tradimenti
La tentazione dell’accappatoio verde
Angel1965
15.04.2026 |
1.059 |
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"Le sollevai una gamba, gliela
feci avvolgere intorno alla vita, e con una spinta secca, la penetrai..."
In una calda mattina estiva, Angelo vienesorpreso da Marina, la sua vicina, che si
presenta alla sua porta in accappatoio,
dichiarando apertamente il suo desiderio.
Tra sguardi complici e tensioni represse, i
due cedono a una passione sfrenata,
trasformando una tranquilla colazione in un
incontro …
Era una di quelle mattine di fine estate in cui l’aria sembrava ferma, appiccicosa, come se il caldo si fosse
incollato alla pelle. Avevo appena finito la colazione, un caffè amaro e una fetta di pane tostato con la
marmellata di albicocche che mi preparavo da solo da quando mia moglie se n’era andata. La casa era silenziosa,
troppo silenziosa, e quel silenzio mi pesava addosso come un mantello bagnato. Mi ero seduto in sala, con le
persiane semiabbassate per tenere fuori il sole rovente, quando il campanello squillò.
Non me l’aspettavo. Non a quell’ora. Non da mesi, a dire il vero, che qualcuno suonasse alla mia porta senza
preavviso. Mi alzai lentamente, passandomi una mano tra i capelli grigi, ancora umidi dopo la doccia. Mi sistemai
la maglietta bianca, quella leggera, che si appiccicava un po’ sulla pancia – gli anni e la buona cucina si vedevano,
non c’era da fare i finti tonti. Quando aprii, mi trovai davanti Marina.
Era lì, sulla soglia, con addosso solo un accappatoio di spugna verde, quello che le arrivava appena sopra il
ginocchio e che lasciava intravedere la scollatura generosa, la pelle ancora abbronzata dalle vacanze al mare. I
capelli castani, striati di qualche filo bianco, erano raccolti in una crocchia disordinata, come se si fosse appena
svegliata. Ma erano gli occhi a colpirmi: verdi, lucidi, con quella luce che conoscevo bene, quella che aveva
quando voleva qualcosa. E questa volta, quel qualcosa ero io.
«Angelo», disse, la voce un po’ roca, come se avesse fumato troppo la sera prima. Si morse il labbro inferiore, un
gesto che le facevo sempre notare quando ci incontravamo al bar sotto casa, quando Gigi non c’era. «Scusa se ti
disturbo così presto.»
Io rimasi lì, con la mano ancora sulla maniglia, il cuore che aveva iniziato a battere un po’ più forte. «Figurati,
Marina. Che succede?»
Lei fece un passo avanti, abbastanza da farmi sentire il profumo del suo dopobarba – qualcosa di dolce,
vanigliato, misto all’odore caldo della sua pelle. «Gigi è al lavoro. Parte presto, torna tardi. E io…» Si interruppe,
abbassò lo sguardo per un secondo, poi lo risalì lungo il mio corpo, lentamente, come se mi stesse spogliando
con gli occhi. «È molto tempo che voglio scopare con te.»
Le parole mi colpirono dritto allo stomaco, poi più in basso, dove il sangue iniziò a scorrere più veloce. Non era
la prima volta che flirtavamo, no. C’erano stati sguardi rubati mentre portavo fuori la spazzatura, sfioramenti
casuali quando ci passavamo la bottiglia di vino durante le cene tra vicini. Ma sentirglielo dire così, senza giri di
parole, senza la scusa dell’alcol o della noia, era tutta un’altra cosa.
«Marina», dissi, la voce più bassa del solito. «Sei sicura?»
Lei rise, una risata bassa, sensuale, che mi fece venire la pelle d’oca. «Cazzo, Angelo, ho cinquantacinque anni,
non quindici. So quello che voglio.» E senza aspettare risposta, fece un altro passo avanti, abbastanza da farmi
indietreggiare di riflesso, abbastanza da entrare in casa mia. Richiuse la porta alle sue spalle con un colpo secco
del tallone, poi mi mise le mani sul petto, le dita che si insinuavano tra i peli grigi, affondando leggermente nella
carne.
«Allora?» chiese, inclinando la testa, le labbra a un soffio dalle mie.
Non ebbi bisogno di rispondere. Le presi il viso tra le mani e la baciai.
Fu un bacio diverso da quelli che davo a mia moglie, diversi da quelli che mi ero scordato di dare dopo anni di
matrimonio logoro. Era un bacio affamato, bagnato, con le lingue che si cercavano senza pudore, i denti che si
scontravano per la fretta. Marina gemette contro la mia bocca, un suono gutturale, e io sentii il suo corpo
premersi contro il mio, i seni morbidi schiacciati contro il petto, il ventre che si muoveva in cerchi lenti,
provocatori.
«Dio, quanto tempo», mormorò tra un bacio e l’altro, le mani che scendevano lungo i miei fianchi, poi risalivano
sotto la maglietta, le unghie che mi graffiavano la schiena. «Ti ho guardato per mesi, Angelo. Ti ho immaginato
nudo, ti ho immaginato dentro di me.»
Le parole mi fecero venire un’erezione istantanea, il cazzo che si gonfiava contro i pantaloni del pigiama,
premendo contro la sua coscia. Non potevo più aspettare. La spinsi contro il muro dell’ingresso, sentendo il suo
respiro mozzarsi quando la schiena sbatté contro l’intonaco. Le affondai una mano tra i capelli, tirandole indietro
la testa per esporle la gola, e ci piantai i denti, succhiando la pelle fino a lasciare un segno rosso.
«Ah, sì», ansimò, le dita che mi stringevano le braccia, le unghie che mi segnavano. «Così. Così voglio che mi
tratti.»
Le sfilai l’accappatoio dalle spalle con un movimento brusco, lasciandolo cadere ai suoi piedi. Sotto, era nuda.
Completamente nuda. Il corpo maturo, con le curve generose, i seni pesanti che oscillavano leggermente ad ogni
respiro, i capezzoli scuri e duri come sassolini. La pancia morbida, con quelle smagliature argentate che
raccontavano una vita vissuta, due figli partoriti, un corpo che aveva amato e era stato amato. E più in giù, il
pube folto, riccio, già bagnato, le cosce robuste che tremavano leggermente quando le allargai con un ginocchio.
«Porca puttana», sussurrai, passandomi una mano sulla bocca. «Sei bellissima.»
Lei rise di nuovo, ma questa volta era un suono più roco, più disperato. «Non fare il gentiluomo ora, Angelo.
Voglio il tuo cazzo. Voglio sentirti dentro.»
Non me lo feci ripetere due volte. Mi sfilai i pantaloni del pigiama in fretta, il cazzo che saltò fuori già duro,
grosso, con la punta lucida di pre-sperma. Marina lo guardò con gli occhi sgranati, poi allungò una mano e me lo
strinse, forte, facendomi gemere.
«È grosso», disse, più a sé stessa che a me, mentre lo accarezzava dalla base alla punta, il pollice che spalmava
quel liquido appiccicoso. «Mi farai male.»
«Ti piacerà», risposi, afferrandole i capelli con entrambe le mani e spingendola in ginocchio.
Non oppose resistenza. Anzi, si lasciò cadere volutamente, le mani che mi stringevano le natiche, le labbra che si
aprivano in un sorriso malizioso prima di inghiottire la punta del mio cazzo. Il calore della sua bocca fu una scossa
elettrica, la lingua che girava intorno al gland, le guance che si incavavano mentre mi prendeva sempre di più,
sempre più a fondo, fino a quando non sentii la punta sfiorarle la gola.
«Cazzo, Marina», ringhiai, le dita che le stringevano i capelli così forte che doveva farle male. Ma lei non si fermò.
Anzi, iniziò a muoversi, la testa che andava avanti e indietro, le labbra strette intorno all’asta, la saliva che colava
dagli angoli della bocca, bagnandomi le palle. Ogni volta che risaliva, mi leccava la punta come un gelato, poi
tornava giù, più veloce, più profonda, fino a quando non iniziò a fare quel rumore, quel gluck gluck umido che mi
faceva venire i brividi lungo la schiena.
«Sei una troia», le dissi, spingendole la testa giù fino a quando non sentii il naso premere contro il pube. «La
troia del mio cazzo.»
Lei gemette in risposta, le vibrazioni che mi percorrevano tutto il membro, e io non resistetti più. La tirai su per i
capelli, la spinsi contro il muro di nuovo, e questa volta non ci furono preamboli. Le sollevai una gamba, gliela
feci avvolgere intorno alla vita, e con una spinta secca, la penetrai.
Marina urlò. Non era un grido di dolore, no. Era un suono animalesco, di pura, sfrenata eccitazione. Era stretta,
bagnatissima, le pareti della sua figa che mi stringevano come una morsa, i muscoli che pulsavano intorno al mio
cazzo mentre affondavo fino in fondo.
«Dio, sì!», gridò, le unghie che mi squarciavano la schiena, i talloni che mi spingevano più a fondo. «Così, Angelo!
Scopami come si scopa una puttana!»
E io lo feci. La presi con una furia che non credevo di avere ancora, le natiche che sbattevano contro il muro ad
ogni spinta, il sudore che ci colava addosso, mescolandosi ai nostri gemiti. Ogni volta che entravo in lei, sentivo il
suo clitoride sfregare contro il mio pube, gonfio, duro, e sapevo che stava per venire. Lo sentivo dal modo in cui i
suoi muscoli si contraevano, dal modo in cui il suo respiro diventava sempre più corto, più affannoso.
«Vieni per me», le ordinai, affondando le dita nei suoi fianchi, lasciandole dei segni rossi sulla pelle. «Vieni sul mio
cazzo, Marina.»
E lei obbedì. Con un grido strozzato, si inarcò contro di me, le pareti della sua figa che mi strizzavano
ritmicamente, il corpo scosso dai brividi dell’orgasmo. Sentirla venire fu troppo. Con un ultimo affondo, venni
anch’io, lo sperma che mi esplodeva dentro di lei in getti caldi, riempiendola, marcandola.
Rimanemmo così per un momento, ansimanti, sudati, appiccicati l’uno all’altra. Poi Marina mi guardò, gli occhi
lucidi, le labbra gonfie per i baci e per avermi succhiato, e rise.
«Dio», disse, passandosi una mano tra i capelli sudati. «Questo sì che è un buon inizio di giornata.»
Io sorrisi, le diedi un bacio lento, assaporando ancora il sapore del suo rossetto sulle labbra. «E dire che Gigi non
sa nemmen che cazzo si perde.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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