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E' un mondo difficile ( capitolo 84 )


di chiara94
08.07.2026    |    522    |    141 6.5
"” Subito dopo porta entrambe le mani davanti alla bocca, come per trattenere un'altra frase..."
Mentre rimango in silenzio, ancora intento a elaborare la novità, che Gaia mi ha appena comunicato; lei rompe il silenzio, con una naturalezza, quasi disarmante.
“Prendo un’altra nocciolina.”
Lo dice, come se nulla fosse accaduto, nei minuti precedenti. Come se tra noi non ci fosse alcuna tensione.
Ma, ancora una volta, invece di allungare la mano verso la scodella;afferra il mio dito, e lo porta, lentamente, dentro la sua bocca.
Questa volta il contatto è diverso.
I suoi denti lo trattengono appena, mentre le labbra si chiudono attorno al polpastrello, con estrema naturalezza.
È un gesto che, osservato da un estraneo, potrebbe sembrare intimo. Per me, invece, è l'ennesimo paradosso.
Gaia abbozza una piccola risata.
“Scusami, Francesco; sono veramente distratta. Colpa della poca luce, e mi sono nuovamente confusa.”
Non riesco a credere, che stia davvero continuando quella messinscena.
Dentro di me è evidente, che non c'è alcun errore.
Non ha scambiato il mio dito per una nocciolina. Lo fa deliberatamente, trasformando ogni gesto in una provocazione studiata, in un gioco dai confini impossibili, da interpretare.
Ed è proprio questa ambiguità, a logorarmi.
Ogni sua azione sembra suggerire una vicinanza, che le sue parole, pochi minuti prima, hanno categoricamente negato.

Aggiunge:“Per fortuna mi sono sbagliata con le tue dita. Pensa se,”interrompendosi.
Le sfugge un'altra breve risata, come se il pensiero appena formulato, la divertisse troppo, per essere completato.
Poi riprende:“Devo stare più attenta, lo so.”
Io rimango immobile.
Non perché non abbia qualcosa da dire,ma perché qualsiasi risposta potrebbe trasformarsi nell'ennesima trappola.
Ormai ho imparato che, con Gaia, ogni parola può essere ribaltata, reinterpretata, usata contro di me.
Per questo scelgo il silenzio.
È l'unica difesa, che mi rimane.
Ma nemmeno il silenzio basta.
Lei continua a osservare il mio volto, con estrema attenzione; quasi aspettasse un movimento impercettibile, un'espressione involontaria, un dettaglio da utilizzare.
Infatti mi domanda:“Francesco; hai uno sguardo strano. Cosa vuoi dirmi?”
Mentre parla, i suoi denti continuano a sfiorare ritmicamente il mio polpastrello.
Ogni sillaba produce una lieve pressione.
Sento quel contatto in maniera nitida, ma ormai la sensazione fisica passa quasi in secondo piano.
È la confusione mentale, a dominare tutto.

Trovo finalmente la forza di parlare:“Gaia; continuo a non capire. Prima mi umili e ora,” non riuscendo a proseguire la frase.
Lei però non aspetta.
“Francesco; ho capito, cosa vuoi. Tu vuoi, che io usi la lingua. Scordatelo. E prima che mi arrabbi, togli il dito dalla mia bocca.”
La guardo, completamente disorientato.
Non ho mai pronunciato una richiesta simile.Non ho fatto alcun gesto.
Eppure lei costruisce un'intenzione, che attribuisce direttamente a me.
È un meccanismo, che ormai riconosco.Interpreta, anticipa, conclude.
E io resto sempre un passo indietro.

Cerco allora di tirare lentamente indietro il dito.
Vorrei semplicemente sottrarlo a questa situazione assurda.
Ma, nel momento stesso in cui provo a farlo, Gaia stringe nuovamente la presa.
Questa volta il morso è reale.
Sento dolore.Un dolore piccolo, fisico.
Nulla in confronto, a quello che provo dentro.Cerco comunque di non mostrare alcuna reazione.
Lei, invece, lascia comparire un leggerissimo sorriso.
Sembra osservare la mia capacità di sopportazione.
Come se volesse capire, fino a dove riesce ad arrivare, senza ribellarmi.
Continuo a chiedermi quale sia il senso di tutto questo.Cosa voglia dimostrare.Quale risultato stia cercando.
Senza lasciare la presa, mi dice:“Ti faccio male; Francesco? Scusami; però ci sono cose, che non puoi chiedere.”
La guardo incredulo.
“Gaia; ma io non ti ho chiesto nulla.”
Lei scuote lentamente la testa.
“Con le parole, no. La tua espressione, il tuo respiro e altri piccoli segnali, mi fanno capire altro. E poi riesco a leggere dentro di te. La lingua non la uso, chiaro?”
Resto quasi senza parole.
La sua convinzione sembra assoluta.
Attribuisce ai miei silenzi, significati che, io stesso, non riconosco.
È come se fosse convinta di conoscermi meglio, di quanto io conosca me stesso.
“Ti capisco, e infatti sto cercando di togliere il dito, ma non riesco.”
Per un istante il suo sguardo si irrigidisce.
“Guarda che ho capito benissimo, cosa vorresti. Quando arrivo a casa, lo dico a mio padre.”

Dentro di me cresce soltanto la confusione.
Non riesco più a distinguere dove finisca la provocazione, e dove inizi la convinzione.
Ogni spiegazione sembra inutile.Ogni tentativo di chiarimento viene trasformato in una nuova accusa.
Lei riprende:“Francesco,”ma, questa volta, la interrompo.
“No, Gaia. Non ti sto chiedendo niente. Come potrei chiederti, anche un semplice bacio sulla guancia, dopo che mi stai praticamente mandando via?”
Per la prima volta, da quando è tornata a sedersi con me, qualcosa cambia.
Il suo volto perde sicurezza.
Mi guarda con un'espressione diversa.Quasi sorpresa.
Forse questa risposta non se l'aspettava.
Forse, per un istante, comprende davvero, quello che sto cercando di dirle.
Rimane in silenzio.
Riflette.
Sembra sul punto di aggiungere qualcosa, poi cambia idea.
Continua a fissarmi ancora per qualche secondo.
Infine dice soltanto:“D'accordo. Basta che non si ripeta più.”

Mentre pronuncia quelle parole, la pressione dei denti diminuisce lentamente.
La sua presa si allenta.
Con entrambe le mani, afferra delicatamente la mia.
Poi sfila il mio dito dalla sua bocca, con estrema calma.
Il gesto, improvvisamente, perde tutta la componente provocatoria, dei minuti precedenti.
Sembra quasi voler segnare una pausa.Un cambio di registro.
Mi guarda negli occhi e conclude:“Francesco; adesso parliamo seriamente. Dammi un consiglio sul lavoro.”
Resto, qualche istante, in silenzio.
Dopo tutto quello che è appena successo, faccio fatica perfino a seguire il brusco cambio di argomento.
Le rispondo semplicemente:“Non so cosa dirti; Gaia.”

In questo momento mi sento completamente svuotato.
Le emozioni si sono accavallate una sopra l'altra, fino a diventare indistinguibili.
La rabbia, la delusione, la speranza, la vergogna e la confusione convivono tutte nello stesso istante.
Ed è proprio questa la mia condizione psicologica: non riesco più a interpretare Gaia.
Ogni volta che credo di aver compreso il significato di un suo gesto, lei lo capovolge immediatamente, con una frase successiva.
Alterna provocazione e apparente dolcezza, distanza e vicinanza, ironia e serietà, con una rapidità,che mi impedisce di trovare un punto fermo.
Io, invece, reagisco nel modo opposto.
Più lei cambia direzione, più io cerco disperatamente una logica coerente.
Vorrei soltanto capire cosa sia reale, e cosa faccia parte del suo gioco.
Ma, ormai, questa ricerca mi sta consumando.
Perché non sto più cercando una risposta.
Sto cercando un significato che, probabilmente, in questo momento non esiste.

La mia compagna di università rimane in silenzio per qualche istante. Sembra aspettare una mia risposta, ma io non gliela do.
Dentro di me sento solo stanchezza.
Ogni parola pronunciata, fino a questo momento, è servita soltanto a peggiorare la situazione. Ogni tentativo di spiegarmi, è stato trasformato in un nuovo motivo di scherno.
Così scelgo il silenzio.
Lei, invece, sembra incapace di tollerarlo.
“ Vorrei che non mi rispondessi, come lo stupido ragazzo innamorato e geloso.”
Per un attimo si interrompe, come se si rendesse conto di aver usato ancora quell'aggettivo.
Subito si corregge:” Volevo dire come il ragazzo innamorato e geloso. Scusami, ma mi viene normale, l’associazione. Un ragazzo innamorato e geloso, è sostanzialmente stupido.”
Sospiro lentamente.
Ancora una volta quella parola. "Stupido."
È diventata quasi un riflesso automatico. Lei prova persino a correggersi, ma il risultato finale non cambia: nella sua mente: l'innamoramento coincide con la stupidità. È un'equazione ormai consolidata, qualcosa che pronuncia con assoluta naturalezza.
E forse è proprio questo, a ferirmi più di tutto. Non sembra voler insultare deliberatamente. Sembra semplicemente convinta, che sia così.

Lei osserva il mio silenzio, poi sbuffa leggermente.
“ Francesco; qualche volta potrai anche venirmi a trovare. Potrai anche stare fino alla chiusura del locale. Poi tu andrai a casa, e noi faremo chiusura.”
Quelle parole arrivano con una leggerezza, quasi disarmante.
Per lei è una proposta rassicurante. Sta cercando di dimostrarmi, che continuerà comunque a farmi spazio nella sua vita.
Ma io sento soltanto, ciò che manca.
Non dice "staremo insieme". Dice che io potrò aspettare fino alla chiusura, mentre lei lavorerà con Massimo. Per non parlare del dopo lavoro.
Anche quando prova a concedermi qualcosa, il centro del discorso rimane sempre altrove.
Non rispondo.

Lei lascia andare lentamente le mie dita e la mia mano ricade pesantemente sul legno, quasi senza forza.
Poi infila una mano nella scodellina.
Prende una nocciolina.
La osserva qualche secondo, come se fosse un oggetto curioso.La avvicina lentamente alla bocca.
Poi, quasi con studiata lentezza, tira fuori la lingua e la passa timidamente sulla nocciolina.
“ E' salata.”
La guardo.
“Ovvio, è una nocciolina.”
Lei ripassa la lingua sulla nocciolina.
Questa volta il gesto è ancora più lento.Meno timido.Più evidente.
I suoi occhi rimangono fissi nei miei.
Poi scoppia a ridere.
È come se stesse osservando ogni minima reazione del mio volto.
Come se quel gioco fosse rivolto molto più alle mie emozioni, che alla nocciolina.
Poi mi domanda:” Perché mi fissi?”
” Gaia; siamo io e te a parlare, devo fissare il muro?”
” Non ho detto questo, però così mi metti in soggezione. Mi fai venire l'ansia.”
Resto quasi incredulo.
È lei, che guida ogni gesto.È lei, che decide la distanza.È lei, che provoca.
Eppure, improvvisamente, sono io quello che la mette in soggezione, semplicemente guardandola.

Abbasso lo sguardo.
Non perché le creda davvero,ma perché qualunque comportamento sembra diventare sbagliato.
Se la guardo, sbaglio.Se non la guardo, sbaglio lo stesso.
Lei allora porta una mano, sotto il mio mento.
Con delicatezza ,mi costringe nuovamente a sollevare il viso.
“ Non ti ho detto di fare l’ offeso.”
I miei occhi incontrano, di nuovo, i suoi.
Per un istante torno a vedere la ragazza, con cui ridevo nei corridoi dell'università.Quella che sembrava cercare la mia compagnia.
Ma l'immagine svanisce immediatamente.
Ancora una volta la sua lingua passa lentamente sulla nocciolina.
E, ancora una volta, ride.
Una risata spontanea, sincera, quasi infantile.
Solo che io non riesco più a distinguerne il significato.
Sta davvero giocando?
Oppure sta prendendomi in giro, lanciandomi qualche messaggio nascosto?
Quando smette di ridere, torna seria solo per pochi secondi:“ Ti confermo: usciremo sempre con te.”
Quelle parole, che qualche settimana prima mi avrebbero riempito di gioia, ora hanno un sapore completamente diverso.
Non rappresentano più una promessa.Sembrano quasi una concessione.

Ironizzo, senza nemmeno pensarci.
“ Gli altri vi sottometteranno, e voi sottometterete me?”
Appena sente la frase, esplode in una nuova risata.Ride così tanto, da dover fermarsi.
“ Cosa? Francesco; puoi ripetere?”
La guardo, senza rispondere.
Lei continua:“ Anzi, aspetta. Prendo il cellulare e ripeti la scena. Così ti filmo e lo teniamo per ricordo. Devo farlo poi vedere a Serena e,”interrompendosi.
Per un attimo sembra accorgersi, di aver quasi detto qualcosa di troppo.
Aspetta qualche secondo.
Poi conclude:“ A Serena e basta.”

Subito dopo porta entrambe le mani davanti alla bocca, come per trattenere un'altra frase.
O forse un altro nome.
La risata rimane nascosta dietro le dita.
Le sue guance, però, tradiscono il sorriso.
È evidente, che continua a divertirsi.
Poi porta finalmente la nocciolina alla bocca.
“ L’ ho messa in bocca; hai visto?”
Ride ancora.
Quando riesce a calmarsi, aggiunge:“ E’ stata fortunata, no? Tante cose vorrebbero finire nella mia bocca.”

Rimango immobile.
Non provo nemmeno più a interpretare, quello che dice.
Ogni frase sembra avere due significati.
Uno leggero.Uno provocatorio.
E ogni volta è lei a decidere, quale dei due lasciare intendere.
Io, invece, resto bloccato.
Più provo a seguirla, più mi accorgo, che gioca su un terreno, dove io non so nemmeno camminare.
In questo momento comprendo una verità che, fino ad ora, ho sempre rifiutato.
Gaia è troppo più veloce di me.Troppo più sicura.Troppo più abituata a leggere le persone.
Io continuo a cercare sincerità.Lei sembra divertirsi nell'ambiguità.
Sono due linguaggi, completamente diversi.

Poi aggiunge:“ Francesco; ma perché non ridi mai?”
Sospiro.
“ Ci sei già tu, che ridi per tutti e due.”
Lei interrompe immediatamente il sorriso.
Mi guarda male.
“ La tua battuta non fa ridere.”
Resto in silenzio.
Ed è forse questo il punto più frustrante della serata.
Se provo a rispondere con ironia, sbaglio.Se provo a spiegarmi, sbaglio.Se taccio, sbaglio comunque.
Qualunque scelta sembra portare sempre allo stesso risultato.
Essere quello, che non ha capito il gioco.Essere quello, che rovina il clima.Essere quello, che non ride.
Gaia abbassa leggermente il tono della voce:“ Francesco; così rendi tutto più difficile.”
Continuo a non dire nulla.Abbasso lentamente lo sguardo.
Non per arrendermi alla discussione.
Ma perché, dentro di me, sto iniziando ad arrendermi all'idea, che tra noi due esistano ormai due realtà completamente diverse.
Lei continua a vivere questa serata, come un gioco leggero, fatto di provocazioni e risate.
Io continuo a viverla,come la lenta distruzione di tutto ciò, che avevo creduto di aver costruito con lei, nei mesi precedenti.
Lei osserva il mio volto per qualche secondo. Non vede più il ragazzo che, fino a poche ore prima, cercava di ribattere a ogni provocazione.
Davanti a sé ha una persona completamente svuotata. Le spalle sono ricurve, gli occhi spenti, il respiro lento. È come se tutta l'energia emotiva fosse stata consumata.
Quel cambiamento sembra divertirla ancora una volta.
Lei commenta:” Sei entrato in modalità cane bastonato? Facciamo il video, così non ci pensi più.”
Le sue parole arrivano con una leggerezza, che mi lascia quasi incredulo.
Per lei, quello che vede, è soltanto un atteggiamento buffo, qualcosa da immortalare.
Per me, invece, è il punto più basso della serata. Non sto interpretando una parte. Sono realmente distrutto.

Con le dita, mi fa tirare nuovamente su il mento, e la guardo.
Ancora una volta, è lei a guidare ogni mio movimento.
Io non oppongo resistenza. Mi lascio semplicemente spostare, come se non avessi più alcuna volontà.
“ Aspetta; ti do una sistemata per il video.”
Comincia a passare lentamente le mani, tra i miei capelli.
Le dita scorrono sul cuoio capelluto con una delicatezza che, in qualunque altro momento, avrebbe potuto emozionarmi profondamente.
Mi sistema i capelli, come farebbe una ragazza con il proprio ragazzo,prima di una fotografia. Cerca il ciuffo giusto, lo sposta, lo liscia, gli dà una forma precisa.
È un gesto pieno di cura, ma quella cura è completamente svuotata di tenerezza.È solo estetica.Non serve a farmi stare meglio.Serve a rendermi presentabile.
Poi prende un fazzoletto.
Lo bagna con la propria saliva.
Con movimenti lenti lo passa sotto i miei occhi, asciugando le tracce delle lacrime.
Poi lo avvicina alle labbra.
Cancella anche quei piccoli segni lasciati dal vomito.
Io resto immobile.
È una scena quasi paradossale.
Pochi minuti prima mi ha ferito con parole, che continuano ancora a rimbombarmi nella testa.
Adesso, invece, elimina le prove di questo dolore.
Come se il problema non fosse avermi fatto piangere,ma il fatto che qualcuno possa vedere che ho pianto.

“ Sto cercando di renderti guardabile. Sembri un cadavere; Francesco. Forse dovrei usare i miei trucchi, ma è meglio evitare. Non vorrei mai che la gente pensasse che tu sei,” interrompendo la frase.
Si blocca.Un singhiozzo tradisce una risata trattenuta.
Poi rimarca:” Ti immagini, se la gente iniziasse a pensare, che sei,” interrompendosi di nuovo, per ridere.
Non conclude volutamente la frase.Non ne ha bisogno.
Lascia che sia la mia mente,a completarla.
Ed è forse proprio questo il meccanismo, che utilizza più spesso.
Non dice.Suggerisce.Lascia sospeso.
Costringe l'altro, a riempire quel vuoto.
Continuo a rimanere serio.
La guardo, impassibile.Non riesco più nemmeno a offendermi.Sono semplicemente stanco.
Lei, vedendo che non reagisco, aggiunge:“ In quel caso risolveremmo tutti i nostri problemi.”
Prova a mantenere un'espressione seria.Resiste appena qualche secondo.
Poi scoppia nuovamente a ridere.
Io continuo a non ridere.La distanza tra noi, ormai, è tutta lì.
Lei ride.
Io sopravvivo.

Porta lentamente il pollice vicino al labbro inferiore.
Vi appoggia sopra gli incisivi.È un gesto quasi infantile, pensieroso.
Abbozza una specie di sorriso.
Poi riprende:“ Massimo mi ha detto, che c’e’ un suo collega, che è omosessuale. Si chiama Fiore.”
Resto ancora in silenzio.Non provo nemmeno a capire, dove voglia arrivare.
Ogni discorso sembra nascere dal nulla.Cambia continuamente argomento.
Una provocazione.Una battuta.Una risata.Poi un'altra ancora.
Qualunque logica, ormai è sparita.Quale vantaggio avrei, a confrontarmi con lei?
Nessuno.
Lei vive dentro una conversazione, tutta sua.
Io continuo solamente a rincorrerla.
Infatti continua a parlare solamente lei:“ E’ anche un bel ragazzo.”

Questa volta decido di interrompere quel flusso:“ Se mi hai sistemato fisicamente, puoi fare il video? Cosi’ poi puoi andare da Massimo. Ho bisogno di stare un po' da solo, per riflettere.”
Non è una provocazione.
È una richiesta sincera.
Non le sto chiedendo spiegazioni.Non sto cercando rassicurazioni.
Le sto soltanto dicendo, che ho bisogno di restare solo.
Lei, però, interpreta anche questa frase, attraverso il proprio filtro.
Abbozza, ancora una volta, un sorriso.
“ Certo; Francesco. E’ giusto che ci pensi, da solo, alle mie parole. Capisco che tu non ti voglia confrontare con me, perché ti vergogni. Non insisto. Quando vorrai parlarne con me, ti ascolterò.”
Ancora una volta attribuisce a me, emozioni, che non provo.
Secondo lei, mi vergogno.Secondo me, sono semplicemente esausto.
Sono due letture completamente diverse della stessa scena.
Le rispondo:“ D’accordo,Gaia; facciamo così.”

Lei sorride.
Prende il cellulare.Lo alza davanti a me.Mi inquadra.
“ Francesco; ora ripeti la frase, detta prima. Aspetta qualche secondo, e poi inizia a parlare.”
Sento il suono della partenza della registrazione.
Per quasi tutta la serata sono stato trascinato dagli eventi.
Adesso, invece, sento di avere davanti, un piccolo spazio, che mi appartiene.
Pochi secondi.Una sola frase.
Scelgo, con attenzione, ogni parola:” Gli altri ragazzi sottometteranno te e Serena? Può essere. Voi mi sottometterete? Qui ti sbagli di grosso; Gaia. Potrete umiliarmi, ma non mi sottometterete mai.”

Appena finisco di parlare, noto qualcosa cambiare sul suo volto.
La sorpresa.
Per un attimo rimane completamente immobile.
Forse non si aspettava questa risposta.Forse si aspettava una battuta.O un'altra frase disperata.
Invece sente qualcosa di diverso.
Una linea, che finalmente traccio.
Possono ridere.Possono umiliarmi.Possono ferirmi.
Ma, dentro di me, esiste ancora uno spazio, che non riescono a raggiungere.
Resta impassibile ancora per qualche istante.
Poi compare un leggerissimo sorriso.
“ Ciao. A dopo; Francesco.”
Si alza.Si allontana.
La seguo con lo sguardo, soltanto per un istante.
Poi lo distolgo immediatamente.
Non voglio cercarla.Non voglio darle nemmeno involontariamente la soddisfazione, di vedermi controllare, dove va.
Potrei seguirla con la coda dell'occhio,ma sarebbe inutile.
Massimo ha una visuale perfetta, su tutto il locale.
Ogni mio gesto rischierebbe di essere interpretato come gelosia.
E questa sera ho già pagato un prezzo troppo alto, per ciò che provo.
Così torno a guardare la partita.
Non perché mi interessi davvero,ma perché ho bisogno di fissare qualcosa, che non sia lei.

Passano alcuni minuti.
Finalmente il locale torna quasi a sembrare un locale normale.
Poi una voce interrompe, di nuovo, il silenzio.
Un cameriere si avvicina al mio tavolo.Sorride cordialmente.
“ Ciao; Massimo e Gaia ti offrono un panino. Mi hanno chiesto di chiederti, quale vuoi; e di portartelo. Non è potuto venire Massimo, perché è andato nel retro. Comunque piacere; io mi chiamo Fiore.”

Rimango, per un istante, immobile.
Fiore.Lo stesso nome pronunciato da Gaia, pochi minuti prima.
È come se ogni dettaglio della serata continuasse a chiudere cerchi, che io non avevo nemmeno visto aprirsi.
E, ancora una volta, mi ritrovo con la stessa sensazione, che mi accompagna ormai da ore: quella di essere sempre un passo indietro; sempre l'ultimo ad accorgermi, di ciò che gli altri sembrano sapere già.
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