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incesto

La danza proibita


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
29.03.2026    |    543    |    0 6.0
"Ora era lei a tirarlo giù, a guidarlo dentro di sé con un gemito disperato, le unghie che gli solcavano le spalle..."
Angelo e Gislene si abbandonano a una
passione sfrenata, i loro corpi uniti in un
ballo osceno di desiderio e trasgressione.
Le parole di lei, sporche e dirette,
accendono un fuoco primitivo in lui,
mentre il loro amplesso diventa una danza
di dominazione e resa, dove i confini tra
piacere e dolore…
L’aria nella stanza d’albergo era densa, satura del profumo di sudore e desiderio, mescolato all’odore metallico
del lubrificante che Gislene aveva spalmato tra le natiche con dita lente, quasi cerimoniale. Angelo la fissava, le
mani strette a pugno lungo i fianchi, il cazzo pulsante e bagnato di saliva, la punta già lucida di pre-sperma che
colava lungo l’asta gonfia. Non aveva mai visto nulla di più oscenamente bello di sua cognata in ginocchio sul
letto, il culo alto e offerto, le cosce tremanti, la schiena inarcata in un invito che non lasciava spazio a esitazioni.
Lei si voltò appena, sufficientemente perché lui vedesse il sorriso lascivo che le incurvava le labbra rosse, ancora
umide del suo stesso sapore. «Vem, cunhado» sussurrò, la voce roca, quasi un ringhio. «Me fode como um
homem. Não como esse marido fraco que a minha irmã merece.» Le parole in portoghese, sporche e dirette, gli si
avvolsero attorno al cervello come una frustata, accendendo qualcosa di primitivo nel suo ventre. Non c’era più
spazio per i sensi di colpa, non ora che lei si dimenava davanti a lui, le dita affondate tra le lenzuola sudice, il
buco stretto che si contraeva in attesa.
Angelo non rispose. Non ce n’era bisogno. Con un movimento brusco, le afferrò i fianchi, le dita affondando
nella carne morbida e calda, i pollici premuti contro l’osso iliaco mentre la tirava indietro, verso di sé. Gislene
gemette, un suono gutturale, quasi soffocato, quando la punta del suo cazzo si appoggiò contro l’anello di
muscoli tesi. Non aspettò. Non chiese. Spinse.
Il calore era incredibile. Una morsa umida e vibrante che lo inghiottì centimetro dopo centimetro,
costringendolo a mordersi il labbro inferiore fino a sentire il sapore del sangue. «Porra…» ansimò lei, le unghie
graffiando il materasso, «é maior do que eu imaginava…» Le parole si persero in un gemito quando lui affondò
fino in fondo, i testicoli premuti contro il suo clitoride gonfio, il pube rasato che sfregava contro la sua carne
bagnata. Era stretta. Troppo stretta. Ogni minimo movimento faceva sì che i muscoli interni si contraessero
attorno a lui, massaggiando l’asta in modo quasi insopportabile.
Gislene non rimase passiva. Appena si abituò alla piena invasione, cominciò a muoversi, spingendo il culo
indietro contro di lui con ritmi lenti e circolari, come se volesse assaporare ogni centimetro, ogni venatura del
suo cazzo che le dilaniava l’interno. «Assim… assim, Angelo» ansimava, la voce rotta, «me enche toda, seu filho

da puta…» Le sue parole erano un mix di supplica e sfida, e lui non poteva fare altro che obbedire.
Le sue mani scivolarono dalla vita di lei fino al seno, afferrando i capezzoli duri tra le dita, torcendoli appena
abbastanza da strapparle un grido strozzato. «Ti piace, puttana?» ringhiò, la voce rauca, mentre cominciava a
martellarla con colpi profondi, il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza. «Ti piace
quando ti scopo come la troia che sei?» Ogni parola era accompagnata da una spinta violenta, il letto che
scricchiolava sotto di loro, le molle che gemevano in protesta.
«Sim!» urlò lei, la testa gettata all’indietro, i capelli neri appiccicati alla schiena sudata. «Sou sua puta, Angelo!
Sua vadia safada…» Le sue mani abbandonarono il materasso, scivolando indietro per afferrargli le natiche, le
unghie conficcate nella carne mentre lo spingeva ancora più a fondo, come se volesse che le sfondasse l’utero.
«Me faz gozar, cunhado… me faz gozar no seu pau grosso!»
Il sudore gli colava lungo la tempia, gocciolando sul suo torace mentre aumentava il ritmo, i fianchi che
sbattevano contro il suo culo con un suono sordo, la pelle che schiaffeggiava la pelle. Sentiva i suoi testicoli
tirarsi su, il calore che si accumulava alla base della spina dorsale, ma non voleva venire. Non ancora. Voleva farla
urlare, voleva che supplicasse, voleva che non dimenticasse mai questa notte.
Con un movimento brusco, la spinse giù, facendola sdraiare a pancia in giù, il culo ancora sollevato, le gambe
divaricate. Si chinò su di lei, il torace premuto contro la sua schiena, il respiro caldo contro il suo orecchio
mentre le mordeva il lobo. «Girati» le ordinò, la voce un growl animale. «Voglio vederti mentre ti scopo.»
Gislene obbedì all’istante, rotolando sulla schiena, le gambe che si avvolgevano attorno alla sua vita prima ancora
che lui potesse riprendere il controllo. Ora era lei a tirarlo giù, a guidarlo dentro di sé con un gemito disperato, le
unghie che gli solcavano le spalle. «Assim… assim eu vejo seu rosto quando gozar dentro de mim» ansimò, gli
occhi semichiusi, le labbra dischiuse in un sorriso malizioso. «Quero sentir você encher minha bunda de porra,
cunhado…»
Angelo non riuscì a trattenersi. Le afferrò le caviglie, spingendole indietro fino a farle toccare le cosce, aprendola
completamente, esponendola in modo osceno mentre ricominciava a martellarla con colpi brevi e profondi, la
punta del cazzo che sfiorava quel punto dentro di lei che la faceva contorcere e gridare. «Vai tomar no cu,
Angelo!» imprecò, le dita che si affondavano nei suoi avambracci, «Me faz sua… me faz sua agora!»
Non ci volle molto. Il suo orgasmo esplose senza preavviso, un’onda di fuoco che gli bruciò le vene, i muscoli che
si contraevano mentre si svuotava dentro di lei in spinte convulse, il sperma che le riempiva in jet caldi e spessi,
marcandola, reclamandola. Gislene urlò, il corpo scosso da tremiti violenti, le pareti interne che si stringevano
attorno a lui, strizzando ogni ultima goccia mentre anche lei veniva, i fluidi che le colavano lungo il solco del culo,
mescolandosi al suo seme.
Collassarono insieme, sudati e ansimanti, i corpi ancora uniti, i cuori che battevano all’unisono. Angelo sentiva il
suo respiro caldo contro il collo, le labbra di lei che tracciavano una scia di baci umidi lungo la clavicola. «Ainda
não acabou, cunhado» mormorò, la voce un filo di seta roco. «A noite é longa… e eu ainda tenho muita fome.»
Le sue dita scivolarono giù, avvolgendosi attorno alla base del suo cazzo, ancora semiduro, già pronto a
rispondere al suo tocco. «Vou te mostrar o que uma brasileira de verdade sabe fazer…»
E Angelo sapeva che, quella notte, non sarebbe uscito vivo da quella stanza.
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