tradimenti
Il marchio della carne
Angel1965
23.03.2026 |
883 |
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"Un dito le tracciò il solco, dalla figa al culo, e lei sobbalzò quando lui
premette contro l’anello di muscoli già martoriati..."
Mery, ancora segnata dalla notte conMarco, si sveglia sola nel letto coniugale.
Quando lui arriva, il suo corpo risponde
prima della mente, ma il gioco di potere e
piacere che ne segue minaccia di esporre il
loro segreto, con Francesco sempre più
vicino.
La luce del mattino filtrava attraverso le tende semiaperte, disegnando strisce dorate sul corpo nudo di Mery,
ancora distesa tra le lenzuola sfatte. Il lenzuolo, aggrovigliato attorno alle sue cosce, nascondeva a malapena i
segni della notte precedente: striature rosse dove le dita di Marco l’avevano afferrata, un lieve gonfiore tra le
gambe, e quel bruciore sordo nell’ano, ricordole di come lui l’avesse aperta, strappandole un piacere così intenso
da farle dimenticare il dolore. Il suo respiro era lento, quasi assopito, ma sotto la superficie, qualcosa già pulsava,
come un motore acceso left in standby.
Dall’altro lato del letto, il materasso era freddo. Francesco se n’era andato da ore, come ogni mattina, con quel
suo passo pesante e quel borbottio assonnato che lei ormai ascoltava solo per abitudine. La porta d’ingresso si
era chiusa alle sette in punto, e il silenzio che era seguito era stato rotto solo dal rumore dell’acqua nella doccia,
dove Mery si era lavata via i residui di lubrificante e sangue, sentendo l’acqua calda pizzicarle le ferite aperte. Ma
ora, sdraiata a pancia in giù, con il viso affondato nel cuscino che ancora odorava di sudore e sperma, non
riusciva a pensare ad altro che a come quel dolore, invece di svanire, si fosse trasformato in un prurito insistente,
una fame che le serpeggiava nelle viscere.
Fu il rumore della zip dei jeans ad aprirsi a strapparla dai suoi pensieri.
Marco era in piedi accanto al letto, la camicia slacciata che lasciava intravedere il torace scolpito, i peli scuri che
si assottigliavano verso l’addome. I suoi occhi, scuri e lucidi, erano fissi su di lei, mentre con una mano si liberava
già il cazzo, che spuntò fuori turgido, la punta umida e rossa, le vene gonfie come corde tese. Non aveva
nemmeno bisogno di toccarsi: era duro come marmo, la pelle tirata così tanto che sembrava sul punto di
spaccarsi. Un rivolo di pre-sperma colava lungo l’asta, appiccicoso, e lui lo spalmò con il pollice, strofinandolo
sulla punta con un gesto lento, quasi meditato.
«Guarda che schifo ti fa il mio cazzo, troia», sussurrò, la voce rauca di sonno e desiderio. «E tu sei lì, sdraiata
come una puttana sazia, ma so che la tua figa sta già frignando.»
Mery sollevò appena la testa, i capelli incollati alla guancia sudaticcia. Lo guardò da sotto le ciglia, le labbra
ancora gonfie per averlo succhiato la notte prima. Non rispose. Non ce n’era bisogno. Il suo corpo parlava per
lei: le cosce si strusciarono l’una contro l’altra, un movimento involontario, e quando lui si chinò in avanti,
afferrandole il mento tra pollice e indice, lei aprì la bocca senza resistere.
Marco non le diede un bacio. Le sputò dentro.
Un fiotto caldo e denso le colò sulla lingua, salato, spesso, e lei lo ingoiò con un singulto, sentendo la saliva
mescolarsi a quel sapore amaro. Lui non distolse lo sguardo, osservando come la sua gola lavorasse, come le
labbra si chiudessero attorno a nulla, come se stesse ancora succhiando. Poi, con un ghigno, le strusciò il pollice
sulle labbra, raccogliendo le gocce residue.
«Brava. Ora apri quelle cosce e fammi vedere quanto sei bagnata.»
Non era una richiesta.
Mery si mosse lentamente, come se ogni muscolo le facesse male—e in effetti era così. Rotolò sulla schiena, le
lenzuola che scivolavano via dal suo corpo, rivelando i seni pesanti, i capezzoli duri come sassolini, la pancia che
si sollevava a ogni respiro affannoso. Quando allargò le gambe, il dolore all’ano si riaccese, un lampo acuto che le
fece stringere i denti, ma non le importava. Non più.
Era fradicia.
Il suo sesso luccicava, le labbra gonfie e scure, aperte come un fiore troppo maturo. Il buco era visibile, umido, e
quando Marco si inginocchiò sul letto, avvicinando il viso, lei sentì il suo respiro caldo sulla pelle irritata.
«Porca puttana», ringhiò lui, passandole un dito lungo tutta la fessura, dalla figa al culo, raccogliendo la sua
umidità. «Sei una fontana. Ti piace, eh? Ti piace che ti scoperchi il buco mentre quel cornuto di tuo marito va a
lavorare come un coglione.»
Mery ansimò quando lui premette il dito contro il suo clitoride, strofinandolo in cerchi lenti, quasi crudele.
«S-sì», ammise, la voce rotta. «Mi piace… mi piace che mi usi qui. Nel nostro letto.»
Marco rise, un suono basso e sporco. «Il vostro letto, troia. Ma non è il suo cazzo che ti riempie, eh?» Senza
preavviso, affondò due dita dentro di lei, curvandole contro quel punto che la faceva impazzire. Mery inarcò la
schiena, un grido strozzato che le sfuggì dalle labbra, le unghie che affondavano nei palmi delle mani. Lui non
smise. Anzi, aggiunse un terzo dito, allargandola, stirandola, mentre con l’altra mano le torceva un capezzolo,
pizzicandolo fino a farle venire le lacrime agli occhi.
«Dimmelo», ordinò, la bocca così vicina al suo orecchio che lei sentiva il calore delle sue parole. «Dimmi chi ti
scopa meglio.»
«T-tu», gemette lei, le cosce che tremavano. «Solo tu, Marco… cazzo, solo tu.»
Lui le morse il lobo dell’orecchio, abbastanza forte da farle male. «Brava puttana.» Poi si ritirò, lasciandola vuota,
tremante, il corpo che pulsava di bisogno. Si alzò in piedi, il cazzo che oscillava pesante, la punta già lucida di
nuovo pre-sperma. «Girati. In ginocchio. Come la scorsa notte.»
Mery obbedì senza esitare. Si mise carponi, il culo in aria, le spalle curve, i capelli che le ricadevano sul viso. Sentì
Marco dietro di sé, le sue mani che le afferrarono i fianchi, i pollici che le allargavano le natiche, esponendo il
buco ancora arrossato, leggermente gonfio. Un dito le tracciò il solco, dalla figa al culo, e lei sobbalzò quando lui
premette contro l’anello di muscoli già martoriati.
«Sei sicura, troia?», le chiese, anche se sapeva già la risposta. «Perché stavolta non mi fermo se sanguini.»
Mery chiuse gli occhi, respirando a fondo. «Fallo», sussurrò. «Voglio sentirtelo dentro. Voglio che mi scopi come
se fossi tua.»
Marco non perse tempo. Non c’era bisogno di lubrificante: lei era così bagnata che il suo stesso succo colava
lungo le cosce. Spinse la punta del cazzo contro di lei, sentendola resistere, stringersi, e poi, con una spinta
decisa, sfondò.
Il dolore fu immediato, un lampo bianco che le attraversò la spina dorsale. Mery gridò, le dita che affondavano
nel materasso, le lacrime che le scorrevano giù per le guance. Ma sotto il dolore, c’era qualcosa d’altro: un calore
che si espandeva, un senso di pienezza che le riempiva la pancia, come se lui la stesse marcando dall’interno.
«Cazzo, sei stretta», ringhiò Marco, affondando ancora, centimetro dopo centimetro, senza pietà. «Stringi così
forte che mi strozzi il cazzo.»
Le sue parole erano sporche, brutali, eppure Mery si ritrovò a spingere indietro contro di lui, cercando di
prendere di più, nonostante il bruciore. Lui le afferrò i capelli, tirandole la testa all’indietro, costringendola ad
inarcare la schiena ancora di più. «Ti piace, eh? Ti piace che ti rompa il culo mentre quel povero stronzetto ti
crede sua.»
«Sì!», urlò lei, la voce rotta. «Sì, cazzo, sì!»
Marco cominciò a muoversi, con colpi brevi all’inizio, poi sempre più profondi, ogni affondo che le strappava un
gemito o un singhiozzo. Lei poteva sentire il suo cazzo che le sfregava contro le pareti interne, che le stirva l’ano
fino a farle venire voglia di piangere. Ma non voleva che smettesse. Mai.
«Sei mia», ansimò lui, le dita che le scavavano nella carne dei fianchi, lasciandole dei segni che sarebbero durati
giorni. «Questa figa è mia. Questo culo è mio. Questo buco rotto è mio.»
Mery non riuscì a rispondere. Un orgasmo la colpì all’improvviso, violento, le gambe che tremavano, il sesso che
si contraeva attorno al nulla, come se volesse disperatamente essere riempito anche lì. Marco non si fermò. Anzi,
aumentò il ritmo, i suoi testicoli che sbattevano contro di lei ad ogni spinta, il sudore che gli colava giù per la
schiena.
«Vengo», avvertì, la voce un ringhio. «Vengo dentro questo culo stretto, troia.»
E lo fece. Con un ultimo affondo brutale, si piantò fino in fondo, il cazzo che pulsava mentre si svuotava nel
preservativo, riempiendolo di sperma caldo. Mery sentì ogni spasma, ogni getto, come se fosse dentro di lei
senza barriere, e quel pensiero la fece venire di nuovo, più forte, le lacrime che si mescolavano al sudore, il corpo
che crollava sotto di lui.
Marco rimase lì per un momento, ancora dentro di lei, respirando affannosamente. Poi si ritirò lentamente, e
Mery sentì il vuoto lasciato da lui, un dolore sordo che le ricordava esattamente cosa avevano fatto.
Si accasciò sul letto, le braccia tremanti, incapace anche solo di reggersi in piedi. Marco si sdraiò accanto a lei,
passandole un braccio attorno alla vita, attirandola contro il suo petto sudato. «Domani», mormorò, le labbra
contro i suoi capelli, «ti scoperò qui mentre lui è in cucina. Voglio che senta quanto sei mia.»
Mery non rispose. Sorrise solo, gli occhi chiusi, il corpo dolorante e soddisfatto.
Sapeva che l’avrebbe fatto. E non vedeva l’ora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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