tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 101 )
12.09.2026 |
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"”
Non sta semplicemente proponendo di rimandare l'uscita dal parco: sembra aver capito che, in questo momento, ho bisogno ancora di lei..."
Gaia riprende a parlare:” Era un ragazzo speciale. E’ stato il mio primo amore.” Rimango ad ascoltarla, senza riuscire a reagire immediatamente. Gaia non mi aveva mai accennato a ciò. Non mi aveva neanche parlato di altri ragazzi e, da come mi aveva parlato Valentina; non aveva mai guardato i maschi, sotto quel ottica.
O almeno questo è quello, che ho sempre creduto. Anche se, da quel famoso giorno al bar, sono certo, che le mie due compagne di università non siano state sincere, fin dal inizio.
Il pensiero mi attraversa la mente con una certa inquietudine, perché improvvisamente mi rendo conto, di quanto poco possa sapere realmente del passato di Gaia.
Questa volta le domando:” E se saltasse fuori, chiuderesti con tutti?”
Scuote la testa.
“Eravamo bambini; Francesco.Quando si è bambini, si sogna ad occhi aperti.”
Replico:” Un po' come adesso.”
Mi sorride.
“ Esattamente.”
Quel sorriso mi tranquillizza. Sembra quasi che Gaia abbia trovato, nel ricordo di quel bambino; una parte di sé che aveva dimenticato e che, questa sera, abbia deciso di riportare alla luce.
Improvvisamente la musica aumenta di profondità. Sembra quasi che sia arrivato il momento clou. Il suono diventa più intenso e riempie lo spazio intorno a noi, mentre la giostra continua a girare.
Chiedo nuovamente alla mia compagna di università:” Gaia; veramente non senti la musica?”
Lei blocca la giostra, e ci fermiamo.
“ Francesco; mi hai invitata in un tuo sogno.Dunque sono solamente un’ospite, non posso incidere su nulla. Solamente tu puoi modificare il sogno.”
La guardo, con il volto molto perplesso. Quelle parole mi fanno sentire ancora più disorientato. Non riesco a capire, se Gaia stia semplicemente giocando con la mia fantasia; oppure se, dentro questo strano momento, ci sia qualcosa, che nemmeno io riesco a spiegare.
Nuovamente sto per darmi un altro pizzicotto, quando la mia compagna di università mi fa capire, con un cenno del capo, di evitare. La mia mano torna di lato. Non voglio contraddire Gaia.
Improvvisamente Gaia si gira a guardare di lato. La vedo sorridere.
Probabilmente è arrivato il drago. È da prima di entrare nel parco, che sono consapevole di questa cosa.
Non posso prendermela o arrabbiarmi. La mia compagna di università ha dedicato del tempo a me, e ora lo vuole dedicare al barista.
È una conclusione che mi fa male, ma cerco di accettarla. Non posso dire nulla, oppure Gaia non mi perdonerebbe mai. Se continuassi a guardare lei, mi dimostrerei impreparato, o di non essere coerente, con quanto le ho detto, prima. Molto lentamente, mi giro anche io.
Ma non c'è alcun drago.
Verso di noi, viene una bambina. Ha un mazzo di rose, in mano. La scena è così inattesa, che rimango immobile. Si avvicina a me, e mi fa capire, che devo prendere il mazzo di fiori.
Deve per forza essere un sogno; non è possibile, ciò che sta accadendo.
Allungo la mano e lo prendo. Poi guardo Gaia.
La mia compagna di università, con un cenno del capo, mi fa capire, che devo tornare a guardare la bambina. Lo faccio. La bambina mi sta già fissando.
Aspetta qualche attimo, e poi mi dice:” Chiedile scusa.”
Poi va ad abbracciare Gaia.
Rimango completamente spiazzato. Non capisco chi sia quella bambina, da dove sia arrivata e soprattutto, perché abbia pronunciato proprio quelle parole.
La musica continua a essere molto intensa e sembra accompagnare ogni movimento, rendendo tutto ancora più irreale.
Dopo una ventina di secondi, la bambina si stacca da Gaia e torna a guardarmi.
Vorrei fare mille domande alla mia compagna di università. In fondo, però, non mi interessa avere una risposta. In questo momento sento che, cercare una spiegazione razionale significherebbe rompere qualcosa.
Nel frattempo anche Gaia mi guarda.
Capisco, ciò che devo fare. Mi alzo in piedi, mi avvicino a lei, e le consegno le rose.
“ Ti chiedo scusa; Gaia.”
La musica assume un ritmo ancora più di suspense.
La mia compagna di università prende i fiori, arrossisce, li fissa per una decina di secondi. Poi solleva leggermente lo sguardo, senza guardarmi del tutto, forse a causa dell'imbarazzo.
” Francesco; un gesto veramente carino. Sei perdonato.”
La musica continua a suonare, intanto.
Restiamo vicini. Lei torna a guardare i fiori, poi i suoi occhi tornano sui miei. Mi sembra visibilmente imbarazzata.
“ Sono veramente dei fiori bellissimi; Francesco.”
Non so veramente cosa dire.
Sembra la scena di un film. Tutto organizzato nei minimi dettagli.
Io, al oscuro di tutto. La sensazione di trovarmi dentro qualcosa, che non riesco a comprendere, diventa sempre più forte. E se fosse veramente un sogno? Non credo che Gaia mi abbia fatto picchiare e uccidere. È un pensiero assurdo, ma è l'unica spiegazione che riesco a trovare, per giustificare quello che sto vivendo.
Intanto la bambina si avvicina a me e mi dà un colpetto sulla gamba. Io abbasso lo sguardo verso di lei. Lei mi fissa, senza dire nulla.
Dopo una decina di secondi, torno a guardare la mia compagna di università.C'è un continuo scambio di sguardi, tra noi. Prima con una, poi con l'altra. Non so più dove concentrare la mia attenzione. È come se entrambe sapessero qualcosa, che io ancora non conosco.
Alla fine, la bambina si avvicina a Gaia, che abbassa il busto, così la piccola le dice qualcosa nell'orecchio.
Non riesco a sentire.
Gaia sorride e le dice:” Hai proprio ragione.”
Poi la bacia sulla guancia e la riabbraccia.
Quel gesto mi fa sorridere involontariamente. C'è qualcosa di tenero, nel modo in cui Gaia si comporta con quella bambina; qualcosa che sembra appartenere a un'altra dimensione, rispetto alle tensioni che hanno accompagnato la nostra serata.
La piccola torna a guardarmi e mi dice:” Ciao imbranato.”
Gaia si mette una mano davanti la bocca, per coprire una risata.
Io divento rosso per l'imbarazzo, ma ovviamente non me la prendo.
Le dico:” Ciao,” sorridendole.
Poi scappa via, scomparendo nell'oscurità. La seguo con lo sguardo, finché non riesco più a distinguerla. Intanto la musica diminuisce di intensità, fino a sparire. E con la sua scomparsa, rimane soltanto il silenzio del parco; mentre io continuo a chiedermi, dove finisca il sogno e dove inizi la realtà.
Torno a guardare la mia compagna di università.
“ E’ per forza un sogno; Gaia.”
La mia compagna di università obietta:” Non può essere un sogno; Francesco.”
Le domando:” E perché?”
Mi risponde:” Il sogno avrebbe avuto un epilogo diverso.”
Scuoto la testa. “ Si, è un sogno; Gaia. Ma io non ti voglio baciare, la prima volta, in un sogno.Voglio che il primo bacio sia reale.”
Mentre pronuncio queste parole, sento quanto siano sincere. In questo momento non mi interessa più capire, se quello, che sto vivendo, sia realmente possibile, oppure no. Se esiste una cosa, che desidero; è che ciò che potrebbe accadere, tra me e Gaia; appartenga alla realtà.
La mia compagna di università resta a guardarmi, senza dirmi nulla. Il suo silenzio mi mette nuovamente in difficoltà, perché non riesco a capire cosa stia pensando.
“ Francesco; certe volte, i sogni sono più belli della realtà.”
Obietto:” Il futuro si può modificare.”
Quelle parole mi escono quasi istintivamente. È come se, attraverso quella frase, volessi convincere, prima di tutto me stesso; che quello che è successo, tra lei e il barista, non debba necessariamente determinare, ciò che succederà dopo.
Torna a stare zitta, per circa un minuto.Poi riprende a parlare:” Ti racconto un episodio della mia infanzia. Una volta, un bambino, molto più bello di quello speciale; mi aveva invitata, a prendere un gelato.Ovviamente avevo accettato. Alla fine, abbiamo preso il gelato, e poi ci siamo messi su una panchina, a mangiarlo. Mentre lo mangiavamo, abbiamo parlato. Quel bambino speciale si era nascosto dietro un albero, a spiarci. Ci era rimasto malissimo.Quel giorno, non aveva i soldi, e non aveva potuto offrirmi lui, il gelato. Ha vissuto male la situazione? Sicuramente. Quando sono tornata da lui, mi sono accorta, che era diverso. Aveva un principio di arrabbiatura. Però sono riuscita a fargli tornare subito il buon umore;ricordandogli che un piccolo gesto carino non può cancellare un rapporto solido. E lui ha capito sebbene, ogni volta, che parlavo o giocavo con altri; sapevo che, dentro di lui, c’era un profondo turbamento. Ma appena tornavo da lui, riuscivo a fargli tornare il sorriso, e a allontanargli strani pensieri.”
La ascolto, restando in silenzio.
Il racconto mi colpisce, perché sembra parlare di qualcosa, che conosco fin troppo bene. Quel bambino, pur essendo piccolo; vive già quella sensazione di esclusione, e di paura di perdere una persona importante. Eppure Gaia racconta anche l'altra parte della storia: il fatto che, nonostante i momenti trascorsi con altri; lei tornasse sempre da lui. È proprio questo il punto, sul quale vuole farmi riflettere.
Lei continua:” Ho voluto raccontarti quel episodio, per farti capire, che piccoli gesti non possono cancellare rapporti più importanti. I piccoli gesti rimangono piccolo gesti. Ora sono più grande. Che sia un gelato o altro, il concetto non cambia.Non mi perdi,per piccoli gesti.Tornerò sempre da te, ma tu non dovrai più comportarti, come hai fatto ultimamente. Vuoi che inizi a considerarti, come il mio papà? Rimane sempre il mio papà, ma non c’è più quel feeling, che avevamo un tempo.Sembriamo due estranei.”
Le sue parole arrivano direttamente al punto, che più mi fa paura. Gaia sta cercando di spiegarmi che, nella sua prospettiva, alcuni gesti o alcuni momenti, vissuti con altre persone,non cancellano automaticamente il rapporto, che esiste tra noi. Il paragone con il poliziotto, però, mi fa comprendere anche quanto sia importante, per lei, avere qualcuno, che sappia esserci, senza giudicarla continuamente.
La ascolto e, questa volta, non sento il bisogno di ribattere. Mi sembra quasi, che Gaia stia cercando di tranquillizzarmi, ma anche di farmi capire, che non può vivere ogni sua scelta, come una possibile minaccia alla nostra relazione.
” Gaia; non parliamone più, o rischiamo di rovinare il momento.”
Pronuncio questa frase, perché sento, che continuare a parlare, di ciò che mi fa soffrire; potrebbe distruggere proprio l'atmosfera, che Gaia ha costruito per me, questa sera. Voglio rimanere dentro questo momento, senza trasformarlo nell'ennesima discussione.
La mia compagna di università rimane allibita, nel sentire la mia frase. Probabilmente si aspettava un'altra domanda, forse una nuova recriminazione; e invece mi fermo. Per una volta, scelgo di non inseguire le mie paure.
Poi appoggia il mazzo di fiori sulla seggiola, si avvicina a me, e mi abbraccia.
Rimango quasi sorpreso, dal suo gesto. Dopo tutto quello che ci siamo detti, non mi aspettavo che fosse lei, a colmare la distanza tra noi. Sento il suo corpo vicino al mio e smetto completamente di pensare. Non ho bisogno di interpretare le sue parole, di capire il significato di ogni sorriso, o di chiedermi cosa succederà dopo. C'è soltanto quell'abbraccio.
E percepisco qualcosa che forse, Gaia ha cercato di spiegarmi, per tutta la sera: al di là delle mie paure, delle mie gelosie, e dei piccoli gesti, che mi hanno ferito;lei è ancora qui. E mi sta abbracciando.
Le sue dita continuano ad accarezzarmi lentamente i capelli, mentre il suo corpo rimane stretto al mio. Tiene la guancia appoggiata alla mia e non esiste nient'altro.
Il mio cazzo, a contatto con la sua figa, torna subito duro. Non riesco ad evitare l’erezione. Nuovamente lei se ne deve essere accorta, eppure resta nella stessa posizione, senza staccarsi, ne allontanare il bacino.Anzi, mi sembra che si stringa ancora di più a me. E' comunque solamente una sensazione, non posso esserne certo.
Poi mi parla nel orecchio:” Francesco; ti senti ancora solo?”
Anche io le sussurro nel orecchio:” No, Gaia; non mi sento più solo. Ho capito, che posso contare su di te.”
Pronunciare quelle parole mi fa sentire stranamente leggero. Non sto dicendo che tutti i miei problemi siano scomparsi, ma qualcosa si è finalmente calmato. Ho avuto paura di perderla, di non essere abbastanza importante per lei, di essere destinato a rimanere fuori dalla sua vita. Adesso, invece, il suo abbraccio mi trasmette una sicurezza, che non riesco nemmeno a spiegare.
Gaia sposta lentamente il viso, leggermente al indietro; e mi guarda, sorridendomi.
Quel sorriso mi rassicura, ma proprio in questo momento, mi dice:” Ora dobbiamo andare.” Quelle parole cambiano immediatamente il mio stato d'animo. È come se qualcuno avesse acceso una luce improvvisa in una stanza che, fino a un attimo prima, era immersa nella penombra.
Sento nascere, dentro di me, una tristezza improvvisa e quasi infantile.
La favola è finita. Questo parco è stato un luogo fuori dal tempo, uno spazio nel quale Gaia mi ha portato dentro i suoi ricordi, nei suoi giochi, nella sua infanzia.
Qui ho potuto illudermi, che la realtà fosse diversa; che potessimo essere semplicemente noi due, senza Massimo, senza discussioni, senza gelosie, senza tutte quelle domande, che mi tormentano continuamente. Ma, adesso, dobbiamo uscire.
Appena usciremo dal parco, mi riscontrerò con la realtà. È proprio questo pensiero a farmi male.
So che, oltre quel cancello, torneranno le preoccupazioni, i dubbi e soprattutto la consapevolezza, che Gaia ha una vita, nella quale io non occupo,il posto che vorrei.
Per qualche ora ho potuto vivere una specie di sogno, ma so che il sogno non può durare per sempre. E forse è proprio per questo, che vorrei rimanere ancora qui, stretto a lei; cercando di prolungare il più possibile, questo momento. Non voglio ancora fare ritorno alla normalità, perché temo quello che potrei provare, quando tutto questo sarà soltanto un ricordo.
Gaia si accorge immediatamente del cambiamento nel mio umore.
Probabilmente il mio volto non riesce più a nascondere, quello che provo; e anche il mio corpo, fino a pochi istanti prima rilassato, sembra irrigidirsi.
Lei mi osserva con attenzione e, invece di lasciarmi solo con quella tristezza; cerca di venirmi incontro:”Francesco; se vuoi stiamo ancora un po, abbracciati.”
Non sta semplicemente proponendo di rimandare l'uscita dal parco: sembra aver capito che, in questo momento, ho bisogno ancora di lei. E questo, per me, significa molto più, di quanto riesca a dirle.
Mentre mi dice quelle parole, inizia a sfregarsi su di me. Il suo bacino sfrega contro il mio pacco. E’ una sensazione bellissima.
Anche io inizio a muovere il mio bacino. Stiamo simulando un atto sessuale.Cazzo contro figa, figa contro cazzo. Un'epica battaglia ormonale.
Nuovamente la mia compagna di università appoggia le mani sui miei capelli, per avvicinare il mio viso, al suo. Sento il suo respiro pesante, che penetra prepotentemente dentro il mio orecchio. Sta piacendo anche a lei.
Io tengo le mani, poco sotto le sue spalle. Non me la sento di osare di più. La mia compagna di università è totalmente imprevedibile.
Mentre lo sfregamento reciproco continua, il respiro della mia compagna di università diventa sempre più pesante, finché Gaia non emette una piccola esclamazione.
Non ho neanche il tempo di pensare che, con i denti, mi afferra il lobo del orecchio; e me lo mordicchia, senza usare eccessiva forza.
Nel frattempo sborro nuovamente, rimanendo attaccato a Gaia. Non mi viene neanche la tentazione o il dubbio di spostarmi.Sebbene vestiti, voglio che lei percepisca i miei spruzzi di sborra, come tributo a lei.
E neanche Gaia si sposta. Rimane attaccata a me.La mia compagna di università lascia, per un attimo, la presa del lobo del mio orecchio; per poi riprenderlo tra i denti.
Non riesco a capire il motivo di questo gesto ripetuto, ma mi piace tantissimo. La mia compagna di università è fantastica.
Gaia decide, che è ora di passare ad occuparsi dell'altra parte del mio viso. E così lo sposta, ma senza tirarlo leggermente indietro. E' un movimento orizzontale diretto, così le sue labbra tornano a strisciare sulle mie, questa volta in modo molto accentuato.Il contatto, qui, è palese.Non è un bacio, ma sento le sue labbra, e lei sente le mie.
Intanto la sua bocca ha raggiunto l'altro mio orecchio, e i suoi denti afferrano il lobo. E di nuovo un altro dolce e tenero morso.
Avrei voglia di toccarle il culo, le tette; provare a superare i pantacollant e le mutandine, con la mano; per toccarle la figa. Per scoprire, se è venuta. Se ha la figa bagnata. Vorrei tanto mettere un dito, dentro la sua figa. Poi due, poi tre. Ma non ho il coraggio.
Se ha fatto questa cosa con me, è perché Massimo l’ha scopata.Serena mi aveva detto, che Gaia mi avrebbe dato un contentino. E così è stato. Per una volta, ha mantenuto la parola. Capisco che, a un amico, non possa concedere di più.
Comunque mi è piaciuto tantissimo.
Altro che Gaia inesperta. La mia compagna di università deve già averne presi di cazzi, e non solo uno. Il pompino a Massimo, l’ eventuale scopata e inculata sono sono solamente piccoli puntini, di un disegno più grande.
Si è mossa con molta disinvoltura. E’ come se mi avesse scopato lei. Io sono stato totalmente passivo, eppure ho vissuto quei momenti, con grande intensità.
Rimane un mistero, se le è piaciuto.Però non posso chiederglielo, farei la figura del coglione. Anche se l’ho già fatta.Sono stato completamente passivo, mentre Massimo avrà fatto il dominante. Il barista le avrà fatto tutto quello che voleva, e che gli è venuto in mente. Io non ho neanche avuto il coraggio, di toccarle il culo e le tette.
Intanto Gaia è ancora attaccata a me, con il bacino. Smette di tenere il mio lobo tra i suoi denti, e torna a guardarmi. E’ buio, però dalla forma delle guance, mi sembra imbarazzata.
“Francesco; mi hai bagnato i pantacollant.”
Vorrei scomparire. Non ho pensato a quel evenienza. Mi sono concentrato soltanto su quello, che stava accadendo tra me e Gaia; senza considerare le conseguenze pratiche. Adesso mi trovo davanti a un problema, che non so come risolvere; e cerco disperatamente di mettere una toppa, a un buco enorme. Mi sento goffo, inadeguato, quasi ridicolo, perché qualsiasi soluzione sembra peggiorare la situazione.
Provo comunque a rimediare:” Gaia; sono mortificato. Domani te ne compro un paio nuovi.”
Si affretta a rispondermi:” Non è quello. Mio padre si arrabbierà, se se ne accorge.”
Le chiedo:” E non puoi mettere, nuovamente, i vestiti di prima?”
Mi guarda, in modo enigmatico. Non dice nulla. Quel silenzio è già una risposta. Segno, che non e’ una cosa fattibile.
Sto tornando a sbagliare. Lo avverto immediatamente, perché conosco ormai, abbastanza bene, i suoi cambiamenti di espressione, e i suoi silenzi. Non devo discutere con lei. Non devo irritarla. Ho sbagliato io, e devo darle ragione.
Continuo a parlare:” Vuoi che andiamo a cercare una lavanderia notturna?”
La mia idea la fa scoppiare a ridere.
” Francesco; dovrei rimanere nuda, in pubblico?”
La sua risata ridimensiona per un attimo la tensione, e mi fa capire quanto sia assurda la soluzione, che ho appena proposto.
” Ti darei i miei pantaloni, e mi girerei, mentre ti cambieresti.”
Invece che diminuire, la risata aumenta.
“ L’unico al mondo.”
Non capisco se sia una presa in giro, un complimento, o semplicemente una constatazione affettuosa.
” Cosa? Non ho capito.”
Mi da un bacio sulla guancia.
“ Niente; lascia perdere.Non volevo prenderti in giro.E’ solamente che, alcune volte, mi sembri strano. Ma,” bloccandosi improvvisamente.
La guardo, non riuscendo a capire.
Lei arrossisce:” Scusami, non devo più fare paragoni. Siete diversi, tutto qui.”
Quel "ma" mi rimane immediatamente impresso. Non lo percepisco come una semplice congiunzione interrotta. Nella mia mente, assume un significato preciso. Quel ma non era una congiunzione.
Voleva pronunciare il nome di Massimo, e fare un paragone. Sicuramente dispregiativo nei miei confronti, e esaltante nei suoi.
Forse sto interpretando troppo, ma non riesco a impedirmelo. È come se il mio cervello cercasse continuamente segnali, che possano confermare la mia paura, di essere messo a confronto con lui, e di uscirne sconfitto.
Ogni esitazione di Gaia, ogni parola lasciata a metà, diventano così qualcosa, che analizzo e trasformo, in una possibile minaccia.
Non vedo altra soluzione, che proporle:” Forse è meglio, che andiamo.”
La mia compagna di università inclina leggermente il viso, e mi da una carezza.
“ Non ti sei offeso, vero?”
La tranquillizzo, sebbene sia rientrato nel incubo precedente. Provo ad abbozzare un sorriso, fingendo.
“Non ti preoccupare; sarà naturale, che farai i paragoni.”
Anche lei abbozza un sorriso, continuando ad accarezzarmi il viso. La sua carezza sembra voler cancellare la tensione, che si è appena creata tra noi.Ma, dentro di me, qualcosa si è già incrinato.
Continuo a parlare:” Forse è meglio, che andiamo a casa; si è fatto veramente tardi..”
Sospira, abbassando gli occhi.” A casa di chi?”
Nuovamente ho fatto un’altra figura di merda. Ho detto una frase a doppio senso, senza accorgermene. Per me era una frase innocua, quasi automatica, ma pronunciata, in questo momento, può assumere un significato, completamente diverso.
Preciso subito.” Ti accompagno a casa tua, e poi torno a casa mia.”
Torna a guardarmi per un secondo, per poi abbassare, di nuovo, lo sguardo.
Sembra veramente imbarazzata e confusa. Non mi risponde e non capisco il perché. Quel silenzio mi mette ancora più a disagio, perché non riesco a capire, cosa stia passando nella sua testa.
Usciamo dal parco, con lei che, da una parte tiene il mazzo di fiori, dal’altra si attacca al mio braccio, stringendolo.
Le chiedo:” Gaia; tutto bene?”
Annuisce, rimanendo in silenzio.
C è qualcosa che non va. Me lo sento. Ma non riesco a capire cosa.
Improvvisamente smette di camminare. Il fuoristrada è ancora lì.
Mi viene un dubbio improvviso. Quando ho fatto il riferimento alla casa, non avevo pensato al proprietario del fuoristrada. Pensavo che avesse frainteso, che parlassi di casa mia.
Invece lei sapeva, già dove sarebbe dovuta andare a fine serata.
Con qualche coccola, vuole farmi ingoiare la pillola amara. Ecco perché tutti quei discorsi sulla sua infanzia.
Quel pensiero mi arriva addosso con una violenza, che quasi mi toglie il respiro. Improvvisamente comincio a rileggere tutta la serata, alla luce di questa possibilità: il parco, i giochi, i ricordi, le carezze, il girotondo, la luna, le parole sulla sua infanzia. E soprattutto gli strusciamenti, le sborrate, il suo mordicchiarmi i lobi delle orecchie. Tutto ciò che, fino a pochi minuti prima, mi sembrava sincero e speciale; rischia di trasformarsi, nella mia mente, in una sorta di consolazione, prima del ritorno alla realtà, che temo.
Provo a fare un piccolo passo, ma non mi segue. Rimane stretta al mio braccio, immobile.
Mi giro a guardarla.
" Cosa c'è? "
La mia compagna di università abbassa leggermente lo sguardo.
" Niente, Francesco."
Probabilmente non ha il coraggio di dirmi, che dobbiamo entrare nel fuoristrada.
Resto fermo. Torno a guardare davanti, sospirando. Ora che e’ arrivato il momento, non ce la faccio. Pensavo di farcela, ma non è così.
Dopo quello che c è stato, non voglio condividere Gaia, con nessuno. Prima la pensavo diversamente, ma non avevo ancora vissuto Gaia. Adesso, che l'ho vissuta; non riesco.
La mia gelosia non è più soltanto un pensiero astratto. Dopo aver trascorso con lei, una serata così intensa; dopo averla vista ridere, correre, giocare e lasciarsi andare con me, arrivando addirittura a simulare di scopare; l'idea di doverla vedere salire su quella macchina e allontanarsi con qualcun altro, mi appare improvvisamente insopportabile.
So che non posso pretendere nulla da lei, ma sapere che non posso pretendere nulla, non significa essere capace di accettarlo.
Dopo circa un altro minuto, lei resta ancora ferma, pensierosa. È evidente che abbia qualcosa dentro, che non riesce o non vuole dire apertamente.
Probabilmente non è convinta, che io sarò così accondiscendente. Si arrabbierà? Non mi vorrà più parlare e vedere?
Ma non riesco. Per quanto abbia paura delle conseguenze, la paura di perderla è più forte della paura della sua reazione.
Questa volta provo a insistere:" Cosa c'è, Gaia? Dimmelo. "
Mi guarda in modo strano, quasi combattuta tra il parlare e il lasciar perdere.
Quello sguardo aumenta la mia inquietudine. Sembra che ci sia qualcosa, che entrambi stiamo evitando di dire; qualcosa che potrebbe cambiare completamente il significato, di ciò che sta accadendo.
Improvvisamente si accende il motore del fuoristrada. Il guidatore non mette la marcia, ma schiaccia l acceleratore, mandando il motore fuori giri. Gli abbaglianti si accendono. Il rumore improvviso spezza il silenzio, e mi fa sussultare.
Gaia mi guarda. Non riesco a capire, cosa stia succedendo. Il mio corpo reagisce prima ancora, che la mia mente riesca a formulare un pensiero preciso.
Poi accade tutto, in un attimo. Improvvisamente il fuori strada parte, lanciandosi verso di noi, a forte velocità.
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