufficienti, per esserne certo.
È esattamente quello che accade a me.
Più mi sento esposto, più il mondo intorno mi appare minaccioso.

In tutto questo, continuo ad aspettarmi un gesto da parte di Gaia.Una parola.Un comportamento capace di rassicurarmi.Qualcosa che possa interrompere quella spirale di dubbi.
Ma quella rassicurazione, almeno per come la vivo io, non arriva mai.
Al contrario, ogni nuovo episodio sembra aumentare ulteriormente la mia confusione.
Fino al momento che, ancora oggi, considero il più doloroso.

La parola "amicizia".
Una parola semplice.Una parola che, pronunciata in un altro contesto, avrebbe avuto un significato positivo.
Per me, invece, assume il peso di una sentenza.
In quell'istante, tutte le speranze, che avevo costruito nei mesi precedenti, sembrano crollare una dopo l'altra.

Razionalmente capisco, che devo accettarla.
So che nessuno può imporre un sentimento.
So che l'amicizia è un legame autentico e prezioso.
Ma, emotivamente, non ci riesco.
Una parte di me continua a rifiutare quella realtà.Continua a cercare un'eccezione.Un equivoco.Qualunque cosa, che possa impedire a quella parola, di diventare definitiva.

Eppure, dentro di me, so che quella decisione è ormai irrevocabile.
È una sentenza, che non posso cambiare.
Posso soltanto prenderne atto, anche se ogni parte di me vorrebbe che fosse diversa.

Forse, raccontando tutta questa storia, mi sono dilungato troppo.Forse vi avrò anche annoiato.Ma avevo bisogno di mettere ordine nei miei ricordi.
Di dare un senso a emozioni che, per molto tempo, sono rimaste soltanto un nodo difficile da sciogliere.
E, in fondo, credo che, chi abbia vissuto una delusione sentimentale, sappia quanto sia difficile distinguere, col passare del tempo, ciò che è realmente accaduto da ciò che, in quel momento, il cuore avrebbe disperatamente voluto fosse vero.


Adesso vi ho parlato in modo lucido e obiettivo. La prima volta, quando ci siamo conosciuti, forse sono stato troppo ottimistico.
In quel momento ero convinto di aver capito perfettamente, ciò che stava accadendo.
Pensavo di avere il controllo della situazione.
Credevo di leggere correttamente i comportamenti di Gaia.
Ero convinto di riuscire a influenzare, almeno in parte, le dinamiche con Valentina e, forse, perfino quelle con Gaia.

Oggi mi accorgo di quanto quella convinzione fosse lontana dalla realtà.
Più analizzo quegli eventi, più mi rendo conto di aver sopravvalutato la mia capacità di interpretare, quello che stava succedendo.
Pensavo di essere io a guidare il gioco, di essere lo stratega.
Invece ero io a reagire agli stimoli, che ricevevo.
Le mie decisioni nascevano, quasi sempre, da ciò che Gaia faceva o diceva.
Ogni suo sorriso alimentava le mie speranze.Ogni gesto gentile rafforzava le mie convinzioni.
Ogni momento di complicità diventava, nella mia mente, la conferma che qualcosa stesse crescendo, anche da parte sua.

Col senno di poi, mi accorgo di aver costruito molte aspettative, partendo da segnali, che potevano avere significati diversi.
Il punto non è stabilire, se Gaia lo facesse intenzionalmente, oppure no.
Probabilmente non lo saprò mai.
Quello che conta, è l'effetto che il suo comportamento, produceva su di me.
Io lo interpretavo come interesse.
Mi convincevo, sempre di più, che esistesse la possibilità di trasformare quell'amicizia, in qualcosa di diverso.
Era questa convinzione a guidare ogni mia scelta.

Ed è proprio qui che nasce il mio errore di valutazione.
Credevo di osservare la situazione con lucidità.
In realtà ero coinvolto emotivamente, al punto da non riuscire più a distinguere ciò che speravo, da ciò che stava realmente accadendo.
Ripensando alle sue parole, mi torna spesso in mente una frase che allora non avevo compreso fino in fondo.
Gaia aveva parlato dei bei momenti passati insieme.
Mi aveva fatto capire che c'era qualcosa, che non avevo visto.Qualcosa di importante. Qualcosa che, preso dai miei sentimenti, non ero riuscito a comprendere.

All'epoca quelle parole mi avevano lasciato confuso.
Oggi assumono un significato completamente diverso.
Forse stava cercando di dirmi, che quei momenti avevano davvero un valore.Che erano sinceri.
Che anche lei li ricordava con piacere.
Ma quel valore apparteneva all'amicizia, non all'amore.
Io, invece, avevo attribuito loro, un significato diverso.
Avevo trasformato quella complicità, nella prova di un sentimento, che desideravo esistesse.

Per questo, oggi, mi faccio una domanda.
Posso darle torto?
La risposta, per quanto mi faccia male, è no.
Quando mi dice che ci sono stati momenti belli insieme, dice la verità.Quei momenti sono esistiti davvero.
Le risate erano autentiche.Le conversazioni erano sincere.La serenità, che provavo accanto a lei, non era un'illusione.Era reale.

Quello, che probabilmente non era reale, era il significato, che io avevo attribuito a tutto questo.
Ed è proprio questa consapevolezza, a rendere quei ricordi ancora più complessi.
Perché non devo fare i conti con una finzione.
Devo fare i conti con qualcosa che è stato davvero bello, ma che, forse, apparteneva a una dimensione diversa, da quella che avevo immaginato.



Col senno di poi mi pongo un'altra domanda, che continua a tornare.
Forse avrei dovuto accontentarmi della sua amicizia?
Forse sarebbe bastato accettare, che alcune persone entrano nella nostra vita, semplicemente per regalarci un legame sincero, senza che debba necessariamente diventare amore.
Forse, se non avessi cercato qualcosa di diverso, avrei continuato ad avere accanto una persona con cui ridere, parlare e condividere tanti momenti sereni.
È un pensiero che, oggi, mi accompagna spesso.

Perché quei ricordi rimangono autentici.Le risate erano vere.I sorrisi erano veri.Le conversazioni erano vere.La complicità che percepivo era reale, anche se apparteneva al terreno dell'amicizia, e non a quello dell'amore.

Ed è proprio questo contrasto a rendere tutto ancora più doloroso.
Sapere,che ciò che mi ha fatto innamorare, è nato da un rapporto che, forse, avrebbe potuto continuare a essere bello, proprio perché era soltanto un'amicizia.

Cerco istintivamente un fazzoletto nelle tasche.Frugo da una parte all'altra, ma non lo trovo.
Le lacrime continuano a scendere, e sento il bisogno di asciugarle.
Per un attimo mi fermo a pensare.
Potrei usare la camicia.In fondo, che importanza ha?
In questo momento il mio aspetto è l'ultimo dei problemi.
Dentro di me è successo qualcosa di molto più grande.

Non ho alcuna intenzione di rientrare.
Quel bar, fino a poche ore prima, era stato il luogo delle delle conversazioni e delle speranze.
Adesso mi appare completamente diverso.Mi sembra l' inferno.Ogni tavolo,ogni sedia,
ogni angolo.
Tutto sembra ricordarmi, ciò che ho appena perso.

L'idea di tornare dentro, mi provoca un senso di oppressione.
Ho la sensazione, che ogni minuto trascorso lì, possa soltanto aumentare il dolore.
E poi penso anche a Gaia.E a Serena.
Mi convinco, che sia giusto lasciarle tranquille.
Nella mia mente immagino che vogliano semplicemente scopare con i due, senza la presenza di qualcuno, che potrebbe rendere l'atmosfera più pesante.
Sarei io, quel qualcuno.

Pur non fregandogliene niente di me, la mia compagna di università non si troverebbe a suo agio.
Sotto un certo punto di vista, riesco addirittura a capirla. Qualsiasi ragazza avrebbe fatto lo stesso discorso di Gaia. Forse non avrebbe insistito per mandarmi in ospedale. Forse non avrebbe tentato di farmi ubriacare.
Però mi avrebbe voluto fuori dal locale.
L'essere ancora qui a pensarci, dimostra che aveva ragione.

Invece di dirigermi verso casa, sto guardando la facciata del locale.
Cerco di riordinare i pensieri.
Alcuni particolari continuano a tornarmi in mente. Piccoli dettagli. Frasi. Sguardi. Comportamenti.
Li ripercorro uno dopo l'altro, quasi nel tentativo di trovare un significato, che mi sia sfuggito.

So bene che, nessuno di quei dettagli, cambia la sostanza delle cose.
La realtà rimane la stessa.Le conclusioni, a cui sono arrivato, non cambiano.
Eppure c'è ancora qualcosa, su cui devo riflettere.
Una decisione difficile da prendere.Eppure è l'unica possibile. Non vedo altre soluzioni.

Questa è una soluzione?
Forse si, forse no.
Non ho ancora capito bene, il loro rapporto.
Eppure è l'unica strada percorribile.
Una strada può anche essere chiusa, senza uno sbocco.
Mi posso solamente aggrappare a ciò.

Poi se mi troverò davanti ad un muro infinito, potrò solamente ammirarlo nella sua maestosità.
Non potrò fare altro.
Non avrò il tempo per tornare indietro, e cercare un'altra strada.
Devo seguire il mio intuito. Finora mi ha sempre tradito ultimamente, ma voglio dargli fiducia un'ultima volta. Anche perché non ci saranno altre occasioni.

Per poter percorrere questa strada, dovrò veramente mettermi in gioco.
Sarò in grado? Non lo so.
Lo voglio fare? Probabilmente conosco già la risposta.
È una risposta che, in fondo, desidero accettare.
Ma non è questo il momento.
La mente vorrebbe continuare ad analizzare ogni dettaglio.
Il cuore, invece, è troppo stanco.

Adesso c'è soltanto una cosa da fare.
Rientrare.
Anche se quel locale mi fa soffrire.Anche se ogni passo pesa come un macigno.
Anche se vorrei essere in qualunque altro posto.

Perché, in questo momento, sento che questa è l'unica scelta possibile.
Non posso restare fermo, per sempre, fuori da quella porta.Non posso sottrarmi alla realtà.
Mi ripeto che, nonostante tutto, sono ancora qui.
Sono ferito.Sono deluso,ma non sono stato distrutto.

E allora riaffiora nella mia mente un'immagine.
Quella dello schiavo nell'arena.
Una metafora dura, crudele, ma capace di descrivere perfettamente ciò che provo.
Lo schiavo può essere colpito.Può cadere.Può sanguinare.Ma finché è in piedi, continua a combattere.
Non perché abbia scelto questa battaglia.Semplicemente perché non gli è concessa un'alternativa.

In questo momento mi sento esattamente così.
Non come un ragazzo, che ha perso.Nemmeno come uno, che si arrende.
Piuttosto come qualcuno che, nonostante il dolore, trova ancora la forza di fare un passo dopo l'altro, e di rientrare nell'arena;perché sa che la vita, anche quando sembra insopportabile, continua comunque a chiedergli di andare avanti.

Torniamo a Roberto e Lavinia.
Ma come può farmi una domanda simile?
Nella mia testa la risposta è ovvia. Per me non c'è alcun dubbio, su quello che desidero sapere. Non si tratta soltanto di curiosità: è il bisogno di capire un mondo, che mi sembra lontanissimo dal mio. Ogni volta che Lavinia racconta qualcosa della sua vita, ho la sensazione di osservare una realtà, a cui non appartengo.
E così le dico:"Lavinia; vorrei che mi descrivessi minuziosamente, tutto quello che succederà nel camerino; quando andrete, tu e il tuo fidanzato."

Lei mi guarda, portandosi una mano sotto il mento, come se stesse riflettendo seriamente, sulla domanda.
" Roberto; un attimo. Tu vuoi essere come Bruno? "
"Sì, i miei punti a scuola crescerebbero, e qualche ragazza inizierebbe a guardarmi. Le più brutte, ovviamente. Forse."
Le sfugge un sorriso.
"Non sapevo che, quelli che si fanno le seghe, avessero così successo."
La battuta alleggerisce, per un istante, la tensione, ma io rimango serio.
" Qualunque cosa che riguarda te, per me rimane intrigante."

Lei cambia leggermente espressione.Il sorriso si attenua.
" Mi dispiace, ma io posso dire di sì a Bruno, su questa cosa. Non a te."
Quelle parole mi arrivano addosso, come un colpo improvviso.
Non perché mi aspettassi davvero una risposta diversa, ma perché, fino a questo momento, avevo coltivato la speranza che, almeno con lei, le regole fossero differenti.
La guardo con aria abbattuta.Sento il volto perdere colore.
Dentro di me riaffiora quella sensazione, che conosco fin troppo bene: quella di non essere mai considerato dalle ragazze.

Lavinia se ne accorge immediatamente.
Osserva il mio silenzio e comprende di aver toccato un punto delicato.
Così ci tiene a precisare:"Roberto; io racconterò a Bruno quel genere di cose, solamente per umiliarlo. Lui proverà piacere? Può essere, non lo metto in dubbio. Da me, non avrà mai il rispetto, però. È quello, che conta. Se una ragazza ti rispetta, è tutto."
Le sue parole cambiano il significato della conversazione.
Non sta parlando di confidenze.
Sta parlando di rispetto.Di dignità.Di come le relazioni non si costruiscano sulla curiosità degli altri, ma sulla fiducia reciproca.

"Hai ragione. A scuola, nessuna mi rispetta."
Lei non cerca di addolcire la realtà:"In effetti, non c'è proprio nessuna che ti rispetta, a scuola."
È una frase dura.Forse troppo.Ma pronunciata, senza cattiveria.
Sembra quasi una constatazione, non un'offesa.

Non so cosa rispondere.
Resto in silenzio.
Per qualche secondo nessuno dei due parla.
Poi Lavinia rompe nuovamente il silenzio:"Ora possiamo continuare il nostro giro?"
La guardo, incredulo.
"Ma sei seria? Le commesse sono stufe di vedermi qui dentro."
Lei scrolla appena le spalle.
"Proprio per questo rimaniamo ancora, e non cambiamo negozio di intimo. Prima li guardiamo tutti, così decidi. Se poi non te ne piace nessuno, cambiamo negozio.»
" È Oceano, che deve decidere."
Lei sorride:"Giusto, dimenticavo. Hai ragione. Che sbadata."

Prima che possa replicare, mi prende per mano.
" Roberto; riprendiamo il nostro giro."
Non riesco a capire, se lo faccia per prendermi in giro, o per impedirmi di chiudermi di nuovo in me stesso.
Forse entrambe le cose.
Forse ha capito che, quando rimango troppo a lungo fermo, finisco per perdermi nei miei pensieri.

Mi conduce davanti a un altro scaffale.
Qui l'esposizione è diversa.I completi sono ordinati per stile.
Alcuni hanno linee essenziali, altri puntano maggiormente sulla ricercatezza dei dettagli.
Lavinia ne prende uno, con estrema naturalezza.
Il completo, che tiene in mano, appare delicato e raffinato.
Il reggiseno presenta bordi ricamati molto sottili, spalline leggere e una lavorazione elegante, che privilegia la semplicità. Gli slip coordinati riprendono gli stessi motivi, con piccoli inserti in pizzo laterale, che donano continuità all'insieme, senza risultare appariscenti.

La mia compagna di banco inclina leggermente la testa:"Secondo te è troppo elegante?"
La mia mente smette di funzionare.
Non credo abbia ancora capito, quanto quella domanda mi metta in difficoltà.
Non sono abituato che una ragazza mi chieda davvero un'opinione, su qualcosa di così personale.
"Non lo so."
Lei sospira, teatralmente:" Roberto; se continui a rispondermi così, facciamo notte."
Sorride, mentre ripone con cura, il completo.

Poi si sposta verso un altro espositore.
Qui l'atmosfera cambia completamente.
I colori sono più intensi.
Rosso scuro.Nero.Bordeaux.
Anche i tessuti sembrano avere una finitura più lucida, mentre le linee dei capi risultano più decise e geometriche.

Lavinia prende un completo nero, con dettagli color vinaccia.
Il reggiseno ha una struttura più definita, con cuciture ben visibili lungo le coppe, e piccoli ricami geometrici, che ne evidenziano il disegno. Lo slip coordinato mantiene uno stile essenziale, arricchito soltanto da discreti inserti laterali, che alleggeriscono l'insieme.
Lo osserva attentamente.
"Questo invece sembra da ragazza pericolosa."

La guardo.
Invece di soffermarmi sul capo che tiene in mano, mi soffermo sul suo modo di interpretarlo.
Capisco che, per lei, quei completi non sono soltanto oggetti.
Sono modi diversi, di esprimere la propria personalità.
Ed è forse un aspetto che, fino a questo momento, mi era completamente sfuggito.

Con il passare del tempo, dovrei trovarmi più a mio agio; invece continuo a sentirmi sempre più in difficoltà.
Ogni frase, che pronuncia, ha un effetto imprevedibile su di me.
Lei parla con naturalezza, mentre, nella mia testa, ogni parola si trasforma in un'immagine, che poi cerco disperatamente di allontanare. Più tento di controllare i pensieri, più questi ritornano con forza.
Continuo a sentirmi fuori posto.
E' come se stessi affrontando un esame, per il quale nessuno mi abbia mai preparato.

La mia compagna di banco se ne accorge immediatamente.
Mi osserva per qualche istante, poi cerca di scuotermi:" Vuoi parlare?"
Alzo lo sguardo verso di lei.
Vorrei trovare una risposta intelligente, qualcosa che alleggerisca questa situazione.
Invece torno sempre allo stesso pensiero:"Lavinia; ascoltami. Chiama Oceano; sicuramente lui è più bravo di me."
La mia compagna di banco scuote lentamente la testa:"Assolutamente no."
Il suo rifiuto è immediato.
Non sembra nemmeno prendere in considerazione l'idea.

Con estrema naturalezza, avvicina il reggiseno, che ha ancora in mano, e lo usa per farmi percepire le diverse caratteristiche del tessuto.
Lo passa lentamente sulla mia faccia:prima su una guancia, poi su un'altra. Il percorso devia sui miei occhi, per poi scendere verso il mio naso. E poi ancora più giù, sulle mie labbra.
Per la prima volta la mia bocca ha un incontro ravvicinato con un reggiseno.

Con la sua " visita turistica guidata", Lavinia mi invita a prestare attenzione alle differenti lavorazioni: le parti più morbide, quelle più consistenti, e quelle più leggere.
Io mi concentro quasi involontariamente sulle sensazioni.
Mi sorprende quanto possano essere diversi, al tatto, materiali che, da lontano, sembrano identici.
Le mie uniche nozioni, fino ad oggi, in materia, si riferivano a foto su internet.

La parte che mi intriga di più, è quella trasparente,leggera; quella dove il contatto con il seno, e’ praticamente annullato. La pelle delle tette riesce a far transitare le proprie tracce, anche sulla parte esterna,essendoci fori invisibili all'occhio umano.
Se una tetta,coperta da quel reggiseno, entrasse nella mia bocca; la mia saliva la raggiungerebbe.
Non devo pensare a queste cose. Ora non è il tempo di farmi le seghe.
Devo restare ben ancorato alla realtà. E' una cosa che non succederà mai, ne con la mia compagna di banco, ne con un'altra.

La mia compagna di banco rompe nuovamente il silenzio:" Roberto; chiudi gli occhi."
Esito appena.Poi decido di fidarmi.Li chiudo.
Per qualche istante smetto di guardare, e provo soltanto ad ascoltare e a percepire.
Lavinia continua a parlare con un tono tranquillo, quasi volesse trasformare questo momento, in un semplice esercizio di osservazione.

Le sue parole, però, alimentano ancora una volta la mia immaginazione.
”Roberto; questo reggiseno è sicuramente stato provato; e io sto sfregando, sulle tue labbra, la parte, dove si sono appoggiati i seni di qualche ragazza. Pensa; è come se tu stessi baciando i seni di tantissime ragazze, tutte assieme.”

Cerco di concentrarmi esclusivamente sulla consistenza del tessuto, ma la mia mente continua a correre molto più veloce di quanto vorrei.
E la colpa è soprattutto sua. Perché ha dovuto dirmi una simile frase?
Io cerco di non pensarci, e lei mi obbliga a tornare lì, con la mente.
Non si parla di più di un reggiseno, ma delle tette di una ragazza. Anzi, di tantissime ragazze.

E qui nasce il problema.
Lei vive tutto con leggerezza.
Io, invece, attribuisco, a ogni gesto, un significato enorme.
Decido comunque di godermi il momento. E’ una sensazione fantastica. Sulla mia faccia non si era mai posato un reggiseno. Sembra quasi un oggetto volante non identificato.
Arrivano gli alieni, e il mio cuore batte più forte del normale.
Già, perché le tette sono come alieni, per me.

Intanto Lavinia continua a osservarmi.
Sembra quasi divertita dal mio evidente imbarazzo, ma non con cattiveria.
Piuttosto con la curiosità, di chi cerca di capire come funzioni una persona, completamente diversa da sé.
Poi continua:"Non ti piacerebbe essere un reggiseno? Staresti a contatto ventiquattro ore al giorno,con un paio di seni."
Resto spiazzato da quella domanda.
Provocatoria, surreale. Aggiungeteci pure tutti gli aggettivi, che volete.
È il genere di battuta, che soltanto lei riuscirebbe a pronunciare con quella naturalezza.

Io, invece, reagisco d'istinto.
Senza riflettere.
Il mio cazzo è diventato duro, e ormai ragiono con quello.
"Sì, vorrei trasformarmi in un reggiseno."

Appena le parole escono dalla mia bocca, mi rendo conto di aver risposto con un'eccessiva sincerità.
Abbasso immediatamente lo sguardo.
Conosco fin troppo bene questa sensazione.
Prima parlo.
Poi penso.
E, quasi sempre, finisco per pentirmene.
Mi aspetto che, da un momento al altro, la mia compagna di banco mi riprenda. Sono andato oltre, avrei dovuto rispondere negativamente.
Probabilmente era solamente un test, per verificare il mio grado di affidabilità.

Invece la sua reazione è completamente diversa, sbalorditiva.
Avvicina le sue labbra ad un mio orecchio, quasi a sfiorarmelo, e mi sussurra:" Ma non puoi farlo. Ci sono solamente tre modi, per cui tu possa essere un reggiseno. Si fa per dire, ovviamente. O sfreghi la tua faccia sui seni di una ragazza, o usi la tua bocca sui suoi seni, oppure ci appoggi le mani, sopra. Quale ti piacerebbe di più?”
Il tessuto del reggiseno, che mi copre sempre un po' la bocca; mi impedisce di essere chiaro, ma riesco a farmi capire ugualmente.
Farfuglio una frase insensata:” C’e’ anche la possibilità, che uno sfreghi il cazzo, sui seni della ragazza.”

Uno schiaffo mi colpisce?
No, la reazione è allegra: una risata
” Roberto; pero’ ora non fare il maiale.”
Dopo la corretta sgridata, cerco subito di rimediare:” Scusami.”
La sua bocca sfiora ancora il lobo di un mio orecchio, e sento nuovamente il suo respiro, che arriva fino il mio cervello; mentre parla:” Stavo scherzando. Roberto; non devi mai chiedere scusa ad una ragazza, altrimenti ti dimostri un debole.”
La mia compagna di banco si rende conto, di cosa sta dicendo? Se non chiedo scusa o non trovo quanto meno una giustificazione, le ipotesi sono due: uno schiaffo, o la fine di un'amicizia.
Ho sbagliato, scusatemi. Io non ho amiche. Solamente compagne di classe.
” E se poi si arrabbia?”
Lavinia allarga le braccia, e mi risponde con naturalezza:” Fa lo stesso, tanto poi le passa.”
Scuoto la testa. Devo farle capire che, in questa città, non funziona così.
E glielo sottolineo:” No, non funziona cosi’. Me l’hai dimostrato te,l’altra sera in pizzeria, davanti a Patrizia.”

La mia compagna di banco toglie il reggiseno dalla mia faccia.
"Roberto; apri gli occhi.”
Li apro e colgo il suo sguardo infuriato.
” Ho detto qualcosa che non va?”
La voce è solamente apparentemente calma.Sembra trattenersi a fatica:” Cosa avrei fatto di cosi’ strano? Sentiamo.”
” Mi hai umiliato davanti a Patrizia.”
” E in che modo? “
Fa finta di avere l'amnesia.
Invece le sue parole sono rimaste scolpite nella mia testa.
Voglio ricordarle quanto successo:” Hai detto che certe cose “

Lavinia cambia espressione. Da infuriata, passa a sembrare seria. Il tuo condito con una leggera spintarella.
” Sei proprio un maiale; Roberto.”
” So di essere uno sfigato.”
” Ti ho detto che sei un maiale, non uno sfigato.”
” Sempre in senso dispregiativo.”


Mi guarda, sospira, e poi passa su un altro piano:” Roberto; con Patrizia non ti ho umiliato. Mi sono umiliata io. Ho accettato di farmi dire di tutto, e sono stata addirittura tradita da te, che hai raccontato i fatti nostri. La prossima volta, se ti devi lamentare di qualcosa, vieni direttamente da me. Non andare da un’ altra persona.”
Obietto:” Dopo il discorso che hai fatto? Sei stata chiarissima. Hai ribadito il no, in caratteri cubitali.Ed eri molto arrabbiata. Sembravi una iena.”
” Hai ragione. Sono così arrabbiata con te, che ti sto chiedendo quali reggiseni vedresti meglio, sui miei seni.”

La sguardo, sbalordito.
Abbasso gli occhi.
Ha delle tette veramente grosse.
Lavinia se ne accorge e puntualizza la cosa:” Si, proprio queste. Quali reggiseni starebbero meglio su questi seni?”
” Ma in che senso, se qualcosa non va, devo venire da te?”
” Molto semplice. Se qualcosa ti da fastidio, mi prendi in disparte, e me lo dici subito.”
” Forse non ti ricordi, di cosa parlavamo.”
” Me ne ricordo benissimo, invece. Dei miei seni, e di alcune cose veramente schifose.”
Sono in mega imbarazzo. Non so assolutamente cosa dire.
In fondo ha ragione.
Ora pero', non ho idea di cosa rispondere.

Vista la mia indecisione, è lei a ribadire:” Se qualcosa non ti sta bene, non me lo rinfacci dopo.”
” Mi sembra una cosa stupida parlarne.”
La sua risposta mi prende in contropiede:” Guarda che sei stato tu, a tirare fuori nuovamente il discorso. “
Cerco una via d'uscita.
Questa volta sono io, a cambiare discorso:” Meglio che torniamo a guardare i completi intimi.”
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