incesto
Sussurri e passione
Angel1965
28.01.2026 |
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"Il sole del pomeriggio cadeva a picco sulla casa, avvolgendo tutto in una luce dorata e calda che sembrava
fondere anche l’aria..."
Nicole e il suo partner si abbandonano a ungioco di desideri e possessione, tra carezze,
baci e ordini sussurrati, in un mattino che si
trasforma in pomeriggio di passione
incontrollabile.
La brezza dell’oceano si insinuò attraverso la finestra socchiusa, fresca e carica di sale, solleticando la pelle
ancora addormentata. Le tende di lino, gonfiate dal vento, si muovevano pigre, lasciando filtrare una luce dorata
che accarezzava il letto disfatto. Tra le lenzuola di cotone leggero, ancora tiepide del sonno, si distendeva
Nicole, nuda, il corpo snello e giovane offerto alla mattina come un’offerta silenziosa. La sua schiena era
leggermente inarcata, i fianchi morbidi premuti contro il materasso, una gamba piegata in modo da far
intravedere il rosato delle labbra umide, già lucide di eccitazione. Le dita affusolate giocavano distratte con un
ciuffo dei suoi capelli castani, arrotolandolo intorno al polso mentre il suo respiro era lento, quasi studiato, come
se stesse aspettando qualcosa.
O qualcuno.
Fu il calore del suo corpo a svegliarti per primo, poi il profumo dolce e muschiato della sua pelle, misto a quel
sentore salmastro che l’oceano lasciava su tutto. Aprii gli occhi e la trovai lì, già sveglia, gli occhi verdi fissi su di
te, brillanti di malizia. Non disse nulla. Non ne ebbe bisogno. Le sue labbra, carnose e leggermente dischiuse, si
incurvarono in un sorriso furbo mentre le dita smettevano di giocare con i capelli e cominciavano a tracciare
linee lente, quasi ipnotiche, sul tuo ventre. Le unghie, corte ma affilate, sfioravano la pelle con una pressione
appena sufficiente a farti sussultare, lasciando dietro di sé una scia di brividi. Ogni tocco era un promessa, un
invito che non potevi ignorare.
«Buongiorno», mormorò infine, la voce roca dal sonno e già carica di desiderio. La sua mano scivolò più in basso,
le dita che si avventuravano tra le tue cosce, accarezzando l’interno sensibile con una lentezza madornale. Non
c’era fretta. Non ce n’era bisogno. Il tempo, in quella stanza illuminata dal sole del mattino, sembrava essersi
fermato, sospeso nel momento esatto in cui i vostri corpi si riconoscevano, si cercavano senza bisogno di parole.
Non rispondesti con le parole. Le tue labbra si mossero verso le sue, attratte come da una forza magnetica, e il
primo bacio fu lento, quasi timido, un semplice sfiorarsi di bocche che si assaporavano. Ma Nicole non era tipo
da accontentarsi di poco. La sua lingua, calda e umida, si insinuò tra le tue labbra con una sicurezza che ti fece
gemere, cercando la tua, intrecciandosi in un gioco sensuale che ti rubò il fiato. Le sue mani, nel frattempo, non
stavano ferme: una risalì lungo il tuo fianco, stringendo il seno con una possessività che ti fece inarcare la
schiena, l’altra scivolò più giù, le dita che si insinuavano tra le pieghe bagnate della tua figa, già gonfia e pulsante.
«Sei così bagnata», sussurrò contro le tue labbra, la voce un misto di compiacimento e fame. «Già pronta per
me.»
Non ebbe bisogno di chiedere conferma. Le tue gambe si aprirono istintivamente, invitandola a esplorare più a
fondo, e Nicole non si fece pregare. Due dita affondarono dentro di te con un movimento fluido, curvandosi per
strofinare quel punto sensibile che ti fece contorcere sotto di lei. Il pollice, nel frattempo, cominciò a giocare
con il clitoride, disegnando cerchi lenti e precisi che ti fecero mordere il labbro inferiore per non urlare. Il ritmo
era perfetto: non troppo veloce da farti venire subito, ma abbastanza insistente da tenerti sull’orlo, in quel limbo
delizioso dove ogni tocco era una tortura e una benedizione allo stesso tempo.
«Ti piace, vero?» La sua voce era un sussurro roco, le labbra che si staccavano dalle tue solo per scendere lungo
il collo, mordicchiando la pelle sensibile mentre le dita continuavano il loro lavoro implacabile. «Ti piace quando
ti scopo con le dita, quando ti faccio impazzire senza nemmeno doverti penetrare davvero.»
Non potevi negarlo. Le tue unghie affondarono nelle sue spalle, i fianchi che si sollevavano incontrollabili per
incontrare ogni spinta delle sue dita, sempre più profonde, sempre più decise. Il tuo respiro era diventato un
ansito continuo, i gemiti soffocati che si mescolavano al rumore umido dei suoi movimenti dentro di te. Nicole lo
sapeva. Lo sentiva. E ne godeva.
Con un movimento fluido, si spostò, scivolando giù lungo il tuo corpo fino a trovarsi tra le tue cosce aperte, il
viso a pochi centimetri dalla tua figa fradicia. Il suo respiro caldo ti fece rabbrividire, e quando la sua lingua si
allungò per leccarti dalla base alla cima, un gemito rotto ti sfuggì dalle labbra. Non era un bacio. Era una
conquista. La sua bocca si chiuse attorno al clitoride, succhiando con una pressione che ti fece vedere le stelle,
mentre le dita continuavano a penetrarti, ora con un ritmo più incalzante, più esigente.
«Cazzo, Nicole…» Le tue mani affondarono nei suoi capelli, stringendo senza pietà mentre i fianchi si sollevavano
per premersi contro il suo viso, cercando di più, sempre di più. Lei rise contro di te, la vibrazione del suono che si
propagava direttamente nel tuo clitoride, facendoti sussultare.
«Dimmi cosa vuoi», ordinò, sollevando lo sguardo verso di te, le labbra lucide dei tuoi succhi. «Dimmi
esattamente come ti voglio.»
Non c’era spazio per la vergogna, non ora. Non con lei. «Voglio la tua lingua dentro di me. Voglio che mi lecchi
fino a farmi venire. Voglio che mi costringi a supplicare.»
Il suo sorriso fu malvagio. «Con piacere.»
E poi non ci furono più parole. Solo la sua bocca, la sua lingua, le sue dita, che lavoravano all’unisono per portarti
sull’orlo e poi oltre, fino a quando il mondo non esplose in una cascata di sensazioni, il tuo corpo scosso da un
orgasmo così intenso da farti dimenticare come si respirava. Nicole non si fermò. Continuò a leccarti anche
mentre tremavi, prolungando ogni onda di piacere fino all’ultima scossa, fino a quando non crollasti sul letto,
esausta e sudata, il petto che si sollevava affannosamente.
Si sollevò, strisciando lungo il tuo corpo fino a trovarsi sopra di te, il suo peso delizioso che ti schiacciava contro
il materasso. Le sue labbra trovarono le tue in un bacio lungo e lento, facendoti assaporare il tuo stesso sapore
su di lei. «Ora tocca a me», sussurrò, e non ci fu bisogno di chiedere cosa intendesse.
Il sole del pomeriggio cadeva a picco sulla casa, avvolgendo tutto in una luce dorata e calda che sembrava
fondere anche l’aria. Nicole era in cucina, scalza, i capelli scompigliati e ancora umidi dopo la doccia che aveva
preso per lavarsi via il sudore della mattina. Indossava solo una tua maglietta, troppo grande per lei, che le
scivolava su una spalla scoprendo la curva del seno. Le sue labbra erano leggermente gonfie, segno dei baci – e
dei morsi – che vi eravate scambiate poco prima, e teneva tra le mani un bicchiere d’acqua che portava alle
labbra con movimenti lenti, quasi sensuali.
Tu la osservavi dall’arco della porta, appoggiata allo stipite, le braccia incrociate mentre i tuoi occhi seguivano
ogni suo movimento. Era impossibile distogliere lo sguardo. Ogni suo gesto era una provocazione inconsapevole:
il modo in cui le labbra si chiudevano attorno al bordo del bicchiere, la gola che si muoveva mentre deglutiva, la
goccia d’acqua che le sfuggì dal mento, scivolando giù lungo il collo, tra i seni, fino a perdersi sotto il tessuto
della maglietta.
Non resistesti.
In due passi eri dietro di lei, il corpo premuto contro la sua schiena, una mano che le afferrava il mento per
inclinarle la testa all’indietro, costringendola a guardarti. Nicole rise, un suono basso e roco, ma non si mosse.
Sapeva cosa stava per accadere. Lo voleva quanto te.
«Sei una tentazione ambulante», ringhiasti contro le sue labbra, la mano libera che scivolava sotto la maglietta
per stringere un seno, il pollice che strofinava il capezzolo già duro. Lei ansimò, la schiena che si inarcava per
premersi contro di te, il sedere che sfregava contro il tuo ventre in una ricerca silenziosa di pressione.
Non le dessi ciò che voleva. Non ancora.
Con un movimento brusco, la girai, spingendola contro il frigorifero con una forza che le fece sbattere le spalle
contro la superficie fredda. Il bicchiere le cadde di mano, frantumandosi sul pavimento in una pioggia di schegge
che nessuno dei due degnò di uno sguardo. Le sue mani si aggrapparono alle tue braccia, le unghie che
affondavano nella pelle mentre la tua bocca si chiudeva sulla sua in un bacio feroce, quasi punitivo. Le sue labbra
si aprirono sotto le tue, la lingua che si intrecciava alla tua con disperazione, come se non respirasse da ore.
«Ti voglio», ansimò tra un bacio e l’altro, le cosce che si stringevano attorno al tuo fianco in un tentativo di
attirare a sé il tuo corpo. «Ti voglio adesso, cazzo.»
Non avevi intenzione di farla aspettare.
Le tue dita scivolarono lungo il suo addome, sotto l’orlo della maglietta, fino a trovare il calore umido tra le sue
gambe. Non indossava mutandine. Naturalmente. Le sue labbra erano già gonfie e bagnate, pronte, e quando
affondasti due dita dentro di lei con un colpo secco, il suo gemito si perse contro la tua bocca. Non fu dolce.
Non fu lento. Fu un possesso, un claim, le dita che si muovevano dentro di lei con colpi decisi mentre il pollice
premeva sul clitoride, strofinando in cerchi serrati che la facevano tremare.
«Così», ansimò, la testa che cadeva all’indietro contro il frigorifero con un tonfo sordo. «Così, non smettere, per
favore…»
Non avevi intenzione di smettere. Non quando i suoi gemiti si facevano sempre più alti, più disperati, non
quando le sue unghie ti graffiavano le braccia disegnando strisce rosse sulla pelle. Aggiunsi una terza dita,
allargandola, preparandola, mentre la tua bocca scendeva sul suo collo, mordendo la pelle sensibile dove la
goccia d’acqua era scivolata poco prima.
«Vieni per me», le ordinai, la voce un ringhio contro la sua pelle. «Vieni sulle mie dita, ora.»
E lei obbedì.
Il suo corpo si tese, ogni muscolo che si contraeva mentre l’orgasmo la travolgeva, le pareti interne che si
stringevano attorno alle tue dita, bagnandole dei suoi succhi caldi. Continuasti a muoverti dentro di lei anche
mentre tremava, prolungando ogni onda, ogni scossa, fino a quando non crollò contro di te, il respiro affannoso,
il corpo molle e soddisfatto.
Ma non era finita.
Con un movimento fluido, la sollevasti, facendola sedere sul piano della cucina, le gambe aperte, esposte. Ti
inginocchiasti davanti a lei, le tue mani che le afferravano i fianchi per tirarla verso il bordo, la tua bocca che si
chiudeva sulla sua figa ancora pulsante. La sua risata si trasformò in un grido quando la tua lingua si insinuò
dentro di lei, leccando via ogni traccia del suo orgasmo prima di ricominciare da capo, più affamata di prima.
E questa volta, non avresti smesso fino a quando non avesse urlato il tuo nome.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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