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Sottomessa al Piacere - I Marchi Indelebili#4


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
29.12.2025    |    15.173    |    4 8.5
"I dieci uomini formano un cerchio stretto, cazzi già pronti, lucidi di saliva e sborra residua..."
*** MICHELA ***

È passata esattamente una settimana dall’anticipo. Sette giorni di agonia, con i bozzetti ancora impressi nella mente come promesse brucianti.

Oggi è il giorno del primo tatuaggio: la schiena. Il più grande. Il più visibile. Quello che griderà al mondo che sono PROPRIETÀ DI DANIELA.

Daniela mi ha vestita con un semplice vestitino nero cortissimo, senza biancheria intima, solo lo stringivita che tiene le calze e tacchi alti.

Arriviamo allo studio. L’odore di disinfettante e cuoio è più forte del solito. La porta si apre e capisco subito che non saremo soli.

*** GIORGIO ***

Dieci uomini. Li ho scelti bene: clienti fidati, rozzi, insaziabili, quelli che pagano profumatamente per carne fresca e non hanno limiti. Operai tatuati, camionisti, buttafuori, un paio di ex detenuti. Tutti con i pantaloni già tesi, gli occhi che brillano quando vedono Michela entrare barcollando sui tacchi.

«Benvenuti, ragazzi,» dico, sfregandomi le mani. «Oggi tatuo la schiena a questa troia. E mentre lavoro, voi la usate come volete. Ogni buco è aperto. Pagate in anticipo: cento mila a testa per tutta la sessione. E alla fine… un bel bukkake collettivo sulla faccia della schiava. Daniela ha dato il permesso.»

Raccolgo i soldi – un milione in contanti netti – e li infilo nel cassetto. Poi indico Michela: «Spogliati, puttana. Mettiti a pancia in giù sul lettino, culo in alto.»

*** MICHELA ***

Obbedisco senza una parola. Il vestitino nero scivola lungo la pelle come un’ombra liquida, raccogliendosi in una pozza scura ai miei piedi. Lo stringivita segue la stessa traiettoria, trascinando con sé le calze che scivolano lungo le cosce tremanti. Rimango nuda, vulnerabile, esposta agli sguardi affamati che mi divorano.

Le uniche cose che ancora indosso sono i tacchi a spillo rosso sangue, alti dodici centimetri, che mi sollevano come su un piedistallo d’offerta, inarcando la schiena e spingendo in fuori il sedere in una posa di sottomissione che grida “prendimi”. Mi sdraio sul lettino modificato, la pancia su un cuscino che solleva il bacino, le gambe spalancate, il culo offerto come un altare. Il plug viene estratto lentamente da Giorgio – un suono umido e osceno – e resto aperta, esposta, il buco che pulsa nel vuoto.

Sento i respiri pesanti dei dieci uomini intorno a me. Odore di sudore maschile, sigarette, birra. Mani ruvide cominciano a toccarmi subito: dita che entrano nel culo dilatato, che tirano gli anelli della fica, che torcono i capezzoli.

Giorgio prepara l’ago. «Inizierò dalla freccia in basso,» annuncia. «Così, mentre tatuo vicino al culo, voi potete scoparla senza disturbarmi.»

Il primo uomo – un omone con braccia come tronchi e tatuaggi sbiaditi – si posiziona dietro di me. Sento il suo cazzo spesso spingere contro l’ano. Entra senza preavviso, tutto in una volta. Urlo, ma l’urlo si spegne in un gemito quando Giorgio accende la macchina e l’ago mi punge la pelle vicino alla base della schiena.

Dolore doppio: l’ago che scava la carne, il cazzo che mi spacca il culo. Eppure godo. Godo in modo malato, profondo. Ogni spinta dell’uomo è un battito che mi ricorda: sto pagando per il nome di Daniela.

*** GIORGIO ***

Lavoro con precisione. La macchina ronza costante mentre riempio la freccia nera, spessa, che scende tra le chiappe e punta dritta al buco. L’uomo dietro di lei spinge forte, il lettino trema, ma io non mi distraggo: la punta della freccia deve essere perfetta, proprio al centro dell’ano.

Intorno, gli altri non stanno fermi. Due le ficcano il cazzo in bocca contemporaneamente, le tirano i capelli, le schiaffeggiano le tette. Un terzo le infila tre dita nella fica.

Il quarto si posiziona davanti a lei con gambe divaricate e ginocchia leggermente piegate, afferrandosi il membro turgido con la mano destra callosa. Punta il cazzo violaceo sulle tette pallide schiacciate contro il vinile nero lucido del lettino e, dopo un grugnito gutturale, libera un getto caldo e giallastro che colpisce prima il capezzolo sinistro, poi scorre tra la valle dei seni. Il liquido crea una piccola pozza ambrata che si allarga lentamente sotto il suo sterno, formando rivoli che seguono le curve del suo corpo tremante. L’odore pungente di ammoniaca invade le narici di tutti i presenti, mescolandosi con quello acre del sudore maschile, il ferro del sangue fresco e l’asettico disinfettante dello studio, che non riesce a mascherare la carnalità della scena.

Passano da un buco all’altro senza sosta. Quando uno finisce nel culo, un altro prende il posto. La bocca è sempre piena, spesso di due cazzi insieme. La fica viene fistata, aperta, scopata attraverso la catenella.

Michela non protesta mai. Piange, urla, schizza, ingoia sborra e piscio, ma non dice mai “basta”. È perfetta.

Finisco la freccia e passo alle lettere verticali: D-A-N-I-E-L-A, ogni lettera alta otto centimetri, nero pieno, sui glutei. L’ago entra e esce, il sangue cola piano, ma lei è troppo occupata a essere usata per sentire solo dolore.

*** MICHELA ***

L’ago ronza costante sulla mia schiena, un bruciore profondo che mi fa contrarre ogni muscolo, ma è il culo a comandare ora.

Il primo uomo – un operaio con mani callose e braccia coperte di tatuaggi sbiaditi – mi afferra i fianchi con forza brutale. Il suo cazzo è spesso, corto, circonciso, con una cappella larga come un pugno. Entra senza lubrificante extra, solo con la sborra residua dentro di me. Mi spacca, mi allarga fino a farmi vedere nero. «Cazzo… sei una fornace,» ringhia, e ogni spinta è un colpo secco che mi fa sobbalzare sul lettino. Il dolore dell’ago si sincronizza con le sue spinte: puntura, affondo, puntura, affondo. Gemo forte, ma è un gemito di goduria: questo cazzo rozzo, sudato, che sa di cantiere e sigarette, mi profana per Daniela. È il primo tributo.

Finisce presto, con un grugnito animalesco, e mi riempie con getti caldi, densi. Cola fuori subito, ma non c’è tempo: il secondo è già lì. Alto, magro, con un cazzo lungo e curvo verso l’alto, vene sporgenti, pelle scura alla base. Mi entra piano all’inizio, poi affonda tutto, mi colpisce punti profondi che mi fanno urlare davvero. «Prendilo tutto, troia,» sibila, e comincia un ritmo lento ma implacabile. L’ago di Giorgio è ora sulla lettera “E” di DANIELA, e ogni affondo mi fa contrarre la schiena, intensificando il bruciore. Questo cazzo mi scava dentro, mi tocca l’anima. Schizzo senza tocco, un orgasmo che mi fa tremare le gambe.

Il terzo è un buttafuori, petto largo, cazzo medio ma durissimo, con un piercing al frenulo che raschia le pareti. Mi entra di colpo, il metallo freddo che mi graffia. «Senti questo, puttana?» ride, e pompa veloce, brutale. Il piercing mi stimola in modo perverso, ogni uscita e entrata è una sega interna. L’ago è sulla “L”, il dolore sale al collo, ma questo cazzo mi distrae, mi fa impazzire. Mi schiaffeggia le chiappe mentre mi scopa, mi chiama “buco da bar”. E io godo: questo piercing estraneo è come un anello temporaneo, un marchio in più per lei.

Il quarto è più vecchio, pancia pronunciata, cazzo grasso e uncinato, con testicoli pesanti che sbattono contro la catenella della fica. Mi riempie fino a farmi sentire soffocare dentro. Spinge lento, profondo, godendosi ogni centimetro. «Che culo distrutto… Daniela ti ha preparata bene,» mormora. Il bruciore dell’ago è ora costante, ma questo cazzo lento mi fa sentire piena, posseduta. Ogni spinta è un “grazie Padrona” silenzioso.

Il quinto è giovane, nervoso, cazzo sottile ma lunghissimo, dritto come un’asta. Entra fino in fondo, mi tocca posti che non sapevo esistessero. Pompa veloce, ansima, mi tira i capelli. «Cazzo… sei stretta lo stesso…» Il dolore dell’ago si mescola al suo ritmo frenetico: puntura rapida, affondo rapido. Mi fa venire di nuovo, un orgasmo che mi fa contrarre attorno a lui fino a farlo gemere.

Il sesto ha un cazzo curvo a banana, spesso alla base, cappella stretta. Mi allarga in modo strano, mi stimola lati diversi. Mi scopa con rabbia, mi insulta: «Troia marchiata… prendi tutto.» Il tatuaggio è quasi alla freccia ora, l’ago vicino al culo, e ogni sua spinta mi fa sentire la puntura più vicina al buco. È profanazione perfetta.

Il settimo è peloso, cazzo medio con prepuzio lungo, odore forte. Mi entra piano, il prepuzio che scivola, mi bagna di umori suoi. Pompa con movimenti circolari, mi fa girare la testa. L’ago completa la “A” finale. Penso: questo cazzo anonimo, peloso, è solo un pennello per dipingere il nome di Daniela.

L’ottavo è enorme, il più grosso: cazzo nero, venoso, cappella violacea. Mi spacca davvero, mi fa piangere. Entra piano, ma ogni centimetro è dolore puro che diventa estasi. «Prendilo, schiava,» ringhia. L’ago è sulla freccia, vicinissimo al buco, e le sue spinte mi fanno sentire l’ago come parte del cazzo.

Il nono è piccolo ma duro come pietra, pompa veloce come un martello. Mi fa sobbalzare, l’ago trema leggermente sulla pelle. Rapido, insistente, mi porta a un altro orgasmo piccolo ma intenso.

L’ultimo, il decimo, è medio, normale, ma viene copioso. Mi scopa con calma, godendosi gli avanzi degli altri. «Ultimo carico per la troia,» dice.

E io penso: dieci cazzi diversi, dieci sapori, dieci ritmi, dieci profanazioni… tutti per pagare il suo nome sulla mia schiena. Ogni cazzo è stato unico: rozzo, lungo, curvo, con il piercing, peloso, enorme. Ognuno mi ha profanata in modo diverso, mi ha fatta urlare, venire, piangere. E ognuno è stato un atto d’amore per Daniela.

L’ago finisce. La schiena brucia come fuoco eterno.

E io sono in pace.

*** GIORGIO ***

Finisco l’ultima ombreggiatura sulla freccia, spengo la macchina e mi tiro indietro. La schiena di Michela è perfetta: nero intenso, linee pulite, il nome di Daniela che domina tutta la colonna, la freccia spessa che scompare tra le chiappe come un invito permanente.

«Ragazzi, ultimo atto,» annuncio, la voce rauca per l’eccitazione accumulata. «In ginocchio al centro, troia. Tutti intorno, cazzi in mano. Voglio un bukkake da ricordare: mirate alla faccia, alla bocca aperta, agli occhi. Non lesinate, svuotatevi bene.»

La solleviamo e la mettiamo in ginocchio sul pavimento. I dieci uomini formano un cerchio stretto, cazzi già pronti, lucidi di saliva e sborra residua.

«Prima fila, iniziate voi,» ordino ai più vicini. «Masturbatevi forte, mirate dritto in faccia. Quando state per venire, avvicinatevi e sparate dentro la bocca aperta. Voglio vederla traboccare.»

Il primo – l’operaio con le mani callose – è già al limite. «Apri bene, puttana,» ringhia. Michela obbedisce, lingua fuori, occhi alzati. Lui grugnisce e sborra: tre getti potenti che le centrano la fronte, il naso, la bocca. Il bianco denso cola subito sugli zigomi.

«Bravi! Secondo e terzo, insieme,» continuo. «Uno sugli occhi, l’altro sul mento. Copritela tutta.»

Due getti simultanei: uno le chiude gli occhi con strati spessi, l’altro le riempie la bocca fino a farla tossire e traboccare sul collo. «Ingoia, troia! Non sprecare!» urlo.

«Quarto e quinto, capelli e guance,» comando. «Voglio che sembri glassata.» I due si avvicinano, sparano in alto: la sborra le impregna i capelli, cola lenta come miele sulle tempie e sulle orecchie.

«Sesto e settimo, mirate dentro la bocca,» dico, afferrandole i capelli per tenerle la testa ferma. «Riempitela fino a soffocarla.» Due cazzi esplodono quasi insieme: fiotti caldi e abbondanti che le inondano la gola. Michela ingoia convulsamente, ma non ce la fa: la sborra le esce dal naso, dalle labbra, le cola sul mento in rivoli continui.

«Ottavo e nono, tette e collo,» ordino. «Coprite anche il seno, voglio che luccichi tutto.» Getti incrociati le colpiscono il décolleté, gli anelli dei capezzoli, colano sul ventre fino alla catenella della fica.

«Ultimo, il gran finale,» annuncio al gigante con il cazzo più grosso. «Avvicinati, prendile la testa e sborrale dritto in faccia da vicino. Copri tutto quello che è rimasto visibile.»

Lui le afferra i capelli all’indietro, le punta il cazzo a pochi centimetri. Un rantolo profondo e scarica: getti potenti, densissimi, che le centrano bocca, naso, occhi già chiusi, fronte. L’ultimo schizzo le finisce direttamente sulla lingua protesa.

Quando finisce, Michela è irriconoscibile: una maschera spessa, multicolore di bianco, strati sovrapposti che colano lenti da ogni parte del viso, capelli incollati, collo e petto glassati. Respira a fatica dalla bocca piena, singhiozza piano, ma sorride sotto quella coltre.

Parte 4 di 10

*** NOTE ***

Nuovo capitolo ispirato a Michela: la schiava perfetta, viene dilatata, marchiata, umiliata e riempita fino al delirio da Daniela, dea crudele e adorata. Delle semplici sessioni per tatuare la devozione di Michela a Daniela, diventano dei momenti perversi che spero possano eccitarvi fino a farvi svenire.

Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.

La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.

Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.

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