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Prime Esperienze

Il calore sotto il cappotto


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
06.03.2026    |    1.063    |    1 7.0
"Rita lo guardò, le guance in fiamme, il petto che si alzava e abbassava come se avesse appena corso una maratona..."
Mentre il film proietta la sua luce
argentata, Angelo e Rita si abbandonano a
un gioco di seduzione. La sua mano scivola
sotto il cappotto di lei, scoprendo una
passione ardente. Riusciranno a contenere
i loro desideri nella penombra del cinema?
La sala del Cinema Lux era avvolta in una penombra densa, rotta solo dal riverbero argentato dello schermo. Il
film era appena iniziato—qualche scena d’apertura con dialoghi ovattati, musica di sottofondo che si fondeva
con il ronzio dei proiettori. L’aria sapeva di popcorn stantio e cuoio dei sedili, con una punta di profumo
dolciastro, probabilmente quello di Rita, che si mescolava al freddo pungente portato dentro dai cappotti. Le
ultime file erano quasi deserte: solo loro due, Angelo e Rita, seduti vicini, le spalle appoggiate contro lo schienale
di velluto consunto.
Rita indossava un cappotto di lana scura, spesso, che le avvolgeva le gambe fino a metà coscia. Lo teneva chiuso,
anche se il riscaldamento della sala cominciava a farsi sentire. Ogni tanto si spostava leggermente sul sedile,
come se cercasse una posizione più comoda, ma in realtà era solo un modo per sfiorare la gamba di Angelo con la
propria. Lui portava un maglione scuro, le maniche arrotolate fino ai gomiti, e quando si muoveva, il tessuto si
tendeva sulle spalle larghe, facendo intravedere la linea dei muscoli sotto. Non stavano davvero guardando il
film. Ogni tanto Rita si chinava verso di lui, le labbra vicine all’orecchio, e sussurrava qualcosa—commenti sul
film, domande stupide, scuse per sentire il suo respiro caldo contro la pelle. Angelo rispondeva con un ghigno,
senza girare la testa, gli occhi ancora fissi sullo schermo come se nulla fosse.
Poi, lentamente, come se ci avesse pensato sopra per tutto il tempo, Angelo appoggiò la mano sul ginocchio di
Rita. Non un gesto casuale, non un tocco distratto: le dita si posarono con precisione, il palmo aperto, le punte
che premevano appena attraverso il tessuto del cappotto. Rita non si scostò. Non si irrigidì. Rimase lì, immobile,
con le labbra socchiuse e un sorriso appena accennato che si intravedeva nella luce tremolante delle immagini
proiettate. Le sue dita si contrassero leggermente sulla coscia di Angelo, come se volesse ancorarsi a qualcosa,
ma non disse nulla. Non servivano parole.
La mano di Angelo cominciò a scivolare verso l’alto. Non di scatto, non con fretta—ogni movimento era
misurato, quasi studiato, come se volesse dare a Rita il tempo di fermarlo. Ma lei non lo fece. Il suo respiro si
fece più corto, le costole che si alzavano e abbassavano sotto il cappotto con un ritmo più veloce. Quando le
dita di Angelo raggiunsero l’orlo del tessuto, esitarono per un secondo, come a chiedere permesso. Poi, senza
attendere una risposta che non sarebbe mai arrivata a parole, scivolarono sotto.

Il calore era immediato. La pelle di Rita bruciava sotto le sue dita, anche attraverso il collant sottile e la stoffa
delle mutandine. Lei serrò le cosce per un istante, un riflesso involontario, ma poi si costrinse a rilassarsi, le
ginocchia che si aprivano appena, appena abbastanza da lasciare spazio. Angelo non aveva bisogno di altre
conferme. Le sue dita tracciarono una linea lungo l’interno coscia, risalendo con una lentezza esasperante, fino a
quando non sentì il tessuto umido delle mutandine, già bagnate. Rita trattenne il fiato, le unghie che si
conficcavano nel palmo della propria mano, le labbra serrate per non lasciare sfuggire un suono. Sullo schermo,
qualcuno urlava, ma lei non sentiva nulla. Sentiva solo il polpastrello di Angelo che premeva contro il cotone, poi
si insinuava sotto, scostandolo con delicatezza.
Quando il dito medio di Angelo sfiorò finalmente le labbra della sua figa, Rita sobbalzò, un movimento
minuscolo, quasi impercettibile. Era bagnata fradicia, il calore che si irradiava da lì come una fornace. Lui non si
fermò. Con un movimento circolare, lento, cominciò a massaggiarle il clitoride, le dita che scivolavano nel suo
succo, il pollice che premeva appena sopra, dove il tessuto era più sensibile. Rita chiuse gli occhi per un secondo,
le palpebre che tremavano. Poi li riaprì, lo sguardo fisso davanti a sé, come se stesse davvero guardando il film.
Come se non avesse un dito che le stava aprendo la figa in una sala cinema semivuota.
Angelo non si accontentò di sfiorarla. Le sue dita scesero più giù, seguendo la scia bagnata, fino a trovare
l’ingresso stretto della sua vagina. Senza preavviso, ne infilò uno dentro, fino alla nocca. Rita sussultò, le dita che
si aggrappavano al bracciolo del sedile, le unghie che affondavano nel velluto. Non era preparata. Non si
aspettava che la penetrasse così, senza avviso, senza darle il tempo di adattarsi. Ma il suo corpo non mentiva: i
muscoli internos si contrassero attorno al dito, stringendolo, come se volessero trattenerlo lì dentro. Angelo
sentì il calore avvolgerlo, la pressione umida che lo risucchiava, e un brivido gli percorse la schiena.
«Cazzo, sei già fradicia», mormorò, così piano che solo lei poteva sentirlo. La sua voce era roca, quasi un ringhio,
le labbra vicine all’orecchio di Rita. Lei non rispose. Non poteva. Aveva la bocca aperta, il respiro che le usciva a
scatti, le tette che si alzavano e abbassavano sotto il cappotto ad ogni inspirazione affannosa. Angelo aggiunse
un secondo dito, allargandoli appena, stirando le pareti della sua figa, e Rita dovette mordersi il labbro inferiore
per non gemere. Sullo schermo, la scena era cambiata—adesso c’era un inseguimento, spari, urla. Nessuno si
sarebbe accorto di loro. Nessuno avrebbe sentito il suono bagnato dei dita di Angelo che scivolavano dentro e
fuori dalla sua ragazza, il rumore osceno dei suoi succhi che si mescolavano al fruscio dei vestiti.
«Ti piace, eh?» Angelo le sussurrò all’orecchio, le labbra che sfioravano il lobo, la lingua che usciva appena per
leccarlo. «Ti piace che ti scopa le dita mentre tutti guardano il film.» Rita scosse la testa, un gesto debole, poco
convincente. Ma il suo corpo diceva altro: la figa che si stringeva attorno alle sue dita, i fianchi che cominciavano
a muoversi in piccoli cerchi, come se cercassero di incastrarsi meglio su quella penetrazione. Angelo aumentò il
ritmo, le dita che affondavano più a fondo, il pollice che continuava a strofinarle il clitoride in cerchi stretti,
insistenti.
Rita non ce la faceva più. Le gambe le tremavano, le cosce che si stringevano attorno alla mano di Angelo, come
se volessero intrappolarla lì. Ogni volta che lui spingeva le dita dentro di lei, un’ondata di calore le percorreva la
pancia, salendo su fino ai capezzoli, che si erano induriti sotto il reggiseno, doloranti. Sentiva il sudore che le
imperlava la fronte, il cuore che le martellava nelle tempie. Sullo schermo, qualcuno moriva. Nella sala, qualcuno
rise. Ma lei non sentiva nulla. Sentiva solo il respiro di Angelo sul collo, le sue dita che la riempivano, che la
stiravano, che la facevano sentire vuota e piena allo stesso tempo.

«Vieni», le ordinò lui, la voce un sussurro grezzo. «Vieni sulla mia mano, puttana.» E fu quello a farla crollare. Le
parole, la loro volgarità, la verità che portavano con sé. Rita chiuse gli occhi, le labbra che si aprivano in un
sospiro silenzioso, e poi venne. Non un orgasmo forte, non un grido—solo un tremore profondo, i muscoli che si
contraevano attorno alle dita di Angelo, i succhi che le colavano lungo le cosce, bagnando ancora di più la sua
mano. Lui non si fermò. Continuò a muovere le dita dentro di lei, allungando l’orgasmo, facendola gemere piano,
i denti affondati nel labbro inferiore per non fare rumore.
Quando finalmente si ritirò, le dita lucide dei suoi succhi, Angelo se le portò alle labbra e le leccò, uno alla volta,
senza staccarle gli occhi di dosso. Rita lo guardò, le guance in fiamme, il petto che si alzava e abbassava come se
avesse appena corso una maratona. Non disse nulla. Non ce n’era bisogno. Sullo schermo, il film continuava. Ma
loro erano già passati a qualcosa di molto più interessante.
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