tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 97 )
29.08.2026 |
1.272 |
270
"Io sono sicuro, che Gaia non voglia quel barista; e non so, cosa gli è passato, per la testa..."
Sono sulla strada del ritorno. Il discorso di Serena continua a ronzarmi nella testa, ma non intendo tenerlo in considerazione. In realtà, non lo avrei tenuto in considerazione, neanche se fosse stata Gaia, in persona, a farmelo.
Entrambe, durante questa serata, si sono dimostrate troppo incoerenti, perché io possa affidarmi, semplicemente, alle loro parole. Posso ascoltarle, posso cercare di comprenderle, ma non posso più considerarle una garanzia. Le parole rimangono zero, se non vengono seguite dai fatti.
Mi chiedo allora, se posso davvero pensare, che la mia compagna di università possa diventare la fidanzata perfetta. La risposta mi arriva immediatamente: no. E, dirlo in un altro modo, significherebbe semplicemente prendermi in giro.
Ma c'è anche un'altra consapevolezza, che emerge, mentre cammino.
Io non voglio una fidanzata perfetta. Non cerco qualcuna, che corrisponda a un'immagine ideale e irrealistica. Voglio una fidanzata, di cui possa essere orgoglioso, una persona accanto alla quale; non debba provare vergogna, per quello che sono, o per quello che provo.
Ed è proprio qui, che il pensiero torna a Gaia.
Lei ha detto, che l'ho fatta vergognare. Serena ha ribadito lo stesso concetto.
Ma, se sono completamente sincero con me stesso; devo ammettere che, anch'io, mi sono vergognato. Mi sono vergognato, di aver mostrato e ammesso un sentimento così forte, per la mia compagna di università.
Durante questa serata, a parte qualche sprazzo, in cui ho intravisto la persona, che conoscevo; Gaia ha dato soprattutto il peggio di sé. Ha alternato momenti di vicinanza e apertura, ad atteggiamenti che mi hanno ferito, provocato e confuso.
E io, invece di riuscire a mantenere sempre il controllo, mi sono lasciato trascinare dentro quella dinamica.
Adesso, però, non voglio più pensarci. Continuare a ricostruire ogni frase, ogni gesto e ogni sguardo; non mi aiuterebbe a capire, cosa sia realmente successo. Rischierei soltanto di cercare significati, dove forse non ce ne sono; e di alimentare, ancora una volta, le mie paranoie.
Questa notte, ho già pensato abbastanza. Ho bisogno di uscire,mentalmente, da quel locale.
Domani, però, ci sarà il problema vero. Sarà una giornata difficile, perché dovrò comunque vedere Gaia, all'università.
Non potrò semplicemente cancellarla dalla mia vita, o evitare ogni possibile incontro. Lei è la mia compagna di università e, per quanto questa serata abbia cambiato molte cose; la realtà quotidiana rimane la stessa.
Mi chiedo, se mi avvicinerò io. Non lo so. Mi chiedo, se sarà lei, ad avvicinarsi. Non so nemmeno questo.
Non sento il bisogno di trovare, immediatamente, una risposta. Dopo tutto quello che è successo, potrebbe persino essere meglio lasciare che sia il tempo, a decidere il primo movimento.
Forse la cosa migliore sarebbe proprio questa: che nessuno dei due trovasse, almeno nell'immediato, il coraggio e la voglia di avvicinarsi. Potremmo guardarci da lontano, capire che cosa è rimasto, dopo questa serata e, soltanto in un secondo momento; decidere, se vale ancora la pena, parlare.
Adesso non posso sapere quale sarà la reazione di Gaia, e non posso sapere nemmeno, quale sarà la mia. Posso soltanto continuare a camminare verso casa, e lasciare che questa notte finisca.
La mia attenzione viene attirata, improvvisamente, da due persone, che stanno discutendo, poco più avanti. A prima vista, avranno una quindicina d'anni più di me, quindi sono abbastanza grandi, da avere un aspetto più adulto e strutturato. Sono anche messi, fisicamente, meglio di me, e la differenza si nota, soprattutto, nella corporatura.
Il primo è un uomo alto, intorno al metro e ottantaquattro, con una struttura atletica e piuttosto robusta. Ha le spalle larghe, il torace sviluppato e le braccia muscolose, anche se non dà l'impressione di essere uno, che passa la vita, in palestra. I capelli sono castano scuro, corti ai lati e leggermente più lunghi sopra, pettinati senza particolare attenzione. Ha una barba corta e curata, che gli conferisce un'aria adulta.
Indossa una giacca leggera color antracite, sopra una maglietta nera, jeans scuri e scarpe da ginnastica bianche, ormai leggermente sporche.
Il modo in cui tiene il corpo, però, mi colpisce più dell'abbigliamento: è rigido, con le spalle contratte e il busto leggermente proteso in avanti, come se fosse pronto a rispondere a qualsiasi cosa, gli venga detta.
L'altro è un po' più basso, forse un metro e settantotto, ma ha una corporatura ancora più compatta. Ha il collo grosso, le spalle larghe e le braccia ben allenate. I capelli sono neri, molto corti, quasi rasati ai lati, mentre sopra sono lasciati appena più lunghi. È completamente rasato e ha un volto più squadrato, rispetto all'altro.
Indossa un giubbotto verde scuro, una felpa grigia, pantaloni cargo neri e scarpe da ginnastica scure.
Le mani continuano a muoversi, mentre parla: ogni tanto apre i palmi, poi indica l'altro con un dito, quasi volesse costringerlo a concentrarsi sulle proprie parole.
Uno dei due interrompe improvvisamente la discussione, e dice all'altro; con una voce bassa, ma carica di rabbia.
"Quello lo ammazzo."
L'altro lo guarda, immediatamente, e cerca di frenarlo: "Calma, dobbiamo aspettare."
Quelle due frasi mi colpiscono con una violenza improvvisa.
Fino a un secondo prima, pensavo di essere soltanto capitato, casualmente, accanto a due persone, che stavano discutendo. Adesso, invece, una possibilità inquietante prende forma, nella mia testa.
Ripenso alle parole di Serena.
Mi fermo per un secondo.
Veramente Gaia e Serena hanno chiesto a qualcuno, di picchiarmi?
La coincidenza mi sembra troppo precisa, per poterla ignorare. Non ho alcuna certezza, ma il pensiero si insinua nella mia mente, e comincia a condizionare tutto quello che vedo.
Quei due uomini sono fisicamente più forti di me, stanno parlando di qualcuno che vogliono aggredire e, proprio mentre passo davanti a loro; cominciano a fissarmi.
Il mio cervello collega, immediatamente, tutti gli elementi.
Se davvero hanno incaricato qualcuno di picchiarmi, ormai il mio destino è segnato.
Non posso sapere chi siano, non posso sapere cosa vogliano realmente da me e, soprattutto,non posso sapere se quella persona, che stanno aspettando, sia proprio io. L'incertezza, però, rende tutto ancora più inquietante.
Per un istante, penso di scappare. Poi mi rendo conto che,probabilmente, sarebbe la cosa peggiore, da fare.
Se sono davvero qui,per me;correre potrebbe soltanto confermare i miei sospetti, e attirare la loro attenzione. E se invece non c'entrassero assolutamente nulla, rischierei di comportarmi in modo completamente irrazionale,attirando la loro attenzione.
Così riprendo a camminare, cercando di mascherare il nervosismo.
Ho paura? Sì, lo ammetto.
Non mi sono mai trovato in una situazione simile e, per quanto cerchi di convincermi a rimanere razionale; il mio corpo reagisce prima della mia mente. Sento la tensione nei muscoli, controllo continuamente quello che succede alle mie spalle, e cerco di mantenere un'andatura normale. Non voglio dare loro la soddisfazione di capire, quanto mi stanno mettendo in difficoltà.
Con la coda dell'occhio, mi accorgo che mi stanno guardando. Non è uno sguardo casuale. Entrambi hanno gli occhi puntati su di me e, per qualche secondo, ho la netta sensazione, che stiano valutando, cosa fare.
Cerco comunque di non voltarmi completamente, verso di loro.
Poi uno dei due comincia a camminare nella mia direzione. Il suo passo è lento, ma il modo in cui avanza, mi appare minaccioso.
Sento il cuore accelerare. Non so se devo continuare, fermarmi o cambiare strada. Prima che possa decidere, però, l'altro uomo gli afferra un braccio, e lo trattiene.
Quel gesto mi lascia ancora più confuso.
Perché lo sta fermando? Sta cercando di evitare una lite? Oppure sta semplicemente impedendogli di fare qualcosa, prima del momento stabilito? Non ho modo di saperlo.
Io continuo a fare finta di niente. Tengo lo sguardo davanti a me, e proseguo, senza accelerare troppo.
Dentro di me, però, sono completamente concentrato sui rumori, alle mie spalle.
Ogni passo, che faccio, aumenta leggermente la distanza tra noi.
Poi, finalmente, riesco ad allontanarmi.
Nessuno dei due mi segue.
Non sento passi dietro di me e, dopo qualche minuto, mi concedo il coraggio, di guardare indietro. I due uomini sono ancora fermi nello stesso punto.
Continuo a camminare.
La distanza aumenta sempre di più, finché le loro figure diventano indistinte. Alla fine rimangono solamente due piccoli puntini, nell'oscurità.
Non so se quella scena abbia avuto realmente qualcosa a che fare con me, oppure se la mia mente, ancora condizionata da tutto quello che è successo nel locale; abbia collegato eventi, completamente separati.
Ma una cosa, la so: questa sera mi ha lasciato addosso una tensione, che non riesco ancora a scrollarmi di dosso.
Una macchina si affianca, lentamente, a me.
È notte e, nella strada poco illuminata; faccio fatica a distinguere, quello che succede all'interno dell'abitacolo.
Non riesco a vedere, chi ci sia al volante. Per qualche secondo mi limito a sentire il rumore del motore, che procede, praticamente, alla mia stessa velocità.
È un fuoristrada molto vecchio, di quelli che ormai si vedono raramente, sulle strade. Ha una carrozzeria grande e squadrata, con linee che appartengono, chiaramente, a un'altra epoca. La vernice, un tempo probabilmente scura, è ormai opaca e completamente ricoperta di polvere. Sui parafanghi e lungo la parte inferiore delle portiere, si vedono tracce di fango secco e di sporco, accumulato nel tempo. Anche i vetri sono impolverati e il parabrezza presenta alcune striature, lasciate dai tergicristalli. I cerchi sono graffiati e le gomme mostrano i segni di parecchi chilometri percorsi.
Il fuoristrada ha un aspetto trascurato, quasi abbandonato, ma il motore sembra funzionare perfettamente. Dal tubo di scarico esce una leggera nube, che si disperde rapidamente, nell'aria fredda della notte. I fari illuminano l'asfalto davanti a me, mentre la carrozzeria sporca riflette appena la luce dei lampioni.
La macchina continua a procedere, al mio fianco, per un centinaio di metri.
Questa vicinanza comincia a mettermi a disagio. Non riesco a vedere il conducente e, dopo l'incontro con quei due uomini; la mia mente torna, inevitabilmente, a quello che è successo, poco prima.
Mi domando se possa esserci un collegamento, anche se non ho nessun elemento concreto, per sostenerlo.
Cerco di non farmi prendere dal panico. Continuo semplicemente a camminare, mantenendo lo stesso passo. Il mezzo rimane accanto a me, ancora per qualche secondo, quasi stesse aspettando qualcosa.
Poi, improvvisamente, il motore aumenta di giri.La macchina accelera con decisione, e mi supera rapidamente.
In pochi istanti, passa dalla mia altezza, a diversi metri davanti a me; per poi ripartire, a tutta velocità, lungo la strada.
Rimango fermo, per qualche secondo, a guardare le sue luci posteriori, allontanarsi nell'oscurità.
Ancora una volta, non so cosa pensare.
Non ho visto chi ci fosse dentro, non so perché abbia mantenuto il mio passo, e non posso sapere, se si sia trattato soltanto di una coincidenza. Ma, dopo tutto quello che è successo, durante la serata; faccio sempre più fatica, a considerare ogni cosa, come un semplice caso.
Probabilmente mi sono fatto suggestionare dalle parole di Serena.
Di notte, la città è già di per sé più inquietante. Ora, però, ogni rumore e ogni macchina, che passa; sembrano assumere un significato diverso.
Se qualcuno sta davvero cercando di farmi paura, devo ammettere, che ci sta riuscendo perfettamente.
Improvvisamente, due fari potentissimi mi investono in pieno.
La luce è così intensa che, per qualche secondo, non riesco quasi a vedere nulla. Porto istintivamente una mano, davanti alla faccia; cercando di proteggermi gli occhi. Rimango abbagliato e faccio fatica a distinguere la sagoma della macchina.La vedo soltanto, quando gli occhi cominciano, lentamente, ad abituarsi alla luce.
È una macchina sportiva molto costosa, completamente diversa dal vecchio fuoristrada, che mi ha affiancato, poco prima. La carrozzeria è bassa e filante, con proporzioni aggressive e una linea estremamente curata. La vernice riflette i lampioni della strada, come uno specchio. I cerchi sono grandi, eleganti e perfettamente puliti, mentre i pneumatici sono larghi e sembrano praticamente nuovi. Anche i dettagli più piccoli, dalle prese d'aria ai gruppi ottici; comunicano, immediatamente, l'idea di un'automobile acquistata, senza badare troppo al costo.
È una macchina, che non passa inosservata. Anche senza riuscire a riconoscerne il modello; capisco immediatamente, che vale molto più di qualsiasi automobile, che io abbia mai guidato.
Il motore emette un rumore profondo e regolare, quasi trattenuto, mentre la macchina rimane ferma, per qualche istante.
Il conducente continua a puntarmi addosso gli abbaglianti.
La luce mi costringe, nuovamente, a coprirmi gli occhi. Questa volta, però, sento crescere, dentro di me, una rabbia, che si mescola alla paura.
Urlo:"Spegnili."
La mia voce rimbalza nella strada, quasi deserta.
Non so nemmeno, se il conducente possa sentirmi, attraverso i finestrini chiusi, ma in questo momento non riesco a fare altro.
Sto perdendo il controllo.Devo stare calmo.Ripeto mentalmente queste parole, cercando di convincermi, che non necessariamente ci sia qualcuno, che ce l'ha con me. Potrei essere semplicemente vittima di una serie di coincidenze, amplificate dalla stanchezza, e soprattutto dalle parole di Serena. Ma il mio corpo non sembra crederci. Sento la tensione nelle spalle e il cuore che accelera.
Dopo alcuni secondi, la macchina, finalmente, spegne gli abbaglianti.
Riesco nuovamente a vedere la strada.
La sportiva si mette in movimento, esce dal parcheggio e si allontana rapidamente;lasciandomi solo, con il rumore del suo motore, che diventa sempre più distante.
Rimango a guardarla per qualche istante.Non so, chi ci fosse dentro.Non so, se mi abbia riconosciuto.Non so nemmeno, se quella persona volesse realmente spaventarmi, oppure se tutto sia stato soltanto nella mia testa.Ma non voglio scoprirlo.
Aumento il passo. Adesso voglio soltanto arrivare a casa, il prima possibile.
La strada, davanti a me, sembra, improvvisamente, molto più lunga di prima e, mentre cammino; cerco di non voltarmi, continuamente, indietro.
Voglio lasciarmi alle spalle quella macchina, questa strada e, almeno per qualche ora, tutto quello che è successo, durante questa assurda serata.
Improvvisamente il mio telefono squilla.
Il suono, nel silenzio della notte, mi fa sobbalzare. Mi fermo, quasi d'istinto, e guardo lo schermo. È un numero anonimo.
Per qualche secondo, rimango indeciso.
Chi può cercarmi a quest'ora? Dopo quello che è successo, la domanda mi appare legittima.
Tentenno, con il dito sullo schermo.
Una parte di me vorrebbe ignorare la chiamata, e continuare a camminare. Un'altra, invece, sente il bisogno di sapere chi c'è, dall'altra parte.
Alla fine, decido di rispondere.
Porto il telefono all'orecchio, e dico: "Pronto."
Silenzio.Aspetto qualche secondo, ma, dall'altra parte, non arriva nulla. Non sento una voce, un rumore di fondo, nemmeno un respiro. Poi, improvvisamente, sento un piccolo clic.La telefonata è terminata.
Rimango immobile, per qualche istante, con il telefono, ancora vicino all'orecchio. Guardo lo schermo, quasi aspettandomi di trovare una spiegazione. Non c'è niente, che possa aiutarmi a capire, chi mi abbia chiamato.
Riprendo a camminare.Non devo perdere il controllo.Continuo a ripetermelo mentalmente, come se quelle poche parole potessero impedirmi, di lasciarmi trascinare dalla paura.
Non mi sono mai trovato in una situazione simile, in tutta la mia vita.
Prima quei due uomini, poi il fuoristrada, gli abbaglianti, e adesso una telefonata anonima, nel cuore della notte. Ogni episodio, preso singolarmente, potrebbe avere una spiegazione innocente. Tutti insieme, però, mi fanno sentire, come se qualcuno mi stesse osservando.
Cerco di concentrarmi soltanto sulla strada, davanti a me.
Poi il telefono squilla nuovamente.
Questa volta il cuore accelera, ancora prima, di guardare lo schermo. È ancora un numero anonimo.
Rimango fermo per qualche secondo; combattuto tra il desiderio di sapere, e quello di non rispondere.
Alla fine, porto nuovamente il telefono, al orecchio.Non faccio nemmeno in tempo, a parlare. Dall'altra parte, sento una voce contraffatta, resa quasi irriconoscibile, da un tono artificiale e innaturale.
"Non cambiare strada; te lo consiglio."
La telefonata termina.
Rimango completamente immobile.Per qualche secondo, non riesco a fare altro, che fissare il telefono.
Questa volta non posso convincermi, che sia stato un semplice scherzo casuale. Qualcuno mi ha chiamato due volte e, alla seconda, mi ha dato un'indicazione precisa.Non cambiare strada.
Ma perché?E soprattutto, chi mi sta parlando?
Sento nuovamente la paura salire, dentro di me. La tentazione di guardarmi intorno è fortissima, ma mi costringo a respirare lentamente. Non voglio reagire d'impulso.
Stringo il telefono, nella mano, e guardo la strada, davanti a me.Non sono più sicuro, che la mia destinazione sia davvero casa.
A circa cento metri da me, intravedo un gruppo numeroso di persone. Con la distanza e l'oscurità non riesco a distinguerle bene: Vedo soltanto delle sagome ravvicinate, ferme lungo la strada.
Dopo la telefonata di poco prima, però, non riesco a considerare la cosa, con leggerezza. Perché rischiare?
Scelgo di girare in una via laterale, e allungare la strada. Probabilmente ormai sono diventato paranoico, ma in questo momento preferisco essere prudente. Non voglio vivere, ogni minuto, con l'ansia, di essere seguito o aggredito. Mi ripeto che spesso le minacce rimangono soltanto sulla carta, e che non ho alcuna prova concreta, che qualcuno voglia realmente farmi del male.
E poi, per quale motivo dovrebbero farmi picchiare?
Gaia mi ha detto di no. Ha scelto Massimo. Perché dovrebbe avercela con me?
Continuo a rimuginare sulla questione, mentre cammino. Forse domani, all'università, riuscirò a capire qualcosa in più.
Ancora una volta, il telefono squilla.
Mi fermo immediatamente.Lo guardo. Ancora un numero anonimo.
Esito soltanto per un istante, poi rispondo e porto il telefono, all'orecchio.
La voce contraffatta torna a parlare, con lo stesso tono artificiale di prima.
"Passa davanti a quelle persone. Le altre strade sono molto più pericolose. Non vuoi essere bucato, vero?"
La linea cade immediatamente.
Quelle ultime parole mi gelano.
"Non vuoi essere bucato, vero?"
Non so se sia una minaccia, un avvertimento, oppure una provocazione. Ma, in questo momento, non sono disposto a verificare, quale delle tre possibilità sia quella corretta.
Guardo la strada laterale, che ho appena imboccato. Poi guardo verso il gruppo di persone, che avevo deciso di evitare.
Ci rifletto per qualche secondo.
Alla fine, decido di seguire il consiglio di quella voce.
Torno sulla strada principale, e mi avvicino, lentamente, al gruppo. Più mi avvicino, più riesco a distinguere le persone.
Sono circa una decina. Alcuni sono giovani, altri sembrano avere qualche anno in più. Sono distribuiti lungo il marciapiede, e occupano buona parte dello spazio.
Quando passo davanti a loro, praticamente tutti si voltano a guardarmi.Nessuno parla.
Quello sguardo collettivo mi mette, profondamente, a disagio. Cerco comunque di non mostrare paura. Tengo gli occhi davanti a me, e continuo a camminare; fingendo che quelle persone non esistano.
Sto quasi per superarli completamente, quando uno di loro rompe il silenzio.
"Ehi bellino; come mai non sei con la tua fidanzata? L'hai già portata a casa?"
Non mi giro neppure.Continuo a camminare.Per qualche secondo sento soltanto i miei passi sul asfalto.
Poi un'altra voce commenta alle mie spalle:"Non è molto educato."
Stringo leggermente la mascella, ma non rispondo.
Un terzo uomo aggiunge, con tono perfido:"Oppure la sua fidanzata sta scopando con un altro, e lui torna a casa, abbattuto. La sua fidanzata deve essere una di quelle, che fa tutto, alla luce del sole."
Il gruppo scoppia a ridere.
Io continuo per la mia strada, senza voltarmi. Non voglio concedere loro, una reazione. Non voglio che vedano paura, rabbia o imbarazzo. Qualsiasi risposta potrebbe soltanto incoraggiarli.
Fino a questo momento, avevo cercato di trovare una spiegazione razionale, a ogni episodio. I due uomini, il fuoristrada, la macchina sportiva, le telefonate anonime.
Ora, però, sento crescere una sensazione diversa.Non può più essere una coincidenza.
Sento squillare il telefono. Non riconosco il numero, ma rispondo ugualmente.
È Bartolomeo. Già dal tono della sua voce, capisco che non mi sta chiamando, per una semplice conversazione.
" Francesco; ma sei con Gaia? "
Gli rispondo immediatamente: " No. Dopo il discorso, a cui hai assistito anche tu, non l’ho più vista. Credo che sia con," e mi blocco.
Non c’è bisogno, che finisca la frase. Il nome, che sto per pronunciare, è fin troppo evidente. Massimo.
Il poliziotto mi fa presente: " A casa non c'è, e non risponde al telefono. Puoi tornare al bar, e poi mi richiami? Non vorrei veramente, che vada a casa di quello là. "
Quelle parole mi fanno riflettere.
Già durante la serata, ho visto, quanto rapidamente; Gaia e Massimo siano entrati in una dinamica che, io stesso, faccio fatica a comprendere.
Dopo averla convinta, a fargli un pompino, con una facilità disarmante; mi chiedo quanto sarebbe difficile, per lui, convincerla, a seguirlo a casa.
Nella mia mente, si forma immediatamente uno scenario, che non vorrei nemmeno immaginare. Massimo ha avuto un atteggiamento molto disinvolto con Gaia, anche al interno del locale, davanti ai poliziotti e davanti a mio padre; inevitabilmente penso a cosa potrebbe accadere, lontano dagli occhi degli altri.
Le parole di Serena, per quanto provocatorie e spesso crudeli, continuano a rimbalzarmi nella testa. Forse mi ha detto una verità. Una verità cruda, ma pur sempre una verità.
Accetto di tornare indietro, per diverse ragioni.
Innanzitutto sento di dover ricambiare, almeno in parte, tutto quello che Bartolomeo ha fatto, per me, durante la serata.
Poi c’è Gaia. Anche se, tra noi, è successo di tutto; rimane una ragazza, che conosco e che, in questo momento, potrebbe trovarsi in una situazione, che Bartolomeo considera preoccupante. È buio e, nonostante le nostre incomprensioni, non riesco, semplicemente, a voltarmi dal altra parte.
Allo stesso tempo, però, mi impongo di ricordare una cosa: Gaia ha venti anni. La sua vita appartiene a lei. Se decidesse, consapevolmente, di andare da Massimo, io non avrei il diritto di impedirglielo. Posso preoccuparmi, posso controllare che stia bene, ma non posso sostituirmi alle sue decisioni.
" Va bene."
Bartolomeo, però, tiene a precisare un'ultima cosa e, questa volta, la sua voce cambia completamente. Diventa più dura, più severa.
" Francesco; tu hai tutte le ragioni del mondo. Non lo metto in dubbio. Però sono arrabbiato con te, ora. Non avresti mai dovuto lasciarla lì, da sola. Se le succedesse qualcosa, ti riterrei comunque responsabile. Ne sei consapevole, vero? "
Quelle parole mi colpiscono.Sento la responsabilità, pesarmi addosso.
Non posso nemmeno cercare una giustificazione convincente. Nonostante tutto quello che è successo, tra me e Gaia; avrei dovuto pensarci. Ho lasciato che la rabbia e la stanchezza prevalessero sul buon senso. E adesso, mi rendo conto, che è stata una stupidaggine.
" Hai ragione. Torno subito indietro. Serena mi ha detto,che Gaia voleva essere accompagnata a casa, da me."
Bartolomeo alza, immediatamente, la voce.
" Cosa? E perché, non l’ hai fatto?"
La domanda mi mette ancora più in difficoltà, perché la risposta è semplice e, allo stesso tempo, difficile da ammettere.
" Preferirei dormirci sopra, prima di rivedere Gaia. Dopo quanto successo, non è sicuramente facile.Però capisco la tua preoccupazione, e dunque torno indietro."
Mi risponde: " Appena hai novità, fammi sapere."
Sto per chiudere la conversazione, ma qualcosa mi trattiene.
" Aspetta un attimo."
Con tono agitato, mi domanda: " Cosa c’è?"
A questo punto, gli espongo i miei dubbi. Non voglio nascondergli, quello che è
" Durante la strada del ritorno, ho incontrato gente, parecchio strana. E sembrava, che ce l’avessero con me. Non ne posso essere sicuro. Però, il dubbio, ce l’ho."
Mentre pronuncio quelle parole, mi rendo conto, di quanto possa sembrare assurdo, quello che sto raccontando. Non ho prove. Ho soltanto una sequenza di episodi strani, avvenuti nel giro di pochi minuti; e le minacce, ricevute da Serena,che continuano a condizionare il mio modo di interpretare, ciò che mi circonda.
Bartolomeo mi domanda: " Cosa vuoi insinuare; Francesco?"
Gli parlo sinceramente: " Potrebbero essere amici di Gaia e Serena?"
Mi chiede: " E per quale motivo? "
Ammetto candidamente: " Non lo so."
Non posso inventarmi una spiegazione. L'unica cosa, che posso fare, è dirgli, ciò che penso; anche se, io stesso, non sono convinto, che sia vero.
Il poliziotto sembra non condividere la mia linea di pensiero.
" Francesco; capisco tutti i tuoi dubbi.Mia figlia è la regina delle stronze, e Serena non è da meno. Però non credo, che arriverebbero a tanto."
Le sue parole mi fanno riflettere.
Bartolomeo conosce Gaia, meglio di me. Sa quanto possa essere difficile, imprevedibile e provocatoria, ma evidentemente ritiene, che una minaccia fisica vera sia qualcosa di diverso.
Decido di tenere un atteggiamento dubbioso.
" Pero’ non ne sei sicuro."
Dopo quella frase, la conversazione si interrompe.
Bartolomeo chiude, senza rispondere, e senza salutare.
Abbasso lentamente il telefono.
Devo tornare al bar, anche se una parte di me vorrebbe soltanto arrivare a casa, e chiudere, definitivamente, questa serata. Sono stanco, confuso, e ancora pieno di dubbi.
Però, adesso, ho preso una decisione: torno indietro.
Non perché Bartolomeo abbia completamente ragione, né perché voglia ricominciare da capo con Gaia, ma perché voglio almeno sapere, che sta bene.
Durante la strada del ritorno non incontro nessuna persona e non incrocio nessuna macchina. La città sembra completamente deserta.
Cammino e mi guardo intorno, quasi aspettandomi che, da un momento al altro, ricompaia qualcuno. Invece non succede nulla. Soltanto il rumore dei miei passi accompagna il mio ritorno, verso il locale.
È una sensazione stranissima. Dopo tutto quello che è successo poco prima, questa improvvisa tranquillità non riesce a rassicurarmi. Al contrario, mi mette ancora più in allarme.
Sembra quasi che, dopo il mio passaggio, tutti abbiano esaurito il loro compito e siano semplicemente spariti.
È un pensiero che so essere irrazionale, ma non riesco a liberarmene.
La mia mente continua a cercare uno schema, dietro ciò che è accaduto. Non ho prove e, proprio per questo, devo stare attento, a non trasformare i miei sospetti, in certezze. Ma una parte di me rimane convinta, che ci sia qualcosa, che ancora non riesco a comprendere.
Guardo nuovamente la strada vuota, davanti a me. Il silenzio è quasi totale. Dopo una serata così assurda, questa calma improvvisa mi sembra persino più inquietante, di quello che è successo prima.
Entro di nuovo, dentro il bar.
Dopo la partita, e dopo tutto quello che è successo; il posto si è svuotato, quasi completamente. Domani la gente deve lavorare, andare a scuola, svegliarsi presto. Inoltre, il comportamento del barista ha contribuito, non poco, a far allontanare i clienti.
L'atmosfera è completamente diversa, rispetto a prima: più silenziosa, più stanca, quasi spenta. Sembra impossibile che, soltanto poco tempo fa, questo stesso locale fosse pieno di persone, che urlavano il mio nome.
I baristi non sono dietro il bancone.
Giro un po' per il locale, cercando di capire, dove siano finiti tutti; finché non li noto, in un angolo. C'è Massimo, insieme ad altri tre ragazzi. Fiore non c'è. Li vedo battergli il cinque, uno dopo l'altro.
Uno gli dice:" Sei stato veramente un grande."
Massimo replica, gonfiando il petto:" Sono il numero uno."
Un altro ride:" Colpita e affondata."
Massimo lo corregge subito:" Sedotta e chiavata, vuoi dire."
Scoppiano tutti, a ridere.
Uno fa notare:" La tua tattica è fenomenale, tutte cascano nella tua trappola."
Massimo si dà una pacca sul petto.
" Lo so. È una tattica collaudata. Io e il mio amico non sbagliamo un colpo."
Un altro commenta:" Due cecchini fenomenali."
E tornano tutti, a ridere.
Io rimango ad ascoltarli, senza intervenire. Cerco di non farmi notare, ma, dentro di me, comincia a crescere una sensazione, sempre più pesante.
C'è sicuramente la gelosia, impossibile da negare. Ma, insieme alla gelosia, sento anche disgusto. Sia per il fatto, che Massimo possa piacere a Gaia; quanto per il modo in cui, questi ragazzi parlano delle ragazze. Le trasformano continuamente in trofei, in conquiste, da raccontare agli amici; qualcosa che serve a dimostrare, quanto siano bravi, quanto siano superiori agli altri.
Eppure, mentre li ascolto; il pensiero, che mi fa più male, è un altro.
Non c'è stato solamente un pompino. Almeno, questo è quello, di cui comincio a convincermi.
Tra Gaia e il barista, deve esserci stato molto di più.
Le parole di Serena mi tornano alla mente e, per quanto mi faccia male ammetterlo; comincio a pensare, che forse sono stato ingenuo, a credere completamente, a quello che mi ha detto Gaia. Ripensando alla serata e, soprattutto, al loro modo di stare insieme; mi sembra sempre più difficile credere, che tutto si sia fermato a un pompino.
La loro alchimia era evidente già dal pomeriggio. Io, invece, ero concentrato sulla mia progressiva sensazione, di essere diventato il protagonista della serata, sul consenso della gente, sulle urla, sugli applausi, e sulla possibilità di dimostrare qualcosa, a Gaia. Mentre io costruivo quella convinzione; il rapporto, tra lei e Massimo, è diventato sempre più intenso.
Nella mia testa, comincio persino a ricostruire, una possibile sequenza degli eventi.
I tempi ci sono stati? Probabilmente sì. Potrebbe essere successo tutto molto rapidamente, favorito dalla situazione, dall'attrazione, dall'adrenalina e dalla voglia, che forse era già presente da ore.
La bellezza di Gaia, il modo in cui Massimo si è comportato con lei, il rischio di essere scoperti, la situazione insolita, e quella particolare complicità, che avevo notato fin dal pomeriggio; potrebbero aver contribuito, a far precipitare tutto.
Mi rendo conto, però, che sto andando oltre ciò, che realmente so. Non ho visto nulla, e non posso trasformare le mie supposizioni, in certezze. Il problema è che, in questo momento, la mia mente cerca disperatamente una spiegazione, capace di dare un senso, a quello che è successo.
Comunque, dopo aver sentito il loro dialogo; capisco che Gaia, molto probabilmente, non è più qui.
Se Massimo parla di lei, in quel modo, davanti agli amici; è difficile immaginare, che sia ancora nel locale.Nonostante prima, non si sia fatto problemi, a parlare del pompino, pubblicamente.
Qui, però, è andato ben oltre. Sta parlando di lei, come di una puttana. Come di una, a cui piace il cazzo.
Questo pensiero mi provoca una fitta allo stomaco. Nonostante tutto quello che è successo, una parte di me continua a cercarla, quasi automaticamente. Forse perché, anche se continuo a ripetermi, che sono fuori dai giochi; non riesco ancora a comportarmi davvero, come se Gaia non significasse più nulla, per me.
Improvvisamente qualcuno esclama:” Cosa ci fai ancora qui; Francesco?”
Mi giro. È Fiore. La sua voce rompe il silenzio, che avevo cercato di mantenere e, soprattutto, richiama, immediatamente, l'attenzione di tutti gli altri. I quattro ragazzi si voltano verso di me.
Per un istante, mi ritrovo nuovamente al centro dell'attenzione, ma, questa volta, è completamente diverso. Non ci sono applausi, non ci sono sorrisi, non c'è quella sensazione di essere circondato da persone dalla mia parte. Ci sono soltanto quattro ragazzi, che mi osservano, e Massimo che, lentamente, smette di sorridere.
Il barista mi guarda per qualche secondo, e poi si avvicina a me. Tutti i suoi colleghi rimangono dietro di lui, quasi a formare una barriera.
Io rimango fermo, cercando di capire, cosa voglia da me.
Il barista, invece, sembra perfettamente tranquillo.
Poi si rivolge a Fiore: “Vai a pulire in cucina; muoviti.”
Subito Fiore replica: “D’accordo Massimo; come vuoi.”
Lo vedo allontanarsi e, per un istante, mi sento ancora più isolato. Massimo ha appena eliminato, dalla situazione, l'unica persona che, fino a questo momento, sembrava avere un atteggiamento diverso, dagli altri.
Poi Massimo mi guarda.
“Il locale è chiuso.Devi andartene. E stai tranquillo: niente mazza. Prima, ho sbagliato. E sai perché? Se ti mandassi al ospedale, tu proveresti tanto dolore fisico. Proprio tanto. In quel caso, però, il dolore psicologico passerebbe in secondo piano.E io non voglio questo. Tu devi sempre avere in mente, che Gaia ha succhiato il mio cazzo.Devi sempre avere, nella tua testa, l'immagine di lei, che mi ha fatto un pompino. Pensa alla bocca di Gaia; Francesco. Ce l'hai presente? Concentrati."
Lo guardo, cercando di non ascoltarlo. Non devo farmi abbattere. Sono riuscito a resistere a Serena. Non posso farmi buttare giù da lui.
Il barista riprende a parlare:" Quelle due bellissime labbra hanno accolto il mio cazzo. La sua lingua lo ha leccato, per bene. Le sue labbra me lo hanno succhiato. Dalla cappella, alla base del cazzo. Su e giù, giù e su. Sono stato io, a dare il ritmo alla sua bocca. Ho subito capito, che non aveva mai succhiato un cazzo. Per questo motivo, non ho potuto lasciarle fare, tutto da sola. Ho attorcigliato una grossa ciocca dei suoi capelli, e su e giù, giù e su. Il ritmo, glielo ho dato io. Ogni tanto, con le mani, cercava di staccarsi. Non riusciva a respirare.Poverina; non era abituata, a tenere in bocca, un cazzo. Solamente quando era al limite, le permettevo di riprendere aria. Ma, per pochissimo tempo. Poi la riportavo subito a succhiare. Tu non puoi immaginare, quanto sia bello, farsi succhiare il cazzo, da una ragazza. Soprattutto, se è una gran figa, come Gaia."
Lo ascolto, rimanendo impassibile, ma, dentro di me, sono psicologicamente morto. Le sue parole sono come una scarica di una mitragliatrice.
Continua a parlare:" Vuoi che continui, o che mi fermi? Ma tanto, non cambierà niente. Non riuscirai più a concentrarti sullo studio, non riuscirai più a dormire. Perderai la voglia di uscire, di mangiare. Ti ammalerai, dovrai andare da uno psichiatra. Avrai sempre quella scena, in mente. Gaia, con il mio cazzo, in bocca.”
Forse sarei stato più furbo, ad ascoltare il racconto di Serena. Probabilmente non sarebbe riuscita ad ottenere questo effetto. Massimo mi sta devastando. E non vuole saperne, di fermarsi.
" Non basteranno le medicine, per non farti pensare. Ma tu ti illuderai, ci spererai, e aumenterai le dosi. Sempre di più,sbattendotene del parere medico. Alla fine, diventerai uno zombie. E' questo il destino di un perdente. E ora, fuori di qui. Dobbiamo chiudere. Però non ti preoccupare; puoi tornare, quando vuoi.Per me, sarà solamente più divertente.Ti offrirò anche da bere, per il disturbo."
Lo guardo, senza rispondergli.
Le sue parole sono evidentemente costruite per ferirmi mortalmente e, soprattutto, per insinuarsi nella mia testa.
Capisco che non sta cercando soltanto di raccontarmi qualcosa: vuole vedermi crollare, vuole che io immagini, ciò che sta descrivendo, e che quella scena diventi un pensiero ossessivo. Per questo scelgo il silenzio. Se reagissi, come lui spera; gli darei, esattamente, quello che vuole.
Io sono venuto per un motivo, ben preciso.Non devo dimenticarmene. Seppure sia molto difficile, fare l'ulteriore passo.
" Dove è Gaia?"
Lui si mette a ridere, e guarda i suoi colleghi, che lo seguono.
" E io, che ne so? Dopo che me la sono fatta; cosa me ne frega, di dove sia andata? Gaia va bene, per far sborrare il mio cazzo; non per altro.Se viene a lavorare qui, per far sborrare i cazzi dei miei colleghi. Se la vogliono fare, anche loro. Telefona al suo papà. Non è un poliziotto? E mi raccomando: descrivigli bene, come sua figlia mi ha succhiato il cazzo. Secondo me, si segherà, quando glielo racconterai," tornando a ridere.
Tutti i suoi colleghi lo seguono nelle risate..
Io sono completamente intontito. Non mi sarei mai immaginato una simile cattiveria.Lo consideravo un avversario forte, ma non fino a questo punto.
Il barista continua:" Fuori di qui; sfigato. Qui dentro, Gaia non c'è. Quindi, levati dal cazzo. "
Faccio per andarmene, quando il barista mi chiama nuovamente. Si porta le mani, accanto alla testa, e la muove.
" La testa gira; Francesco."
Tutti si mettono a ridere. Tutti, tranne Fiore che, intanto, è tornato.
Mi incammino verso l'uscita del locale, definitivamente sconfitto. Ero già stato sconfitto. Ho avuto solamente il colpo di grazia. E la colpa è mia: ero già sulla strada di casa, e sono voluto tornato indietro, per riceverlo. Pensavo veramente, che mi avrebbero accolto con i fiori, rivedendomi?
Fiore si avvicina: "Francesco; stai bene? Vuoi un passaggio?"
La sua domanda mi arriva in un momento, in cui sono già emotivamente sfinito. Non faccio nemmeno in tempo a rispondergli, perché Massimo si mette a ridere.
" Ottima idea; Fiore. Magari lo sfigato ha l'uccello duro, e gli viene voglia, di succhiarti il cazzo. Prova a toccargli l'uccello, così ci dici."
Sollevo lo sguardo e guardo malissimo Fiore, anche se so perfettamente, che non c'entra nulla.
È una reazione ingiusta, dettata più dalla stanchezza e dalla rabbia, che da ciò che penso, realmente, di lui.
Fiore se ne accorge immediatamente e cerca di giustificarsi: "Francesco;scusami. Sto zitto."
Non gli rispondo. In questo momento, non ho nemmeno la forza di spiegargli, che la mia rabbia non è rivolta contro di lui.
E comunque rimane sempre un ragazzo d'oro.Non ha detto nulla, eppure si è scusato ugualmente.
Arrivo alla porta. Sento, alle mie spalle, la voce di Massimo.
"Si è offeso," scoppiando nuovamente a ridere.
Non mi giro. Continuo a camminare verso l'uscita, perché so, che qualsiasi risposta alimenterebbe soltanto la sua voglia di provocarmi.
Uno dei colleghi interviene: "La sua fidanzatina ti ha succhiato il cazzo. Oltre il danno, la beffa. Non sa, dove sia."
Massimo replica: "Magari Gaia sta succhiando un altro cazzo o, addirittura, più cazzi."
Tutti scoppiano a ridere. Tutti, tranne Fiore, ovviamente.
Io rimango in silenzio e apro la porta.
Esco dal locale distrutto. Fuori l'aria della notte mi accoglie, ma non riesce a farmi stare meglio.
Ho l'impressione di essere rimasto intrappolato in una situazione, che continua a sfuggirmi di mano. Adesso voglio soltanto allontanarmi da questo posto e respirare, lontano dalle loro voci e dalle loro risate.
Richiamo Bartolomeo. Ho bisogno di dirgli, almeno, dove mi trovo, e cosa ho trovato.
“ Gaia non c’è nel locale. Ci sono solamente i dipendenti, tra cui Massimo.”
Lui mi domanda subito: “Non puoi chiedergli, dove è Gaia?”
Mi sono fatto un'idea, e gliela espongo, seppure non posso esserne certo.
" Glielo ho chiesto, e credo, effettivamente, che non lo sappia. Mi ha buttato addosso così tanta merda che, se fosse stata lì; me l'avrebbe detto, per umiliarmi ancora di più."
Il poliziotto mi ascolta, lascia passare qualche secondo, e poi decide di cambiare discorso.“Francesco; una cosa. Cerca di non perdere il controllo. Anche se mia figlia è andata a letto con quel barista, nulla è precluso. Tu rimani l’opzione migliore, per lei. Purtroppo certe volte succedono cose, che non vorremmo che accadessero. Io sono sicuro, che Gaia non voglia quel barista; e non so, cosa gli è passato, per la testa. Però, ormai, è successo. L’importante è che non succeda di nuovo. Io voglio aiutarti. Parlerò con mia figlia, ma tu dovrai avere la forza, di non chiudere. Ovviamente dovrai essere perentorio, dicendole che non dovrà succedere di nuovo. Però, per favore: per una stupidaggine, non buttare via una vita intera. So che, quanto successo, ha un peso notevole, ma il vostro futuro insieme può schiacciare e ridurre in cenere, quanto successo. Cerca di parlarle, cerca di capire, perché l’ha fatto. Io parlerò con lei, per capire, cosa hai, che non va. Potreste iniziare a fare qualche seduta di coppia, da qualche specialista.”
Rimango perplesso.
Ancora una volta, Bartolomeo parla come se, tra me e Gaia, esistesse una relazione già definita; come se, tutto ciò che è accaduto, potesse essere ricomposto, semplicemente decidendo di perdonare. Ma io non riesco più a ragionare in questi termini.
“Bartolomeo; io e Gaia non siamo una coppia. Io non vado da nessuno psicanalista. Se Gaia non mi vuole, non mi vuole. Punto.”
Il poliziotto mantiene il suo punto di vista.
“Francesco; non puoi arrenderti. Tu sei migliore, di quel pagliaccio di barista. Non durerà una settimana, con Gaia. E, comunque, mi metterò di mezzo, io. Vedrai che, le cose cambieranno.”
Sto per rispondergli, ma le parole non mi escono di bocca.
Poco più avanti, illuminata male da un lampione, vedo una figura seduta, da sola, su una panchina.
Per un istante, non sono sicuro di aver visto bene. Rallento, stringo gli occhi e cerco di distinguere il volto. Poi la riconosco. È Gaia.
Bartolomeo si accorge del mio silenzio.
“Che succede?”
Questa volta non ho bisogno di pensarci.
“Ho visto Gaia.Ti richiamo. È seduta su una panchina, da sola.”
Dopo tutto quello che è successo, finalmente l'ho trovata. Ma, adesso, arriva la parte più difficile: decidere come avvicinarmi a lei.
Faccio qualche passo verso di lei, cercando di mantenere un'andatura normale, anche se, dentro di me; sento crescere, nuovamente, la tensione. Man mano che mi avvicino, riesco a distinguere meglio, alcuni particolari.
Gaia tiene in mano un piccolo fiore e, quasi distrattamente, ne stacca i petali, uno alla volta. Il gesto è lento e ripetitivo, come se fosse completamente concentrata, su quella piccola azione. Nel frattempo la sento canticchiare, sottovoce, una melodia, apparentemente tranquilla.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per E' un mondo difficile ( capitolo 97 ):

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
