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E' un mondo difficile ( capitolo 92 )


di chiara94
10.08.2026    |    395    |    139 5.5
"Non posso permettere che, una singola provocazione, distrugga tutto il percorso fatto, fino a questo momento..."
"Inizio da capo. Mi chiamo Francesco. Penso, che l'avevate già capito. Il mio nome e' stato un po', sulla bocca di tutti, stasera. Scusate; volevo dire, sulla bocca di tutte."
La battuta è, volutamente, leggera. Sto cercando di alleggerire la tensione, che sento dentro di me e, allo stesso tempo; di far capire alla platea, che non sono completamente paralizzato dall'emozione.
Le persone, che mi ascoltano, iniziano a ridere.

Anche Massimo e Serena si mettono a ridere. Poi Massimo dice qualcosa a Serena, e lei si piega dalle risate.
Il barista si rivolge anche alla mia compagna di università, ma la sua reazione è completamente diversa, da quella degli altri: sembra sbiancare e, subito dopo, con le braccia, gli fa segno di assolutamente no.
Quel gesto mi colpisce. Non so cosa si siano detti, ma la reazione di Gaia sembra indicare, che abbia intuito qualcosa, che io, ancora, non conosco.
Il barista sbuffa, ma, alla fine, le fa cenno di sì, con la testa.
Io continuo a parlare, cercando di non lasciarmi distrarre, da ciò che accade, alle mie spalle. "Una battuta di basso livello; lo so. Sto cercando di sentirmi a mio agio. Non è facile per me, essere qui, davanti a voi."
In realtà, è proprio questo, il punto. La battuta mi ha aiutato, a prendere qualche secondo di respiro, ma non ha cancellato la tensione.
Sono consapevole, di avere davanti un intero locale, e di essere diventato, improvvisamente, il centro dell'attenzione. Ogni parola, che pronuncio, viene ascoltata e, ogni esitazione potrebbe essere interpretata, dagli altri. Nonostante questo, non voglio più tornare indietro.

Bartolomeo interviene, con la sua voce; sovrastando, per un momento, il brusio.
"Un applauso di incoraggiamento, per Francesco."
Il suggerimento viene immediatamente seguito, da tutto il locale.
Gli applausi arrivano da ogni parte e, per qualche secondo, mi limito a guardare le persone, che cercano di infondermi coraggio.
Quel gesto ha un effetto preciso, su di me: mi fa sentire meno solo. Non sono più soltanto Francesco, che sta affrontando Gaia, e tutto quello, che è successo, durante la serata. Sono una persona, davanti ad altre persone; e quelle persone, almeno in questo momento, vogliono ascoltarmi.
Mentre Serena e Massimo, ridono tra loro, e si scambiano qualche battuta; Gaia rimane più silenziosa. Si guarda intorno, sempre più pensierosa. La sua attenzione sembra essersi spostata, completamente, su di me.
Io lo percepisco e, questo aumenta, ulteriormente, la tensione; perché so che, qualunque cosa dirò, lei sarà, probabilmente, la persona, che analizzerà ogni mia frase.
Riprendo a parlare:"Frequento l'università. Sono un ragazzo normalissimo. Non voglio definirmi umile, perché ho sempre creduto in me stesso, e nelle mie potenzialità, con le ragazze. La modestia non e' mai stata nel mio DNA. Ho sempre creduto, di piacere alle ragazze. Loro non hanno mai trovato qualcosa da ridirmi sul mio aspetto fisico, sul mio modo di fare, sul mio carattere. Qualche mese fa, ho conosciuto una ragazza. Mi è subito piaciuta molto."
Mentre pronuncio queste parole, mi fermo, per qualche secondo, e torno a fissare Gaia.
È un momento particolare. Fino a poco prima, è stata proprio lei, a spingermi a parlare; quasi convinta, di poter controllare ,anche il modo, in cui avrei raccontato la mia storia. Adesso, invece, quella sicurezza sembra essersi incrinata.
Sul suo volto, non riesco più a vedere la stessa tranquillità, di prima. Il suo sguardo appare diffidente, teso, quasi provato.
Mi chiedo, quale sia la ragione, di questo cambiamento.
Forse Massimo le ha detto qualcosa? Forse teme, che il mio discorso possa prendere una direzione, che non riesce più a controllare?
Questa seconda possibilità mi attraversa la mente, anche se tendo a scartarla. Gaia potrebbe usare gli arcieri, se volesse.
Eppure, è ancora lì,ad ascoltarmi. Questo significa che, almeno per il momento, ha deciso di lasciarmi parlare.
Accanto a lei, ci sono, sempre, Massimo e Serena.
Li osservo per un istante e, la sensazione, che ne ricavo, è molto precisa: ormai quei tre sembrano formare un blocco unico. Massimo è entrato progressivamente nel loro mondo, fino a diventare una presenza stabile, al loro fianco. Gaia e Serena lo hanno accolto e, attraverso il loro comportamento, gli hanno riconosciuto uno spazio, che prima sembrava appartenere soltanto a loro.
Questo significa, che non posso più illudermi, di poterlo semplicemente estromettere dalla situazione, con una mia scelta, o con qualche frase efficace.
La consapevolezza mi pesa, ma, allo stesso tempo, mi costringe a essere lucido. Posso continuare a combattere, posso cercare di difendere la mia posizione, posso raccontare, quello che penso e quello che ho vissuto, ma non posso pretendere di decidere, chi debba stare dalla parte di Gaia e Serena.
Quella è una realtà, che devo accettare.
E, mentre torno a guardare la mia platea; capisco che il mio discorso non può essere soltanto un tentativo, di convincere gli altri: deve essere soprattutto il modo, con cui provo a riprendere possesso della mia voce; dopo aver passato troppo tempo, a cercare di capire quale versione di me, Gaia volesse vedere.

Improvvisamente, Massimo si porta una mano, vicino alla bocca; la chiude, e inizia a muoverla su e giù, orizzontalmente. Non verticalmente. Orizzontalmente.
È un movimento ritmico, quasi meccanico, ripetitivo, simile al movimento di una catena di montaggio.
Rimango, per qualche secondo, a osservare quella scena; cercando di capire, cosa stia facendo.
Serena sembra comprenderlo, immediatamente, e scoppia a ridere. Poi porta, entrambe le mani, sulla mano di Massimo; facendogliela abbassare. Infine si gira verso Gaia e, probabilmente, le racconta, a bassa voce, quello che è appena successo.
La mia compagna di università si gira, subito, verso Massimo. Gli dice qualcosa, mantenendo un tono serio.
Non riesco a sentire le parole, ma il suo atteggiamento è sufficiente, per farmi capire, che sta cercando di fermarlo.
Massimo sembra scusarsi.
Poi, improvvisamente, Gaia gli sorride e gli spettina i capelli. Il gesto sembra cambiare, completamente, l'atmosfera tra loro.
Massimo si mette a ridere e aggiunge qualcosa. Gaia, invece, arrossisce per l'imbarazzo.
Serena torna a ridere. Poi, quasi sicuramente per prendermi in giro, imita, anche lei, il gesto, che ha fatto poco prima, il barista.
Questa volta, però, per me, il significato è evidente: il gesto di un pompino.
Gaia porta, immediatamente, una mano, su quella di Serena, e le fa interrompere il movimento. Riprende a parlarle, con tono serio.
Serena sembra scusarsi.
La scena è breve, ma, dentro di me, produce un effetto molto più grande, di quello che, probabilmente, loro immaginano.

Gaia sospira e si gira verso di me.
I nostri sguardi si incrociano. Per un istante, rimaniamo a guardarci. Poi lei abbassa, immediatamente, gli occhi, verso il pavimento.
Quel gesto mi colpisce più di qualsiasi frase, che avrebbe potuto pronunciare. Non riesce a sostenere il mio sguardo.
Io lo interpreto, come vergogna. Come se fosse consapevole, che ormai ho capito. In questo momento, nella mia mente, tutti i pezzi sembrano andare al loro posto.
Gaia gli ha fatto un pompino.
Non ho bisogno, che lo dica apertamente.
Del resto, durante la conversazione precedente, ha ammesso di aver avuto voglia di baciarlo,limitandosi a mettere le mani avanti. Probabilmente, per prepararmi psicologicamente,per ammetterlo la volta dopo.
La mia compagna di università ritiene di dovermi far ingoiare la pillola amara, poco per volta. Prima una sega, poi un bacio al cazzo, poi una leccata alla cappella, poi una succhiata. Infine, un pompino, vero e proprio. Facendosi pure sborrare in bocca, magari dando la colpa a lui, che non l'ha avvisata.
Vuole abituarmi,gradualmente, all'idea; rendendomi partecipe delle cose, un pezzo alla volta. È una strategia che, dal suo punto di vista, potrebbe sembrare, quasi una forma di protezione: se mi raccontasse, immediatamente, tutto; sa, che reagirei malissimo. Quindi preferisce dosare la verità.
Questa spiegazione, nella mia testa, non rende la situazione, meno dolorosa. Anzi, la rende, ancora più difficile, da accettare.
La mia compagna di università ha scelto, volutamente, di non dirmi, quanto successo.Non per uno scrupolo di decenza, non per un semplice senso di imbarazzo, ma perché Gaia conosce, perfettamente, la mia sensibilità nei suoi confronti; e sa quanto, determinate informazioni, potrebbero ferirmi.
Adesso, però, quelle informazioni mi stanno raggiungendo, comunque.
Massimo ha voluto farmi sapere, che Gaia gli ha fatto un pompino.
Probabilmente lei non voleva, che me lo dicesse. Probabilmente non era d'accordo.
Forse il barista aveva già provato, a farmelo capire prima, ma Gaia era riuscita a bloccarlo. Adesso, invece, non c’è stato modo di fermarlo.
La cosa, che più mi colpisce; è il modo in cui Gaia reagisce, dopo. Non lo rimprovera, davvero. Dopo un primo momento di irritazione, gli sorride, e gli spettina i capelli.
Un gesto semplice, quasi affettuoso, che sembra cancellare, immediatamente, la tensione precedente. È come se, quella piccola manifestazione di complicità, fosse sufficiente a chiudere la questione.
E allora penso che, forse, non ci sia stata neppure una vera incomprensione. Massimo ha fatto, quello che voleva fare; e Gaia, alla fine, si è adeguata.
Torno, con la mente, allo sguardo di Gaia. Lo ha abbassato, quasi immediatamente.
Dentro di me, gli attribuisco un significato preciso. Penso che si vergogni, di quello che è successo. Penso che sappia, di avermi ferito. Penso che non abbia il coraggio, di guardarmi negli occhi perché, questa volta, teme che io possa trovare la conferma, direttamente nel suo sguardo.Senza aver detto una sola parola, Gaia mi ha appena confermato, quello che temevo.

Un attimo: sto continuando a tentennare.Quanto ho visto e intuito, mi ha destabilizzato.
Però devo trovare le forze, per riprendere a parlare.
Improvvisamente, una voce richiama la mia attenzione.
"Forza, Francesco; sei tutti noi. Continua."
È Valentina.
Nonostante il modo, in cui l'ho trattata; è ancora qui, in mezzo agli altri, a sostenermi. Dentro di me, però, non nasce alcun rimorso. Non sono pentito, di come mi sono comportato con lei.
Quando le ragazze discutono tra loro, e decidono di interrompere un rapporto; non si può continuare a tenere un piede, in due scarpe. Bisogna scegliere. La mia scelta è stata Gaia. Indipendentemente, da come sono andate le cose, e da quello che mi riserverà il futuro; Valentina non può più occupare lo stesso posto, nella mia vita.
È stata la mia migliore amica, è vero, ma non è quello, di cui sento il bisogno. Devo essere onesto, con me stesso: non posso fingere, che Valentina possa prendere il posto di Gaia.
Torno a guardare la platea, questa volta togliendo, definitivamente, gli occhi, da Gaia e dagli altri due.
Sebbene Gaia continui a non guardarmi. I suoi occhi continuano a essere diretti, verso il pavimento.
È una scelta psicologica, precisa. Se continuo a cercare le sue reazioni, il mio discorso diventa, ancora una volta, dipendente da lei. Inoltre, se continuo a fissarli, riusciranno a prosciugare le mie energie.
Io, invece, voglio parlare a tutti. Voglio raccontare, quello che è successo; senza trasformare ogni frase, in una richiesta implicita di approvazione, da parte sua.

"Scusatemi, se ho interrotto il discorso, ma non è facile aprirmi, come ho deciso di fare. Mi è subito piaciuta molto, e abbiamo iniziato, ad uscire assieme. Purtroppo ho frainteso del tutto: c'era feeling,ma dettato, esclusivamente, da una profonda simpatia, legata ad un discorso di amicizia. Almeno da parte sua. Io mi sono innamorato, subito, di lei, e non mi vergogno di dirlo."
Pronunciare queste parole; significa espormi, davanti a tutti.
Per mesi, ho cercato di proteggere la mia immagine, soprattutto davanti alle ragazze; convincendomi che, ammettere una vulnerabilità, potesse rendermi più debole.
Adesso, invece, sto scoprendo qualcosa di diverso: posso dire di essermi innamorato, senza sentirmi, necessariamente, umiliato. Il sentimento non è una colpa.
L'errore, semmai, è stato non accettare, immediatamente, che, dall'altra parte, non ci fosse la stessa cosa.
" Purtroppo, avendo frainteso, ho voluto ugualmente provarci, e mi sono preso un sonoro due di picche, rovinando anche il discorso dell'amicizia. Già, perchè provandoci; lei sa benissimo, che non è un'amicizia disinteressata. Posso darle torto? No, assolutamente. In questi ultimi giorni, io non mi sono comportato bene, con lei. E' uscito, troppo spesso, il mio lato geloso. E ciò ha favorito tante spiacevoli incomprensioni."
Mentre ammetto le mie responsabilità, sento cambiare anche il mio modo di percepire, quello che è accaduto. Non sto più raccontando la storia, come una battaglia, tra una vittima e una persona crudele. Sto riconoscendo, di avere avuto, anch'io, un ruolo negli eventi.
La gelosia mi ha fatto reagire male, mi ha portato a interpretare gesti e parole, attraverso il filtro delle mie aspettative.
Questo non cancella ciò che ho subito, ma mi obbliga a guardare, anche i miei errori.

Torno a guardare, con la coda dell'occhio, Gaia.
Questa volta, la mia compagna di università appare completamente alterata. Non riesce più a mantenere quell'atteggiamento controllato, che aveva cercato di mostrare, fino a poco prima. Continua a fare smorfie, a lamentarsi con Serena e Massimo, e ad accompagnare le parole, con ampi movimenti delle braccia. Sembra incapace di fermarsi.
Serena e Massimo la ascoltano, annuendo con la testa, ma fanno fatica,a intervenire: Gaia è diventata un fiume in piena, e sembra avere bisogno di liberarsi, immediatamente, di tutto quello, che le sta passando per la testa.
A un certo punto, mi indica. Dal movimento delle sue labbra, riesco a capire, che sta parlando di me. Non sento le parole, ma non sembra affatto una conversazione pacata. Torna a sbracciare, poi mi indica nuovamente.
Il suo corpo sembra esprimere una rabbia, che non riesce più a contenere. La osservo per qualche secondo, cercando di capire quale sia la causa, di una reazione tanto forte.
Non riesco a trovare una spiegazione. Io sto solamente raccontando la verità. Non l'ho neppure attaccata. Anzi, in diversi momenti del mio discorso ho cercato di difenderla, riconoscendo le sue decisioni e il suo diritto di scegliere liberamente.
Eppure Gaia sembra inviperita.
Questa contraddizione mi destabilizza.
Una parte di me vorrebbe continuare a osservarla, cercando di capire, cosa stia pensando. Un'altra, però, sa perfettamente, che sarebbe un errore. Sono già emotivamente sovraccarico, e aggiungere anche l'analisi continua, di ogni sua espressione; rischierebbe di farmi perdere, completamente, il controllo del discorso.
Con tutti i problemi, che ho già; non è il caso di chiedermi continuamente, se Gaia sia arrabbiata, oppure no.
Prima o poi, se davvero è così furiosa, troverà sicuramente il modo, di farmelo sapere.
Gaia non è una persona, che tende a tenersi dentro le cose, per molto tempo. Potrebbe affrontarmi tra qualche minuto, oppure potrebbe decidere, che questa sera è arrivato, definitivamente, il momento di chiudere con me.
Quest'ultima possibilità mi attraversa la mente e, per qualche istante, sento una stretta allo stomaco.
Non posso però permettere, che sia la paura a guidarmi. Se cominciassi a modificare, quello che sto dicendo, soltanto per paura della sua reazione; tornerei esattamente nella posizione, dalla quale sto cercando di uscire: quella di Francesco, che misura ogni parola, sulla base di ciò, che Gaia potrebbe pensare.

Distolgo nuovamente lo sguardo da lei.
Devo concentrarmi sulla platea. Devo continuare a parlare, e portare a termine, quello che ho iniziato. Ho già fatto abbastanza fatica, per arrivare fin qui, e non posso permettere, che una discussione silenziosa, alle mie spalle, distrugga tutto.
Rischio di perdere il filo e rendere vano, tutto quello che sto facendo. E, questa volta, non voglio concederglielo.
Se Gaia è arrabbiata, dovrà aspettare. Per qualche minuto, almeno, il discorso è mio.
"Avete visto tutti, cosa è successo nei bagni. Mi assumo, tutta la responsabilità: se non le interesso, devo accettare la sua decisione, e soffrire in silenzio. Non mi vergogno a dire, che ho preso un due di picche. Nessuno di voi ha mai preso un due di picche? Non credo. Eppure siete qui a divertirvi, a ridere. La vita va ugualmente avanti. Un rifiuto non deve essere un motivo per abbattersi o per crollare, ma deve essere una spinta per migliorarsi."
Mi accorgo che, mentre parlo, il peso del rifiuto sembra diminuire. Non perché sia scomparso, ma perché sto smettendo di considerarlo una sentenza, sul mio valore personale.
Per molto tempo, ho confuso il fatto di essere desiderato, con il fatto di avere valore. Se una ragazza mi sceglieva, mi sentivo vincente; se mi rifiutava, mi sembrava di perdere qualcosa di me. Adesso sto cercando di separare le due cose.

Questa volta, la mia compagna di università alza la voce e, finalmente, riesco a sentire, quello che dice.
"Ma quello deve mettere in piazza, i fatti nostri? Che vergogna. Invece di parlarne con me, preferisce fare lo show man? Ma vi rendete conto, cosa devo sopportare?"
La sua voce è abbastanza alta, da attraversare il brusio del locale. Non sembra più interessata a controllare, chi possa sentirla.
Continua a gesticolare, indicando me e poi rivolgendosi a Serena e Massimo, che rimangono in silenzio, ad ascoltarla.
Gaia sembra avere bisogno di dare un ordine alla propria rabbia, ma più cerca di spiegarsi, più appare agitata. Il suo corpo accompagna ogni parola e le sue mani si muovono continuamente, come se il linguaggio non fosse più sufficiente, a esprimere quello che prova.
Ovviamente, tutti si girano a guardarla. Il movimento è quasi simultaneo: una parte del locale si volta verso di lei, attirata dalla voce e dai gesti sempre più evidenti.
Gaia se ne accorge, quasi subito. Per qualche istante ,rimane immobile, poi si porta entrambe le mani, sul volto.
"Che vergogna, che vergogna. Non ci posso credere, a cosa sta combinando, quello. Io non vado più all'università, dopo stasera. Mi ha sputtanata."
Queste parole mi fanno capire che, dal suo punto di vista, il problema non è soltanto, ciò che sto raccontando. Gaia percepisce il mio discorso, come una violazione di qualcosa, che considera privato.
Io, invece, lo vivo in modo completamente diverso: non sto cercando di umiliarla, né di rivelare particolari, per vendicarmi. Sto raccontando la mia esperienza, il modo in cui ho vissuto quello che è successo, e quello che ho imparato, da questa serata.
La differenza, tra le nostre due percezioni, è enorme.
Lei vede uno showman, che mette in piazza, i fatti nostri. Io vedo un ragazzo che, dopo essere stato respinto; cerca di recuperare una parte della propria dignità, davanti alle persone, che lo hanno visto vacillare. Probabilmente, è proprio questa distanza, a rendere impossibile, in questo momento, una comprensione reciproca.

Decido di tornare a parlare.
Voglio togliere l'attenzione da lei, anche perché non voglio darle la possibilità di accusarmi ulteriormente, di averla messa in imbarazzo.
Se continuassi a guardarla o a rispondere alle sue proteste, il discorso si trasformerebbe, inevitabilmente, in uno scontro personale e, tutto quello che ho costruito, fino a questo momento; perderebbe significato.
Del resto, non è la prima ragazza, e non sarà certamente l'ultima, a dare un due di picche.
Un rifiuto sentimentale non dovrebbe diventare una colpa,nè per chi lo riceve, né per chi lo esprime.
È proprio questo il punto, che sto cercando di trasmettere alla platea: posso essere ferito, posso essere deluso, posso perfino sentirmi umiliato, ma non posso trasformare il mio dolore, in un'accusa, nei confronti di Gaia.
Il mio discorso, almeno nella mia intenzione, rimane logico e razionale.
Non voglio costruire una polemica, contro di lei. Voglio raccontare, quello che è successo e, soprattutto, spiegare, come quel rifiuto; abbia modificato il modo, in cui guardo me stesso.
Per questo, torno a guardare la platea, e mi concentro, nuovamente, sulle persone, che mi stanno ascoltando.
Gaia può essere arrabbiata, può sentirsi esposta, può considerare sbagliata, la mia scelta di parlare, davanti a tutti.
Ma io non posso più fermarmi, ogni volta, che lei reagisce.
Questa volta, devo riuscire a distinguere due cose: il suo diritto di non essere d'accordo, con quello che sto dicendo; e il mio diritto di raccontare ciò, che questa esperienza ha significato per me.
Riprendo fiato e continuo il mio discorso.
"E io ho riflettuto, su tutto quanto successo. E sono arrivato ad una conclusione: un rifiuto non deve mai portare all'abbattimento della dignità di una persona. Il rifiuto non è una vergogna, non è una croce, da portare in spalla. Un rifiuto è il libero arbitrio di un'altra persona. E dunque, deve essere sempre rispettato."
Questa è forse la parte più difficile del discorso perché, mentre la pronuncio, non sto parlando soltanto alla platea.
Sto parlando anche a me stesso. Sto cercando di convincermi, che accettare la libertà di Gaia, non significa, necessariamente, accettare qualsiasi comportamento, nei miei confronti. Posso rispettare il suo rifiuto e, contemporaneamente, pretendere rispetto per me. Le due cose possono esistere insieme.

Ancora una volta, la mia compagna di università alza la voce, rendendo impossibile ignorare, quello che sta dicendo.
"Ma quello è veramente scemo; non c’è altra spiegazione. Gli ho fatto un discorso, e non ha capito niente. E non una volta, glielo ho detto, ma più volte.Ma quanto scemo, è?Colpa mia, che ho accettato di farmelo presentare, da Valentina. Le avrei dovuto dire di no, invece che fare la beneficenza. Ho fatto solamente della beneficenza."
La frase produce, immediatamente, un nuovo movimento nella platea.
Le persone che, fino a un attimo prima, erano concentrate su di me; tornano a girarsi verso Gaia.
Lei se ne accorge e, ancora una volta, sembra vivere l'attenzione degli altri, come una forma di esposizione, che non riesce più a controllare. Si porta le mani al viso, quasi volesse sottrarsi agli sguardi, ma ormai è troppo tardi: tutti hanno sentito.
"Vedete, cosa vuol dire, fare la beneficenza? Questi sono i risultati."

Questa volta, però, una voce si leva sopra le altre. È una voce, che conosco bene.
"Gaia; basta. Ora stai esagerando."
È Bartolomeo. Il suo intervento cambia, immediatamente, la dinamica.
Gaia lo guarda, e torna a portarsi le mani, sul volto. La sua espressione sembra passare dalla rabbia alla frustrazione, come se si sentisse improvvisamente circondata.
"Non è possibile, è un complotto. Sono tutti contro di me. Mio padre, invece di difendermi, e di arrestare quello; sgrida me."
La sua reazione mostra quanto la situazione, le stia sfuggendo di mano.
Non sembra più soltanto arrabbiata con me. Sembra percepire, intorno a sé, una serie di persone che, una dopo l'altra, stanno smettendo di assecondarla.
Bartolomeo, che dovrebbe rappresentare, per lei, una figura, dalla quale aspettarsi protezione; in questo momento, le sta chiedendo di fermarsi.
Il poliziotto replica: "Gaia; devi ascoltare Francesco. Devi prenderti la responsabilità, delle tue azioni."
Gaia risponde, evidentemente scocciata: "Va bene, va bene. Lo ascolto. Però, poi, se ne deve andare via."
La sua risposta mi fa capire che, almeno per il momento, accetta di lasciarmi parlare. Ma non lo fa, spontaneamente. Sembra quasi considerare la mia permanenza nel locale, come qualcosa da tollerare temporaneamente, in attesa che io finisca il mio discorso.
Prima che Bartolomeo possa replicare, intervengo: "Si, appena finisco di parlare, me ne vado."
Non voglio trasformare questo momento, in una nuova discussione.
Voglio semplicemente chiarire, che non ho intenzione di rimanere, oltre il necessario.
Il mio obiettivo è concludere quello che ho iniziato, e poi lasciare che ognuno torni alla propria serata.
La mia compagna di università, però, reagisce con una risata isterica. Si porta nuovamente le mani al viso, e poi si rivolge a Massimo e Serena.
"Ma lo sentite? E' lo scemo del villaggio, eppure si erge a gran figo."
La frase arriva fino a me. Sento il colpo, perché arriva proprio, mentre sto cercando di costruire un'immagine diversa, di me stesso.
È esattamente il tipo di provocazione, che potrebbe farmi perdere la calma. Gaia sembra sapere, dove colpirmi: non attacca soltanto quello che sto dicendo, ma cerca di mettere in discussione la persona, che sto cercando di presentare alla platea.

La ragazza, dai lunghi capelli neri, però, reagisce.
Si alza in piedi e mi dice: "Francesco; dille qualcosa. Reagisci. Non puoi permetterle tutto."
La guardo. Nei suoi occhi, noto qualcosa, che assomiglia alla preoccupazione. Probabilmente, sta vivendo male, quello che sta succedendo, e non comprende, perché io continui a non reagire, alle provocazioni di Gaia.
Dal suo punto di vista, forse, il mio silenzio potrebbe sembrare debolezza. Per me, invece, in questo momento, è una scelta precisa.
Gaia sporge il petto in avanti, e mi provoca direttamente: "Fidanzatino innamorato, geloso, e soprattutto stupido; dai, dimmi qualcosa."
Per un istante, sento tutta la tentazione, di risponderle. Potrei farlo. Potrei restituirle la provocazione, alzare la voce, e trasformare il discorso, in uno scontro diretto. Ma sarebbe esattamente quello, che non voglio.
Se reagissi, permetterei a Gaia, di decidere, ancora una volta, il modo, in cui deve svolgersi la situazione.
Bartolomeo interviene nuovamente: "Ora basta; Gaia."
Lei lo guarda malissimo. Il suo volto esprime una rabbia che, ormai, non cerca neppure di nascondere.
Poi, però, risponde: "D'accordo; sto zitta."
Torno a guardare la ragazza, dai lunghi capelli neri. Sembra avere gli occhi lucidi. Probabilmente sta patendo molto, per il modo in cui vengo trattato.
La sua reazione mi colpisce, perché significa che, quello che sta succedendo; non è soltanto un confronto, tra me e Gaia. Anche le persone, che mi hanno conosciuto, soltanto durante questa serata; stanno iniziando a percepire la durezza della situazione.
Ma non posso farmi trascinare. Non posso trasformare il mio discorso, in una difesa contro Gaia, perché sto parlando di me, non di lei. Se iniziassi a rispondere a ogni provocazione, finirei per perdere il significato stesso, di quello che sto cercando di dire.
Devo essere forte, proprio nel momento, in cui sarebbe più facile reagire.
Poi arriva un'altra frase, ancora più cattiva: "Scemo del villaggio; continua."
Questa volta, è il barista.
La sento, ma,ancora una volta,scelgo, consapevolmente, di non raccoglierla.
Non posso permettere che, una singola provocazione, distrugga tutto il percorso fatto, fino a questo momento.
Non devo dimostrare di essere più forte, alzando la voce. Devo dimostrarlo, riuscendo a continuare.
Respiro profondamente, e torno a guardare la platea.
Riprendo a parlare:" Ho perso? Si,è vero. C'è un solo vincitore. In qualunque competizione, solamente uno potrà vincere. E, anche in questo caso, è avvenuto così. Ma l'aver perso, mi rende una persona peggiore? Devo tenere gli occhi bassi? No. E sapete perchè? Da una sconfitta, sono spuntate altre cose."

Ancora una volta, improvvisamente, vengo fermato.
Il barista scoppia a ridere, e poi urla:" Sei un perdente; Francesco. E lo hai sancito, anche tu. E' l'ora della nanna; coglione."
La sua risata sembra avere un obiettivo preciso: interrompere il mio discorso, proprio nel momento in cui, sto arrivando alla conclusione. Non è soltanto una provocazione, ma un tentativo di riprendere il controllo della situazione, e di ricordarmi, davanti a tutti, quale ruolo vorrebbe assegnarmi.
Anche Serena si piega dalle risate:" Game over; fidanzatino innamorato, geloso, stupido e, soprattutto scemo."
Le sue parole si aggiungono a quelle di Massimo; creando una sorta di coro, contro di me.
La pressione aumenta, perché sono consapevole di avere, nuovamente, tutti gli occhi addosso.
La mia compagna di università ironizza, rivolgendosi al barista.
" Spero solamente, che non si inginocchierà, davanti a te."
La battuta è chiaramente costruita, per colpirmi nel punto, più vulnerabile.
Il barista replica:" Come hai fatto tu, prima?"
Gaia diventa, immediatamente, rossa in viso.
L'ironia scompare, e subentra un evidente imbarazzo.
Lo redarguisce subito:" Piantala. C'è anche mio padre, nel locale."

Sono arrivato quasi alla fine. Gli ultimi passi sono, inevitabilmente, i più difficili, perché ormai la tensione è altissima e, ogni nuova provocazione, rischia di farmi perdere il controllo.
Eppure, proprio adesso, devo dimostrare di essere capace, di resistere.
Vedo ormai il traguardo. Non posso fermarmi, a pochi metri dalla conclusione.
Per questo, lascio cadere quelle parole, senza rispondere alle provocazioni;e riprendo il discorso.
In questo momento, la mia vera sfida non è più contro Massimo, Serena o Gaia: è contro la parte di me, che vorrebbe reagire, rispondere, difendersi e dimostrare qualcosa.
Se cedo, saranno loro a decidere, come finirà la serata. Se continuo, almeno il finale sarà, ancora, nelle mie mani.
"Ho subito una sconfitta, ho ricevuto una delusione. Allo stesso tempo, ho fatto nuove conoscenze durante la serata, ho condiviso un ballo, delle risate, con tutti voi. E vi ringrazio per la splendida opportunità, che mi avete dato. Mi sento uno di voi. Un ragazzo semplice, normale. Questo rifiuto mi ha fatto capire una cosa: ho bisogno di una forte dose di modestia. Quando entrerà in me, sarò un ragazzo migliore. E diventerò uno di voi. Uno come voi."

Concludo, lasciando per qualche secondo, che le mie parole rimangano sospese nel locale. Non so ancora, quale sarà la reazione degli altri. Quella di Gaia, la immagino.Però, questa certezza, non mi pesa.
Non ho parlato, per ottenere una sua approvazione. Ho parlato, perché avevo bisogno di riappropriarmi della mia voce.
Vorrei dire ancora ancora una cosa, ma la voce mi si ferma perché, improvvisamente, il locale esplode in un applauso.
I clienti si alzano tutti in piedi, iniziando ad applaudirmi e a gridare: "Bravo."
Rimango, per qualche secondo, quasi paralizzato, davanti a quella reazione.
Guardo la platea, e mi rendo conto, di avere conquistato il consenso di tutti. Non è soltanto un applauso educato: è una reazione collettiva, rumorosa, spontanea, che mi travolge.
Mi giro anche verso Bartolomeo. Anche lui applaude e mi urla qualcosa, ma non riesco a capire le sue parole, perché il rumore è assordante.
Valentina salta dalla gioia.
La ragazza, dai lunghi capelli neri, e le sue amiche iniziano a gridare: "Francesco, Francesco, Francesco."
Subito dopo, vengono seguite da tutti gli altri.
Il mio nome viene pronunciato da ogni parte del locale, come se, per qualche istante, fosse diventato il centro assoluto dell'attenzione.
Dentro di me, provo una sensazione difficile da descrivere. È gratificante, certamente, ma non riesce a cancellare completamente, ciò che è successo prima.
Mi sento come uno schiavo, nell'arena, che viene, improvvisamente, apprezzato dalla folla. La folla è entusiasta di me, mi sostiene, mi applaude, pronuncia il mio nome; ma, nella mia percezione, rimango comunque uno schiavo.
Il mio destino, almeno secondo la metafora, che continuo a utilizzare dentro di me; non cambia.
La regina conserva il suo potere.
Eppure, qualcosa è cambiato: ho dimostrato a me stesso, prima ancora che agli altri, che la mia vita può continuare, anche senza Gaia.
Non sarà facile. Lo so già. Ma, per la prima volta, riesco almeno a immaginare questa possibilità, senza sentirmi completamente distrutto.

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