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orge

Il gioco del controllo


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
05.04.2026    |    382    |    1 6.0
"Quando li abbassò, il cazzo saltò fuori, duro e spesso, la punta già lucida di pre-sborra, le vene che pulsavano sotto la pelle tirata..."
Angelo, Jolanda, Chanel e Aurora si
ritrovano in un appartamento sul lago di
Como, dove il controllo di Angelo si
scontra con la passione sfrenata delle tre
donne. Tra desideri espliciti e gesti
calcolati, la serata si trasforma in un gioco
di potere e piacere, dove nessuno è
disposto ad aspettare.
Il sole del tardo pomeriggio filtrava attraverso le persiane socchiuse dell’appartamento affacciato sul lago di
Como, disegnando strisce dorate sui parquet scuro del salotto. L’aria era pesante, carica del profumo dolciastro
dei fiori sul balcone mescolato a una nota più terrosa—quella del cuoio dei divani in pelle nera, ancora tiepidi
per il caldo estivo. Angelo, sessant’anni portati con la grazia di chi aveva sempre avuto il controllo, si slacciò
lentamente il polsino della camicia di lino bianco, le dita nodose ma curate che si muovevano con precisione
chirurgica. Non era un uomo che si affrettava, non quando sapeva esattamente cosa lo aspettava.
Dall’altra parte della stanza, Jolanda si passò la lingua sulle labbra carnose, gli occhi verdi fissi su quel gesto
metodico. Aveva vent’anni, il corpo snello ma con curve che sembravano scolpite per attirare sguardi, i capelli
castani raccolti in una coda alta che lasciava scoperta la nuca—una distesa di pelle lattea che Angelo aveva già
immaginato di mordersi. Indossava un abito tubino nero, così aderente che ogni respiro tradiva il movimento dei
seni sotto la stoffa. Accanto a lei, Chanel—diciotto anni appena compiuti, la pelle ambra e i capelli ricci neri che
le ricadevano sulle spalle come una cascata—giocava con il bordo del suo top di seta rossa, le unghie laccate di
nero che sfioravano la scollatura con una lentezza calcolata. Aurora, invece, si era già sfilata le scarpe con i tacchi
a spillo, le dita dei piedi affondate nel tappeto persiano mentre si versava un bicchiere di prosecco dalle bollicine
che scoppiettavano come promesse. Aveva lo stesso età di Jolanda, ma dove l’altra era sinuosa, lei era tutta
angoli affilati: spalle squadrate, collarbones pronunciati, e uno sguardo che diceva chiaramente che non avrebbe
aspettato molto prima di prendere ciò che voleva.
«Allora», disse Angelo, la voce bassa e vellutata, mentre si sfilava la giacca e la appoggiava sullo schienale di una
poltrona. «Mi sembra che siamo tutti d’accordo su come passare la serata.»
Jolanda rise, un suono roco che le vibrò in gola. «Dipende da cosa intendi per passare la serata.» Si alzò, le
gambe che si allungavano sotto l’abito come quelle di una gatta, e si avvicinò a lui. Il profumo che
indossava—qualcosa di speziato, con una punta di vaniglia—si mescolò all’odore del cuoio quando si fermò a
pochi centimetri da Angelo. «Perché se pensi che ci accontenteremo di chiacchierare davanti al camino, ti sbagli

di grosso.»
Le dita di Angelo scesero lungo il suo braccio, la pelle calda sotto il tocco, fino ad avvolgersi intorno al polso.
Non strinse, non ancora. «Non mi sbaglio mai», rispose, mentre con l’altra mano le sfiorava la vita, il palmo che si
posava proprio sopra l’osso dell’anca, dove la stoffa dell’abito si tendeva. «Ma sono curioso di vedere fino a
dove siete disposte ad arrivare.»
Chanel non resistette oltre. Si alzò dal divano con un movimento fluido, il top di seta che le scivolò giù dalle
spalle quando si avvicinò, lasciando intravedere i capezzoli scuri già duri per l’eccitazione. «Io non ho limiti»,
sussurrò, la voce un filo tremante, ma gli occhi fissi su Angelo mentre si mordeva il labbro inferiore. «Voglio
solo… sentire tutto.»
Aurora posò il bicchiere sul tavolino di cristallo con un clink secco. «Parole, parole, parole.» Si alzò a sua volta, le
mani che si posarono sui bottoni della camicetta bianca. Uno dopo l’altro, li slacciò, rivelando un reggiseno di
pizzo nero che stringeva seni piccoli ma sodi, i capezzoli che premevano contro la stoffa come due punti
esclamativi. «Se non cominciamo presto, mi incazzo.»
Angelo sorrise, un ghigno che gli solcò le rughe agli angoli della bocca. «Impazienza. La peggior nemica del
piacere.» Ma le sue dita non si fermarono. Con un movimento secco, tirò Jolanda contro di sé, il corpo di lei che
si schiacciò contro il suo, i seni che si appiattirono contro il torace di Angelo mentre la bocca di lui si abbassava
sul suo collo. Non un bacio—un morso, abbastanza forte da farle sfuggire un gemito, le unghie che gli
affondarono nelle spalle attraverso la camicia. Nel frattempo, Chanel si era avvicinata alle sue spalle, le mani che
gli scivolarono sui fianchi, poi sull’erezione già evidente sotto i pantaloni di lino. «Porca puttana», mormorò, le
dita che tracciavano il contorno del cazzo attraverso la stoffa. «È grosso.»
«Lo vedrai presto», rispose Angelo, senza staccare le labbra dalla pelle di Jolanda. La lingua le tracciò una scia
bagnata dalla clavicola fino al lobo dell’orecchio, dove si fermò a succhiare, sentendo il corpo della ragazza
tremare contro il suo. «Tutto.»
Aurora non aspettò ulteriori inviti. Si sfilò la camicetta con un gesto brusco, poi slacciò il reggiseno e lo lasciò
cadere a terra. I seni, liberi, erano più pieni di quanto sembrassero vestita, i capezzoli scuri e gonfi che
puntavano dritti verso Angelo. «Io voglio essere la prima», dichiarò, le mani che scesero sulla cintura dei
pantaloni. «In bocca. Ora.»
Jolanda si staccò da Angelo con un respiro affannoso, gli occhi lucidi. «Cazzo, sì.» Si voltò verso Chanel, le dita
che le afferrarono il mento. «Tu gli succhi le palle. Io voglio la sua lingua nella mia figa mentre lui mi scopa il
culo.»
Chanel annuì, gli occhi sgranati ma la bocca già aperta in un sorriso lascivo. «Va bene.»
Angelo non perse tempo. Con un movimento fluido, si slacciò la cintura, il suono metallico della fibbia che si
apriva echeggiò nella stanza. I pantaloni scivolarono giù lungo le cosce, rivelando un paio di boxer neri che
faticavano a contenere l’erezione. Quando li abbassò, il cazzo saltò fuori, duro e spesso, la punta già lucida di
pre-sborra, le vene che pulsavano sotto la pelle tirata. Aurora si inginocchiò davanti a lui senza esitazione, le
mani che gli avvolsero la base, il pollice che strofinò via la goccia di liquido con un gesto possessivo prima di
leccarselo dalle labbra. «Buono», mormorò, la voce roca. Poi aprì la bocca e lo ingoiò fino in fondo, la gola che si

contrasse attorno alla punta mentre lo prendeva tutto, senza esitazione, senza conati—solo un gemito
soffocato quando le labbra sfiorarono la peluria alla base.
«Cristo», ringhiò Angelo, le dita che si intrecciarono nei capelli di Aurora, guidandola in un ritmo lento ma
profondo. Ogni volta che risaliva, la lingua leccava la lunghezza dell’asta come se volesse memorizzare ogni
centimetro, poi tornava giù, la gola che si apriva per accoglierlo di nuovo. Nel frattempo, Jolanda si era sdraiata
sul divano, le gambe aperte, le dita che si infilarono sotto l’orlo dell’abito e strapparono via le mutandine con un
gesto secco. La figa era già bagnata, le labbra gonfie e lucide, il clitoride che sporgeva come un piccolo bottone
rosso. «Vieni qui», ordinò a Chanel, la voce tremante. «Leccami mentre lui mi prepara.»
Chanel obbedì, strisciando sul tappeto fino a posizionarsi tra le gambe di Jolanda. La lingua uscì, rosa e umida, e
si posò sul clitoride dell’altra ragazza con un tocco leggero, quasi esitante. Jolanda sobbalzò, le dita che si
aggrapparono ai capelli di Chanel. «No, così no. Più forte. Come se volessi mangiarmi.»
Angelo si staccò da Aurora con un gemito, il cazzo che luccicava per la saliva. «Girati», comandò a Jolanda, la
voce rauca. «In ginocchio, culo in aria.»
Jolanda si voltò, il corpo che si piegò in avanti, le mani che afferrarono lo schienale del divano mentre sollevava il
bacino. L’abito si sollevò, rivelando il culo sodo, le natiche che tremavano leggermente quando Angelo si
avvicinò. Senza preavviso, le sputò addosso, la saliva che colò lungo la fessura fino a bagnare l’ano stretto. Poi,
con due dita, allargò le chiappe e cominciò a leccare, la lingua che tracciava cerchi sempre più stretti attorno al
buco, prima di affondare dentro con un colpo secco.
«Ah! Cazzo!» Jolanda si inarcò, le dita che strizzavano la stoffa del divano. «Sì, così. Più dentro.»
Chanel, nel frattempo, aveva preso ritmo, la lingua che ora martellava il clitoride di Jolanda con colpi rapidi e
precisi, le dita che si infilarono dentro la figa, curvandosi per strofinare quel punto rugoso che faceva impazzire
l’altra ragazza. «Sto per venire», ansimò Jolanda, la voce rotta. «Non fermatevi, per favore, non fermatevi.»
Angelo si alzò, il cazzo che pulsava dolorosamente. Prese il lubrificante dalla tasca della giacca—sempre
preparato—and ne versò una generosa quantità sul palmo, spalmandoselo sull’asta con colpi lenti. Poi si
posizionò dietro Jolanda, la punta che premeva contro l’ano già bagnato dalla sua saliva. «Respira», le ordinò,
mentre con una mano le afferrò un fianco, l’altra che guidava il cazzo dentro, centimetro dopo centimetro,
mentre Jolanda gemette, il corpo che si apriva per lui nonostante la strettezza iniziale.
«Porca troia», ansimò Chanel, sollevando lo sguardo verso Angelo. «È così grosso.»
«Lo sentirai presto», rispose lui, mentre cominciava a muoversi, i fianchi che si ritraevano per poi spingere di
nuovo dentro, ogni affondo accompagnato da un gemito strozzato di Jolanda. «Tutte lo sentirete.»
Aurora, ancora in ginocchio, si leccò le labbra. «Io voglio il tuo cazzo in gola mentre scopi lei», disse, la voce un
ringhio. «E voglio che mi vieni addosso.»
Angelo sorrise, un ghigno feroce. «Come comandi, piccola puttana.»

E così, mentre Jolanda veniva trafitta dal suo cazzo nel culo, le pareti che si stringevano attorno a lui come una
morsa bagnata, Aurora si avvicinò di nuovo, la bocca aperta, pronta a prendere ogni centimetro che lui le avesse
offerto. E Chanel, con le labbra lucide dei succhi di Jolanda, si lasciò scivolare una mano tra le gambe, le dita che
cominciarono a sfregarsi il clitoride mentre guardava lo spettacolo, sapendo che presto sarebbe stato il suo
turno.
La stanza era piena di gemiti, di pelle che sbatteva contro pelle, di respiri affannosi e promesse sporche. E la
notte era ancora lunga.
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