Prime Esperienze
Halana
Angel1965
17.03.2026 |
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"Si voltò e cominciò a camminare verso la stradina sterrata che portava alle pousadas dietro la spiaggia, sapendo che lui l’avrebbe seguita..."
Il sole di Salvador de Bahia ardeva come una lama sulla pelle dorata di Halana, che si allungava pigra sulla sdraio di plastica bianca, le gambe aperte giusto quel tanto per far intravedere il bordo nero del perizoma sotto la minigonna di jeans strappato. L’odore di olio di cocco e sudore si mescolava a quello della caipirinha che teneva in mano, il ghiaccio ormai sciolto, le labbra carnose che si bagnavano nel liquido dolce e acido mentre i suoi occhi scuri, quasi neri, scrutavano la spiaggia di Itapuã con la noia di chi ha già visto tutto. O quasi.La musica dei tamburi dei blocos lontani pulsava nell’aria umida, un ritmo che le scorreva nelle vene, ma oggi non aveva voglia di ballare. Aveva voglia di qualcosa di diverso. Qualcosa che non fosse il solito turista americano ubriaco che le offriva dollari per un pompino in bagno, o il ragazzo locale che prometteva amore eterno fino a quando non gli si asciugava il cazzo. Voleva essere sorpresa. E fu allora che lo vide.
Angelo. Seduto due sdraio più in là, sotto un ombrellone scuro che non riusciva a nascondere la sua presenza imponente. Un italiano—lo aveva capito subito dall’accento quando aveva ordinato una birra al bar—con i capelli grigi tagliati corti, la barba curata che incorniciava una bocca che sembrava fatta per comandare. E quegli occhi, grigi come l’acciaio, che non si erano staccati da lei nemmeno per un secondo da quando si era sdraiata lì, mezz’ora prima. Non la guardava come gli altri. Non la divorava con lo sguardo come un affamato, né la squadrata con la sufficienza di chi crede di potersela permettere. La studiava. Come se stesse leggendo un libro scritto in una lingua che solo lui conosceva.
Halana fece scivolare la lingua sulle labbra, lenta, lasciando che la punta si bagnasse nel sale del sudore e nel residuo zuccherino della caipirinha. Poi, con un movimento fluido, si sollevò sui gomiti, inarcando la schiena appena quel tanto per far tendere la maglietta attillata sui seni pieni, i capezzoli duri che premevano contro il cotone sottile. Lo sentì, il peso dello sguardo di Angelo che le scendeva addosso come una carezza, fermandosi lì, dove la stoffa si incollava alla pelle umida tra le cosce. Non si voltò verso di lui. Non ancora. Ma sorrise, appena un accenno, mentre si passava le dita tra i capelli ricci e neri, raccogliendoli in una coda disordinata che lasciava scoperta la nuca sudaticcia.
— Che caldo del cazzo, mormorò a nessuno in particolare, la voce roca, quasi un lamento. Poi si alzò, stirando le braccia sopra la testa in un gesto che fece scivolare la maglietta verso l’alto, scoprendo un lembo di pancia piatta e ombelico piercingato da un anellino d’argento. Non indossava il reggiseno. Lo sapeva. E lo sapeva anche lui.
Angelo non si mosse. Rimase seduto, le gambe leggermente divaricate, le mani grandi appoggiate sulle cosce muscolose, le dita che tamburellavano appena sul tessuto dei bermuda kaki. Aveva le spalle larghe, la pelle abbronzata ma non bruciata dal sole, segni di una vita passata più al nord, dove il clima era meno spietato. Quando Halana finalmente si voltò verso di lui, con un movimento del bacino che era una sfida, lui non distolse lo sguardo. Anzi. Lasciò che i suoi occhi scendessero lungo il corpo della ragazza, dalla gola dove pulsava una vena, ai seni che si sollevavano a ogni respiro, giù fino all’ombelico, poi più giù, dove la stoffa sfilacciata della minigonna lasciava poco all’immaginazione.
— Tu non sei di qui, disse Halana, passando in portoghese, la voce che scivolava sulle parole come miele caldo. Non era una domanda.
Angelo scosse la testa, un gesto lento. — No. Italia.
— Ah. Lei si avvicinò, i fianchi che oscillavano a ogni passo, i sandali di plastica che affondavano nella sabbia bollente. — E cosa ci fa un italiano a Itapuã? Non è esattamente la Costa Smeralda.
Lui sorrise, appena. Un movimento delle labbra che non raggiunse gli occhi. — Volevo vedere il posto dove nascono le dee.
Halana rise, una risata profonda, quasi un ringhio. — Dee? Io sono solo una puttana, amor. Si chinò, appoggiando le mani sulle ginocchia di lui, il viso così vicino che Angelo poteva sentire il suo respiro, caldo e carico di alcol. — Ma se vuoi, posso farti credere di essere Afrodite.
Le dita di Angelo si mossero, finalmente. Non per toccarla. Per prendere il bicchiere di birra dal tavolino accanto e portarlo alle labbra. Bevve un sorso, lento, gli occhi sempre fissi su di lei. — Afrodite non aveva il tuo profumo.
Halana sentì qualcosa stringersi nello stomaco. Non era un complimento. Era di più. Era un riconoscerla. Come se lui vedesse ciò che gli altri non vedevano: non solo il corpo, ma il fuoco che bruciava sotto. Si morse il labbro inferiore, poi si raddrizzò, facendo scivolare le mani lungo le proprie cosce, le unghie rosse che graffiavano appena la pelle. — E cosa sai tu del mio profumo, italiano?
Angelo posò il bicchiere. Si alzò. Era alto, più di quanto avesse sembrato seduto, e Halana dovette inclinare la testa all’indietro per guardarlo. — So che non è solo olio di cocco. Fece un passo verso di lei, riducendo lo spazio tra i loro corpi a pochi centimetri. — So che c’è qualcosa di selvatico. Qualcosa che non si lava via.
Il respiro di Halana si fece più corto. Sentiva il calore che emanava da lui, diverso da quello del sole. Più denso. Più pericoloso. — E tu vuoi scoprire cos’è?
Angelo non rispose con parole. Allungò una mano, lentamente, e le sfiorò una ciocca di capelli, avvolgendola attorno alle dita. Poi tirò, appena, costringendola a inclinare la testa di lato, esponendo la gola. — Voglio scoprire tutto.
Halana chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, erano più scuri, le pupille dilatate. — Allora vieni con me.
Non aspettò una risposta. Si voltò e cominciò a camminare verso la stradina sterrata che portava alle pousadas dietro la spiaggia, sapendo che lui l’avrebbe seguita. Lo sentiva, il peso del suo sguardo sulla schiena, sul culo sodo che si muoveva sotto la stoffa sottile della gonna. E quando arrivò alla porta della sua stanza—una stanza che odorava di sesso e sudore, con le lenzuola stropicciate e il condizionatore che gocciolava acqua tiepida—si fermò, la mano sulla maniglia, e si voltò.
Angelo era lì. Vicino. Troppo vicino. Il suo petto quasi sfiorava il suo, e Halana poteva vedere le goccioline di sudore che gli imperlavano la fronte, la pulsazione della vena sul collo. — Sei sicuro di voler entrare? chiese, la voce un sussurro.
Lui non rispose. Invece, allungò una mano e le afferrò il mento, le dita callose che le premevano sulla pelle. — Apri la porta, Halana.
Il modo in cui aveva pronunciato il suo nome—con quella r arrotata, quasi un ringhio—le fece venire la pelle d’oca. Obbedì. La porta si aprì con un cigolio, e lui la spinse dentro, seguendola, chiudendo con un calcio. La stanza era buia, illuminata solo dalla luce fioca che filtrava attraverso le persiane di legno, striature dorate che tagliavano il corpo di Halana quando si voltò verso di lui, le braccia conserte sotto i seni, sollevandoli.
— Allora? chiese, sfidandolo. — Cosa vuoi scoprire per primo?
Angelo non si mosse. La guardava come si guarda una preda. Come se stesse decidendo da dove cominciare a divorarla. — Togliti la maglietta.
Halana sorrise. Un sorriso lento, malizioso. Portò le mani all’orlo della maglietta e se la sfilò in un movimento fluido, lasciandola cadere a terra. Rimase in piedi, a seni nudi, i capezzoli duri come sassi, la pelle che brillava di un leggero strato di sudore. — Cos’altro?
Lui fece un passo avanti. Poi un altro. Fino a quando non fu così vicino che Halana poteva sentire il suo respiro sul viso. — Girati.
Il comando era secco. Imperioso. E qualcosa in lei reagì. Si voltò, lenta, offrendogli la schiena, sentendo il suo sguardo che le scendeva lungo la spina dorsale, fermandosi dove la gonna finiva e il culo cominciava, rotondo, sodo, vergine in quel modo. Non l’aveva mai dato, a nessuno. Non così. E lui lo sapeva. Lo sentiva.
— Abbassa la gonna.
Le dita di Halana tremarono appena mentre slacciava il bottone, abbassava la zip. La stoffa scivolò giù, lasciandola in perizoma nero, le natiche perfette esposte alla sua vista. Si morse il labbro quando sentì il suo dito—un solo dito—che le tracciava la scanalatura tra le chiappe, giù, giù, fino a sfiorare il buco stretto, protetto solo dal sottile triangolo di stoffa.
— Nessuno ti ha mai preso qui, vero? La voce di Angelo era roca, quasi un ringhio.
Halana scosse la testa, i capelli che le ricadevano sulle spalle. — No.
— Beneva.
La parola le colpì come una frustata. Si inarcò, appena, spingendo il culo indietro, verso di lui. Sentì il suo corpo rispondere, il calore che le si raccoglieva tra le gambe, la umidità che le inzuppava le mutandine. — Allora fallo, sussurrò. — Prendimi.
Angelo non aveva bisogno di essere invitato due volte. La mano di lui si abbatté sul suo culo, un colpo secco che la fece sobbalzare, la carne che vibrava sotto il palmo. Halana gemette, un suono animale, e lui rise, basso, prima di afferrarle i fianchi e spingerla in avanti, verso il letto. Lei cadde sulle mani, il culo in aria, offerto, e sentì le dita di lui che le scostavano il perizoma, esponendo il buco stretto, rosa scuro, mai toccato.
— Dio, ringhiò Angelo, e Halana sentì il suo respiro caldo lì, proprio lì, dove nessuno era mai stato. — Sei perfetta.
Poi la sua lingua fu su di lei. Bagnata, ruvida, che le leccava il solco tra le natiche prima di fermarsi sul buco, premendo, esplorando. Halana gridò, le dita che affondavano nelle lenzuola, il corpo che tremava. — Porra! Porra, porra, porra—
— Shhh, la zittì lui, la voce vibrante contro la sua pelle. — Lasciati andare.
E lei lo fece. Si lasciò andare. Mentre la lingua di Angelo la violava, lenta, insistente, preparandola, allargandola, facendola sua. Le dita affondavano nella carne delle sue cosce, tenendola aperta, esposta, e Halana sentiva il proprio corpo tradirla, aprirsi, volerlo. Quando lui finalmente si alzò, sentì il rumore della cintura che si slacciava, dei pantaloni che cadevano, e poi—Dio—la punta del suo cazzo, grossa, calda, che premeva contro di lei.
— Respira, le ordinò Angelo, una mano che le accarezzava la schiena, giù, fino ad affondare tra le sue chiappe, spalancandola. — Quando ti entro, respira.
Halana annuì, il viso premuto contro il materasso, il cuore che le martellava nel petto. Poi sentì la pressione—Dio, era enorme—che aumentava, che la stava strappando, e gridò, un urlo selvaggio, mentre lui affondava in lei, centimetro dopo centimetro, riempiendola, possedendola, marcandola.
— Cazzo, ansimò Angelo, le dita che le affondavano nei fianchi, tenendola ferma mentre cominciava a muoversi, lento all’inizio, poi sempre più forte, sempre più a fondo. — Sei così stretta. Così perfetta.
Halana non riusciva a parlare. Poteva solo gemere, poteva solo sopportare, il corpo in fiamme, il sedere in fiamme, ma Dio, era così bello, così giusto, e quando la sua mano le si insinuò intorno, trovando il clitoride, strofinandolo con movimenti circolari stretti e implacabili, lei venne con un urlo, il corpo che si stringeva intorno a lui, spremendolo, e lui gemette, le sue spinte diventarono irregolari, prima di affondare profondamente e venire dentro di lei, caldo e denso, segnandola in un modo che nessuno aveva mai fatto prima.
Quando finalmente si ritirò, Halana crollò sul letto, il corpo tremante, il sedere pulsante, la mente vuota per il piacere. Angelo le cadde accanto, il petto che si alzava e si abbassava affannosamente, la mano che trovò la sua, stringendola.
— Ora sei mia, le sussurrò all'orecchio.
E Halana, per la prima volta in vita sua, non protestò.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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