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“Morire nella sua figa”


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
09.07.2025    |    994    |    0 8.0
"«Angelo… ti rendi conto? È stata la giornata più fottutamente intensa della mia vita..."
Mattina – Lidia

Il sole era già alto quando Angelo uscì in veranda.
Tazzina di caffè tra le dita, sguardo fisso al cielo. La routine, sempre uguale.
E poi, lei. Lidia.

Cinquant’anni di pura fame, minigonna cucita addosso come una promessa, canottiera leggera senza reggiseno, capezzoli tesi sotto il cotone sottile.
Il marito, elettricista, già fuori da ore.

Attraversò il cortile con i fianchi che ondeggiavano come onde di un mare deciso.
Lo sguardo puntato su di lui. Angelo. Sessant’anni.
Mani forti. Sguardo sicuro. E quel cazzo… vivo, duro, orgoglioso sotto i pantaloni di lino.

«Ciao Angelo… fa caldo oggi… ma la tua veranda sembra più fresca…» sussurrò.

Lui non rispose. Le prese la mano e la portò dentro casa, chiudendo la porta alle loro spalle.
Lei si voltò con decisione, lo spinse contro il muro e gli afferrò l’erezione.

«Questo è per me, vero?» mormorò, inginocchiandosi senza esitazioni.

La sua bocca calda lo accolse. Un bacio profondo, senza vergogna.
Succhiava con fame, aumentava il ritmo, lo guardava da sotto con quegli occhi pieni di desiderio e potere.
Le mani di lui tra i suoi capelli. Il respiro che si faceva ansimante.

«Alzati, Lidia…» le disse con voce roca.

Lei si girò. Lui le sollevò la minigonna. Nessuno slip.
Una figa gonfia, lucida, già spalancata di voglia.
Una spinta e il cazzo affondò, fino in fondo.
Un gemito. Poi il ritmo. Il suono del sesso vero, nudo, diretto. Il suo culo che sbatteva contro i suoi fianchi. I respiri spezzati.

«Più forte… scopami come se fossi l’unica figa rimasta al mondo!» urlò, piegata sul tavolo.

E lui lo fece. Le mani che stringevano forte. Le spinte sempre più dure. I corpi che tremavano.
L’orgasmo li attraversò insieme, come una scossa.
Restarono lì, in silenzio. Sudati. Sazi.
Per poco.

Lei si voltò, le cosce ancora tremanti.
«Domani mio marito è via tutto il giorno… preparati, perché questa figa non si sazia mai.»



Mezzogiorno – Il Ritorno

Erano passati forse trenta minuti.
Angelo era sul balcone, una sigaretta tra le dita, il cuore ancora agitato.

Poi, tre colpi secchi alla porta.

Aprì. Lidia era di nuovo lì.

«Hai lasciato la porta aperta…» disse, con quel sorriso sporco che lo faceva impazzire.

Niente canottiera. Solo un reggiseno nero in pizzo trasparente. Capezzoli tesi. Sguardo da puttana consapevole.

«Lidia… pensavo ti bastasse stamattina.»

«Hai davvero pensato che una sola scopata potesse saziarmi?»
Gli si avvicinò. Mani sul suo petto. Labbra al collo.

«Hai un cazzo che vale oro. Lo voglio ancora. Posso?»

Lui la prese per il polso. In camera.
Seduto sul bordo del letto.

«Spogliati.»

Lei obbedì. Prima il reggiseno. Poi la minigonna. Il suo corpo nudo era poesia sporca.
Si voltò, fiera. Rasata. Umida.

«Vieni qui. Siediti sulla mia faccia.»

Lei esitò. Poi si morse il labbro.
«Sicuro?»

«Ti lecco finché tremi.»

Lei salì a cavalcioni sul suo viso. La sua figa calda gli esplose sulla bocca.
Il sapore era droga. La lingua si muoveva come un condannato a morte che vuole morire lì.
Lei gemeva, si stringeva, si agitava.

«Mio Dio… Angelo… sì… continua…»

Tremava. Veniva. Lo guardava come se lui fosse la sola cosa vera rimasta al mondo.

Poi la prese da dietro. Le mani sui fianchi. Il cazzo che tornava dentro.
«Adesso ti scopo per davvero. Ti sfondo quel culo come meriti.»

Lei annuì. «Fallo. È tuo. Ogni buco. Ogni gemito. Ogni goccia di me.»

La scopata fu brutale. Meravigliosa. Senza grazia. Solo carne e voglia.



Pomeriggio – Fame continua

Ore 8:12 del mattino seguente.

Angelo si svegliò con un solo pensiero: Lidia.

La mano già tra le gambe. L’erezione viva.
Tre colpi alla porta.

Aprì. Mutande tirate. Lei, con una tazzina di caffè e una vestaglia leggera.
Nulla sotto.

«Ti svegli sempre così, Angelo?»
«Solo da quando sogno la tua figa.»

Entrò. Si inginocchiò. Le mutande caddero.
E la sua bocca riprese il suo lavoro, lenta, poi affamata.

«Senti quanto mi piace» sussurrava, succhiando e sputando.

Lui venne in bocca. Lei inghiottì tutto. Si leccò le labbra.
«Ora colazione vera.»

La spogliò. La sollevò. La portò in cucina.
Sul tavolo, gambe aperte.
La figa calda, viva, bagnata da far rumore.
Scoparono sotto il sole del mattino, mentre lei gemeva il suo nome, piegata, sudata.



Doccia – Ora di pranzo

Ore 11:42. La doccia.

Lei si insaponava davanti a lui.
Si piegò. Il culo offerto.
Un dito. Poi due.

«Mi stai provocando, stronza» sussurrò.

Lei si voltò. «Voglio il cazzo nel culo. Adesso.»

Glielo diede. Forte. Deciso.
Lei si aggrappava al vetro. Urlava. Veniva tremando.
Lui le venne sulla schiena. Ansimava.
Lei rideva.
Sazia. Ancora per poco.



Letto – Pomeriggio di fuoco

Ore 15:20

Sul letto. Nudi. Lei gli massaggiava l’erezione.
«Non abbiamo ancora finito, vero?»

«Con te… non finisce mai.»

Lei salì sopra. La figa lo accolse come se non aspettasse altro.

«Fammi venire mentre ti guardo. Fammi sentire ogni vena del tuo cazzo.»

Lo cavalcò come una condannata alla voglia.
Sudore. Graffi. Urla.

Vennero insieme. Forti. Vivi.



Sera – L’ultima volta

Ore 19:47
Sul divano. Nudi. Un bicchiere di vino.

«Sai che ti adoro, vero?» disse lei.
«Io so solo che senza la tua figa… oggi sarei morto.»

Lei rise. Lo guardò.
«Una scopata prima di cena? Così digeriamo meglio…»



Notte – Morire in lei

Era sera.
La casa odorava di vino, sesso e pelle.
Lidia era ancora lì.
Segnata. Viva.
La figa gonfia. Le cosce rosse. I graffi come medaglie.

«Angelo… ti rendi conto? È stata la giornata più fottutamente intensa della mia vita.»

Lui le prese il viso.
«Scopami come se fosse l’ultima volta. Come se non ci fosse un domani.»

Lei si stese sul letto. Le gambe aperte.
«Allora fallo. Vienimi dentro. Fammi svenire.»

Lui entrò. Forte. Ogni spinta era un addio.
«Angelo… sto venendo… vieni anche tu… fammi esplodere…»

E lo fece.
Un’esplosione.
Un addio.
Un orgasmo che portava via tutto.

Poi… il buio.



Epilogo – Lapide

Lo trovò così.
Il viso sul suo petto.
Il cazzo ancora dentro.
Il cuore fermo.

Non chiamò nessuno.
Si rivestì. Lentamente.
Lo lasciò lì. Nudo. In pace.

Sulla sua lapide, nessun fiore. Solo una frase:

“Qui giace Angelo. È morto dove ha vissuto: dentro una figa affamata.”
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