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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap4#3
giorgal73
27.04.2026 |
15.766 |
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"Il suono che esce dalla sua bocca è un gemito che si trasforma in risata isterica, una follia pura che mi eccita più di qualsiasi cosa..."
Natale perverso – Capitolo 4 – Relax meritatoParte 3 di 6
Claudia non se lo fa ripetere due volte. In un attimo è in ginocchio tra le mie cosce, la lingua protesa. Inizia a leccare avidamente, raccogliendo il liquore misto ai miei umori, la lingua che entra ed esce dalla mia figa con movimenti esperti. Le gocce continuano a cadere, lei lecca sempre più voracemente, succhiando il clitoride, infilando la lingua profonda. Sotto gli occhi bramosi di Michela e Pierre raggiungo un orgasmo intenso, stringendo le cosce intorno alla sua testa mentre squirto leggermente sulla sua lingua.
La gola mi brucia per il liquido alcolico e per la fame di possesso. Stringo il polpaccio di Claudia mentre mi affonda la lingua nel sesso e la sua bocca si sporcano di piacere e digestivo, il respiro di entrambe si accorcia in sincronia. La sua lingua mi scava, raccoglie la mistura amara e i miei succhi, i capelli perfetti si sfanno ciocca dopo ciocca mentre la tiro più forte contro di me, voglio che anneghi nel mio umore finché esaurisce il fiato. Intorno, la sala si ferma. Pierre e Luigino restano immobili, i bicchieri in mano come trofei ormai inutili; Michela si lascia cadere in avanti, i seni pesanti contro il tavolo, continuando a fissare la scena con occhi disumani, avida come un branco di topi davanti a una torta ancora calda.
Le mani di Claudia mi montano le cosce, mi allargano le grandi labbra mentre succhia e succhia fino a svuotarmi, poi solleva la testa e spalanca la bocca per mostrare a tutti che ha raccolto ogni singola goccia. Poi schiocca la lingua, ne fa stillare una goccia sulla punta e me la spalma sul clitoride che pulsa come una gemma viva. A questo punto, mollo la presa sui suoi capelli - le mani ora spingono la sua faccia ancora più in basso, le dita stringono la mascella, la costringo a non retrocedere mai di un centimetro. Inizio a venire in ondate piccole ma precise: ciascuna un morso che mi attraversa, scatena un tremito involontario nel bacino, propaga risonanze nella schiena. Voglio arrivare al punto che divento solo gola - tutta la fame del mio corpo si concentra lì, nella voglia di sbranare e di essere sbranata da Claudia e da chiunque abbia voglia di mettersi in ginocchio davanti a me.
Come ogni orgasmo che si impadronisce della mia anima e del mio corpo, anche questa volta la voglia e il desiderio prendono il sopravvento, pulsando nelle vene come lava incandescente. Mi alzo con movimenti felini, catturo con ferocia la mano destra di Michela e la faccio alzare con uno strattone deciso. «Andiamo su in camera che ora faremo sul serio,» sussurro con voce roca contro il suo orecchio, mordendole delicatamente il lobo. Lei mi guarda con aria estasiata, le pupille dilatate che divorano quasi completamente l’iride verde smeraldo. Entriamo in camera, l’aria pesante di profumo di sandalo e ambra. Prendo la cornetta nera del telefono interno, sentendone la superficie fredda contro il palmo sudato, e premo con decisione il tasto con il nome “Mahmoud” inciso in oro.
«Ti aspetto tra mezz’ora in camera nostra. Porta anche Abdul,» ordino con tono che non ammette repliche.
Resto in piedi qualche secondo dopo la chiamata, lasciando che il fragore sordo del cuore e il respiro irregolare si assestino.
Poi mi sdraio nuda sul letto di seta bordeaux, le fibre fresche che accarezzano ogni centimetro della mia pelle arrossata e febbrile. Estraggo lentamente il plug rosso lucido, sentendo ogni millimetro della sua superficie liscia e fredda scivolare fuori dal mio corpo tremante, un’estasi dolorosa che mi strappa un sibilo tra i denti. Lo appoggio sul comodino di mogano scuro dove cattura la luce ambrata della lampada e brilla come un rubino maledetto, ancora umido e pulsante dei miei umori. Michela fa lo stesso con un gemito gutturale che riempie la stanza, un suono primordiale che viene dalle profondità del suo essere. Il suo plug blu elettrico da 8,5 cm con le tre sfere mostruose che si allargano come boccioli di rosa velenosa è impressionante accanto al mio: più lungo, più spesso, più brutale, un monumento alla depravazione che porta ancora l’odore inconfondibile del suo piacere.
Le dico con voce imperiosa, ogni sillaba che vibra nell’aria come una frusta invisibile, il tono basso e roco che uso solo quando voglio essere obbedita senza esitazione: «Sali su di me, ma con le gambe rivolte verso il mio viso.»
Michela obbedisce, tremando leggermente, le pupille dilatate fino a inghiottire quasi completamente l’iride. Si posiziona in 69, il suo culo perfettamente rotondo e sodo, tatuato con il mio nome, si presenta davanti ai miei occhi come un’opera d’arte profana. Il plug blu cobalto ora assente lascia la voragine a mia disposizione. Iniziamo a leccarci reciprocamente: lunghe lappate lente sulla figa umida e gonfia, color rosa scuro e pulsante come un frutto troppo maturo, sul clitoride turgido che si erge come una piccola perla sotto la lingua, dentro il buco dilatato che si contrae al contatto, stringendosi ritmicamente attorno alla mia lingua che penetra sempre più a fondo. I nostri gemiti riempiono la stanza, rimbombando contro le pareti color crema, mescolandosi in una sinfonia di piacere animale che fa vibrare i cristalli del lampadario sopra di noi.
Sento bussare, tre colpi decisi che sembrano scandire il ritmo dei nostri respiri affannosi, il legno massiccio della porta che vibra leggermente ad ogni tocco.
«Entrate,» dico senza smettere di leccare Michela, la mia voce soffocata dalla sua carne calda e profumata di muschio e vaniglia, le mie labbra lucide dei suoi umori che brillano come rugiada alla prima luce dell’alba.
Abdul e Mahmoud entrano, avvolti solo in accappatoi bianchi che contrastano con la loro pelle color ebano. Li lasciano cadere con un fruscio sensuale. I loro cazzi sono già duri, enormi, almeno 25 cm di carne pulsante, venati di vene bluastre che serpeggiano lungo tutta la lunghezza, con un anello di acciaio chirurgico alla base che brilla sotto la luce soffusa e li rende ancora più impressionanti, come scettri di un regno proibito.
«Cosa aspettate?» dico, la voce arrochita dal desiderio, sfrontata come una sfida urlata in faccia al destino. «Riempiteci tutti i buchi. Sono ore che vi stanno aspettando.» Lo dico e lo penso davvero: nessuna metafora, nessun compiacimento letterario, solo la realtà cruda e pulsante della carne che si offre. La scena si carica di elettricità, un lampo silenzioso che corre lungo la spina dorsale di ogni presente.
Abdul e Mahmoud si muovono come predatori in un racconto antico, i muscoli tesi e brillanti di sudore, le mani grandi che afferrano, stringono, modellano il nostro desiderio secondo leggi che non prevedono misericordia. Abdul si piazza dietro Michela, la afferra per i fianchi e in un’unica spinta brutale la possiede, il suo cazzo che la spalanca senza esitazione, come se fosse stato forgiato apposta per quel buco. Michela grida, ma non è dolore: è una gioia isterica, un’esultanza che le esce dalla gola e riempie la stanza di eco animalesca. Mahmoud non perde tempo: mi costringe a sollevare il bacino, mi fa sentire la testa del suo cazzo che indugia un istante contro la mia figa, già tanto aperta, tanto bagnata che sembra una bocca che implora cibo, poi mi sfonda con una lentezza crudele, centimetro dopo centimetro, fino a che sento lo stiramento delle pareti, la resistenza che cede, il nodo della mia identità che si dissolve nell’accettazione completa dell’altro.
Non smettiamo di leccarci, nemmeno quando ci stanno scopando con violenza. Io ho la faccia immersa tra le grandi labbra di Michela, sento il cazzo di Abdul che la attraversa e quasi spinge contro la punta della mia lingua. La scena mi manda fuori di testa: la sua figa si dilata e si richiude attorno al cazzo enorme, il sapore di sudore e muschio maschile si mescola ai nostri umori, la lingua non trova più margini tra il sapore di lei e il sapore di lui, e la mia mente si arrende, si regala al godimento puro e senza nome.
Mahmoud mi prende a pugni di piacere, ogni colpo più profondo, più violento, più vicino al punto in cui la mia identità si liquefa in scariche di piacere. La sua mano mi chiude la mascella, mi obbliga a continuare a leccare Michela, costringendomi quasi a soffocare con i nostri umori, e io lo faccio volentieri, ogni respiro è un sorso d’aria carico di odore animale. Abdul si allunga, prende Michela per i capelli, la tira indietro inarcandole la schiena, e in quel movimento la sua figa si spalanca ancora di più, il cazzo le entra ancora più a fondo, e lei urla, ride, piange, tutto insieme, in una lingua che forse non è nemmeno italiana.
Ogni tanto Abdul si ferma, estrae il cazzo grondante e me lo spinge davanti al volto. Lo prendo in bocca, lo sento salato, caldo, con l’odore e il sapore di Michela insieme, e sento la gelosia feroce e dolcissima di essere parte di quell’impasto di carne e saliva. Poi Abdul torna dentro Michela e la scopa più forte, come se non volesse lasciarne nemmeno un centimetro inviolato. Mahmoud fa lo stesso con me: mi scopa, poi si ferma, mi obbliga a leccare il suo cazzo lucido dei miei succhi, poi torna dentro. Questo scambio mi manda fuori controllo, la mente mi si riempie di immagini, di sogni che non sapevo di poter fare.
Da sotto, lecco il culo di Michela, la lingua scivola tra le natiche e si ferma sulla porta stretta che pulsa a ogni colpo di Abdul. Voglio che glielo metta lì, voglio vedere che succede quando la forza si scontra con la resistenza massima. Glielo dico, con la voce soffocata tra una leccata e l’altra: «Mettilo nel culo, voglio sentirla urlare.» Abdul sorride, ferino, e senza avvertire spinge la punta del cazzo contro l’ano di Michela. Lei si tende, le mani artigliano il lenzuolo, il corpo vibra come una corda di violino, poi si apre, si arrende, e lo prende tutto. Il suono che esce dalla sua bocca è un gemito che si trasforma in risata isterica, una follia pura che mi eccita più di qualsiasi cosa.
*** NOTE ***
---CAPITOLO 4: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi tre!)---
Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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