bdsm
Gola profonda e sottomissione
Angel1965
15.02.2026 |
852 |
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"«Dai, puttana», ansimò lui, accelerando il ritmo, le dita che si stringevano nei suoi capelli fino a farle male il cuoio
capelluto..."
Barbara si sottomette ad Angelo in ungioco di potere e piacere, dove ogni ordine
è un'umiliazione desiderata e ogni tocco
una conferma del suo ruolo.
La villa di Angelo era immersa nel silenzio della sera, avvolta da un’ombra calda che filtrava attraverso le tende di
velluto scuro. L’aria era pesante di profumo di cuoio e whisky invecchiato, un aroma che si mescolava al sudore
dolce di Barbara, ancora avvolta nel vestito attillato che le aderiva al corpo come una seconda pelle. Era alta, con
gambe lunghe e snelle che sembravano non finire mai, i fianchi larghi che ondeggiavano a ogni passo, il seno
pieno che premeva contro la seta nera del corpetto. I capelli biondi, raccolti in una crocchia disordinata, le
ricadevano in ciocche umide sulla nuca, segnale che la serata era già cominciata da un po’.
Angelo, seduto sulla poltrona di pelle scura dietro la scrivania massiccia, la osservava con gli occhi socchiusi, le
dita che tamburellavano lentamente sul legno lucido. Aveva sessant’anni portati con una sicurezza che solo il
potere e il denaro potevano dare: la schiena dritta, i lineamenti affilati, i capelli grigi pettinati all’indietro con
precisione militare. Non aveva bisogno di parlare per comandare. Bastava uno sguardo, un cenno, un silenzio
carico di attesa. Barbara lo sapeva bene. Lo sapeva da mesi, da quando aveva accettato di diventare la sua
cosa—la sua troia personale, la sua puttana da usare come più gli aggradava.
«Vieni qui», disse finalmente, la voce bassa e graffiante come carta vetrata. Non era una richiesta.
Lei obbedì senza esitazione, i tacchi alti che battevano sul parquet mentre si avvicinava, le cosce che sfregavano
l’una contro l’altra sotto la stoffa sottile. Si fermò davanti a lui, le mani giunte dietro la schiena, il respiro già un
po’ affannato. Angelo non si mosse. Rimase lì, a fissarla, mentre con una lentezza calcolata slacciava la cintura
dei pantaloni. Il suono del cuoio che scorreva attraverso le fibbie metalliche risuonò nella stanza come un
avvertimento.
«Inginocchiati.»
Barbara si abbassò, le ginocchia che affondavano nel tappeto persiano, le mani che tremavano appena mentre si
sistemava ai suoi piedi. Sentiva già il calore irradiarsi dal corpo di lui, il profumo maschio di dopobarba e pelle
matura che le riempiva le narici. Angelo si spostò in avanti, i pantaloni aperti appena abbastanza da liberare il
cazzo, già duro e pulsante, le vene gonfie che correvano lungo l’asta scura. Era grosso, più di quanto molte
donne avrebbero potuto gestire, ma lei lo sapeva. Lo conosceva fin troppo bene—ogni centimetro, ogni curva,
ogni modo in cui si induriva ancora di più quando glielo leccava come una brava cagnolina.
«Apri quella bocca», ordinò lui, afferrandole i capelli con una presa salda, tirandole indietro la testa con un
movimento brusco.
Barbara obbedì all’istante, le labbra che si dischiudevano in un cerchio perfetto, la lingua che si allungava per
accogliere la punta umida del suo cazzo. Non ebbe nemmeno il tempo di prepararsi. Angelo le spinse la testa in
avanti con un colpo secco, affondando fino alla gola in un solo, fluido movimento. Il suo cazzo scivolò oltre le
labbra, oltre la lingua, fino a premere contro l’ugola, costringendola a deglutire attorno alla massa intrusa.
«Mmmf—!» Il suono le morì in gola, soffocato dalla carne che le riempiva la bocca. Gli occhi le si inumidirono
all’istante, le lacrime che le scendevano lungo le guance mentre cercava di respirare attraverso il naso, le narici
che si allargavano per l’improvviso sforzo. Angelo non si fermò. Non glielo permise. La tenne lì, con il cazzo
sepolto fino alle palle nella sua gola stretta, sentendo i muscoli contrarsi attorno a lui in spasmi involontari.
«Così», ringhiò, la voce roca di piacere. «Prendilo tutto, troia. So che ci riesci.»
Barbara gemette, o almeno ci provò, ma il suono uscì solo come un vibrare sordo contro la sua pelle. Le mani le
scivolarono lungo i fianchi, le dita che si insinuavano sotto l’orlo del vestito, cercando disperatamente il proprio
sesso. Era già bagnata fradicia, le mutandine inzuppate, il clitoride gonfio e dolorante. Ogni volta che lui la usava
così, ogni volta che la trattava come il giocattolo che era, il suo corpo rispondeva come se fosse stato creato
solo per quello—per essere riempita, umiliata, posseduta.
Angelo cominciò a muoversi, tirandosi indietro solo per spingere di nuovo in avanti con un colpo del bacino che
la fece tossire violentemente. La saliva le colava dagli angoli della bocca, gocciolando sul suo cazzo lucido, sulle
sue palle pesanti. Non importava. Non importava quanto fosse umiliante, quanto fosse difficile. Lei amava
questo. Amava sentirsi usata, amava la sensazione di essere solo un buco caldo per il suo padrone, un posto
dove lui poteva scaricare i suoi bisogni senza dover chiedere, senza dover supplicare.
«Dai, puttana», ansimò lui, accelerando il ritmo, le dita che si stringevano nei suoi capelli fino a farle male il cuoio
capelluto. «Fammi vedere quanto sei brava. Fammi venire in quella gola stretta.»
Barbara gemette di nuovo, le dita che si muovevano frenetiche tra le cosce, sfregando il clitoride attraverso la
stoffa bagnata. Ogni affondo del cazzo di Angelo le mandava scariche elettriche lungo la spina dorsale, ogni
colpo in gola la portava più vicina all’orgasmo. Non aveva bisogno di essere toccata. Non aveva bisogno di
niente oltre a questo—al suo padrone che la usava, che le riempiva la bocca, che le ricordava il suo posto.
«Cazzo, sì», ringhiò lui, sentendo la gola di lei contrarsi attorno a lui, massaggiandolo, strizzandolo. «Sto per
venire, troia. Ingoia ogni goccia.»
Non le diede scelta. Con un ultimo, violento affondo, Angelo si seppellì fino in fondo nella sua gola e venne con
un ruggito, il corpo che si irrigidiva mentre il seme caldo le inondava l’esofago. Barbara sentì ogni spinta, ogni
pulsazione, il sapore salato e denso che le riempiva la bocca mentre deglutiva automaticamente, obbediente.
Non si tirò indietro. Non osò. Rimase lì, in ginocchio, con le lacrime che le solcavano il viso e le mani ancora tra le
cosce, il corpo scosso da un orgasmo violento che la fece tremare come una foglia.
Quando finalmente Angelo si ritirò, il cazzo ancora semi-duro e lucido di saliva, Barbara rimase a bocca aperta,
ansimante, il respiro rotto da piccoli singhiozzi di piacere. Si passò un dito sulle labbra gonfie, raccogliendo una
goccia di sperma residuo che le era sfuggita, e se lo leccò lentamente, gli occhi fissi nei suoi.
«Così si fa, padrone», sussurrò, la voce roca e graffiante. «Sono solo la tua puttanella.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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