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Prime Esperienze

Angelina M


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
16.04.2026    |    644    |    1 7.0
"Angelina M, la sua troia indimenticabile, sarebbe rimasta impressa nel suo cazzo molto più a lungo di quanto i loro corpi si fossero mai toccati..."
Angelina, nuda e bagnata, si esibisce
davanti ad Angelo, sfidandolo con gesti
sensuali. Lui, immobile, brama il suo corpo,
ma lei vuole di più: un'esperienza che li
marchierà per sempre. La pioggia batte sui
vetri, amplificando la tensione.
La pioggia batteva contro le ampie vetrate della villa come dita impazienti, ogni goccia scivolava lungo il cristallo
trasparente, distorcendo per un istante la silhouette snella di Angelina prima che tornasse nitida, esposta in
tutta la sua nudità umida. Il corpo atletico, la pelle chiara quasi madreperlacea sotto la luce fioca del lampadario
in cristallo, era ancora bagnato, i capelli castani raccolti in una coda alta che ora aderivano al collo come serpenti
scuri. Le gocce d’acqua le scivolavano tra i seni sodi, seguendo la curva dei capezzoli scuri e turgidi, per poi
perdersi nell’ombra scura tra le cosce, dove le sue dita si muovevano lente, tracciando cerchi ipnotici sulla pelle
sensibile.
Angelo era seduto sulla poltrona di pelle nera, le gambe accavallate con noncuranza, un bicchiere di whisky in
mano che non aveva ancora toccato. Gli occhi, scuri e lucidi come l’ossidiana, non si staccavano da lei. Il
profumo del tabacco si mescolava a quello dolce e muschiato del corpo di Angelina, un contrasto che gli
accendeva i sensi. Le labbra carnose della ragazza si aprirono in un sorriso lento, quasi crudele, mentre con la
punta delle dita si sfiorava il clitoride, già gonfio e lucido di eccitazione. Non c’era fretta nei suoi gesti, solo la
consapevolezza di essere osservata, studiata, desiderata. La pioggia fuori sembrava un applauso ovattato, un
pubblico silenzioso alla loro performance privata.
«Ti piace guardare, vero?» La voce di Angelina era un sussurro roco, quasi soffocato dal rumore dell’acqua che
scorreva sul vetro. Si premette più forte contro la superficie fredda, il seno schiacciato leggermente, i capezzoli
che si indurivano ancora di più al contatto. Le sue dita scesero più in basso, e un gemito basso le sfuggì quando
sfiorò l’ingresso della sua figa, già bagnata, già pronta. «Ma stanotte non ti accontenterai di guardare, Angelo.»
Le parole erano una promessa, una sfida. Si morse il labbro inferiore, gli occhi che brillavano di malizia mentre si
accarezzava con movimenti sempre più circolari, le dita che affondavano tra le pieghe calde, raccogliendo
l’umidità che colava abbondante.
Angelo posò finalmente il bicchiere sul tavolino di legno scuro, le nocche delle dita che sbiancavano per lo sforzo
di rimanere immobile. Il suo cazzo, duro come l’acciaio sotto i pantaloni di lana, pulsava a ogni respiro della
ragazza. Non era un uomo abituato a essere messo alla prova, eppure quella piccola troia filippina, con il suo
corpo da dea e la bocca da peccatrice, sembrava aver trovato il modo di fargli perdere la sua proverbiale calma.

«Sei sicura di voler giocare a questo gioco, Angelina?» La sua voce era bassa, quasi un ringhio, le parole cariche di
una minaccia che sapeva essere eccitante quanto un tocco. «Perché una volta che ti prendo, non ti lascerò
andare finché non avrai urlato il mio nome almeno tre volte.»
Lei rise, un suono cristallino che si frangeva contro il vetro come la pioggia. Le dita affondarono dentro di sé,
due, poi tre, il polso che si muoveva in cerchi sempre più veloci mentre il suo corpo si inarcava, offrendosi allo
sguardo famelico di lui. «Allora cosa aspetti?» Le parole erano interrotte da ansiti, il respiro che si faceva
affannoso. «Il mio corpo è freddo…» Si staccò dal vetro appena quel tanto che bastava per allargare le gambe,
mostrando la figa aperta, rosa e lucida, le dita che si muovevano dentro e fuori con un ritmo ipnotico. «Ma la mia
figa è calda. E stretta.» Un gemito le sfuggì quando aggiunse un quarto dito, stirando le pareti interne,
preparandosi per lui. «Vieni a riscaldarmi, Angelo. Vieni a riempirmi con quel cazzo grosso che so che hai.»
Lui si alzò finalmente, la sedia che stridette leggermente sul parquet lucido. I suoi passi erano lenti, misurati,
come quelli di un predatore che sa di avere la preda già in trappola. Si fermò a pochi centimetri dal vetro,
abbastanza vicino da vedere ogni dettaglio: le gocce di pioggia che ancora le scivolavano addosso, il tremito
delle cosce quando si penetrava, il modo in cui i suoi capezzoli si contraevano a ogni ansito. «Girati.» L’ordine
era secco, imperioso. «Voglio vederti in ginocchio.»
Angelina obbedì senza esitazione, il corpo che ruotava con grazia felina, le mani che si appoggiavano al vetro
mentre si abbassava, il culo sodo e rotondo offerto a lui, le cosce aperte in un invito osceno. La schiena si inarcò,
il seno premuto contro la superficie fredda, i capezzoli che lasciavano impronte umide sul cristallo. «Così va
meglio?» La sua voce era un filo di seta teso al massimo, quasi sul punto di spezzarsi. Con una mano si scostò
una ciocca di capelli bagnati dal viso, mentre con l’altra continuava a giocare con sé stessa, le dita che
scivolavano su e giù sulla fessura bagnata, dal clitoride gonfio fino all’ano stretto, ancora vergine, che si
contraeva a ogni carezza. «Vuoi che ti prepari qui?» Si spinse un dito dentro il culo, gemendo quando la
strettezza la costrinse ad andare piano, centimetro dopo centimetro. «O preferisci essere tu a sfondarmi?»
Angelo non rispose a parole. Invece, sfilò la cintura dai pantaloni con un movimento fluido, il cuoio che sibilava
mentre lo avvolgeva intorno al pugno. Il suono fece sobbalzare Angelina, il suo corpo che si tese in attesa, la figa
che pulsava, il culo che si stringeva intorno al dito invasore. «Non muoverti.» La cintura scattò nell’aria, il rumore
secco che echeggiò nella stanza come un colpo di frusta. Lei obbedì, il respiro che si bloccava in gola, le dita che
smettevano di muoversi, lasciando il suo corpo aperto, esposto, pronto.
Quando la prima sculacciata arrivò, il dolore fu netto, preciso, un lampo di fuoco che si irradiò dal culo fino alla
figa. Angelina gemette, le unghie che graffiavano il vetro, il corpo che si dimenava ma rimase in posizione,
offerto. «Un’altra.» La sua voce era un sussurro disperato, la richiesta di un’altra sculacciata che si mescolava al
bisogno di essere riempita, posseduta, distrutta. La cintura colpì di nuovo, più forte questa volta, e lei urlò, il
suono che si perse nel fragore della pioggia, le cosce che tremavano, la figa che colava a fiotti, pronta per lui.
Angelo gettò via la cintura e si slacciò i pantaloni con movimenti bruschi, il cazzo che saltò fuori, grosso e
venato, la punta già bagnata di precum. Non perse tempo. Afferrò i fianchi di Angelina con forza, le dita che si
conficcavano nella carne soda, e si posizionò dietro di lei, la punta che sfiorava l’ingresso stretto del suo culo.
«Sei sicura che lo vuoi qui, troia?» Le sue parole erano un ringhio, il respiro caldo che le solleticava la schiena.
«Perché una volta che ti scopo il culo, non sarai più la stessa.»
«Fallo.» La risposta di Angelina fu un ansito, le parole quasi inudibili tra i gemiti. «Scopami il culo, Angelo. Voglio
sentirti dentro di me finché non mi scordi più.» Si spinse indietro, cercando di prendere in bocca quel cazzo
enorme, ma lui la tenne ferma, godendosi il momento, la tortura dell’attesa.
Quando finalmente affondò, fu con un colpo solo, brutale, che le strappò un grido. Il culo di Angelina si allargò
intorno a lui, stretto e bollente, le pareti che si contraevano intorno al suo cazzo come una morsa. Angelo
imprecò, le dita che si conficcavano nei suoi fianchi mentre cominciava a muoversi, ogni spinta più profonda
della precedente, ogni affondo che la faceva gemere, supplicare, maledire. «Così… così cazzo…» Le parole le
uscivano a singhiozzi, il corpo scosso da tremiti violenti, la figa che colava sul vetro, le mani che si aggrappavano
disperate alla superficie liscia. «Non fermarti… non fermarti mai…»
Lui non aveva intenzione di farlo. Ogni colpo era un claim, una promessa, un addio. Il suo cazzo affondava nel
culo stretto di Angelina come se fosse fatto per quello, la carne che si arrossava a ogni spinta, il sudore che si
mescolava alla pioggia ancora fresca sulla sua pelle. «Ricordati di me, troia.» Le parole erano un ordine, un
giuramento. «Perché questa è l’ultima volta che ti scopo.»
E mentre lei urlava, il corpo scosso dall’orgasmo che la travolgeva, le pareti del culo che si stringevano intorno a
lui in onde convulsive, Angelo affondò un’ultima volta, il seme che le riempiva le viscere con getti caldi e densi,
marchiano quel culo vergine come suo, per sempre. Quando si ritirò, lasciandola tremante e sfatta contro il
vetro, sapeva che non l’avrebbe più rivista. Ma poco importava.
Angelina M, la sua troia indimenticabile, sarebbe rimasta impressa nel suo cazzo molto più a lungo di quanto i
loro corpi si fossero mai toccati.
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