tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 83 )
03.07.2026 |
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"Come se ogni mio gesto servisse soltanto a farmi salire o scendere di valore, ai suoi occhi..."
Apro lentamente la porta del locale e rientro.È un gesto semplice ma, dentro di me, sembra richiedere uno sforzo enorme.
Ho appena deciso di tornare nel luogo in cui, pochi minuti prima, mi sono sentito emotivamente distrutto.
Non appena metto piede all'interno, prendo una decisione precisa.
Non mi guardo intorno.Non cerco nessuno.Soprattutto, non cerco Gaia.Non cerco Serena.
So che basterebbe un solo istante.Uno sguardo.Un incrocio di occhi.
E tutto il fragile equilibrio, che sto cercando di ricostruire, crollerebbe di nuovo.
In questo momento conosco perfettamente il mio punto debole.
So che, se le cercassi con lo sguardo, non riuscirei più a controllarmi.
È come se fossi un matador, entrato nell'arena con il drappo rosso, già spiegato davanti a due tori inferociti.Non avrei alcuna possibilità.Verrei travolto immediatamente.Abbattuto.Finito.
Per questo impongo a me stesso, una regola molto semplice.
Lo sguardo deve avere una sola destinazione.Il tavolo, dove ero seduto all'inizio della serata.
Nient'altro.Non esistono le persone attorno.Non esistono i rumori.Non esistono i sorrisi.
Esiste soltanto quel punto preciso, da raggiungere.
È quasi un esercizio di sopravvivenza psicologica.Più restringo il mio campo visivo, meno possibilità ho di essere nuovamente travolto dalle emozioni.
Respiro profondamente.Cerco di rallentare il battito del cuore.Ogni inspirazione diventa un tentativo di riprendere il controllo.Ogni espirazione cerca di espellere almeno una parte dell'angoscia, che porto dentro.
Poi inizio a camminare.Mi impongo un passo sicuro.Deciso.
Non voglio che nessuno possa leggere, nel mio modo di muovermi, il disastro emotivo che sto vivendo.
All'esterno provo a mantenere una parvenza di normalità.
Dentro, invece, ogni passo pesa come un macigno.
La distanza, tra l'ingresso e il tavolo, è di pochi metri.Eppure la percepisco come infinita.Il tempo sembra deformarsi.Ogni secondo si allunga.Ogni passo sembra richiedere uno sforzo enorme.
Ho la certezza di attraversare un luogo ostile, dove qualsiasi distrazione potrebbe riportarmi al punto di partenza.
Finalmente arrivo.
Quel semplice tavolo diventa una specie di rifugio.Non un luogo felice.Non un luogo sicuro.
Ma almeno un punto fermo.
Prendo lentamente la sedia.La tiro indietro.Il rumore delle gambe che strisciano sul pavimento mi riporta, per un attimo, alla realtà.
Mi siedo.
Appoggio i gomiti sul tavolo e rimango immobile.Per qualche secondo non faccio assolutamente nulla.
Lascio soltanto che il mio respiro ritrovi un ritmo regolare.
Davanti a me, noto una piccola scodella di noccioline.È ancora lì.Come se il tempo, per quell'oggetto insignificante, non fosse mai passato.
La avvicino lentamente.
Comincio a prenderne una.Poi un'altra.
Inizio a sgranocchiarle, quasi senza accorgermene.
Non lo faccio, perché ho fame.Lo faccio, perché ho bisogno di occupare le mani.Ho bisogno di dare al mio corpo, un gesto semplice e ripetitivo.Qualcosa che impedisca alla mente, di tornare continuamente sugli stessi pensieri.
È una strategia spontanea.
Quando il dolore emotivo diventa troppo intenso, anche un gesto banale può trasformarsi in un piccolo appiglio.
Il rumore delle noccioline spezzate tra i denti interrompe, almeno per qualche istante, il flusso incessante dei miei pensieri.
Passano i minuti.
Davanti a me la partita continua.I giocatori corrono.Il pubblico esulta.L'arbitro fischia.
Tutto procede normalmente.
Io tengo gli occhi puntati sullo schermo.Ma, in realtà, la mia attenzione è altrove.Guardo la partita, senza vederla davvero.
Le immagini scorrono davanti ai miei occhi, mentre la mente continua lentamente a riorganizzare, ciò che è accaduto.
È come se il mondo esterno avesse ripreso il suo ritmo normale, mentre quello interiore fosse rimasto fermo a pochi minuti prima.
Eppure resto seduto.
Continuo a mangiare una nocciolina dopo l'altra, mentre fisso il televisore.
In questo momento non sto cercando di divertirmi.Sto semplicemente cercando di sopravvivere a questa serata, un minuto alla volta.
Dopo aver vomitato, so benissimo che non dovrei mangiare nulla.Il mio stomaco è ancora sottosopra, il corpo è debilitato e la testa fatica a ritrovare lucidità.
Eppure, in questo momento, non me ne importa.
Le noccioline non rappresentano un bisogno fisico.Sono soltanto un modo per tenere occupate le mani.
Per non pensare.Per non alzare gli occhi.Per fingere, almeno per qualche minuto, che la mia mente possa concentrarsi su qualcosa di completamente insignificante.
Allungo lentamente la mano, verso la scodella.
Le dita stanno per afferrare qualche nocciolina quando, all'improvviso, sento qualcosa sfiorarle.
Non è il bordo della ciotola.Non sono le noccioline.
Qualcuno mi sta prendendo la mano.Per un istante penso che possa essere un cameriere.
Forse qualcuno che non si ricorda, che ero già seduto a questo tavolo.Forse pensa che io stia prendendo qualcosa, senza aver ordinato.
È un pensiero rapidissimo.Istintivo.
Abbasso lo sguardo.
Nella scodella, oltre alla mia mano e alle noccioline, ce n'è un'altra.
Una mano femminile.Piccola.Curata.Inconfondibile.
Mi giro molto lentamente.
È Gaia.È in piedi, accanto a me.
Non mi ha chiamato.Non ha attirato la mia attenzione.
Ha semplicemente deciso di entrare nel mio spazio, nel modo più silenzioso possibile.
C'è un particolare, che mi colpisce immediatamente.
Lei non ha preso una nocciolina.Ha preso le mie dita.
Lo ha fatto con una delicatezza, quasi disarmante.
Come se quel gesto fosse la cosa più naturale del mondo.Come se, pochi minuti prima, non fosse successo assolutamente nulla.
Sul suo volto compare una leggera risata.Non è fragorosa.È quasi soffocata.
"Scusami, Francesco; che cosa buffa."
Resto in silenzio.Non riesco a rispondere.
Dentro di me convivono emozioni, completamente opposte.
Una parte vorrebbe allontanarsi.L'altra continua ancora a cercare, quasi inconsciamente, quella ragazza con cui aveva costruito mesi di complicità.
Gaia sposta una sedia.Si accomoda accanto a me.
E continua a tenere strette le mie dita.
Il suo comportamento mi destabilizza ancora una volta.
Solo pochi minuti prima sembrava voler chiudere ogni dialogo.
Adesso, invece, si comporta come se nulla fosse successo.
Come se tutto potesse essere cancellato con un sorriso.
È uno dei meccanismi, che più mi confonde.
Non riesco mai a capire quale sia il vero volto, che ho davanti.
Quello duro.Quello ironico.Oppure quello affettuoso.
O forse tutti insieme.
Ed è proprio questa imprevedibilità, a tenermi emotivamente prigioniero.
Poi succede qualcosa, che non mi aspetto.
Invece di lasciare la mia mano, Gaia prende il mio dito medio e se lo porta lentamente alla bocca.
Sento i suoi denti appoggiarsi, con estrema delicatezza, sul polpastrello.
Non è un morso, che vuole fare male.
È quasi un gesto infantile.Uno scherzo.O almeno è così, che lei sembra volerlo presentare.
Subito dopo sorride appena, e dice:"Scusami, Francesco; ero distratta."
Continuo a rimanere immobile.
Potrei ritirare la mano.Potrei interrompere, immediatamente, quel contatto.
E invece non lo faccio.
Il mio cervello sembra essersi completamente bloccato.
Sono troppo stanco.Troppo confuso.Troppo svuotato, emotivamente, per reagire.
Lei alza gli occhi e mi guarda.
Per qualche secondo rimane in silenzio.
Poi, con un tono leggero, quasi divertito, mi domanda:"Francesco; il tuo dito non è una nocciolina. Perché non lo togli?"
Sospiro lentamente.
Dentro di me la risposta è fin troppo chiara.
Mi sto facendo prendere in giro, ancora una volta.
Anche questo gesto, apparentemente tenero, viene trasformato in un gioco, in cui io divento il bersaglio dell'ironia.
È come se ogni mia reazione fosse prevista.
Qualunque cosa faccia, sembra sempre esistere un modo, per ribaltarla contro di me.
Provo allora a ritirare, lentamente, il dito.
Finalmente ho una reazione.
Ma, proprio in quell'istante, sento la presa cambiare.La pressione dei suoi denti aumenta leggermente.
Non abbastanza da farmi male.Quanto basta per impedirmi, di liberarmi con naturalezza.
Gaia abbozza un sorriso.Un sorriso piccolo,quasi impercettibile.
In questo momento ho la sensazione, che non stia cercando un contatto affettuoso,ma una reazione.
Vuole capire, se tirerò via il dito.Se protesterò.Se mi lascerò coinvolgere, ancora una volta, nel suo gioco.
Io, invece, resto sospeso tra due desideri opposti.
Quello di sottrarmi, definitivamente, a quel continuo tira e molla, emotivo.
E quello, molto più profondo e difficile da spegnere; di ritrovare, almeno per un istante,la Gaia dei primi tempi, quella con cui bastava uno sguardo, per sorridere insieme.
È proprio questa contraddizione, a consumarmi.
Perché il contatto delle sue dita, continua ancora ad avere il potere di emozionarmi.
Ma ormai ogni gesto è accompagnato dal dubbio.Ogni sorriso può nascondere una presa in giro.Ogni carezza può trasformarsi, un attimo dopo, nell'ennesima ferita.
Intanto il mio dito è ancora tra i denti di Gaia.
Il contatto continua, ma ormai non riesce più a trasmettermi serenità. Ogni suo gesto, anche il più delicato, è diventato ambiguo. Non riesco più a distinguere dove finisca la spontaneità, e dove inizi il gioco. È questo, forse, il cambiamento più doloroso. Nei primi mesi bastava un sorriso per farmi stare bene; adesso lo stesso sorriso mi mette in allarme.
Lei rompe il silenzio:"Francesco; ma prima sei andato a vomitare di nuovo?"
Scuoto lentamente la testa.Non ho nemmeno voglia di spiegare.
La mia compagna di università continua a parlare:"E allora perché sei scappato via? Io e Serena abbiamo pensato che stessi male."
Davvero non hanno capito?
Davvero pensano che io sia scappato, soltanto per un malessere fisico?
Possibile che non abbiano visto, quello che mi stava succedendo dentro?
Che non abbiano capito che, più dell'alcol, mi avevano fatto male le loro parole, le loro risate, il modo in cui mi avevano trasformato nel bersaglio della serata?
La domanda mi esce quasi spontanea.
"Se pensavate ciò, perché non vi siete preoccupate, di come stavo?"
Gaia risponde con assoluta naturalezza:"Francesco; io ti ho proposto di chiamare l'ambulanza. Se non hai accettato, non stavi cosi male. Hai solamente bevuto un po' troppo. Sono tutta profumata, non era il caso che,"interrompendo la frase.
Per un attimo sembra cercare le parole giuste.
"Ho preferito non assistere ad uno spettacolo poco gratificante. Avresti solamente perso punti, non credi?"
Quelle parole sono ancora un colpo basso, e di quelli forti.
Ancora una volta il suo ragionamento ruota attorno ai "punti".Come se il nostro rapporto fosse una classifica.
Come se ogni mio gesto servisse soltanto a farmi salire o scendere di valore, ai suoi occhi.
Le rispondo con amarezza:"Non ho già più punti; Gaia."
Lei abbozza un sorriso.Non sembra cattivo.
Sembra quasi voler alleggerire il discorso.
"No, dai; non dire cosi'. Non hai tanti punti, ma non sei neppure a zero punti."
Dentro di me penso immediatamente a Bartolomeo.
Ha ragione: a livello di stronzaggine, non la batte nessuna.
In questo momento mi torna in mente ogni sua parola.
Gaia riesce davvero a dire frasi durissime, con un sorriso quasi rassicurante.
È una contraddizione, che continuo a non comprendere.
Vedendo che non rispondo, riprende a parlare:"Francesco; se tu non fossi rientrato, avrei chiamato mio padre, e gli avrei chiesto di venirti a cercare."
Sorrido amaramente.È un sorriso senza gioia.Più vicino alla disperazione, che all'ironia.
"Anche in quel caso, non saresti uscita dal locale."
Mi guarda incuriosita.
"Adesso mi dici, perché sei uscito dal locale, se non per vomitare?"
Sembra davvero interessata alla risposta.
Questa volta non giro intorno alla questione.
Le dico la verità:"Non vi sopportavo più."
Per qualche secondo penso che possa fermarsi a riflettere.Che possa chiedersi, se davvero abbiano esagerato.
Invece no.
Replica con la leggerezza, di chi continua a vedere tutta questa serata, come un enorme equivoco:"Francesco; stavamo scherzando. Guarda il lato positivo. Dopo questa serata,usciremo sempre con te. Non ci siamo mai divertite cosi' tanto, nella nostra vita."
La guardo.
Non riesco proprio a trovare nulla da dire.
Siamo troppo lontani.
Per lei questa serata è stata un successo.
Per me è stata una delle esperienze emotivamente più dolorose, che abbia mai vissuto.
Improvvisamente sfila lentamente il mio dito, dalla sua bocca.
Ma non lo lascia.
Lo accarezza distrattamente, mentre aggiunge:"“ E’ rimasta un po' di saliva, ma non penso ti faccia schifo; Francesco. “
Questi suoi continui atteggiamenti ambigui, non mi lasciano assolutamente tranquillo.
Può succedere qualsiasi cosa, e io non sono preparato.
Quando sono rientrato nel bar, ero consapevole che sarebbe potuto accadere ciò.
Posso solamente prendermela con me stesso, non con lei.
Gaia rimane la solita Gaia.
E temo che non cambierà mai.
Nuovamente torna in picchiata sul argomento precedente. Ha voluto distrarmi con il discorso della saliva, per mettermi in confusione.
Ora, però, vuole mettere bene in chiaro una cosa,sebbene non ne capisca il motivo.
"Però c'è una condizione, non trattabile. Con Serena, tu non potrai mai uscire, da solo."
Il motivo di questa precisazione mi è ignoto.
Lasciando perdere questa cosa, mi pare evidente che,ancora una volta, sembra voler riprendere il filo di un discorso normale.
Come se bastasse cambiare argomento, per cancellare tutto ciò che è accaduto poco prima.
"Gaia; io non ci credo. Tu vuoi far passare che, prima, non sia successo nulla?"
Lei mi guarda, quasi sorpresa.
"Sono con te, sono carina con te. E’ successo qualcosa prima?"
Quelle parole mi feriscono profondamente.
È come se la sofferenza, che provo, non esistesse.Come se fosse stata completamente cancellata dalla sua memoria.
Cerco allora di darle un nome:"Gaia; mi avete umiliato e sottomesso nei bagni."
Lei inclina appena la testa.
Poi domanda semplicemente:"E allora?"
Per qualche secondo rimango senza parole.
"Sei seria?"
Lei risponde con una tranquillità, che mi lascia disorientato.
"A letto i ragazzi sottomettono noi ragazze? Si. E noi non possiamo sottomettervi qualche volta?"
Abbasso lo sguardo.
Capisco che stiamo parlando due lingue completamente diverse.
Per lei è un ribaltamento scherzoso dei ruoli.
Per me è stata una profonda umiliazione emotiva.
Non riesce proprio a cogliere la differenza.
Anche la sua mano la lascia la presa. Ora non c'è più alcun contatto fisico tra noi due.
Poi si avvicina ancora di più.
La sua voce si abbassa.
"Cosa c è, Francesco?"
Rispondo quasi sottovoce:"Hai detto bene: quelli che vi sottomettono. Se quando mi guardi, ti viene da ridere."
Non mi lascia finire di parlare.
Interviene immediatamente:"Francesco; io rido per colpa tua. Cambia atteggiamento, e non riderò più."
È una risposta, che mi lascia ancora più vuoto.
Come se la responsabilità di tutto, ricadesse sempre su di me.
Le dico, allora, ciò che sento davvero:"Dopo quanto successo prima, credo che non ci sia più niente da dire."
Lei mi osserva.
Poi mi domanda:"E allora perché sei rientrato? Per la partita?"
Con molta calma, le rispondo:"Ma io non mi sono avvicinato a te."
"Lo so, l'ho fatto io. Dopo quanto successo, è normale che io ti venissi a cercare."
Questa frase mi sorprende.
Sembra quasi riconoscere, che qualcosa è realmente accaduto.
Però voglio esserne certo.
Con Gaia, nulla e' mai quello che sembra.
"E come mai?"
Lei sospira appena."Perché le nostre attenzioni non ti sono piaciute.E comunque, perché non voglio la guerra con mio padre, dopo."
Ecco il punto.
Capisco che, almeno in parte, il motivo della sua presenza non riguarda me.
Riguarda anche le possibili conseguenze.
"E se andassi a casa, cosa faresti?"
Lei risponde, senza alcuna esitazione:"Resterei ovviamente. È come avevi detto . Non sarei venuta con te e tuo padre. Avrei trovato una scusa."
Quelle parole confermano ciò che avevo supposto.La mia intuizione era corretta.
"Allora non abbiamo nulla, di cui parlare."
"Guarda che il discorso step, rimane. Il problema è uno: non puoi sottrarti ad ogni confronto."
La interrompo subito:"Gaia; tu non hai alcuna considerazione di me. Non posso dimenticare quanto successo prima. Non ci riesco."
Il dolore esce senza filtri.
Lei, però, continua a ragionare in termini pratici:"Francesco; io sono venuta, e sto facendo la carina. Cerca di fare il carino, e le cose si aggiustano. Serena è con il suo ragazzo. Io dovrei essere con Massimo, al bar. Vedendomi con te; i colleghi e i clienti di Massimo, si faranno qualche domanda. Lui ha già parlato di me. Mi stai mettendo in difficoltà. Io devo tornare da lui."
Ancora una volta percepisco la distanza tra noi.
Io sto parlando di emozioni.
Lei continua a parlare di organizzazione, di apparenze, di gestione della situazione.
"Gaia; io non ti trattengo."
Lei mi guarda,poi domanda:"Perché non sei andato a casa? Domani sarei venuta subito a cercarti, in facoltà. Andare a casa non è una sconfitta."
La osservo in silenzio.
Vorrei spiegarle, che non è quello il punto.Che non è una questione di vittoria o sconfitta.
E' una questione di dignità.
Ma non riesco più a trovare le parole.
Intanto lei continua:"Francesco; tu vai a casa, e domani mattina stiamo assieme, in facoltà. Poi mi porti al lavoro. Sai che non ho più molta voglia di andare li? Massimo mi ha detto che cercano una barista, per la sera. Sarebbe perfetto per il nostro rapporto. Avrei tutta la giornata libera per te, e la sera lavorerei. Adesso, lavorando in assicurazione, non ho molto tempo libero. E mi spiace di questa cosa. Ho detto a Massimo, che prima ne avrei parlato con te. Come ti sembra come idea? Mi dici una tua opinione?"
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