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Prime Esperienze

Halana parte 2


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
17.03.2026    |    296    |    0 6.0
"— La voce di lui era un growl contro la sua tempia, mentre le dita iniziavano a muoversi, curve, strofinando quel punto interno che la faceva impazzire..."
Halana giace travolta dal desiderio, il corpo ancora fremito dopo Angelo, mentre lui la osserva con fame silenziosa. Ogni tocco, ogni parola, ogni promessa tace sono una tortura e un incanto—fino a quando lei non cede, supplicando ciò che entrambi sanno di volere. Ma il prezzo della resa sarà più d…






Halana rimase distesa sul materasso consunto, il petto che si alzava e abbassava in un ritmo lento, quasi ipnotico. La pelle, ancora umida di sudore e del seme di lui, brillava sotto la flebile luce della lampada a olio che oscillava appesa al soffitto. Ogni piccolo movimento le faceva percepire il peso di Angelo accanto a lei, la sua presenza ingombrante eppur rassicurante. Non si era mossa, non aveva parlato. Solo il labbro inferiore, stretto tra i denti, tradiva il turbine di sensazioni che le attraversava il corpo—un misto di dolore sordo tra le cosce, un calore persistente che sembrava irradiarsi dall’interno, come se lui l’avesse marchita non solo con le parole, ma con qualcosa di più profondo, di viscerale.

Gli occhi di Angelo, scuri come la pece, scivolavano su di lei con una lentezza calcolata. Non c’era fretta in quello sguardo, né la smania di un uomo sazio che cerca solo di riposare. C’era invece una fame diversa, quasi clinica, come se stesse memorizzando ogni centimetro del suo corpo disteso, ogni linea del suo profilo, ogni ombra che si allungava sulla pelle ambrata. Le dita di lui, callose e pesanti, si mossero prima che lei potesse anticiparlo. Un tocco leggero, quasi casuale, che partì dalla curva del fianco sinistro e risalì lungo la costa, sfiorando appena il lato del seno. Non era una carezza. Era un possesso silente, un modo per ricordarle che, nonostante l’orgasmo che ancora le faceva tremare le gambe, non era finita.

Halana trattenne il fiato. Il contatto, apparentemente innocuo, le scatenò un brivido che le percorse la schiena come una scarica elettrica. Non si ritrasse. Non lo avrebbe mai fatto. Ma il corpo reagì da solo: i capezzoli, già duri per l’aria condizionata che filtrava dalla finestra rotta, si inturgidirono ulteriormente, puntando verso l’alto come se chiedessero attenzione. Le labbra si dischiudevano appena, umide, e quando la lingua scivolò fuori per bagnarle, fu un gesto involontario, dettato dal bisogno di sentire qualcosa—qualcosa di più—tra i denti.

— Così mi fai impazzire…— Le parole le uscirono di bocca prima che potesse fermarle, la voce rauca, strozzata da un desiderio che non voleva ammettere. Non era una supplica. Era un’accusa. O forse una resa.

Angelo non rispose. Non ne aveva bisogno. Il suo silenzio era più eloquente di qualsiasi parola, carico di una promessa che Halana sentiva scivolarle addosso come un velo pesante. Si spostò appena, il corpo massiccio che si inclinava verso di lei, e il calore del suo respiro le sfiorò la spalla, poi il collo, prima di posarsi sulla curva del seno. Non la toccò. Non ancora. Ma l’aria umida che espelva dai polmoni le fece accapponare la pelle, come se ogni folata fosse una carezza invisibile.

Le mani di lui, finalmente, persero ogni esitazione. Una si chiuse attorno al suo polso, le dita che si avvolgevano attorno all’osso sottile con una pressione che non lasciava spazio a dubbi: sei mia. L’altra scivolò lungo il ventre, piatto e tremulo, fino a posarsi proprio sopra il pube, dove i peli ricci e scuri erano ancora appiccicati dal sudore. Non la penetrò. Non la sfiorò nemmeno lì dove bruciava di più. Si limitò a premere, con il palmo aperto, come per sentirle il battito tra le gambe.

Halana gemette, un suono gutturale che le salì dalla gola senza filtri. Le dita della mano libera si aggrapparono al lenzuolo sudicio, strizzandolo tra le nocche fino a sbiancarle. Voleva dirgli di andare avanti, di non giocare, di darle quello che sapeva sarebbe arrivato. Ma le parole si persero in un altro ansito quando Angelo, con una lentezza sadica, iniziò a muovere il palmo in cerchi lenti, massaggiandole il pube senza mai scendere più in basso. Il clitoride, già gonfio e dolorante, pulsava sotto quella pressione indiretta, come se ogni millimetro di distanza fosse una tortura.

— Non fermarti…— La supplica le sfuggì dalle labbra, un sussurro rotto, quasi disperato. Non riconosceva la propria voce. Non riconosceva se stessa.

L’angolo della bocca di Angelo si sollevò appena, un sorriso che non arrivava agli occhi ma che le fece stringere lo stomaco. Si chinò, e questa volta non fu solo il respiro a sfiorarla. Le labbra di lui si posarono sull’orecchio, calde e umide, e quando parlò, la voce era un ruggito ovattato, una vibrazione che le attraversò il cranio e scese dritta tra le cosce.

— Non ho intenzione di fermarmi, Afrodite.— La lingua gli scivolò lungo il lobo, tracciandone il contorno prima di mordicchiarlo appena, abbastanza da farle sentire il pizzicore del dolore mescolato al piacere. — Ma tu devi chiedermelo per bene.

Halana sentì il corpo tendersi, ogni muscolo in attesa. Sapeva cosa voleva. Sapeva cosa lui voleva. E per la prima volta, il pensiero di supplicare non le sembrò un’umiliazione, ma un potere. Si inarcò appena, offrendogli il collo, la gola esposta, vulnerabile. Le parole le bruciavano in gola, ma le disse lo stesso, con una voce che era metà sfida e metà resa:

— Per favore… fammi sentire di nuovo il tuo cazzo dentro di me.

Il riso di Angelo fu una risata bassa, quasi un ringhio. Non attese un secondo di più. La mano che le stringeva il polso si spostò in un lampo, afferrandole i capelli alla nuca e tirandoli indietro con forza sufficiente a farle inarcare la schiena. L’altra, quella che fino a un secondo prima la torturava con carezze indirette, scivolò giù, due dita che si insinuarono tra le labbra bagnate senza preavviso, affondando dentro di lei con un colpo secco che le strappò un grido.

— Così va meglio.— La voce di lui era un growl contro la sua tempia, mentre le dita iniziavano a muoversi, curve, strofinando quel punto interno che la faceva impazzire. — Ora sei una brava puttana.
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