tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 89 )
29.07.2026 |
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"Il contatto fisico, che normalmente comunica vicinanza, viene trasformato nel veicolo di un'umiliazione..."
Improvvisamente noto un altro movimento, nella mia visione periferica.Serena ricompare.
Dopo essersi allontanata dalla scena, lasciando che tutto si sviluppasse, senza intervenire direttamente;adesso torna, con passo deciso. Non corre. Non ha bisogno di farlo. Cammina con quella sicurezza, di chi sente che è arrivato il momento, di rientrare in gioco.
Si avvicina lentamente a Gaia.
Le braccia sono incrociate sul petto.È una postura, che conosco bene.Non comunica rilassatezza.Comunica chiusura.Difesa.Forse, persino irritazione.
Si ferma accanto alla mia compagna di università.
Non guarda le ragazze, sul tavolo.Non guarda Fiore.Non guarda Massimo.Guarda soltanto me.
Anche Gaia continua a fissarmi.
Per qualche istante, nessuna delle due dice una parola.
Poi Serena inclina appena la testa, verso l'amica.
Cominciano a parlare.Lo fanno sottovoce.Le loro labbra si muovono lentamente.Ogni tanto Serena sussurra qualcosa.Gaia risponde con poche parole.
Non riesco a distinguere nemmeno una sillaba.
La distanza è troppo grande.
Ma non ho bisogno di sentire la conversazione, per accorgermi di un particolare.
I loro occhi non si staccano mai da me.È come se fossi diventato l'argomento centrale del loro dialogo.
Ogni tanto Serena aggrotta le sopracciglia.Gaia scuote appena la testa.Poi Serena torna a parlare.Gaia replica.
È un confronto breve, ma estremamente intenso.
Osservo attentamente le loro espressioni.Non c'è traccia delle risate, che hanno caratterizzato quasi tutta la serata.Sono sparite.
Al loro posto compare qualcosa, di completamente diverso.I loro volti sono tesi.Gli sguardi duri.Le mascelle sembrano leggermente contratte.
Perfino la postura dei loro corpi, appare più rigida.
È una tensione evidente.Quasi palpabile.
Non sembrano due ragazze, che stanno commentando qualcosa di divertente.Sembrano due persone, che stanno cercando di capire, cosa fare.
Questa scena, sorprendentemente, non mi spaventa.E non mi stupisce neppure.
Dopo tutto quello che è successo, durante la serata; mi sembra quasi naturale, che reagiscano in qualche modo.
Quello che continua a sfuggirmi, è un'altra cosa.Il motivo.
Conosco perfettamente l'effetto.Lo vedo davanti ai miei occhi.
Due ragazze che, fino a poco prima, sembravano avere sempre il controllo della situazione; adesso parlano tra loro, con espressioni che tradiscono nervosismo.
Questo lo vedo.È oggettivo.
Quello che non riesco a comprendere, è la causa.
Continuo a chiedermelo.Che cosa le sta infastidendo davvero?
Il ballo con Fiore?Gli applausi del locale?Il fatto che io abbia smesso di rincorrere Gaia?
Oppure il consenso che, improvvisamente, sto ricevendo dalle altre persone?
Non riesco a trovare una risposta.
E forse, mi rendo conto che, nemmeno loro, sembrano averne una, completamente chiara.
E quando una persona è abituata ad avere il controllo, l'imprevedibilità diventa destabilizzante.
Potrei cercare di leggere il labiale.Potrei provare a immaginare le loro parole.Potrei costruirmi mille teorie.Ma sarebbe soltanto un altro dei miei film mentali.E, questa sera, ne ho già costruiti abbastanza.
Così scelgo di fermarmi ai fatti.I fatti dicono soltanto questo.
Serena è tornata.Si è avvicinata a Gaia.Le due parlano, sottovoce.Continuano a fissarmi.E, i loro sguardi, questa volta, non hanno nulla di amichevole.Sono sguardi pieni di tensione, di rabbia.
Improvvisamente, sento qualcuno avvicinarsi.
Mi volto appena.È la ragazza, dai lunghi capelli neri.
Si ferma davanti a me, con un'espressione serena, completamente diversa, da quella di Gaia e della sua amica. Sul suo volto, non c'è alcuna tensione. Anzi, sembra divertita, per come sta evolvendo la serata.
Con naturalezza, allunga una mano verso il telecomando, che tengo in mano.Lo prende senza esitazione.Io non faccio alcuna opposizione.
Poi mi guarda negli occhi.Sorride.
Quel sorriso è semplice, spontaneo. Non cerca di mettermi in difficoltà, né di leggermi dentro. È il sorriso di una persona, che sta vivendo il momento, senza costruirci sopra, strategie o doppi significati.
Mi domanda:" Posso sceglierla io?"
La sua richiesta mi sorprende.
Fino a questo momento, ero stato io, a prendere le iniziative. Avevo proposto il ballo, avevo scelto Fiore, avevo deciso di salire sul tavolo.
Adesso, invece, qualcun altro desidera partecipare attivamente.Non vuole assistere.Vuole contribuire.
Questo piccolo dettaglio mi colpisce.Significa che, questa scena, non appartiene più soltanto a me.È diventata qualcosa di condiviso.
Le sorrido.
Senza alcuna esitazione, le rispondo:" Certamente."
Lo dico con semplicità.Non ho alcun bisogno, di controllare ogni particolare.
È una sensazione, quasi liberatoria.
Fino a poche ore prima, probabilmente, avrei analizzato anche una richiesta, così banale. Mi sarei chiesto, quale fosse il suo secondo fine, cosa volesse dimostrare, quale messaggio nascosto contenesse.
Adesso no.Accetto semplicemente il gesto, per quello che è.Un gesto spontaneo.
Ma, questo breve scambio, non passa inosservato.Anzi.
Mi basta spostare appena lo sguardo, per accorgermene.
Serena scuote la testa, e scoppia a ridere. La sua è una risata rumorosa, quasi liberatoria; come se, ciò che sta vedendo, confermasse esattamente l'immagine, che si è costruita di me. Nei suoi occhi c'è rabbia, dettata probabilmente dal assistere a una scena, che ritiene assurda. Poi, senza alcuna esitazione, alza la voce, affinché tutti possano sentirla.
"Sei un pagliaccio; Francesco."
Gaia, invece, reagisce in maniera completamente diversa.Non ride.
Si avvicina lentamente a Serena e, con un gesto sorprendentemente naturale, le passa un braccio, attorno alle spalle. Poi le accompagna, delicatamente, la testa verso di sé, quasi a volerla calmare o proteggerla, dall'euforia del momento.
Il gesto è affettuoso, ma allo stesso tempo comunica controllo. È come se, senza bisogno di impartire ordini, fosse lei a stabilire, quando è il momento di parlare e quando, invece, sia preferibile osservare.
Le sussurra qualcosa, al orecchio.Le labbra si muovono appena, tanto che nessuno può distinguere le parole.
Serena ascolta e smette, gradualmente, di ridere. È evidente, che Gaia le abbia comunicato qualcosa di importante.
Durante tutto quel breve scambio, però, accade un particolare, che non riesco a ignorare.
Gaia non distoglie mai lo sguardo da me.I suoi occhi restano fissi sui miei, immobili, intensi. Non cercano conferme, non cercano approvazione. Sembrano piuttosto voler leggere ogni minima reazione del mio volto.
Se Serena usa le parole per colpire, Gaia sceglie il silenzio.
Il suo è un silenzio, infinitamente più pesante.Non ride insieme al amica.Non commenta.Si limita a osservare.
Il suo volto è serio. Le mascelle sono appena contratte. Gli occhi hanno perso quella leggerezza provocatoria, che li aveva accompagnati per tutta la serata. Rimane soltanto una durezza, quasi impenetrabile.
Ho l'impressione che, dentro di lei, stiano convivendo emozioni diverse.
Da una parte continua a voler mantenere il controllo della situazione, mostrando un'apparente indifferenza. Dall'altra, però, qualcosa sembra essersi incrinato.
La mia decisione di proseguire per la mia strada, senza rincorrerla, senza implorarla e senza interrompere, ciò che sto facendo; produce un risultato che probabilmente, lei stessa, non aveva previsto.
Continuo a guardarla per un istante, cercando, inutilmente, di interpretare quell'espressione.
Non ci riesco.Il suo volto è una maschera perfetta.
L'unica certezza è che, quello sguardo, non promette nulla di buono. Non contiene rabbia esplosiva, ma qualcosa di più freddo, e difficile da decifrare: la calma, di chi non ha ancora reagito, ma sta già decidendo, come farlo.
Intanto la musica esplode nel locale, con un ritmo travolgente.
Io sono sul tavolo.
Il cuore continua a battere forte, ma non per la paura. È l'adrenalina, di chi ha deciso di smettere di subire, almeno per qualche istante.
Accanto a me c'è la ragazza, dai lunghi capelli neri.
I suoi capelli ondeggiano, a ogni movimento.
Sorride con spontaneità, senza alcuna intenzione di mettermi alla prova, o di studiarmi. Mi guarda, come si guarda qualcuno, con cui ci si sta semplicemente divertendo.
È una leggerezza, che ormai avevo quasi dimenticato.
Le sue amiche la raggiungono, una dopo l'altra.
Una ragazza bionda, con i capelli raccolti in una coda alta, batte le mani, seguendo il ritmo.
Un'altra, riccia e con gli occhi chiarissimi, inizia subito a muoversi con grande energia, trascinando anche le altre.
Una mora, dai capelli corti, ride continuamente, quasi incapace di trattenere l'entusiasmo.
L'ultima del gruppo, alta e slanciata; solleva le braccia, sopra la testa; e comincia a ballare, senza il minimo imbarazzo.
In pochi secondi, il tavolo si trasforma in un piccolo palco.
Io mi lascio coinvolgere.Non penso a ogni singolo movimento, non mi chiedo se qualcuno lo giudicherà ridicolo. Il corpo segue semplicemente la musica.
La ragazza dai lunghi capelli neri si avvicina, continua a sorridere, e mi prende per una mano, soltanto per farmi girare su me stesso, accompagnando il movimento, con naturalezza.
Ridiamo entrambi.
Non c'è alcuna tensione.Non c'è competizione.Non ci sono doppi fini.
Le altre ragazze ci girano attorno, battendo le mani, e muovendosi a tempo. Ogni tanto, una di loro, improvvisa un passo più buffo, facendo ridere tutte le altre.
Io mi ritrovo a ridere, insieme a loro.
Una risata autentica.Una risata, che nasce quasi per sorpresa.
Sotto di noi, il resto del locale osserva la scena.
Alcuni clienti iniziano a battere le mani, seguendo il ritmo della musica.
Una coppia, seduta vicino all'ingresso, sorride divertita.
Due ragazzi, appoggiati al bancone, commentano fra loro, indicando il tavolo, con espressioni sorprese.
Un uomo di mezza età che, fino a poco prima, seguiva distrattamente la televisione; si gira completamente verso di noi, e accenna perfino un applauso.
Una cameriera, passando con il vassoio, rallenta per qualche secondo, scuotendo la testa, con un sorriso divertito.
Perfino alcuni clienti, seduti più lontano, smettono di parlare, per osservare questa scena, completamente inattesa.
L'atmosfera cambia.Il locale sembra dimenticare ogni tensione precedente.
Io continuo a ballare.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, mi prende nuovamente la mano e, ridendo, mi trascina in un altro giro.
Le sue amiche ci seguono, formando quasi un piccolo cerchio improvvisato.
Le braccia si alzano.I capelli si muovono.Le risate coprono perfino parte della musica.
Mi sento parte di un gruppo, senza dover dimostrare nulla.
Eppure, proprio mentre tutto sembra essersi alleggerito, avverto una sensazione diversa.
Non ho bisogno di voltarmi completamente.Mi basta uno sguardo laterale.
Gaia e Serena sono ancora ferme nello stesso punto.
Non partecipano.Non sorridono.Non applaudono.Continuano a parlare tra loro, a bassa voce.
Ogni tanto, una delle due, interrompe il discorso, soltanto per guardarmi.
Poi torna immediatamente a parlare con l'altra.
I loro occhi rimangono seri.Troppo seri.
Mentre la musica continua a riempire il locale, il nostro ballo cambia forma.
Non siamo più soltanto un gruppo di persone, che si muove, seguendo il ritmo. Senza metterci d'accordo; nasce, spontaneamente, un gioco collettivo.
Alzo un braccio e inizio a indicare le persone, presenti nel locale; facendolo ondeggiare lentamente, a tempo di musica.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, mi imita immediatamente.Le sue amiche fanno lo stesso.
È un gesto semplicissimo, ma basta questo, perché qualcosa cambi.
Le persone, sedute ai tavoli, sorridono e iniziano a rispondere.
Anche loro ci indicano.Prima uno.Poi un altro.Poi un'intera fila di clienti.
Nel giro di pochi secondi, il locale sembra trasformarsi in un unico grande cerchio invisibile, nel quale tutti riconoscono la presenza degli altri. Nessuno rimane spettatore. Ognuno, con un sorriso, indica qualcuno e, subito dopo, viene indicato a sua volta.
È un piccolo gioco, fatto soltanto di gesti, ma possiede un significato profondo.
Nessuno cerca di mettersi sopra gli altri.Non esistono protagonisti.Non esistono comparse.
Esistono soltanto persone, che si riconoscono reciprocamente, condividendo lo stesso entusiasmo.
Mi accorgo però di un particolare.Un particolare, che non nasce da una decisione esplicita, ma si costruisce spontaneamente.
Ci sono tre persone, che nessuno indica.
Gaia.Serena.Massimo.
È come se, inconsapevolmente, fossero rimasti fuori da questo piccolo universo, che si è creato, attorno alla musica.Non vengono coinvolti.Non vengono chiamati con lo sguardo.
Non ricevono quel gesto di complicità, che ormai lega tutti gli altri presenti.
Loro tre rimangono immobili.
Noi continuiamo a muoverci.
Continuo a indicare persone.Un ragazzo, seduto vicino al ingresso.Una coppia, poco distante.Una cameriera, che passa, sorridendo, con il vassoio.Persino Fiore.
Quando il mio braccio si allunga verso di lui, il barista rimane completamente sorpreso.
Per un attimo, spalanca gli occhi.Poi sorride.Un sorriso così sincero, da trasformargli completamente il volto.
Porta lentamente entrambe le mani, sulle guance, quasi a nascondere l'emozione che, improvvisamente, lo travolge.
Gli occhi gli si illuminano.Sembra quasi commuoversi.È evidente, che non si aspettasse di essere coinvolto, in questo modo.
Prima ha cercato di mettere me, a proprio agio.Adesso,è lui, a sentirsi accolto.
Ed è impossibile non notarlo.
Fiore possiede una sensibilità rara.Dietro il suo modo delicato di parlare e di sorridere, si intravede una persona, che probabilmente ha imparato, nel tempo, quanto possano fare male, l'esclusione e il giudizio.
Proprio per questo, quel semplice gesto assume, ai suoi occhi, un valore enorme.Non riesce quasi a crederci.Sorride, senza riuscire a smettere.Le mani rimangono ancora appoggiate alle guance.
È l'immagine di qualcuno che, almeno per qualche istante, si sente finalmente parte del gruppo.
La musica aumenta ancora di intensità.
Qualcuno lancia un grido.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, inizia a saltare.Le sue amiche la seguono.
Io faccio lo stesso.
In pochi secondi, tutto il locale esplode.
Una persona salta.Poi due.Poi dieci.Infine quasi tutti.
Il pavimento sembra vibrare, sotto il peso dell'entusiasmo collettivo.
Ancora una volta, quasi tutti, partecipano.Quasi.Ci sono sempre quelle tre figure immobili.
Gaia.Serena.Massimo.
Sembrano appartenere a una scena, completamente diversa.
Mentre il resto del locale ride, salta e si lascia trasportare dalla musica; loro rimangono fermi.Quasi isolati.Quasi estranei.
Intanto noi riprendiamo il nostro gioco.Indichiamo nuovamente le persone.
E loro rispondono, indicando noi.
È diventato un dialogo silenzioso, fatto soltanto di sorrisi e gesti.
Ogni volta che qualcuno punta il dito verso di noi, un altro ricambia immediatamente.
Si crea una rete invisibile di complicità, che attraversa l'intero locale.
Io stesso mi ritrovo a sorridere, senza accorgermene.
Per tutta la serata, avevo avuto la sensazione di essere osservato, per essere giudicato.
Adesso, invece, mi sento osservato, per essere coinvolto.
È una differenza enorme.Psicologicamente, cambia tutto.
Quando ci si sente continuamente sotto esame, ogni gesto diventa rigido, controllato, innaturale.Quando invece ci si sente accolti, il corpo torna a muoversi con spontaneità.
Ed è esattamente quello, che mi sta accadendo.
La musica arriva alle ultime battute.
Le persone sembrano accorgersene, tutte insieme.
L'energia cresce ancora.Gli ultimi secondi vengono vissuti, quasi trattenendo il fiato.
Poi la canzone termina.Per un brevissimo istante, cala il silenzio.
Subito dopo, il locale esplode.Applausi.Urla.Fischi di approvazione.Risate.Qualcuno batte le mani, sopra la testa.Qualcun altro urla: "Bravi".Altri continuano ad applaudire, senza riuscire a fermarsi.
L'entusiasmo è totale.Quasi contagioso.Sembra che l'intero locale, condivida lo stesso stato d'animo.
Tutti applaudono.Tutti.Tranne tre persone.Gaia.Serena.Massimo.
Loro rimangono immobili.Ancora una volta, in silenzio.
Come se questa festa collettiva, non appartenesse al loro mondo.
Ed è proprio questo contrasto, a rendere la scena, ancora più evidente.Da una parte un intero locale che, spontaneamente, ha deciso di partecipare. Dall'altra tre figure ferme, non disposte a entrare in questa stessa armonia.
È un'immagine, che vale più di molte parole.
Per la prima volta, durante questa lunga serata, non sono io, a sentirmi isolato.Sono loro.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, si stacca, lentamente, dal gruppo delle sue amiche.
Viene nella mia direzione, senza alcuna fretta.
Sul suo volto c'è un sorriso delicato, spontaneo, privo di qualunque artificio. Non sembra cercare attenzione, né voler dimostrare qualcosa, agli altri. È il sorriso di una persona, che ha semplicemente condiviso un bel momento, e desidera concluderlo, con naturalezza.
Quando mi raggiunge, si alza appena sulle punte dei piedi.Con estrema semplicità, mi lascia un leggero bacio sulla guancia.
È un contatto brevissimo.Leggero, come una carezza.Ma, dentro di me, produce un effetto inatteso.
Per tutta la serata, il contatto fisico è stato spesso utilizzato, come uno strumento di provocazione, di controllo o di ambiguità. Adesso, invece, quel piccolo gesto non contiene alcuna sfida.Non pretende una risposta.Non cerca di mettermi in difficoltà.
È semplicemente un modo silenzioso, per dirmi che, quel ballo, è stato bello, anche per lei.
Subito dopo arrivano le sue amiche.
Una dopo l'altra si avvicinano, sorridendo.
Ognuna mi saluta allo stesso modo, lasciandomi un bacio sulla guancia, accompagnato da uno sguardo, pieno di simpatia.
Non ci sono parole elaborate.Non servono.Le loro espressioni parlano molto più, di qualsiasi frase.
Osservo il bordo del tavolo.
Le ragazze stanno iniziando a guardarsi attorno, per capire come scendere.
Il tavolo non è molto alto ma, un salto fatto con poca attenzione, potrebbe comunque essere scomodo.
Mi viene naturale, fare un passo avanti.Non ci rifletto nemmeno.Allungo, entrambe le mani, verso di loro.
"Vi aiuto."
Non è un gesto studiato.È semplicemente l'educazione, con cui sono cresciuto.
La prima ragazza sorride.Appoggia, entrambe le mani, nelle mie.
Per un istante, tutto il suo equilibrio, dipende dalla mia presa.
Io stringo delicatamente le sue dita, accompagnandola durante il piccolo salto.
Atterra, senza alcuna difficoltà.Sorride.Mi ringrazia, con un cenno del capo.
Ora tocca all'amica successiva.Anche lei accetta il mio aiuto.
Poi la terza.Poi la quarta.
Ogni volta la scena si ripete, quasi identica.
Le loro mani si appoggiano alle mie.Per pochi secondi, si affidano completamente a me.
È un gesto minuscolo.Eppure possiede un valore psicologico enorme.La fiducia, raramente, nasce da grandi dichiarazioni.
Molto più spesso passa attraverso dettagli, apparentemente insignificanti.
Lasciare che qualcuno sostenga il proprio peso, anche soltanto per un istante, significa accettare, di affidargli qualcosa di sé.
Mi accorgo che, tutte lo fanno, senza alcuna esitazione.Nessuna mostra diffidenza.
Nessuna ritrae le mani.
Quel piccolo gesto mi restituisce una sicurezza che, nel corso della serata, avevo quasi completamente perduto.
Rimane soltanto una persona.La ragazza, dai lunghi capelli neri.
È ancora in piedi, sul tavolo.Mi guarda dal alto.Sorride appena.
Poi allunga, lentamente, entrambe le mani, verso di me.
Io faccio lo stesso.
Le nostre dita si incontrano.Le stringo con delicatezza.
Lei piega leggermente le ginocchia e si lascia scendere, fidandosi completamente della mia presa.
Il piccolo salto dura meno di un secondo.Atterra, davanti a me, con leggerezza.
Ormai dovrebbe lasciare andare le mie mani.Sarebbe il gesto più naturale.
Invece accade qualcosa, di completamente inatteso.
Le sue dita si chiudono, ancora di più, sulle mie.La presa diventa leggermente più forte.
Non tanto da stringere con forza.Abbastanza, però, da farmi capire, che non è un caso.
Io rimango immobile.Anche lei.
Per alcuni lunghissimi secondi, nessuno dei due dice una parola.
Le nostre mani rimangono unite.
Lei continua a guardarmi,direttamente negli occhi.
Non c'è imbarazzo.Non c'è ironia.
Non c'è la continua ricerca di doppi significati, alla quale Gaia mi ha inconsciamente abituato.
Il suo è uno sguardo tranquillo.Pulito.Quasi curioso.
Sembra voler osservare la persona, che si nasconde dietro tutto quello che è successo, durante la serata.
Io ricambio quello sguardo.
Dentro di me, però, nasce una forte confusione.
Per tutta la sera, ho rincorso una persona, che sembrava divertirsi, a lasciarmi continuamente nell'incertezza.
Adesso, invece, una perfetta sconosciuta rimane semplicemente lì, davanti a me, senza pretendere nulla.
Il silenzio, che nasce tra noi, non è pesante.Non mette a disagio.
È uno di quei rari silenzi, nei quali non si sente il bisogno, di riempire ogni secondo, con delle parole.
Il rumore del locale sembra quasi svanire.Gli applausi si affievoliscono.Le conversazioni diventano un brusio lontano.
Esistono soltanto le nostre mani, ancora unite, e i nostri occhi, che continuano a cercarsi.
Non so, cosa stia pensando.E forse neppure lei sa, cosa stia pensando io.Ma, proprio questa assenza di certezze, rende questo momento autentico.
Non c'è una strategia.Non c'è un gioco psicologico.Non c'è qualcuno, che sta cercando di vincere sull'altro.
C'è soltanto un incontro silenzioso tra due persone che, per qualche secondo, sembrano dimenticare, tutto ciò che le circonda.
È proprio quest'equilibrio, appena ritrovato, a essere spezzato, dall'arrivo improvviso di Serena.
Si avvicina con passo deciso, senza alcuna esitazione. Non rallenta, non osserva la scena, non cerca di comprenderla. Va dritta verso il suo obiettivo. Il suo modo di muoversi, trasmette immediatamente un senso di urgenza e di controllo, come se fosse arrivata per interrompere qualcosa che, ai suoi occhi, non dovrebbe nemmeno esistere.
Va diretta al punto, senza tergiversare: "Francesco; devi andare subito al tavolo.Siamo rimaste con te,visto che sei solo, e adesso ti atteggi a capo tribù? Te lo voglio ricordare, per l'ennesima volta: tu non sei figo; Massimo lo è, invece."
Le sue parole sono aggressive nel tono, condite da una rabbia sproporzionata. Più che una richiesta, sembrano un ordine.
Serena non mi sta domandando, di tornare: sta dando per scontato, che io debba farlo.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, sposta immediatamente lo sguardo, su di me.
Aspetta.
È evidente, che voglia capire, quale sarà la mia reazione. Dopo tutto quello che è successo, durante la serata, potrebbe aspettarsi una risposta dura, una provocazione, o persino un rifiuto.
Dentro di me, però, prevale un'altra considerazione.Sono stanco di litigare.
Ogni discussione avuta, fino a questo momento, ha soltanto aumentato la tensione, senza portare alcun risultato. Continuare su questa strada, significherebbe alimentare un conflitto, che ormai sembra vivere di vita propria.
Per questo, scelgo deliberatamente la via più semplice: quella della collaborazione. Non perché mi senta nel torto, ma perché comprendo che, alcune discussioni, non possono essere vinte.
"D' accordo, vengo subito."
La mia risposta è breve, calma, priva di ironia.
Poi mi volto verso la misteriosa ragazza.La guardo negli occhi.
Le dico semplicemente: "Devo andare."
Le sue mani, però, continuano ancora a stringere le mie.
Non aumenta la presa, ma non la allenta nemmeno.
È come se, inconsciamente, volesse trattenere, ancora per un istante, questo momento, appena nato.
Nei suoi occhi, non leggo delusione, bensì una silenziosa curiosità.
Forse avrebbe voluto conoscermi meglio. Oppure si sta semplicemente chiedendo, chi siano davvero quelle persone, che continuano a reclamare la mia attenzione.
Serena osserva la scena, per appena un secondo.
Poi interviene direttamente.
Fa un passo avanti, si inserisce fisicamente tra noi e, con un gesto rapido, ma deciso; separa le nostre mani.
Il movimento è violento, e possiede un significato simbolico, molto forte: interrompe quel contatto, senza lasciare che siamo noi a decidere, quando concluderlo.
Subito dopo si gira verso la ragazza e dice:"Non lo conosci, e gli tieni già le mani? Ma non sai, che non bisogna dare confidenza, agli sconosciuti?"
La frase non assume il tono di una battuta, ma di un rimprovero: oltre a stabilire una distanza, a riaffermare un confine; Serena vuole fare la morale, a una perfetta sconosciuta.
Praticamente, lei e Gaia possono fare quello che vogliono. Quello che, fanno loro; è sempre giusto. Loro due non possono essere giudicate. Tutte le altre persone devono passare sotto la lente d'ingrandimento del loro giudizio.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, torna a guardarmi.
Nei suoi occhi, compare una domanda silenziosa.
Potrebbe replicare. Potrebbe difendersi. Potrebbe far notare che, quel contatto, era stato spontaneo e reciproco.
Io, però, scuoto lentamente la testa.È un gesto quasi impercettibile.
Non serve parlare.
Le sto dicendo, che non vale la pena trasformare, anche questo momento, in un'altra discussione. Che sarebbe uno scontro inutile.
Che alcune persone, quando sono ormai immerse nelle proprie convinzioni, difficilmente ascoltano davvero, ciò che gli altri hanno da dire.
Lei comprende immediatamente il significato di quel piccolo movimento.
Le sue labbra si incurvano in un sorriso lieve, maturo, quasi comprensivo.
Non insiste.Non pronuncia una sola parola.Con eleganza, accetta il mio invito silenzioso, a lasciar perdere.
Mi regala ancora un ultimo sorriso, poi si volta e torna lentamente dalle sue amiche.
La vedo allontanarsi, senza alcun gesto teatrale.
Dentro di me rimane la sensazione che, quel brevissimo incontro, nato quasi per caso;sia stato uno dei pochissimi momenti autentici, vissuti durante l'intera serata.
Ed è forse, proprio per questo, che finisce così in fretta.
Prima di seguire Serena, guardo Fiore.
Gli sorrido, e gli dico:” Grazie di tutto.”
Lui mi sorride:” Allora non ti piacciono i ragazzi.”
Scuoto la testa:” No. Pero’ non ho nulla, contro gli omosessuali. Possiamo diventare comunque amici. Stai tranquillo, tornerò a mangiare i tuoi panini, cosi’ me li farai conoscere tutti.”
Lui mi sorride, approvando la mia frase.
Rimasto finalmente solo con Serena, ho appena il tempo di respirare, che il suo volto cambia completamente. L'espressione semi neutrale, mostrata davanti alla ragazza, dai lunghi capelli neri; scompare all'istante. Al suo posto compare uno sguardo duro, contratto, attraversato da una rabbia, che non cerca nemmeno di nascondere. È come se avesse aspettato soltanto di allontanarsi dagli altri, per togliersi una maschera, che non aveva più motivo di indossare.
I suoi occhi mi fissano con una severità, quasi sorprendente. C'è, prima di tutto, irritazione. La sensazione è quella di trovarmi davanti a qualcuno, che ritiene necessario, rimettermi immediatamente "al mio posto".
Con un movimento secco del braccio, indica il tavolo, dove ero seduto all'inizio della serata.
"Muoviti; vai subito al tavolo. Il film, che ti sei fatto in testa, è finito."
Non è una richiesta.È un ordine.
La frase arriva così velocemente, che non ho nemmeno il tempo di elaborarla.
Rimango immobile, cercando di capire, a cosa si riferisca esattamente. Il suo tono lascia intendere che, nella sua mente, tutto ciò che è successo negli ultimi minuti; non abbia alcun valore reale. È soltanto un'illusione costruita da me, un racconto immaginario, che lei vuole demolire nel giro di pochi secondi.
Non lascia spazio a una replica.Non aspetta una risposta.Vuole soltanto imporre la propria interpretazione dei fatti.
Io la guardo.Sto ancora cercando le parole.
Ma Serena non mi concede nemmeno quel tempo.
Sul suo volto compare, improvvisamente, un sorriso.Non è un sorriso spontaneo.È uno di quei sorrisi, che nascono con l'intenzione di ferire.
Sembra quasi divertirsi, nel vedere la mia difficoltà.
Riprende subito a parlare:"Pensavi che ti desse la figa? Non te l'ha data. Hai fatto tanto il figo, ottenendo cosa? Niente. Meno di zero. Impara da Massimo."
Ogni frase è una frecciata.Ogni parola sembra scelta per ridimensionare, ciò che è appena accaduto.
Nella sua ricostruzione, non esistono gli applausi del locale, il coinvolgimento delle ragazze, il rispetto conquistato, o il momento silenzioso, vissuto poco prima.
Esiste soltanto il risultato, che lei decide di vedere.E quel risultato, secondo Serena, coincide con un fallimento.
È un meccanismo psicologico, curioso.
Per poter conservare la propria convinzione iniziale, elimina completamente, tutto ciò che la contraddice.
Così facendo, riesce a mantenere intatta la narrazione, che si è costruita dentro la testa.
Io continuo a rimanere in silenzio.Non perché condivida quello che dice.Ma perché capisco che, ogni mia risposta, verrebbe immediatamente trasformata in un'altra occasione, per essere deriso.
All'improvviso, Serena compie un gesto completamente inatteso.
Avvicina lentamente una mano, al mio volto.Le sue dita sfiorano la mia guancia.È una carezza.
Ma non possiede nulla della dolcezza, che normalmente accompagna quel gesto.
È una carezza fredda.Quasi teatrale.
Sembra il gesto di qualcuno, che vuole sottolineare la propria superiorità, piuttosto che offrire conforto.
Sul suo volto rimane quel sorriso sottile, quasi maligno.
"Povero scemo, che non sei altro."
Quelle parole arrivano, mentre continua ad accarezzarmi.
Ed è proprio questa contraddizione, a renderle ancora più destabilizzanti.Il contatto fisico, che normalmente comunica vicinanza, viene trasformato nel veicolo di un'umiliazione.
Per un istante mi torna alla mente, tutto quello che è successo con Gaia, nel corso della serata.
Ancora una volta, una carezza non serve ad avvicinare.Serve a dominare.
A ricordarmi quale dovrebbe essere, secondo loro, il mio ruolo.
Mi rendo conto, di quanto possa cambiare una situazione, nel giro di pochi secondi.
Appena un minuto prima, stringevo le mani di una ragazza, che mi guardava con rispetto e curiosità.
Adesso mi ritrovo nuovamente immerso nello stesso clima tossico, dal quale pensavo di essermi allontanato.
La carezza continua ancora.
Serena sembra quasi voler prolungare deliberatamente, quel momento.
Continua a sorridere, mentre aggiunge:"Fidanzatino stupido, innamorato e geloso; torna al tavolo. Avrai una bella sorpresa, che ti aspetta."
Le sue parole producono, dentro di me, un effetto particolare.
Non è tanto l'insulto, a colpirmi.Ormai mi sono quasi abituato.È quell'ultima frase.
"Avrai una bella sorpresa."
Non riesco a capire, se si tratti di una minaccia, di una provocazione, o dell'ennesimo gioco psicologico, costruito insieme a Gaia.
Ed è proprio questa incertezza, a creare inquietudine.
Per tutta la serata, non mi è mai stato possibile prevedere, cosa sarebbe accaduto pochi minuti dopo.
Ogni apparente momento di tranquillità, è stato seguito da una nuova provocazione.
Così, anche quelle parole, apparentemente leggere, assumono, nella mia mente, un peso enorme.
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