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trio

Il peso dell’ ombra sulla pelle


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
25.03.2026    |    244    |    1 6.0
"Gis chiuse gli occhi per un istante, assaporando il peso di quelle mani su di lei—una davanti, una dietro, come se fosse il centro di qualcosa che stava per esplodere..."
Gis attende al balcone, il calore della notte
che si confonde con il desiderio represso.
Quando lui arriva, lo sguardo tra loro
diventa elettrico, ma Nicole osserva da
lontano, pronta a reclamare il suo posto.
Tra baci roventi e mani avide, il desiderio
esplode in un groviglio di corpi e promesse
n…
L’aria della notte avvolgeva la stanza come un lenzuolo umido, denso di quel calore appiccicoso che si infila
sotto i vestiti e si attacca alla pelle. Le finestre, socchiuse appena quel tanto da far entrare un filo di brezza
tiepida, facevano danzare le tende di lino bianco, leggere come sospiri. Il balcone, stretto e lungo, era illuminato
solo dalla luce fioca di un lampione lontano, che disegnava ombre allungate sul pavimento di pietra.
Gis era appoggiata alla ringhiera, le braccia incrociate sotto il seno, la schiena leggermente inarcata. Indossava
una camicetta di seta nera, sbottonata abbastanza da lasciar intravedere la scollatura profonda, dove l’ombra tra
i seni si perdeva nel buio. I capelli, scuri e mossi, le cadevano su una spalla, e quando si mosse appena, una ciocca
le sfiorò il collo, facendola rabbrividire. Non si voltò quando i passi si avvicinarono alle sue spalle. Lo sapeva.
Sentiva il peso dello sguardo su di lei, come una carezza che non osava ancora toccare.
«Ci hai messo un po’…» La sua voce era bassa, quasi un mormorio, ma in quella quietudine si udì distintamente.
Un mezzo sorriso le curvò le labbra, mentre le dita si stringevano attorno alla ringhiera, le unghie smaltate di
rosso scuro che affondavano appena nel legno consumato. Non c’era impazienza in quel rimprovero, solo la
consapevolezza di un’attesa che stava per finire.
Lui si fermò a un passo da lei, abbastanza vicino da sentire il profumo che si sprigionava dalla sua
pelle—qualcosa di dolce e speziato, come vaniglia bruciata e un tocco di tabacco. Il silenzio tra loro non era
vuoto, ma pieno, carico di tutto ciò che non veniva detto. Le spalle di Gis si rilassarono appena, come se quel
presenza alle sue spalle le desse un permesso tacito, la libertà di lasciarsi andare a qualcosa che covava da
troppo tempo.
Dentro la camera, separata dal balcone solo da una portafinestra aperta, Nicole era seduta sul bordo del letto.
Le gambe accavallate, il vestito corto di raso blu notte che le aderiva alle cosce, lasciando poco
all’immaginazione. Le dita scorrevano lente sul lenzuolo di seta, avanti e indietro, un movimento ipnotico, quasi
distratto. Ma i suoi occhi non si staccavano da loro due. Non sorrideva, non interveniva. Aspettava. Perché

sapeva che quel gioco non aveva bisogno di parole, non ancora. Le labbra leggermente dischiuse, umide, come se
avesse appena leccato via il gusto di un vino rosso troppo corposo.
Gis finalmente si voltò. Il movimento fu lento, calcolato, come se ogni centimetro di rotazione fosse una
concessione. Quando i loro sguardi si incrociarono, qualcosa scattò. Non era più solo complicità, quel legame
sottile che li teneva uniti da settimane di occhiate rubate e sorrisi ambigui. Era tensione pura, elettrica, quella
che fa contrarre i muscoli dello stomaco e serrare le cosce senza volerlo. Le pupille di lei si dilatarono appena, e
per un istante sembrò che smettesse di respirare. Lui non distolse lo sguardo, e in quel silenzio carico di
promesse, il mondo fuori dal balcone smise di esistere.
Un passo. Poi un altro.
Le loro mani si sfiorarono per caso—ormai non c’erano più casi, solo scelte. Le dita di lui si posarono sul polso di
lei, il pollice che accarezzava il battito accelerato sotto la pelle sottile. Gis non si tirò indietro. Anzi, si avvicinò
ancora, tanto che i loro corpi quasi si toccavano, separati solo da uno strato d’aria rovente. Il suo seno sfiorò il
petto di lui, e il contatto, anche se minimo, fu Enough to make her nipples harden against the thin fabric of her
blouse. Un brivido le percorse la schiena, e questa volta non fu per il vento.
Nicole si alzò dal letto.
Non fece rumore, ma la sua presenza si fece sentire come un’onda. Si avvicinò, i passi silenziosi sul parquet, fino
a fermarsi alle spalle di Gis. Non toccò nessuno dei due, non ancora. Ma il suo respiro, caldo e regolare, si
mescolò al loro, e quando parlò, la voce era bassa, quasi un sussurro contro l’orecchio di Gis.
«Stavate aspettando solo me, vero?»
Non era una domanda. Era una constatazione. Le sue dita, finalmente, si posarono sulla spalla di Gis, scivolando
giù lungo il braccio fino a sovrapporsi a quelle di lui, che ancora stringevano il polso di lei. Un tocco possessivo,
ma non geloso. Un invito.
Gis chiuse gli occhi per un istante, assaporando il peso di quelle mani su di lei—una davanti, una dietro, come se
fosse il centro di qualcosa che stava per esplodere. Quando li riaprì, lo sguardo che rivolse a lui era diverso. Più
scuro. Più affamato.
«Forse» mormorò, ma il tono era tutto fuorché incerto. Le labbra si schiusero, umide, e quando la lingua uscì per
bagnarle, fu un gesto lento, deliberato. Un’assaggio di ciò che sarebbe venuto dopo.
Lui non aspettò altro.
La attirò a sé con un movimento brusco, e questa volta non ci fu più spazio per i quasi-contatti. I loro corpi si
scontrarono, il seno di lei schiacciato contro il suo torace, i fianchi che si premettevano l’uno contro l’altro. Gis
gemette contro la sua bocca, un suono soffocato, e quando le labbra di lui si chiusero sulle sue, fu come se tutto
il calore della notte si concentrasse in quel punto. La lingua di lui si insinuò tra le sue labbra, esplorando,
reclamando, e Gis rispose con la stessa fame, i denti che sfioravano, le mani che si aggrappavano alle sue spalle
come se avesse paura di cadere.

Nicole non rimase a guardare.
Si avvicinò ancora, fino a premersi contro la schiena di Gis, le mani che scivolavano sui fianchi di lei, poi su, fino a
stringere i seni attraverso la seta della camicetta. Le dita si chiusero sui capezzoli già duri, strizzandoli appena, e
Gis si inarcò contro di lei con un gemito rotto, il corpo stretto tra loro due come in una morsa di piacere.
«Dio, quanto sei bagnata» sussurrò Nicole contro il suo collo, e Gis sentì le labbra di lei sulla pelle, calde e umide,
mentre i denti le mordevano appena il lobo dell’orecchio. Una mano di Nicole scivolò giù, lungo lo stomaco, fino
a insinuarsi sotto l’orlo della gonna. Le dita trovarono il calore umido tra le sue cosce, e quando sfiorarono il
clitoride già gonfio, Gis sobbalzò, strappando la bocca da quella di lui solo per ansimare, «Cazzo—»
Lui non la lasciò scappare.
La prese per i capelli, tirandole indietro la testa con forza sufficiente a farle inarcare la gola, esposta, vulnerabile.
La bocca di lui scese sul collo di lei, succhiando, mordendo, mentre le mani di Nicole lavoravano sotto la gonna,
due dita che si infilavano dentro di lei senza preavviso.
Gis urlò.
Non era un grido di dolore, ma di abbandono totale, il suono di una donna che sapeva di essere sul punto di
perdere ogni controllo. Le dita di Nicole si muovevano dentro di lei con ritmo implacabile, mentre il pollice
premeva sul clitoride, e lui intanto le mordeva la spalla, le mani che le strappavano la camicetta, i bottoni che
volavano via con un suono secco.
«Vi voglio entrambi» ansimò Gis, le parole rotte dai gemiti. «Adesso. Subito. Cazzo, fatemi venire.»
Non ci fu bisogno di chiedere due volte.
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