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E' un mondo difficile ( capitolo 66 )


di chiara94
14.05.2026    |    966    |    247 6.0
"Cerco disperatamente di sembrare innocente, e finisco per sembrare colpevole di qualcosa, che nemmeno esiste davvero..."
La frase è apparentemente equilibrata, ma dentro contiene una tensione: attrazione, senza prospettiva. È una posizione comoda, perché lascia tutto aperto, senza assumersi davvero una responsabilità.
Appena finisce di parlare, mi fissa.
Aspetta.
Non una reazione qualsiasi, ma la mia reazione. Sta osservando, sta valutando.
Le chiedo:” Ma? “
Gaia inclina leggermente il viso:” Mi piace. Tu comunque hai superato il primo step, e si può andare al secondo.”
Non c’è mai stato un piano emotivo, ed ora ribadisce il solito concetto: gli step. Uno schema che lei controlla, costituito da un percorso a livelli, dove lei stabilisce le regole.
Io però non ci sto capendo più nulla:” Continuo a non capire.”
Gaia sospira leggermente, come se fosse tutto semplice, e fossi io a complicarlo.
“ Francesco; c’è poco da spiegare. Io mantengo quanto ti ho detto. Si passa al secondo step. Rinuncio io, perché sono consapevole, che sarei scorretta nei tuoi confronti.”
Questa frase è il cuore della sua costruzione psicologica: si presenta come corretta, quasi etica, mentre in realtà sta ridefinendo il gioco a suo favore. Rinuncia a qualcosa,ma decide lei a cosa rinunciare e quando.
Io resto un attimo fermo.
“ Ma in che senso, scusa? Ti volevi fare Fausto? “
La domanda esce diretta, senza filtri.
La mia compagna di università non si sottrae:“ Praticamente sì.”
Silenzio.
La guardo.
E dentro succede qualcosa di preciso: non è solo gelosia, è una frattura. Fino a questo momento c’era ancora una narrazione possibile, una zona grigia. Ora non più.
Lei aggiunge:” Andiamo al secondo step.”
Come se nulla fosse.
Come se quella frase non avesse peso.
Come se tutto potesse essere riassorbito nel gioco.

Scuoto la testa.
“ Ora mi spieghi.”
Gaia mi guarda con quella sicurezza, che l’ha sempre contraddistinta.
“ Francesco; sei più esperto di me, hai capito benissimo.”
E qui prova a ribaltare il piano: attribuirmi una competenza, per evitare di spiegare. È una strategia sottile. Se capisco, non deve esporsi. Se non capisco, passo per quello che finge.
Questa volta non funziona.
“ Se stanno così le cose, mi ritiro dalla competizione. Se ti piace un tipo come Fausto, io non ti potrò mai piacere.”
Questa non è solo una rinuncia.
È una ridefinizione della mia posizione. Sto uscendo dal suo schema.
Gaia non se l’aspettava.
Lo si vede da come reagisce:” Francesco; io non guardo l’aspetto fisico. Caratterialmente siete molto simili. Ogni tanto anche lui va in tilt, quando si parla di me; però a pelle mi ha colpita di più.”
Questa frase è ambigua, ma potente.
Mi avvicina e mi allontana nello stesso momento.
Sono simile a lui, quindi potrei piacere.
Allo stesso tempo lui l’ha colpita di più, quindi non sono abbastanza.
È un modo per tenere aperta la porta, senza davvero farmi entrare.
Da parte mia non ho assolutamente intenzione di seguire quella porta.
“ E rispetto la scelta. Però per me si chiude qui la partita.”
Le mie parole sono calme, ma dentro hanno un significato preciso: sto rifiutando il ruolo di concorrente.

Gaia non è d’accordo.
Questa è la parte curiosa.
“ Francesco; sono stata sincera e, al tempo stesso, corretta. Passiamo a Mariano e Corrado. Con loro mi dovrai dimostrare di non essere geloso, e supererai facilmente anche quello step.”
Eccolo di nuovo: il gioco.
Quando perde il controllo emotivo, lo trasforma in struttura. Quando rischia di perdere qualcuno, rilancia con una prova.
Ormai il meccanismo mi è chiaro.
“ No, Gaia. Non è il mio concetto di competizione.”
La mia risposta è semplice, ma segna una linea.
Lei prova ancora a riportarmi dentro:” Ma che gusto troveresti a vincere gli step, senza una qualche difficoltà? “
Qui emerge la sua visione: per lei il valore nasce dalla difficoltà, dalla tensione, dalla conquista. Senza ostacoli, perde interesse.
Questa volta le mostro una prospettiva diversa:” Gaia; se sono uguale a Fausto, non ti merito. Tu sei una ragazza che merita molto di meglio.»
La mia frase ha un doppio livello.
Da una parte appare come una resa, dal altra appare come un sottrarmi.
Non sto cercando di convincerla, non sto più cercando di vincere.
Sto cercando di uscire dal suo sistema.
Voglio smettere di perdermi nei suoi giochetti.
Gaia sembra innervosirsi. Il suo sguardo cambia, perde quella leggerezza controllata, che l’ aveva caratterizzata fino a poco prima.
“ Cosa stai cercando di dirmi? “

La guardo. Questa volta non c’è tensione dentro di me, o meglio, c’è ancora, ma è più ordinata. Non devo più inseguire nulla.
Mi avvicino leggermente e le do un bacio sulla guancia.
“ Da oggi diventerai la mia migliore amica, al posto di Valentina. Lei non la vedo più come amica, dopo le cose dette. Non ci litigo, ma il sentimento di amicizia si è esaurito. È stata troppo ambigua.”
Il gesto e le parole creano una frattura immediata.
Non è quello che si aspettava.
Gaia mi guarda con attenzione, come se stesse cercando di capire, se sto recitando o se sono serio.
“ Francesco; ma stai parlando seriamente? “
Qui emerge il suo disorientamento. È abituata a gestire attrazione, tensione, competizione, ma non questo. Non una ridefinizione così netta, così fredda, così autonoma.
La rassicuro, mantenendo lo stesso tono lineare:” Vivremo il nostro rapporto in modo diverso. Tanto prima o poi dovrei abituarmi alla cosa, come hai ribadito anche davanti a mio padre. Ed è giusto iniziare subito.”
Questa frase ha un peso preciso: sto prendendo le sue parole passate, e le sto applicando. Non sto reagendo, sto eseguendo una logica.
Ed è proprio questo, che la destabilizza.

La mia compagna di università stringe leggermente le labbra.
“ Francesco; tu ti stai vendicando per ieri sera. Non capisco però, di cosa tu ti stia precisamente vendicando. Spiegamelo.”
Ecco il suo schema: ricondurre tutto a una reazione emotiva. Vendetta, ferita, orgoglio. Se è vendetta, allora è temporanea. Se è temporanea, è gestibile.
Io non entro in quella lettura.
“ Non mi sto vendicando di nulla; Gaia. Prendi come esempio, Valentina. Non mi interessa, e glielo ho detto. Non c’è nulla che potrebbe farmi cambiare idea. Il nostro rapporto è molto simile, a quello che c’è stato tra me e Valentina. Poi lei ha tirato fuori l' attrazione, ed io ho deciso di mettere la parola fine. Ovviamente hanno influito molto la sua ambiguità e i suoi comportamenti precedenti.”
Parlo con calma.
E mentre parlo, mi accorgo di una cosa: non sto cercando di convincerla. Sto solo spiegando come vedo io le cose.
Gaia ascolta.
Non mi interrompe.
È attenta, ma non morbida. Sta valutando, cercando il punto debole, il momento in cui può rientrare nella dinamica.
Questo mi permette di continuare:
“ Ho apprezzato la tua sincerità. Se ti piace uno, non c’è nulla da fare. Anche a me piacevi tu, e non ti potevo sostituire con Valentina. E la stessa cosa vale per te. Tu non mi puoi sostituire con Fausto.”
Qui il discorso arriva al punto centrale: sto mettendo sullo stesso piano, me e lei. Stesse dinamiche, stesso diritto di scelta, stessa impossibilità di forzare l’attrazione.
C’è un’ evidente differenza: per Gaia: questo passaggio è inaccettabile, perché rompe il suo equilibrio.
Io sto cercando di uscire dal suo campo, e la sua reazione è immediata, meno controllata rispetto qualche minuto prima.

“ Io non ho voglia di sentire le tue stupidaggini.”
Si alza.
Taglia il dialogo.
Non prova a ribattere davvero, non prova a convincermi. Semplicemente interrompe. È una forma di difesa: quando perde il controllo della dinamica, cambia scena.
Torna da Serena e dal barista.
Si siede sullo sgabello.
Prende il cellulare, scrive qualcosa velocemente, poi lo posa. Torna a parlare con loro, come se nulla fosse.
Subito Gaia si avvicina con il viso al bancone, e anche Serena e il barista fanno la stessa cosa. È un movimento quasi sincronizzato, come se esistesse già un’intesa tra loro, da cui io sono escluso.
Mentre parla, Gaia si gira a guardarmi.
Non è uno sguardo neutro.
È carico, duro, infuriato.
Serena e il barista seguono il suo sguardo, si voltano anche loro verso di me. In questo momento la scena è chiarissima: io sono fuori, loro sono dentro. E il centro della conversazione, credo di essere io.
Il viso di Gaia si fa ancora più cupo.
Non ho bisogno di sentire le parole. Le intuisco, le costruisco. E questo basta a farmi sentire esposto.

Poi, improvvisamente, il barista rompe la distanza:” Hai bisogno? “
È una domanda semplice, ma il contesto la rende diversa. È come se mi avesse tirato dentro, smascherando il mio ruolo di osservatore.
Il mio errore: essermi messo a guardarli.
Sono caduto in una trappola, che non so esattamente, se sia stata piazzata volontariamente o involontariamente.
Comunque riesco a reagire subito, senza lasciare spazio al imbarazzo:” Sì, certo. Puoi prepararmi un panino e portarmi anche una bibita? “
Provo a riportare tutto su un piano neutro, funzionale. Cliente, barista. Niente di più.
Gaia interviene immediatamente, tagliando quella normalità.
“ Francesco; il panino te lo prepara, però vieni tu a prendere le cose. Lui non è il tuo schiavetto.”
Non è una semplice correzione, è proprio una presa di posizione.
Sta ridefinendo i ruoli davanti agli altri, e lo sta facendo pubblicamente. Sta marcando una gerarchia: io sotto, loro sopra.
Le rispondo, mantenendo il controllo:” Sì, non ti preoccupare; quando è pronto, avvisatemi.”
Provo a non entrare nello scontro, a non darle appigli.
La mia risposta non è sufficiente a placarla.
La mia compagna di università insiste, ancora più infastidita:” Francesco; se vuoi parlare con me, ti alzi in piedi e ti avvicini. Non funziona così con me. Se le altre ti permettono tutto, con me non funziona.”
Qui il discorso cambia livello.
Non è più il panino, è il potere relazionale.
Sta imponendo una regola: per parlare con lei, devo muovermi, devo adattarmi, devo guadagnarmi l’accesso.

Mi alzo.
Non per sottomissione, ma perché voglio chiudere rapidamente questa dinamica.
Mi avvicino a loro tre, e Gaia affonda ancora:” Francesco; dimmi quello che mi devi dire, e poi torna a sederti. Non sei gradito a partecipare alla nostra conversazione.”
È un’esclusione esplicita, diretta, pubblica.
Ho pochi secondi per reagire.
Potrei rispondere, ribaltare, attaccare, ma non mi viene nulla.
E forse è proprio questo il punto: non voglio più giocare su questo piano.
“ Ti chiedo scusa, per non essermi alzato ed avvicinato subito.”
La mia risposta è neutra, quasi spiazzante.
Gaia annuisce, soddisfatta solo in parte.
“Ok bravo, adesso torna a sederti e lasciaci parlare. Ti chiamo io, quando è pronto.”
Mi giro.
Sto per andarmene, ma non è finita.
“ Francesco; prima cosa, si saluta. Seconda cosa, si dice grazie.”
Questa è pura educazione, usata come strumento di controllo.
È un richiamo, ma anche una provocazione. Vuole vedere se reagisco.
Sospiro.
E questa volta scelgo consapevolmente di non ascoltarla.

Faccio un passo, poi un altro.
E mentre mi allontano, sento il barista dire:” Gli piace fare il fenomeno. Pensava di impressionarvi? “
È un attacco diretto, ma mediato. Non parla a me, parla di me..
Gaia risponde subito: “ È così un fenomeno, che oggi è uscito con noi, sebbene fosse l’unico senza la ragazza. Ci faceva pena, e l’abbiamo lasciato venire ugualmente.”
Queste parole, in un altro momento, mi avrebbero distrutto, demolito.
Sono costruite per questo.
Sminuire, ridurre, umiliare.
Ma qualcosa è cambiato.
Non perché non facciano male, ma perché riconosco il meccanismo.
È una difesa.
Gaia ha perso il controllo della dinamica con me, e lo recupera, abbassandomi davanti agli altri.
È una strategia sociale, non una verità assoluta.
Torno a sedermi.
Non dico nulla.
Mentre mi siedo, sento degli applausi.
Non capisco bene da chi arrivino. Forse da tutti e tre. Forse da solamente due di loro.
Non importa, perché in questo momento capisco una cosa precisa: reagire darebbe valore a quella scena. Ignorarla, la svuota.
La calma è la virtù dei forti.
Non è solo una frase, è una scelta.
Riprendo il cellulare.
Torno a guardare video, ma questa volta è diverso.
Non sto più scappando, sto semplicemente aspettando.

Dieci minuti dopo, arrivano Bartolomeo e i suoi tre colleghi.
Ecco il motivo per cui Gaia aveva preso il cellulare.
L’atmosfera cambia subito, come se qualcuno avesse deciso di dare una forma precisa a qualcosa, che fino a questo momento era rimasto confuso.
Bartolomeo prende la parola, senza esitazione:” Francesco; io sono molto confuso. Nonostante la tua figuraccia di ieri sera, Gaia e Serena ti hanno riammesso in gruppo. Mi sembra che ti abbiano dato fiducia, e anche io ero d'accordo sulla loro scelta. Sono buone come il pane. Poi cosa succede? Gaia ti dice che le piace un ragazzo, e tu ti arrabbi. Dimmi se ti sembra normale come cosa. Non le interessi, se non come amico. Cosa ti è così difficile da capire? Te l’ha fatto capire in tutte le salse.”
La sua voce è ferma, controllata, quasi educativa. Non sta solo parlando con me, sta costruendo una narrazione condivisa davanti agli altri; in cui lui appare lucido, e io quello che non comprende. Appena finisce di parlare, mi guarda aspettando una risposta. I suoi colleghi fanno lo stesso. Mi sento esposto, osservato, come se dovessi giustificare non tanto quello che ho fatto, ma quello che provo.

Torniamo a Roberto.
La mano della mia compagna di banco è ancora sulla mia, ed inizio a sudare.
Sento il calore della sua pelle contro la mia, e il cervello va immediatamente in tilt.
Accanto a noi, c’è Oceano.
Il suo ragazzo.
Eppure Lavinia continua a tenermi la mano, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Tengo lo sguardo basso.
Non posso guardare Oceano.
Se incrociassi i suoi occhi, sono convinto che capirebbe tutto in un secondo. Capirebbe quanto sono agitato, quanto quella mano significhi troppo per me.
Ma non posso nemmeno spostarla.
Se la ritrassi al improvviso, sembrerei ancora più sospetto.
Resto immobile, bloccato tra due paure opposte.
Non basta ciò.
Ci pensa Lavinia, a complicare le cose.
Stringe ancora di più la presa.
" Roberto; racconta pure tutto a Oceano."
Il cuore mi crolla nello stomaco.
Nella mia testa esiste una sola spiegazione possibile: le piace vedermi soffrire, altrimenti non si spiega.
Sta mettendo me, il ragazzo più impacciato del mondo, davanti al suo fidanzato; costringendomi a parlare di ragazze, mentre lei mi tiene la mano.

Visto il mio silenzio, è Oceano a intervenire:" Roberto; hai già provato a chiederle di uscire assieme? "
" No."
Abbozzo un sorriso nervoso.
Più mi sento piccolo, più mi viene spontaneo sorridere in questo modo stupido, quasi da scusa vivente.
Oceano sembra sinceramente sorpreso.
" Cosa c’è, Roberto? "
Prendo fiato:" Per te è facile e naturale, chiedere di uscire a una ragazza; perché sai già che ti dirà di sì."
Lo guardo per un attimo, poi abbassò subito gli occhi.
" Ti è bastato guardare Lavinia, e lei ti ha detto subito di sì. Se io chiedessi di uscire a qualsiasi ragazza,mi direbbe di no."
Lavinia interviene immediatamente:" Roberto; tutte le ragazze al mondo ti direbbero di no? "
Annuisco, senza esitazione.
Per me non è una provocazione, è una convinzione radicata.
Lei allora mi guarda con attenzione.
" Mi spieghi la differenza tra accompagnare a casa una ragazza, mangiare a casa sua, fermarti con lei in camera sua; ed uscirci assieme? "

Il sangue mi si gela.
Subito mi volto verso Oceano.
" Questa cosa è successa prima che vi conosceste, te lo posso garantire."
Lui mi guarda perplesso per un secondo, poi domanda subito:" Oggi non l’hai accompagnata a casa? "
Lavinia interviene ancora prima, che io possa rispondere:" Roberto; se neghi, fai pensare ad Oceano, che io abbia qualche flirt segreto."
Mi affretto a correggere:" Sì, l’ho accompagnata a casa, ma le ho dato solamente un passaggio. Non abbiamo parlato, te lo posso garantire."
Più parlo, più peggioro la situazione.
Cerco disperatamente di sembrare innocente, e finisco per sembrare colpevole di qualcosa, che nemmeno esiste davvero.
La mia compagna di banco ironizza:" Ho trattenuto il respiro fino casa mia. Non è volata neppure una mosca."
Perché deve fare la spiritosa in questo modo? Il suo fidanzato sospetta già qualcosa.
Un'ulteriore rassicurazione forse potrà convincerlo:" Oceano; le ho detto solamente ciao, quando è scesa dalla macchina."
La mia precisazione non trova il favore della mia compagna di classe:" Roberto, svegliati; non ti devi giustificare."
Poi si gira verso Oceano:" Dagli qualche consiglio, per farlo svegliare."

Lui annuisce con calma.
" Roberto; per prima cosa, devi chiederle di uscire. Invitala a prendere un caffè, o un gelato, o a fare una passeggiata. Se parla volentieri con te, non ti dirà mai di no."
La sua tranquillità mi destabilizza.
Parla come se fosse tutto semplice, naturale.
Io invece sento ogni singolo passaggio, come una montagna.
" In compagnia usciamo già assieme. "
La mia compagna di banco sospira subito.
" Roberto; intende tu e lei."
Oceano però interviene immediatamente.
" Calma Lavinia; andiamo a piccoli passi. Per prima cosa deve invitarla a uscire. Se gli dirà di sì, potrò aiutarlo su come comportarsi, durante l’uscita."
Lavinia perde improvvisamente la pazienza:" Gli dirà, al cento per cento, di sì."
Oceano la guarda.
" Roberto non sembra così sicuro."
Lei allora alza ancora di più la voce:" Lascia perdere cosa dice lui, ascolta cosa ti dico io."
Per un attimo resto completamente confuso.
Non capisco più dove finisca il gioco, e dove inizi la serietà.
Oceano torna a guardarmi.
" Roberto; te la senti di chiederglielo di persona? Se lo chiedi di persona, dimostri più sicurezza, rispetto a chiederglielo per messaggio."
In questo momento realizzo una cosa assurda:non ho ancora capito chiaramente, di chi stiamo parlando.
Lavinia continua a parlare come se fosse tutto ovvio, ma io non riesco a fidarmi abbastanza della situazione, da crederci davvero.
Per questo scelgo la risposta più prudente possibile:" Ok, domani a scuola provo a parlarle e poi ti dico."
Oceano annuisce.
" A posto, allora? "
"Sì. Ora devo andare a casa. Buon pomeriggio."
Mi alzo dalla panchina, con una strana sensazione addosso.
Come se fossi appena passato attraverso qualcosa di importante,senza essere riuscito davvero a capirlo.

Lavinia scuote la testa:” No, Roberto; non vai a casa. Dovete accompagnarmi a comprare dei reggiseni nuovi.”
Appena sento quella frase, il sangue mi si ghiaccia.
Sbianco completamente.
Per qualche secondo non riesco neanche a rispondere.
Nella mia testa quella proposta non è una semplice uscita. È una prova. Un’esposizione continua. Un pomeriggio intero, passato dentro esattamente il tipo di situazione, che mi tormenta da ore.
E soprattutto, non erano questi i patti.
Avrei dovuto vedere solo Oceano.
Già il fatto che Lavinia sia comparsa al improvviso, mi ha destabilizzato completamente. E adesso vuole trascinarmi anche dentro questa situazione.
E per fare cosa?
La mia parte più insicura, una risposta ce l’ha subito pronta:per divertirsi a vedermi in imbarazzo.

Cerco di oppormi.
" Lavinia; non mi sembra il caso, che io venga con voi. È un momento vostro."
La mia compagna di classe replica immediatamente:” Roberto; voglio che vieni anche tu."
Quel voglio mi mette ancora più in difficoltà, perché non sembra una battuta.
Sembra una richiesta vera.
E proprio per questo mi spaventa.
Mi impunto.
Non posso continuare a seguirla ovunque, emotivamente. Non posso accettare ogni situazione che lei propone, solo perché ho paura di deluderla.
" Chiedi a Bruno e Luca. Loro verranno volentieri."
Appena lo dico, vedo il suo volto cambiare, come se le fossero cadute improvvisamente le braccia.
Non si aspettava questa risposta.
" Mi parli ancora di quei due? Hai un bel coraggio."
Il suo tono si indurisce.
E io reagisco nel modo peggiore possibile: attaccando me stesso.
"Voglio andare al parco, a cercare Patrizia. Voglio anche io una ragazza, da accompagnare a comprare i reggiseni."
Non sto davvero parlando di Patrizia.
Sto parlando della mia frustrazione.
Del sentirmi sempre quello escluso, quello che osserva gli altri vivere situazioni, che per lui sono impossibili.

Lavinia diventa rossa in faccia.
Per un attimo ho davvero l’impressione che stia per esplodere.
Ed è Oceano a intervenire.
" Lavinia; lascia parlare me, con lui."
Il suo tono è tranquillo, ma fermo.
Si gira verso di me:" Roberto; puoi spiegarmi che problema c’è, ad accompagnare Lavinia? Lei ci tiene, che venga anche tu. È la tua compagna di banco, accontentala. Ti ha chiesto un piccolo favore, esaudisci il suo desiderio."
Abbasso lo sguardo.
Ed è lì che realizzo la cosa, che mi fa più male.
Sono d’accordo.
Loro due sono dalla stessa parte.
Io invece mi sento completamente fuori posto.
Il problema è che Oceano la vive come una situazione semplice, quasi innocente.
Io no.
Io so già cosa succederebbe nella mia testa.
Ogni camerino chiuso diventerebbe una tortura.
Ogni sorriso tra loro due, una conferma di essere di troppo.
E soprattutto ho paura di una cosa precisa:non reggere emotivamente.
Diventare pesante. Silenzioso. Imbarazzante.
Una zavorra.
Oceano continua." E poi non capisco una cosa. Domani vuoi invitare una ragazza ad uscire, ed oggi vuoi andare a cercare quella Patrizia? Sapendo che lei e Lavinia non si sopportano? "
Questa frase mi mette alle strette, perché lui sta cercando una coerenza logica, mentre io sto reagendo emotivamente, senza logica.

E allora scelgo l’ironia.
O meglio: l’autodistruzione mascherata da ironia.
" Facile parlare così, quando io ho per le mani la cessa."
Appena lo dico, sento il peso della frase.
Non perché stia insultando qualcuno davvero, ma perché sto facendo quello che faccio sempre, quando mi sento inferiore: svalutare ciò che potrei avere, prima ancora che possa rifiutarmi.
È un modo per proteggermi.
Se sono io il primo a parlare male della ragazza, che potrei invitare; allora il suo eventuale rifiuto farà meno male.
Mentre tengo gli occhi bassi, sento già addosso il silenzio degli altri due.
Capisco immediatamente di aver detto qualcosa, che non volevano sentire.
Lavinia cerca di riprendere il controllo della situazione. Non vuole assolutamente saperne,di accettare la mia ribellione:" Roberto; stai esagerando. Rischi che Oceano si arrabbi.'"
La sua frase mi colpisce subito:mi aveva promesso, che non mi avrebbe mai fatto picchiare.
Finalmente ha gettato la maschera.
Ormai mi vede solamente come un ostacolo, che sta creando problemi inutili. Per loro sono quello che sta complicando qualcosa che, per loro, è essere semplice: il loro burattino.

Stranamente Oceano la smentisce subito:" Ma no, non preoccuparti; Roberto. Però non riesco a capire, perché stai reagendo così."
Ed è proprio questa calma, a farmi sentire ancora peggio, perché lui sembra davvero non capire.
Non vede la tensione. Non percepisce l’imbarazzo che provo. Oppure lo percepisce, ma lo considera innocuo, esagerato.
Lavinia allora interviene, prima che io possa parlare:" Te lo spiego io. Lui pensa che noi andremo nei camerini, a fare i giochi porno; mentre lui resterà fuori, a tenermi la borsa."
Per un attimo il mondo si ferma.
Sento il viso bruciare.
Non tanto per la frase in sé, ma perché ha preso qualcosa, che le avevo confessato in modo fragile, quasi vergognandomi; e lo ha esposto davanti a Oceano.
La mia paura più intima trasformata in una battuta.
Oceano mi guarda e trattiene una risata.
" Scusa Roberto; ma questa cosa è un po’ buffa. Se usciamo in un numero dispari, non potrà mai accadere quello che pensi."
La sua risposta è gentile, ma ormai, dentro di me, qualcosa si è incrinato.
Il problema non è la logica della situazione.
E’ la fiducia.
In questo istante sento che Lavinia mi ha tradito.
Non nel senso romantico,ma nel senso emotivo.
Le ho mostrato una mia debolezza, e lei l’ha consegnata a qualcun altro, con leggerezza.

Così, improvvisamente, tutto cambia colore.
La guardo e non posso più rimanere attaccato alle illusioni.
È come tutte le altre.
Anzi, peggio.
Le altre ragazze almeno sono chiare. Mi ignorano, mi tengono distante, non mi danno illusioni.
Lei invece mi avvicina, mi accarezza, mi confonde, e poi ride delle mie paure, davanti al suo ragazzo.
Ed è questa ambiguità a distruggermi.
Per qualche secondo resto in silenzio.
Poi, dentro di me, succede qualcosa di strano.
Mi arrendo.
Non nel senso che smetto di soffrire, ma smetto di oppormi.
Va bene.
Li accompagnerò.
Mi umilierò da solo, fino in fondo, se necessario.
In parte perché ormai sento di non avere più dignità da difendere.
In parte perché, nonostante tutto, non riesco a essere davvero arrabbiato con Lavinia.
Resta comunque l’unica ragazza, che mi abbia mai fatto sentire visto.
L’unica che mi abbia permesso di vivere emozioni, che pensavo irraggiungibili.
Ed è proprio questo il punto più doloroso.
Non riesco a odiarla, anche quando penso che mi stia facendo male.
Allora la mia mente cerca subito un colpevole alternativo, e lo trova in me stesso.
Il mio errore è stato non accontentarmi di Patrizia.
Patrizia; che nella mia testa rappresentava la scelta sicura. La ragazza che non mi avrebbe destabilizzato, che non mi avrebbe fatto sentire continuamente inferiore.
Per me andava benissimo.
Invece ho voluto inseguire qualcosa, che mi sembrava troppo bello.
La bellezza, il fascino, l'attenzione di una ragazza come Lavinia.
E ora sento di stare pagando il prezzo di quella scelta.
Un prezzo fatto di gelosia, vergogna, desiderio, e continua sensazione di non essere abbastanza.


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