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Prime Esperienze

Bruciare sotto il sole


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
23.04.2026    |    389    |    0 6.0
"Nicole non ebbe nemmeno il tempo di reagire che lui si chinò, catturando un capezzolo tra le labbra, succhiando con una forza che le fece inarcare la schiena..."
Storia di pura fantasia
Nicole, una giovane donna sensuale,
incontra uno sconosciuto più grande in una
strada affollata di Salvador. Il loro sguardo
si incrocia, e l'attrazione è immediata,
portando a un incontro appassionato e
selvaggio contro un muro, mentre il mondo
intorno a loro sembra svanire.
Il sole di Salvador batteva implacabile sulle strade acciottolate di Pelourinho, facendole brillare come un mare di
pietre dorate. L’aria era densa, satura del profumo di moqueca che si mescolava al sudore dolce delle donne in
abiti leggeri e al tanfo metallico dei motori dei bus che ansimavano in salita. Nicole camminava a passi lenti, i
fianchi ondeggianti sotto la gonna corta di jeans sbiadito che le aderiva alle cosce come una seconda pelle. Ogni
movimento faceva sussultare i muscoli delle gambe, tonici per le ore passate a ballare forró nei club affollati,
dove i corpi si sfioravano e il ritmo era più caldo del clima.
Aveva ventun anni, ma il suo corpo portava la memoria di una sensualità che affondava radici ben più profonde.
La pelle color miele, lucida di un velo di sudore, rifletteva la luce come olio versato su legno scuro. I capelli, una
cascata di ricci neri e ribelli, le ricadevano sulle spalle in ciocche umide, alcune appiccicate alla nuca, altre che le
sfioravano il seno ogni volta che si voltava. Sotto la canottiera bianca, stretta e sottile, i capezzoli si indurivano a
ogni folata di vento, due puntini scuri che premevano contro il cotone come se volessero bucarlo. Non portava
reggiseno. Non ne aveva bisogno. I seni, sodi e rotondi, stavano al loro posto anche quando correva, anche
quando ballava fino all’alba, anche quando si dimenava sotto un uomo—o sopra, a seconda di come le girava.
Quella mattina, però, non c’era nessuno a guardarla. O almeno, così credeva.
Si fermò davanti a una bottega di cachaça, appoggiando una mano sul muro rugoso per slacciare il sandalo che le
strofinava il tallone. Il gesto fece tendere i muscoli della coscia, e la gonna si sollevò appena, scoprendo un
lembo di pelle più chiara dove il sole non arrivava mai. Non si accorse dell’ombra che si era staccata dal porticato
di fronte, né degli occhi che si fissarono su quel particolare, sulla curva del gluteo che si intravedeva quando si
piegò in avanti. Se l’avesse saputo, forse avrebbe sorrise. Forse avrebbe giocato un po’ con lo sguardo, come
faceva sempre quando si sentiva osservata. Ma quel giorno era distratta, il telefono in mano vibrava con
messaggi che non voleva leggere.
—Tia, quando torni? La nonna sta male.

—Nicole, rispondi, per favore.
—Dove sei?
Scorse le notifiche con un dito, le unghie smaltate di rosso scuro—lo stesso rosso delle labbra, lo stesso che
avrebbe voluto vedere sulle lenzuola dopo una notte passata a mordicchiarsi a vicenda con qualcuno. Ma non
c’era nessuno, da settimane. Solo le mani degli sconosciuti nei club, che le palpeggiavano il culo al ritmo della
musica, e lei lasciava fare, perché almeno così sentiva qualcosa. Qualcosa di caldo, di vivo, che le ricordava che
non era solo una figlia, una nipote, una studentessa con i debiti e le bollette da pagare. Era anche carne.
Desiderio. Un fuoco che le bruciava tra le gambe e che non sapeva più come spegnere.
Chiuse gli occhi per un secondo, inspirando a fondo. L’odore di frutta marcia e benzina le riempì i polmoni, misto
a qualcosa di più intimo—il proprio sudore, il profumo di vaniglia del bagnoschiuma economico che usava, il
sentore metallico del sangue quando le veniva il ciclo. Era tutto troppo. Troppo caldo, troppo stretto, troppo
vivo. Si passò una mano tra i capelli, le dita che si impigliavano nei ricci, e quando riaprì gli occhi, lo vide.
Lui.
Non era un ragazzo. Era un uomo. Almeno quaranta, forse di più, con la barba grigia tagliata corta e gli occhi di
un verde così scuro da sembrare neri. Indossava una camicia bianca, le maniche arrotolate fino ai gomiti, e i peli
scuri sulle braccia luccicavano di sudore. Era appoggiato al muro opposto, una sigaretta tra le dita, il fumo che si
arricciava nell’aria come un serpente pigro. Ma non era il fumo a catturare la sua attenzione. Era lo sguardo di lui,
fisso su di lei, che scendeva lungo il corpo come una carezza lenta, si fermava sui seni, sull’addome piatto, sulle
gambe aperte nella posizione in cui si trovava ancora piegata.
Nicole non si mosse.
Non distolse lo sguardo.
Anzi, sorrise. Un sorrisetto tirato, quasi involontario, che le fece mordere il labbro inferiore. Sentì il sangue
affluire alle guance, ma non per imbarazzo. Per eccitazione. Perché quell’uomo la guardava come se volesse
divorarla, e lei, cazzo, aveva fame da troppo tempo.
Lui non disse nulla. Si limitò a fare un tiro dalla sigaretta, le labbra che si stringevano attorno al filtro, poi espulse
il fumo in un sospiro lento. Nicole seguì il movimento della sua gola, immaginando come sarebbe stato sentirla
sotto la propria lingua, sentire il battito accelerato mentre lui le affondava le dita nei fianchi. Si leccò le labbra
senza rendersene conto, e fu quello il segnale.
L’uomo si staccò dal muro.
Camminò verso di lei con una lentezza calcolata, i passi sicuri, le spalle larghe che sembravano occupare tutto lo
spazio tra i due edifici. Nicole si raddrizzò, ma non indietreggiò. Rimase lì, con il sandalo ancora slacciato, le dita
dei piedi che si arricciavano sull’asfalto rovente. Lui si fermò a un metro da lei, abbastanza vicino da farle sentire
il calore del suo corpo, l’odore di tabacco e cuoio e qualcosa di maschio, di sudato, che le fece stringere le cosce.

«Hai perso qualcosa?» La sua voce era bassa, rasposa, con un accento che non era di Bahía. Paulista, forse. O
mineiro. Non importava. Importava il modo in cui le parole le vibravano addosso, come se le avesse sussurrate
direttamente tra le gambe.
Nicole abbassò lo sguardo sul proprio piede nudo, poi lo risalì lungo il corpo di lui, fermandosi sull’inguine. La
patta dei pantaloni era tesa. Non poco. Abbastanza da farle venire l’acquolina in bocca.
«No» rispose, la voce più roca del solito. «Ma tu sì.»
Lui inarcò un sopracciglio, ma non sorrise. Non era il tipo che sorrideva. Era il tipo che prendeva. E Nicole, in
quel momento, voleva essere presa. Voleva essere sbattuta contro un muro, voleva sentire le mani di lui che le
strappavano i vestiti, voleva la sua bocca sul collo, i denti che le marcavano la pelle. Voleva bruciare.
L’uomo gettò la sigaretta a terra, schiacciandola con la punta della scarpa. Poi, senza preavviso, allungò una
mano e le afferrò il mento, le dita ruvide che le sollevavano il viso. Nicole non resistette. Anzi, socchiuse le
labbra, la lingua che guizzava fuori appena, umida, invitante. Lui emise un verso gutturale, qualcosa tra un ringhio
e un gemito, e poi la spinse indietro, fino a quando la schiena di lei non sbatté contro il muro della bottega.
Il colpo le tolse il fiato, ma non le fece chiudere le gambe. Anzi, le aprì di più, sentendo l’umidità crescere tra le
cosce, il tessuto delle mutandine che si incollava alla fessura bagnata. Lui premette il proprio corpo contro il suo,
il bacino che si incastrava perfettamente, l’erezione dura come pietra che le premeva contro l’addome. Nicole
ansimò, le unghie che graffiavano la parete alle sue spalle, e quando lui le morse il labbro inferiore, tirandolo fino
a farle male, non protestò. Gemette dentro la sua bocca, la lingua che si intrecciava alla sua in un bacio che era
più una lotta che un incontro.
Le mani di lui scesero lungo i fianchi, afferrandole le natiche con una forza che le avrebbe lasciato i segni. Le
strinse, sollevandola appena, e Nicole istintivamente avvolse le gambe attorno alla sua vita, sentendo il tessuto
dei pantaloni sfregarle il clitoride gonfio. Un brivido le percorse la schiena, e quando lui staccò le labbra dalle sue
per mordicchiarle il collo, non poté fare a meno di dimenarsi, cercando attrito, cercando più.
«Porca puttana, sei bagnata» ringhiò lui contro la sua pelle, la voce così vicina che lei sentì le vibrazioni fino allo
stomaco. Una mano abbandonò il suo culo e scivolò tra i loro corpi, le dita che premevano contro l’inguine,
trovando il calore umido attraverso il jeans. «Così bagnata che mi stai rovinando i pantaloni.»
Nicole gemette, la testa che cadeva all’indietro contro il muro, esponendo la gola al suo respiro affannoso.
«Allora toglili» ansimò. «Toglili, caralho.»
Lui rise, un suono basso e sporco, e poi, senza preavviso, le strappò la canottiera in due con un solo strattone. Il
tessuto sottile cedette come carta, lasciandola a seno nudo sotto il sole cocente. Nicole non ebbe nemmeno il
tempo di reagire che lui si chinò, catturando un capezzolo tra le labbra, succhiando con una forza che le fece
inarcare la schiena. La sua lingua era ruvida, la barba le graffiava la pelle sensibile, e quando i denti le pizzicarono
la punta, lei gridò, le dita che si conficcavano nei suoi capelli grigi.
«Così» ansimò. «Dio, così.»

Lui passò all’altro seno, trattandolo con la stessa brutalità deludente, mentre la mano tra le sue gambe
continuava a premere, a strofinare, due dita che si insinuavano sotto l’orlo delle mutandine, trovando la fessura
scivolosa, aperta, pronta. Nicole si dimenò contro la sua mano, cercando di farsi penetrare, ma lui si limitò a
sfiorarle l’ingresso, disegnando cerchi lentissimi attorno al clitoride gonfio, facendola impazzire.
«Ti piace, gatinha?» La sua voce era un raschio contro il suo orecchio, le labbra che le mordicchiavano il lobo. «Ti
piace quando ti faccio aspettare?»
«Odio» gemette lei, ma il suo corpo mentiva, i fianchi che si sollevavano per inseguire quel tocco sfuggente.
«Odio, porra.»
Lui rise di nuovo, e poi, finalmente, affondò due dita dentro di lei con un colpo secco che le mozzò il fiato.
Nicole urlò, le unghie che gli graffiavano le spalle attraverso la camicia, le pareti interne che si stringevano
attorno alle dita di lui come se volessero trattenerle per sempre. Era stretta, bagnatissima, e lui lo sentiva,
perché un gemito gli sfuggì dalle labbra mentre cominciava a muovere le dita dentro di lei, lento all’inizio, poi
sempre più veloce, il pollice che le strofinava il clitoride in cerchi perfetti.
«Così stretta» ringhiò. «Così calda. Cazzo, sei fatta per essere scopata, menina.»
Le parole le bruciavano quanto le dita, e quando lui aggiunse un terzo dito, allargandola, preparandola, Nicole
sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi. Non era solo desiderio. Era bisogno. Un bisogno così profondo che le
faceva male, che le faceva venire voglia di piangere.
«Ti prego» supplicò, la voce rotta. «Ti prego, fode-me. Scopami qui. Adesso.»
Lui si fermò. Solo per un secondo. Poi, con un movimento fluido, la sollevò, facendola sedere sul davanzale di
pietra della finestra accanto a loro. Il marmo era freddo contro la sua pelle nuda, un contrasto che le fece venire
la pelle d’oca. Lui si inginocchiò davanti a lei, le mani che le divaricavano le cosce con forza, e poi, senza
preavviso, le strappò le mutandine con un gesto così violento che il tessuto si lacerò.
Nicole non ebbe il tempo di reagire. La sua lingua era già lì, calda e ruvida, che le leccava la fessura dall’ingresso
all’ano, raccogliendo i suoi succhi con un gemito di approvazione. Lei gridò, le mani che si aggrappavano ai suoi
capelli, le gambe che tremavano. Non era un leccare gentile. Era un divorare. Lui affondava la faccia tra le sue
cosce, la lingua che si insinuava dentro di lei, poi risaliva a tormentarle il clitoride, succhiando, mordicchiando,
fino a quando Nicole non sentì le lacrime pungerle gli occhi per l’intensità.
«Non fermarti» singhiozzò. «Per l’amor di Dio, non fermarti.»
Lui non aveva intenzione di farlo. Le afferrò le natiche, sollevandola appena, e poi la sua bocca fu
ovunque—sulla sua figa, sul suo culo, le dita che si alternavano a penetrarla mentre la lingua disegnava cerchi
sempre più veloci sul suo punto più sensibile. Nicole sentì l’orgasmo montare come un’onda, sempre più grande,
sempre più vicina, fino a quando non esplose con un grido strozzato, il corpo che si contraeva, i succhi che gli
colavano sulla barba, sulle labbra, sul mento.
Lui non si fermò nemmeno allora. Continuò a leccarla, a succhiarla, bevendo ogni goccia di lei mentre le dita la
penetravano senza pietà, allungando l’orgasmo fino a quando Nicole non fu sicura che sarebbe svenuta. Solo

allora si ritirò, lasciandola ansimante, tremante, il corpo coperto di sudore e la figa così sensibile che anche l’aria
le faceva male.
Ma non era finita.
Lui si alzò in piedi, gli occhi lucidi, le labbra lucide dei suoi succhi, e si slacciò la cintura con movimenti rapidi,
impazienti. Il bottone dei pantaloni cedette, la zip scese con un sibilo, e poi il suo cazzo fu lì, grosso e scuro,
venato, con la punta già lucida di pre-sperma. Nicole lo fissò, la bocca improvvisamente asciutta, poi allungò una
mano, avvolgendo le dita attorno all’asta calda.
«Cazzo» sussurrò, la voce rotta. «È enorme.»
Lui grugnì, la mano che si chiudeva sulla sua, guidandola su e giù lungo la sua lunghezza. «E tutto per te,
gostosa.»
Nicole non ebbe bisogno di altre parole. Si sporse in avanti, la lingua che usciva per leccare la punta,
raccogliendo il sapore salato del pre-sperma. Lui gemette, le dita che le affondavano nei capelli, e quando lei aprì
la bocca, accogliendolo tra le labbra, fu lui a perdere il controllo. Con un ringhio, le afferrò la testa e cominciò a
fotterle la bocca, affondando sempre più a fondo, fino a quando non sentì la gola di lei contrarsi attorno alla sua
punta.
Nicole lo prese tutto. Ogni centimetro. Le lacrime le scendevano dagli occhi per lo sforzo, ma non si fermò. Lo
succhiò con avidità, la mano che gli massaggiava le palle, sentendole pesanti, piene. Lui ansimava sopra di lei, i
fianchi che si muovevano a scatti, sempre più veloci, sempre più vicini al limite.
«Vado a venire» ringhiò, la voce tesa. «Dove lo vuoi, puta?»
Nicole si staccò con un pop umido, le labbra gonfie, gli occhi che brillavano di lussuria. «Dentro» ansimò. «Voglio
sentirti dentro di me.»
Non ci fu bisogno di dirlo due volte. Lui la sollevò di nuovo, questa volta girandola e premendola contro il muro,
il cazzo che trovava la sua entrata bagnata con una precisione che la fece gemere. Poi, con un solo, potente
affondo, fu dentro di lei fino in fondo.
Il dolore e il piacere si fusero in un’unica, bruciante sensazione. Nicole gridò, le unghie che graffiavano la pietra
alle sue spalle, mentre lui cominciava a muoversi, ogni spinta così profonda che lei sentiva il suo cazzo sfiorarle la
cervice. Era enorme, stretto, perfetto, e quando lui le afferrò un seno, pizzicandole il capezzolo fino a farle male,
Nicole capì che non sarebbe durata a lungo.
«Più forte» supplicò, la voce rotta. «Dammelo più forte, porra.»
Lui ubbidì. Le afferrò i fianchi con una presa che le avrebbe lasciato lividi e cominciò a sbatterla contro il muro,
ogni colpo così violento che il fiato le usciva dai polmoni in scatti. Il sudore gli colava sulla schiena, i muscoli delle
braccia tremavano per lo sforzo, ma non rallentò. Non si fermò nemmeno quando sentì le pareti di lei stringersi
attorno a lui, nemmeno quando lei cominciò a gridare, il corpo scosso dagli spasmi di un altro orgasmo che la
travolgeva senza pietà.
Solo allora, quando sentì il suo cazzo pulsare, quando il seme cominciò a salire lungo la spina dorsale con una
forza inarrestabile, solo allora permise a se stesso di venire. Con un ultimo, potente affondo, si seppellì dentro di
lei e lasciò andare tutto, riempiendola di getti caldi e spessi, marcandola, possedendola.
Nicole sentì ogni goccia. Sentì il suo cazzo pulsare dentro di lei, sentì il seme colarle lungo le cosce quando lui
finalmente si ritirò, esaurito. Si accasciò contro il muro, le gambe che tremavano, il corpo coperto di sudore, di
morsi, di segni che sarebbero durati giorni.
Lui si sistemò i pantaloni, il respiro ancora affannoso, poi si chinò a raccogliere la sua camicia strappata. Gliela
porse, gli occhi che brillavano di una soddisfazione selvaggia.
«Tieni» disse, la voce ancora roca. «Non vorrai mica girare così per la strada.»
Nicole prese la stoffa, ma non si coprì. Non ancora. Lo guardò dritto negli occhi, le labbra gonfie, il corpo ancora
scosso dai postumi dell’orgasmo.
«Dove sei stato tutta la mia vita?» chiese, e nella sua voce c’era una promessa.
Lui sorrise. Un sorrisetto lento, pericoloso.
«Aspettando che crescessi, gatinha.»
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