Gay & Bisex
Promessa nell ombra
Angel1965
19.03.2026 |
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"“Questa stanza, ” continuò Andrea, abbassando la voce fino a renderla quasi impercettibile, “non è un caso..."
Il cazzo di Andrea, grosso e pulsante, si ergeva davanti al viso di Angelo, le vene gonfie che correvano lungo l’asta come solchi in un tronco antico. La punta, umida e lucida, emanava un odore muschiato, intenso, che si mescolava al sudore fresco sulla pelle di entrambi. Angelo sentì la bocca inaridirsi per un istante, non per esitazione, ma per l’improvvisa consapevolezza di ciò che stava per fare. Non era abituato a mettersi in ginocchio per un uomo, figuriamoci per uno sconosciuto che aveva appena conosciuto. Eppure, le dita gli formicolavano per il desiderio di toccarlo, le labbra gli bruciavano all’idea di assaggiarlo.Andrea non attese. Con un gesto lento, quasi cerimoniale, afferrò la base del proprio sesso e lo guidò verso le labbra di Angelo, sfiorandogliele con la punta bagnata. “Apri,” ordinò, la voce roca, un comando che non ammetteva repliche. Angelo obbedì, socchiudendo le labbra appena in tempo per sentire il peso caldo del cazzo che gli scivolava dentro, riempiendogli la bocca fino a fargli tendere le guance. Il sapore era salato, selvatico, con un retrogusto metallico che gli si attaccava alla lingua. Chiuse gli occhi, concentrandosi sul respiro che gli usciva nasale, mentre la mano di Andrea gli si posava sulla nuca, non per spingerlo, ma per tenerlo fermo, per ricordargli chi comandava.
“Così. Braccio così.” Andrea mosse i fianchi in avanti, affondando un altro centimetro, poi un altro, fino a quando Angelo non sentì la punta sfiorargli la gola. Istintivamente, deglutì, e il suono gutturale che ne seguì fece sussultare Andrea. “Cazzo, sì,” ringhiò lui, le dita che si stringevano tra i capelli di Angelo, non più per guidarlo, ma per ancorarsi. “Prendilo tutto. Voglio sentirti soffocare.” Angelo provò a rilassare la gola, ma il cazzo era troppo grosso, troppo lungo. Ogni volta che pensava di averlo preso tutto, Andrea spingeva ancora, costringendolo a indietreggiare, la saliva che gli colava dagli angoli della bocca, bagnandogli il mento e il collo. Non era più un atto di sottomissione, era una sfida. Una prova.
E poi, senza preavviso, Andrea si ritirò del tutto, lasciando Angelo a leccarsi le labbra gonfie, confuso. “Alzati,” disse, la voce improvvisamente fredda, distaccata. Angelo ubbidì, sentendo le gambe tremargli leggermente mentre si rialzava. Andrea lo studiò per un lungo momento, gli occhi che scorrevano sul suo corpo nudo, fermandosi sui segni rossi che i boxer gli avevano lasciato sui fianchi, sul petto che si alzava e abbassava affannosamente. Poi, con un movimento fluido, si sfilò la camicia, rivelando un torace scolpito, coperto da un velo di peli scuri che si assottigliavano verso l’addome, per poi infittirsi di nuovo intorno all’ombelico e scendere a incorniciare il cazzo, ancora eretto, lucido di saliva.
“Dobbiamo parlare,” disse Andrea, e le parole sembrarono fuori luogo, quasi ridicole, in quel contesto. La sua voce era tornata bassa, un sussurro che si insinuava tra i rumori della notte—il fruscio delle foglie contro la finestra, il lontano scricchiolio del legno dell’albergo, il respiro ancora affannoso di Angelo. “Non sono quello che pensi.” Fece un passo avanti, riducendo lo spazio tra loro a pochi centimetri. Angelo poté sentire il calore che emanava dal suo corpo, quasi bruciante. “E quello che succederà stanotte… potrebbe cambiare tutto.”
Angelo deglutì, sentendo il sapore di Andrea ancora in gola. “Che vuoi dire?” chiese, cercando di infondere nella voce una nota di scetticismo, come se non fosse appena stato in ginocchio a succhiargli il cazzo. Ma il tremito nelle mani tradiva la sua curiosità, il bisogno di sapere. Andrea non rispose subito. Si limitò a girare lentamente la chiave nella serratura della porta, facendola scattare con un clic definitivo che sembrò sigillare la stanza in una bolla di silenzio. La luce fioca del corridoio sparì, lasciando solo la penombra dorata della lampada sul comodino, che proiettava ombre lunghe e sinuose sui loro corpi.
“Siediti,” disse Andrea, indicando il letto. Angelo esitò un istante, poi si sedette sul bordo, le cosce ancora umide, il cazzo che cominciava a risvegliarsi di nuovo. Andrea non si mosse subito. Rimase in piedi, davanti a lui, le mani appoggiate sui fianchi, il cazzo che pendeva pesante tra le gambe. Poi, con una calma che sembrava studiata, si chinò e raccolse i boxer di Angelo da terra, portandoseli al naso. Inalò profondamente, gli occhi che si chiudevano per un istante. “Hai un odore… particolare,” mormorò. “Dolce, ma con qualcosa di aspro. Come la resina di pino dopo un temporale.” Getto i boxer sul letto, accanto ad Angelo, poi si sedette accanto a lui, così vicino che le loro cosce si toccavano.
Angelo sentì il calore della sua pelle, il peli ruvidi che gli sfioravano la gamba. “Stai scherzando, vero?” chiese, la voce più alta di quanto volesse. “Prima mi fai venire in bocca, poi mi costringi a succhiarti, e ora vuoi fare conversazione?” Andrea rise, una risata bassa, senza allegria. “Non ti sto costringendo a niente,” rispose, passandogli un dito lungo la spalla, seguendo la linea della clavicola fino al petto. “Potresti alzarvi e andartene in qualsiasi momento. Ma non lo farai.” Angelo aprì la bocca per replicare, ma non trovò parole. Era vero. Non avrebbe potuto muoversi anche se avesse voluto. C’era qualcosa in Andrea—nel modo in cui lo guardava, in come lo toccava—che lo paralizzava.
“Questa stanza,” continuò Andrea, abbassando la voce fino a renderla quasi impercettibile, “non è un caso. Nemmeno io lo sono.” Le sue dita scesero più giù, tracciando un percorso invisibile sull’addome di Angelo, fermandosi appena sopra l’ombelico. “So cose di te, Angelo. Cose che non hai mai detto a nessuno.” Angelo sentì un brivido percorrergli la schiena, non di paura, ma di qualcosa di più oscuro, di più eccitante. “Tipo?” chiese, la gola improvvisamente secca.
Andrea sorrise, un sorriso che non raggiunse gli occhi. “Tipo che hai sempre sognato di essere preso così forte da non riuscire a camminare il giorno dopo.” Le dita scesero ancora, avvolgendosi intorno al cazzo di Angelo, che era ormai completamente duro, pulsante. “Tipo che ti piacciono gli uomini che non chiedono permesso.” Strinse appena, abbastanza da fargli sfuggire un gemito. “E tipo che, in fondo, sai già che stanotte non uscirai di qui senza che ti abbia scoperchiato quel culo stretto fino a farti urlare.” Angelo chiuse gli occhi, il respiro che gli si spezzava in gola. Non era una domanda. Era una promessa. E, per la prima volta nella sua vita, non aveva nessuna voglia di scappare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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