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incesto

Il frutto della passione proibito


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
29.03.2026    |    878    |    0 8.7
"La bocca di Gislene era calda e umida, la pressione delle sue labbra perfetta, come se fosse stata creata apposta per avvolgersi attorno al suo cazzo..."
Angelo, intrappolato tra il dovere e il
desiderio, si trova faccia a faccia con
Gislene, la cognata che ha infestato i suoi
sogni proibiti. In una notte afosa di Buenos
Aires, lei lo sfida a superare i limiti,
offrendogli una tentazione che potrebbe
distruggere tutto.
La sera a Buenos Aires si era posata come un velo umido sulla pelle, quel tipo di caldo appiccicoso che faceva
aderire la camicia alla schiena anche dopo il tramonto. Angelo si era tolto la giacca del completo grigio
antracite—quello buono, quello che indossava solo quando doveva fare colpo—e l’aveva appoggiata con cura
sullo schienale della sedia di vimini del bar all’angolo tra Callao e Corrientes. Il ghiaccio nel suo Fernet con Coca
tintinnava ogni volta che il bicchiere sfiorava il tavolino di marmo screziato, lasciando cerchi umidi che si
allargavano come aliti di sudore sulla pelle.
Non avrebbe dovuto essere lì. Non quella notte. Non dopo la cena con i parenti di sua moglie, non dopo aver
sorbito per ore i racconti noiosi di suo cognato Rodrigo sulla crisi economica argentina, non dopo aver sorriso
educato mentre sua moglie, Claudia, gli lanciava occhiate di biasimo perché aveva osato ordinare un secondo
bicchiere di Malbec. Ma eccolo lì, con le dita che tamburellavano sul tavolino, il collo della camicia slacciato di un
bottone in più del necessario, a fissare l’ingresso del locale come se aspettasse una consegna in ritardo.
Poi era entrata lei.
Gislene non camminava: si muoveva come se il pavimento fosse un letto e ogni passo una carezza. I fianchi larghi
oscillavano sotto il vestito attillato di un rosso scuro che sembrava dipinto sulla sua pelle morena, quel tipo di
stoffa che si incollava ai glutei tondi come due mezzle di melone maturo, divisi da un solco così profondo che
Angelo sentì la bocca seccarsi all’istante. I tacchi alti—neri, a spillo, quelli che facevano contrarre i polpacci
come se stessero per scattare—cliccavano sul pavimento di piastrelle come un metronomo che scandiva il ritmo
del suo battito cardiaco. I capelli, neri e lisci come seta bagnata, le ricadevano sulle spalle in onde che si
muovevano ad ogni passo, e quando si voltò verso il bancone per ordinare qualcosa—un caipirinha,
probabilmente, dato che era brasiliana fino al midollo—Angelo vide il profilo del suo seno, pesante e sodo,
premere contro la scollatura a V del vestito, come se stesse per traboccare da un momento all’altro.
Era la cognata. La sorella minore di Claudia. Quella che rideva troppo forte, che toccava sempre tutti quando
parlava, che aveva un modo di guardarti dritto negli occhi mentre si leccava le labbra come se stesse assaggiando
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qualcosa di dolce. Quella che, ogni volta che si chinava per raccogliere un bicchiere o sistemarsi la scarpa, offriva
una vista mozzafiato della scollatura, dove l’ombra tra i seni sembrava un invito scritto a caratteri cubitali.
Angelo aveva fantasticato su di lei. Più di una volta. Più di quanto fosse disposto ad ammettere anche a se
stesso. Ma erano fantasie, niente di più. Finché quella sera, mentre lei si avvicinava al suo tavolino con due
bicchieri in mano—uno per lei, uno che non aveva ordinato lui—non aveva sorriso con quella bocca carnosa,
dipinta di un rosso scuro che sembrava il sangue di un frutto troppo maturo, e non aveva detto: «So che stavi
aspettando qualcuno. Ma stasera, cunhado, quel qualcuno sono io.»
La voce di Gislene era un contralto roco, quel tipo di tono che vibrava nel petto come il ronzio di un motore
acceso. Quando si era seduta di fronte a lui, il vestito si era sollevato appena, rivelando un centimetro in più di
coscia—liscia, dorata, con una venatura bluastra appena sotto la pelle, come un fiume nascosto. Angelo aveva
deglutito, le dita che stringevano il bicchiere fino a far sbiancare le nocche. «Non so di cosa stai parlando», aveva
mentito, ma la bugia si era sciolta nella sua stessa bocca come zucchero in acqua bollente.
Lei aveva riso, un suono basso e gutturale, e aveva allungato un piede sotto il tavolino fino a sfiorargli la gamba.
«Non mentire, Angelo. Lo so che mi guardi. Lo so che pensi a come sarebbe affondare le dita in questo
culo»—qui si era girata leggermente sulla sedia, offrendogli una vista laterale del suo didietro, così rotondo che
sembrava scolpito—«o a come sarebbe sentirmi la lingua tra le gambe. E stasera»—aveva abbassato la voce, così
che lui dovesse chinarsi in avanti per sentirla, così che il profumo di lei, un mix di vaniglia e sudore dolce, gli
entrasse nelle narici come una droga—«stasera puoi smettere di fantasticare.»
Il primo tocco era stato un incidente. O almeno, così si era detto Angelo dopo. Lei aveva fatto scivolare il piede
più su, lungo la sua coscia, fino a sfiorargli l’inguine attraverso il tessuto dei pantaloni. Lui aveva sobbalzato, il
respiro bloccato in gola, mentre il sangue affluiva all’erezione nascente con una velocità che lo faceva quasi male.
«Vedi?», aveva sussurrato lei, le labbra così vicine al suo orecchio che sentiva il calore del suo respiro. «Non è
colpa tua. È colpa di questo»—e aveva premuto appena, il tacco che tracciava il contorno del suo cazzo
attraverso la stoffa, «che sa già cosa vuole.»
Non c’erano state altre parole. O se c’erano state, Angelo non le ricordava. Ricordava solo il modo in cui lei si
era alzata, aveva preso la sua mano e l’aveva trascinato fuori dal bar, lungo un vicolo buio dove l’odore di urina e
fumo di sigaretta si mescolava al profumo di lei. Ricordava la porta di un albergo di infimo ordine, la scala che
scricchiolava sotto i loro passi, la chiave che girava nella serratura con un clic che sembrava il grilletto di una
pistola.
La stanza era piccola, con le tende tirate e un letto sfatto che puzzava di sesso vecchio e disinfettante
economico. Gislene aveva chiuso la porta alle sue spalle e, senza voltarsi, aveva detto: «Spogliati.» Non era una
richiesta. Era un ordine. E qualcosa, nel tono della sua voce, aveva fatto sì che Angelo obbedisse senza esitare.
La cravatta era finita per terra prima ancora che lui si rendesse conto di averla slacciata. I bottoni della camicia
erano saltati via uno dopo l’altro, le dita tremanti mentre lei si voltava lentamente, gli occhi scuri come due
pozzi senza fondo. «Più veloce», aveva sibilato, e lui aveva obbedito, strappandosi quasi i pantaloni nella fretta, i
boxer che scivolavano giù insieme a loro, il cazzo che si liberava finalmente, duro e pulsante, la punta già umida
di pre-sperma.

Gislene non si era mossa. Era rimasta lì, appoggiata alla porta, a guardarlo mentre lui si denudava davanti a lei, il
petto peloso e pallido sotto la luce fioca della lampada, la pancia appena prominente—segno dei suoi sessant’un
anni—che si alzava e abbassava con respiri sempre più affannosi. Poi, quando lui era stato completamente nudo,
lei aveva sorriso. «Bello», aveva detto, e la parola era stata come una carezza sul suo cazzo. «Molto più grosso di
quanto immaginassi.»
E poi si era inginocchiata.
Non c’era stata nessuna esitazione. Nessun gioco, nessuna preparazione. Gislene aveva afferrato la base del suo
cazzo con una mano—le dita lunghe, le unghie smaltate di rosso scuro—e aveva avvolto le labbra intorno alla
punta, la lingua che guizzava fuori per leccare via la goccia di liquido preseminale che colava dall’uretra. Angelo
aveva gemuto, le dita che si aggrappavano ai suoi capelli neri, ma lei aveva scosso la testa, liberandosi dalla sua
presa. «Non tirare», aveva detto, la voce ovattata con la bocca piena. «Lascia fare a me.»
E lui aveva obbedito.
La bocca di Gislene era calda e umida, la pressione delle sue labbra perfetta, come se fosse stata creata apposta
per avvolgersi attorno al suo cazzo. La lingua tracciava venature lungo l’asta, la punta che si attardava sul frenulo
ogni volta che risaliva, facendolo tremare. Quando aveva cominciato a muoversi, era stato con un ritmo lento,
metodico, come se stesse assaporando ogni centimetro di lui. Le sue guance si infossavano ogni volta che lo
prendeva tutto, la gola che si contraeva attorno alla punta quando lui spingeva troppo in profondità, ma lei non
si era mai tirata indietro. Anzi. Aveva allungato una mano tra le sue gambe, massaggiandogli le palle con una
pressione che lo faceva quasi venire lì, in piedi, come un ragazzo alla sua prima volta.
«Porca puttana», aveva ansimato lui, le dita che si stringevano a pugno nei suoi capelli, ma lei aveva solo
riso—un suono vibrante, gorgogliante, che aveva fatto tremare il suo cazzo dentro la sua bocca—e aveva
accelerato il ritmo, la testa che si muoveva avanti e indietro con una precisione che lo stava portando sempre
più vicino al limite.
Poi, senza preavviso, si era fermata.
Angelo aveva quasi pianto dalla frustrazione, il cazzo che pulsava dolorosamente, la punta rossa e gonfia. «Che
cazzo—» aveva cominciato, ma lei lo aveva zittito con un dito sulle labbra.
«Non ancora», aveva detto, alzandosi in piedi con una fluidità che sembrava sovrumana. «Prima voglio sentirti
dentro di me. In tutti i modi possibili.»
E prima che lui potesse rispondere, si era girata, appoggiando le mani sul letto, il culo perfetto sollevato verso di
lui, il vestito rosso sollevato sulla schiena, rivelando che non indossava mutandine. Solo quella pelle dorata, quel
solco profondo tra le natiche, e più giù, tra le gambe, il luccichio umido della sua fica già bagnata.
«Allora?», aveva detto, guardandolo da sopra la spalla con un sorriso che era pura sfida. «Che aspetti,
cunhado?»*
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