Prime Esperienze
Il profumo del tempo sospeso
Angel1965
18.04.2026 |
675 |
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"Digita l’ultima risposta, le mani che non tremano più: "Non le lavo da ventitré anni, Sonia..."
Un messaggio inaspettato da Soniasconvolge la vita di Angelo, rivelando un
segreto che cambia tutto. Dopo 23 anni, il
passato torna a bussare, portando con sé
un figlio mai conosciuto e un desiderio
irrisolto.
Il telefono vibra sul tavolo della cucina, un ronzio sordo contro il legno consumato. Angelo sta versando il vino in
un bicchiere, la bottiglia inclinata con quella lentezza che arriva dopo anni di gesti ripetuti, quando lo schermo si
illumina. Un messaggio. Numero sconosciuto.
Non lo tocca subito. La luce bluastra si riflette sul liquido rosso, tremolante. Dopo ventitré anni, certi riflessi
condizionati non si perdono: il sospetto che sia una truffa, un errore, qualcosa che non vale la pena di aprire. Ma
poi le dita si muovono da sole, il pollice preme sull’icona.
"Ciao sono Sonia ti ricordi di me?"
Il bicchiere gli sfugge di mano. Non si rompe—rimbalza sul pavimento, il vino si spande in una macchia scura che
si allarga tra le piastrelle fredde. Angelo non lo guarda. Fissa lo schermo, le lettere che sembrano pulsare. Il
nome. Sonia. Quella voce, quella notte, quel sabato che non è mai arrivato. O forse sì, e lui non lo sa. Forse è
successo tutto, e se n’è dimenticato. Forse è impazzito.
Le dita tremano mentre digita, i tasti che scattano sotto la pressione eccessiva: "Sì. Certo che mi ricordo. Di te.
Di noi."
Invia. Poi cancella la seconda frase. Troppo. Troppo subito. Ma è tardi, il messaggio è già partito, le due spunte
blu compaiono all’istante. Lei è lì. Sta aspettando.
Tre puntini lampeggiano.
"Ottimo."
Poi silenzio. Un minuto. Due. Angelo si accovaccia, raccoglie il bicchiere, lo sciacqua sotto l’acqua fredda del
rubinetto. Le mani gli bruciano. Quando torna al telefono, il messaggio è lungo, un blocco di testo che occupa
metà schermo:
"Sai che in 23 anni mi sono divorziata da mio marito. Ne ho avuti due figli, Angy di 27 anni e Marty di 21. Poi mi
sono risposata. E ora sto divorziando anche da lui. Ho un altro figlio, Franco, ha 11 anni. È tuo."
Il telefono gli cade di nuovo. Questa volta non lo raccoglie. Resta lì, in ginocchio, le piastrelle che gli gelano le
ginocchia attraverso i jeans. Tuo. La parola gli rimbomba nel cranio, un martello pneumatico. Franco. Undici anni.
Un ragazzo. Un ragazzo che ha i suoi occhi, le sue mani, chissà, magari lo stesso modo di mordicchiarsi il labbro
inferiore quando mente.
Si alza di scatto, afferrando il bordo del tavolo. Il legno scricchiola. Digita, cancella, ridigita. Alla fine, solo quattro
parole, asciutte come un ceffone: "E tu, Angelo?"
La risposta arriva immediata, come se lei avesse già pronto il testo, in attesa solo del suo segnale: "Sposato.
Senza figli."
Poi, dopo una pausa che sembra un’eternità: "Sono contenta per te."
Angelo ride, una risata secca, senza allegria. Contenta. Come se fosse una vittoria, non avere figli. Come se non
fosse una ferita aperta, lui e sua moglie che si evitano da anni, i test, le cliniche, i silenzi che pesano come
macigni. Scrive senza pensare: "Perché?"
Le puntini. Poi: "Perché significa che non hai sprecato la tua vita come ho fatto io. Che puoi ancora scegliere."
E poi, senza preavviso, la domanda che gli mozza il fiato: "Però se vengo su a Como, mi vuoi rivedere?"
Il sangue gli defluisce dal viso. Le dita gli formicolano. Ventitré anni. Una vita intera. Eppure la risposta è già lì,
pronta, bruciante come un’acido: "Sì. Senza problema."
Invia. Poi aggiunge, come se potesse giustificarsi: "Sono solo a Como."
Non è vero. Non è solo. Ha una moglie. Una casa. Una vita costruita su bugie bianche e omissioni. Ma in questo
momento, con il cuore che gli batte così forte da fargli male alle costole, non gli importa. Perché Sonia sta
digitando di nuovo. E quando il messaggio arriva, è una promessa, una minaccia, una sentenza:
"Allora vieni a prendermi all’aeroporto. Sabato. Stesso orario. Stessa macchinina di merda, immagino."
Angelo sorride. Un sorriso vero, largo, che gli tira la pelle intorno agli occhi. Quella macchinina di merda—la sua
vecchia Panda bianca—l’ha tenuta per vent’anni, anche quando avrebbe potuto permettersi di cambiarla. Come
un talismano. Come se, in fondo, avesse sempre saputo che questo momento sarebbe arrivato.
"Sarò lì. Con la Panda."
"Bene. Allora preparati. Perché quando scendo da quel volo, finiamo quello che abbiamo cominciato ventitré
anni fa."
Il telefono vibra ancora, un altro messaggio: "E Angelo?"
"Sì?"
"Non lavarle. Le mutandine. Voglio che mi dici se hanno ancora lo stesso profumo."
Lui chiude gli occhi. Il ricordo lo investe come un’onda: il gasolio, il sudore, il muschio di lei, quel sapore
salmastro che aveva sulla pelle quando gliel’aveva leccata via, in quella stanza d’albergo a Olbia, tra le lenzuola
umide e le promesse che sapevano già di menzogna.
Digita l’ultima risposta, le mani che non tremano più: "Non le lavo da ventitré anni, Sonia. Aspetto solo te."
Mette giù il telefono. Fuori, il lago è immobile, una lastra di piombo sotto la luna. Angelo si versa un altro
bicchiere di vino. Non lo beve. Lo lascia lì, intonso, mentre sale le scale verso la camera da letto.
Sua moglie dorme, un fascio di coperte e respiro regolare. Non si sveglia quando lui apre il cassetto del
comodino, quando tira fuori la scatola di metallo dove tiene le cose che non vuole vedere. Dentro, avvolta in un
fazzoletto ingiallito, c’è una mutandina di pizzo nero. La solleva, la porta al naso.
Il profumo c’è ancora. Debole, quasi impercettibile, ma c’è. Come un fantasma. Come una promessa.
Sabato. Tra tre giorni. Ventitré anni di attesa, e ora mancano solo settantadue ore.
Angelo sorride nel buio. Questa volta, non ci saranno aerei persi. Nessuna scusa. Nessun marito che torna
all’improvviso.
Questa volta, quando Sonia scenderà da quel volo, lui sarà lì. E non la lascerà più andare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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