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Il seme dell Assenza


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
21.03.2026    |    735    |    1 9.3
"Il suo corpo sembrava fatto per lui, la figa che si chiudeva attorno al suo membro come un pugno bagnato, i muscoli interni che pulsavano già in cerca dell’orgasmo..."
Marco e Mery si incontrano di nascosto
nell'appartamento 3B, mentre il marito di
lei è fuori città. Il loro gioco di desideri
proibiti e confessioni sussurrate rischia di
lasciare segni indelebili, non solo sulla pelle.
Il condominio di periferia era uno di quelli che alle otto di mattina sembravano già addormentati, con le persiane
abbassate e l’odore di caffè bruciato che si attaccava ai muri umidi dell’androne. Marco salì le scale a due a due,
le suole delle scarpe da ginnastica che scricchiolavano sugli scalini consumati, la borsa del lavoro penzoloni da
una spalla. Ma non era il cantiere a fargli accelerare il passo. Era il terzo piano. L’appartamento 3B. La porta con
la targhetta M. & F. Rossi leggermente storta, come se qualcuno ci avesse sbattuto contro troppe volte in preda
all’urgenza.
Dentro, il profumo di Mery era ancora appiccicato alle pareti. Un misto di vaniglia economica e sudore fresco,
quel tipo di odore che ti entra nelle narici e ti fa stringere i pugni in tasca. Marco bussò due volte, piano, il ritmo
concordato: troppo-troppo-pausa-troppo. Non serviva chiave. Mery gliel’aveva data mesi prima, una sera che
Francesco era fuori città per lavoro e lei aveva pianto contro il suo petto dicendo che aveva bisogno di qualcosa,
qualsiasi cosa pur di non sentire il silenzio della casa vuota.
La serratura scattò prima che finisse di abbassare la mano. La porta si socchiuse di quel tanto che bastava per far
scivolare dentro il suo corpo, poi si richiuse alle sue spalle con un tonfo sordo. L’ingresso era in penombra, le
tende tirate, ma la luce che filtrava dalla camera da letto disegnava una striscia dorata sul parquet. E lì, in mezzo
a quel rettangolo di sole, c’era lei.
Mery era ancora in accappatoio, quello corto di spugna rosa che le arrivava a malapena a coprire il culo. I capelli
biondi, appena lavati, le ricadevano sulle spalle in ciocche umide, e quando si voltò verso di lui, Marco vide le
gocce che le scivolavano giù per la clavicola, scomparendo sotto il tessuto già mezzo aperto. Non portava nulla
sotto. Lo sapeva perché il seno, pesante e pallido, oscillava leggermente ad ogni suo movimento, i capezzoli duri
come sassolini che premevano contro la stoffa.
«Sei in ritardo», mormorò lei, ma non c’era rimprovero nella sua voce. Solo quel filo di raucedine che le veniva
ogni volta che si svegliava con la gola secca—e non per il sonno.
Marco non rispose. Lasciò cadere la borsa a terra e fece un passo avanti, poi un altro, finché le sue dita non
sfiorarono il nastro dell’accappatoio. Lo tirò giù con un strattone secco. Il tessuto si aprì come una ferita,

rivelando il corpo di Mery in tutta la sua carne bianca e morbida, i fianchi larghi che si restringevano in una vita
da stringere con le mani, le cosce già leggermente aperte, come se il solo pensiero di lui bastasse a farle scivolare
in quella posizione di attesa.
«Francesco è già uscito?» chiese lui, anche se conosceva la risposta. Lo chiedeva ogni volta. Era parte del gioco.
Mery annuì, le labbra che si inumidivano con la punta della lingua. «Ha preso il treno delle sette. Non torna
prima di domani sera.»
Marco emise un verso gutturale, qualcosa a metà tra un ringhio e un gemito. Le sue mani scattarono in avanti,
afferrandole i seni con forza, i pollici che strofinavano i capezzoli fino a farli diventare due punte rosse e gonfie.
Mery sobbalzò, ma non indietreggiò. Anzi, si inarcò verso di lui, offrendogli ancora di più quel corpo che suo
marito non sapeva più come toccare.
«Dimmelo», ordinò Marco, la voce bassa e graffiante. «Dimmi quanto cazzo ti manca.»
Le labbra di Mery si aprirono, ma invece delle parole venne fuori un ansito quando lui pizzicò forte un capezzolo,
torcendolo appena. «Mi manca tutto», sussurrò finalmente, le unghie che gli si conficcavano nelle braccia. «Mi
manca come mi riempi. Come mi fai urlare. Come mi lasci segni.»
Marco non aspettò altro. La spinse indietro fino al letto ancora disfatto, le lenzuola mezze strappate via, il
materasso deformato dal peso di due corpi che ci avevano lottato sopra la notte prima. Mery cadde all’indietro
con un gridolino, le gambe che si aprivano già, le dita che si affondavano tra le cosce per spalancarsi davanti a lui.
Non aveva bisogno di preparazione. Era sempre pronta per lui, bagnata e calda come una ferita aperta.
Quando Marco si chinò, il primo assaggio fu quasi violento. La sua lingua le si infilò dentro con un colpo secco,
raccogliendo il sapore aspro e salato di lei, le labbra che si sigillavano attorno al clitoride già gonfio. Mery
gemette, le mani che gli artigliavano i capelli, le anche che si sollevavano dal materasso per premersi contro la
sua bocca. «Cazzo, sì—», ansimò, «leccami come se fossi l’ultima volta.»
Ma non lo era. Non lo sarebbe mai stato.
Marco risalì con i denti, mordicchiando l’interno delle cosce finché Mery non cominciò a tremare, poi si raddrizzò
in ginocchio tra le sue gambe. Si slacciò la cintura con un gesto brusco, i pantaloni che scendevano appena
abbastanza per liberare il cazzo, già duro e lucido in punta, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Non si
spogliò del tutto. Non c’era tempo. Non ce n’era mai.
Mery lo guardò con occhi febbrili, la bocca semiaperta, la saliva che le brillava sulle labbra. «Dammelo», supplicò,
le dita che si avvolgevano attorno alla base del suo membro, guidandolo verso di sé. «Per favore, ora.»
Marco non la fece aspettare. Si abbassò su di lei con un affondo solo, il cazzo che le spaccava in due con un
colpo secco, affondando fino alle palle in un solo movimento. Mery urlò, la schiena che si inarcava, le unghie che
gli squarciavano la camicia. Era stretta, sempre stretta, anche dopo mesi, anche dopo tutte le volte che l’aveva
scoperchiata in ogni modo possibile. Il suo corpo sembrava fatto per lui, la figa che si chiudeva attorno al suo
membro come un pugno bagnato, i muscoli interni che pulsavano già in cerca dell’orgasmo.

«Ti piace, puttana?» ringhiò Marco, tirandosi indietro finché solo la punta rimase dentro, poi sbattendole contro
con tutta la forza che aveva. Il letto scricchiolò, i piedi del comodino che saltellavano sul parquet. «Ti piace
quando ti fotto sul letto di tuo marito?»
Mery annuì freneticamente, i capelli che le si appiccicavano al viso sudato. «Sì—sì—mi piace quando mi riempi
di te, quando mi lasci il tuo seme dentro, quando Francesco torna e io so che ce l’ho ancora addosso—»
Le parole le morirono in gola quando Marco le afferrò i fianchi e cominciò a martellarla senza pietà, ogni colpo
che la faceva scivolare più su sul letto, le lenzuola che si attorcigliavano attorno alle sue cosce. Il suono dei loro
corpi che si sbattevano insieme era umido, osceno, punteggiato dai gemiti rochi di lei e dai respiri affannati di lui.
Marco sentiva il sudore che gli colava giù per la schiena, la camicia che gli si appiccicava alla pelle, ma non si
fermò. Non si sarebbe mai fermato.
«Voglio che mi succhi», ansimò all’improvviso, tirandola su per i capelli finché Mery non fu in ginocchio davanti a
lui, il cazzo che le sfiorava le labbra gonfie. «Voglio la tua bocca ora.»
Mery non esitò. Si avventò su di lui come una affamata, la lingua che gli leccava la lunghezza dall’alto in basso
prima di ingoiarlo tutto in un solo movimento. Marco gemette, le dita che le stringevano la nuca, spingendola giù
finché non sentì la punta che le batteva in gola. «Così», ringhiò, «prendi tutto, tutta la mia merda.»
Le lacrime le scendevano dagli occhi, il mascara che cominciava a colarle sulle guance, ma Mery non si tirò
indietro. Lo prese fino in fondo, la gola che si contraeva attorno a lui, le mani che gli massaggiavano le palle già
pesanti di sperma. Marco chiuse gli occhi, i muscoli delle cosce che tremavano per lo sforzo di non venire subito.
«Cazzo, Mery, sei una troia perfetta.»
Lei rise, o almeno ci provò, con il cazzo che le ostruiva la gola. Il suono vibrò attorno alla sua asta, mandandogli
scariche elettriche lungo la spina dorsale. Marco non resistette oltre. Le afferrò la testa con entrambe le mani e
cominciò a fotterle la bocca senza più controllo, i fianchi che si muovevano a scatti, il respiro che gli usciva a
singhiozzi. «Sto per venire», avvertì, ma Mery non si fermò. Anzi, gli affondò le unghie nelle natiche, tirandolo
ancora più dentro, come se volesse che le riempisse la pancia di sperma.
Il primo getto le esplose in gola con una violenza che lo fece barcollare. Mery ingoiò tutto, le labbra serrate
attorno alla base, la lingua che puliva ogni goccia residua mentre lui continuava a pomparle dentro scosse
sempre più deboli. Quando finalmente si staccò, un filo di sperma le colava dall’angolo della bocca, gli occhi
lucidi e soddisfatti.
Marco la spinse indietro sul letto con un ultimo strattone. «Ora ti scopo finché non cammini più», promise,
salendole sopra. E quando affondò di nuovo dentro di lei, Mery rise, un suono rotto e sporco, mentre le sue
gambe si avvolgevano attorno alla sua schiena, pronto a tenerlo lì dentro fino all’ultima goccia.
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