tradimenti
La chiamata che brucia 1 capitolo
Angel1965
09.04.2026 |
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"«Cazzo, Sonia…»
«Ti piace?» chiese, e nella sua voce c’era un filo di sfida, come se stesse testando quanto potevo reggere..."
Angelo chiama per sbaglio Sonia, unasconosciuta dalla Sardegna. La loro
conversazione, carica di tensione erotica,
porta a una proposta audace: Sonia
prenderà un volo per Como, decisa a vivere
una passione proibita con un uomo che
non ha mai incontrato.
La sera di quel giovedì di aprile del 2003, l’aria nella mia cucina a Fino Mornasco era ancora fredda, nonostante il
riscaldamento acceso da ore. Avevo appena finito di cenare—un piatto di pasta al ragù avanzato dal pranzo
della domenica—e mi ero appoggiato allo schienale della sedia di legno, il telefono fisso bianco posato sul tavolo
accanto al piatto ancora mezzo pieno. Le dita mi formicolavano per il vino rosso economico, quel Montepulciano
che compravo al supermercato in offerta, e quando composi il numero di Marco, il mio amico di Milano, non mi
accorsi subito dell’errore. Il primo squillo fu lungo, quasi stanco, come se il cavo telefonico si allungasse fino a
toccare il fondo del lago di Como. Poi, al secondo, una voce rispose.
Non era quella di Marco.
Era una voce femminile, calda, con una cadenza che non era lombarda. Una voce che sembrò avvolgere la
cornetta, come se chi parlava avesse le labbra troppo vicine al microfono, quasi potesse sentirne il respiro.
«Pronto?» disse, e in quella sola parola c’era qualcosa di vellutato, di lento, come se le vocali si allungassero
apposta per farmi notare che non era la persona che cercavo.
«Eh… scusa, ho sbagliato numero» balbettai, già pronto a riagganciare, ma lei rise. Non una risata forzata,
no—qualcosa di più intimo, un suono basso che mi fece stringere le dita attorno alla cornetta. «No, non hai
sbagliato» disse, e sentii un fruscio, come se si fosse spostata, forse si era appoggiata a qualcosa. «Sei tu che hai
chiamato me.»
Rimasi in silenzio. Il vinile di Battisti che girava sul giradischi nel salotto attaccato graffiava leggermente su La
canzone del sole, e per un attimo mi chiesi se anche lei sentisse quella stessa musica in sottofondo, se fosse
seduta su un divano logoro come il mio, con una bottiglia di vino a portata di mano. «Come scusa?» chiesi, e la
mia voce uscì più roca del solito.
«Dico che non hai sbagliato» ripeté, e questa volta percepii un sorso—di vino? di acqua?—seguito da un piccolo
schiocco delle labbra. «Se hai composto questo numero, è perché dovevi chiamare me. Io sono Sonia. E tu come
ti chiami?»
«Angelo» risposi senza pensarci. «Angelo… da Como.» Le parole mi uscirono automatiche, come se il mio
cervello avesse deciso di giocare d’azzardo con quella voce sconosciuta. «E tu? Da dove chiami?»
«Olbia.» Una pausa. «Sardegna.» Poi, più piano: «Sei sicuro di non aver sbagliato? Perché di solito a quest’ora mi
chiama solo mio marito, e lui è in cucina con me.»
Sentii qualcosa stringersi nello stomaco. L’immagine di lei, lì, con un uomo che probabilmente le passava un
piatto da asciugare mentre lei mi parlava con quella voce da gatta in calore, mi fece serrare le cosce sotto il
tavolo. «No, no, scusa—»
«Scherzo» mi interruppe, e rise di nuovo, più aperta questa volta. «Lui è al lavoro. Fa il turno di notte al porto. Io
sono sola.» Un altro sorso. «Allora, Angelo da Como… sei sposato?»
Deglutii. «No. Single.»
«Bello.» La parola le uscì come un sospiro. «Io invece sono sposata. E ho un figlio.»
«Ah.» Non sapevo cosa dire. L’idea di una donna con un anello al dito e un bambino in casa che mi parlava così,
con quella confidenza da bar alcolizzato, mi mandava il sangue dritto all’inguine. «Quanti anni hai?» chiesi, e mi
odiai subito per quanto suonava banale.
«Ventitré.» Una risatina. «Troppo giovane per essere sposata, no?»
«Dipende.» Mi passai una mano tra i capelli, sentendo il sudore sulla nuca. «Sei… felice?»
Silenzio. Poi: «Felice.» Rise, ma era una risata vuota, come se avesse assaggiato qualcosa di amaro. «Felice come
si può essere quando il tuo uomo torna a casa puzzando di gasolio e si addormenta prima di toccarti. Felice
come si può essere quando l’unica cosa che ti eccita è sentirtelo dire che va a lavorare.» Fece una pausa. «Tu
invece, Angelo? Sei felice?»
«Non lo so.» La verità mi bruciò in gola. «Non ho nessuno con cui confrontarmi.»
«Mmm.» Un rumore di stoffa, come se si fosse spostata, forse si era sdraiata. «Allora dimmi… cosa ti manca?»
Il vino mi aveva sciolto la lingua. «Tutto.» Chiusi gli occhi. «Mi manca una donna che mi guardi come se volesse
mangiarmi. Che mi tocchi come se avesse fame. Che mi dica cosa vuole senza girarci intorno.»
«Dio.» La sua voce era diventata più bassa, quasi un sussurro. «Sei diretto.»
«Sono stanco delle mezze misure.»
«Anch’io.» Sentii un fruscio più forte, come se si fosse mossa sul divano. «Sai una cosa, Angelo? Io ora sono in
salotto, con addosso solo una camicia di mio marito. È troppo grande, mi copre appena il culo.» Fece una pausa.
«Se fossi qui, potresti vedere tutto.»
Il fiato mi si mozzò. «Cazzo, Sonia…»
«Ti piace?» chiese, e nella sua voce c’era un filo di sfida, come se stesse testando quanto potevo reggere.
«Immaginami. Le cosce aperte, la camicia che mi scivola giù da una spalla. Le mutandine sono bagnate, sai? Da
quando ho sentito la tua voce.»
«Gesù.» Mi aggiustai i jeans, il cazzo già duro che premeva contro la cerniera. «Sei sicura di quello che stai
dicendo?»
«No.» Rise, ma era una risata tesa, quasi nervosa. «Ma è questo il bello, no? Fare cose di cui non siamo sicuri.»
«E tuo marito?»
«Lui pensa che io sia una brava moglie.» Un altro sorso. «Domattina gli dirò che sono andata a Cagliari dai miei.
In realtà prenderò un aereo. Per Como.»
«Cosa?» Il cuore mi martellava nelle tempie.
«Voglio vederti.» La sua voce era ferma, ora. «Voglio che mi dimostri che non sei solo parole. Che sai fare tutto
quello che dici.»
«Quando?»
« Questo fine settimana.» Sentii un rumore di vetro posato su un tavolo. «Ti mando l’orario del volo. Vieni a
prendermi all’aeroporto?»
«Sì.» Non ci pensai due volte. «Sì, cazzo.»
«Bene.» Fece una pausa. «Ora devo andare. Ma prima…» Un altro fruscio, poi un gemito soffocato. «Dimmelo.
Dimmi cosa mi farai quando ti avrò davanti.»
Mi passai una mano sulla bocca. «Ti spoglierò in macchina, prima ancora di arrivare a casa. Ti farò venire con le
dita mentre guido, e se qualcuno ci vede, peggio per lui. Poi ti porterò in camera, ti legherò al letto con le tue
mutandine e ti scoperò fino a quando non mi supplicherai di smettere.»
«Dio…» Il suo respiro era affannoso, ora. «Angelo…»
«Sì?»
«Ho già le mutandine fradice.»
«Tienile così. Voglio annusarle quando arrivi.»
«Puttana madonna.» Rise, ma era una risata rotta, quasi disperata. «A sabato, allora.»
«A sabato.»
Riagganciai. Il telefono mi tremava in mano. Fuori, oltre la finestra della cucina, il lago di Como era una lastra nera
sotto la luna, immobile, come se anche lui trattenesse il fiato.
Non sapevo chi fosse davvero quella donna. Non sapevo se sarebbe venuta. Ma una cosa era certa: se lo avesse
fatto, non l’avrei più lasciata andare. Non senza prima averle fatto urlare il mio nome.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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