bdsm
Sottomessa al Piacere - Il Debutto #2
giorgal73
16.02.2026 |
17.474 |
3
"Daniela ride, un suono cristallino e crudele che rimbalza tra le pareti del negozio..."
**MICHELA**Ogni giorno è un rituale di piacere e sottomissione. Daniela divide il suo tempo con me e ogni tanto mi ospita a casa sua. Questo le permette di giocare con me anche nelle ore più buie, quando il mio corpo nudo trema sotto le sue dita guantate di pelle nera. Poi, la mattina, come se niente fosse, facciamo colazione: io inginocchiata sul pavimento freddo di marmo, lei seduta con le gambe accavallate che mi sfiorano il viso. Usciamo quindi per i negozietti del quartiere. Cammino sempre due passi dietro di lei, il plug che pulsa dentro di me a ogni passo Ogni negozio nel quale entriamo è una sfilata come ad esempio il salumiere sotto casa che mi divora con gli occhi sopra il bancone di marmo macchiato, oppure il giornalaio che trattiene il respiro quando mi chino a prendere una rivista, e il panettiere arrossisce fino alla punta delle orecchie pelose quando Daniela gli sussurra che il mio collare nasconde un tatuaggio col suo nome.
Il signor Ernesto mi chiede cosa ne penso della mortadella. Ci ha definite clienti “affezionate” e quella parola mi fa correre un brivido tra le ginocchia nude sotto il banco bianco. Annuisco con educazione mentre la lingua incastra i residui di grasso tra i molari. Ogni gesto, ogni contatto con il cibo, con la pelle, con l’aria, è un segnale di appartenenza, di sudditanza a un nuovo codice che mi scorre dentro come sangue caldo. Sento il profumo umido del prosciutto mischiarsi al mio, e so che le vecchine lo sentono anche loro. Non c’entra la mortadella: è la figa bagnata, è la cagna che sono diventata. Il ragazzo in felpa blu arrossisce come se gli avessi appena pisciato sotto il tavolo.
«Davvero ottima,» dico arrotolando la "R" finale, fissando il signor Ernesto dritto negli occhi. Mi sento un po’ zoccola e un po’ regina, entrambe allo stesso tempo: tutte e due fedeli servitrici di Daniela, la mia Dea.
La mia Dea appoggia il palmo largo sulla mia nuca, sfiora i capelli raccolti con dita sottili e forti. Un segno: devo inginocchiarmi? Sono già seduta, ma la schiena si curva senza opporre resistenza. Daniela ride piano, carezza qualcosa nel mio sguardo con una tenerezza feroce che mi scatena dentro un’eco.
Si congeda dal salumiere con una sfumatura perfida: «Ernesto, lei sa che può sempre… affettare qualcosa anche fuori orario. Noi siamo clienti molto particolari.»
La sua voce mi entra nelle orecchie e finisce dritta nella figa. Le cosce mi tremano, sento l’umore gocciolare e bagnare la sedia. So che sto lasciando macchie. Voglio che Daniela lo veda, che rida dentro di sé, mentre entrambe sappiamo che sotto queste pareti cittadine posso solo peggiorare.
Uscite all’aria aperta, stacca un pezzo di focaccia e me lo porge senza farmi fermare: me lo infila intero in bocca. Io lo mastico con la fame della bestia che sono diventata, leccandomi le dita lentamente, guardandola come una cucciola in cerca di approvazione.
«Ti ha guardato il culo, il salumiere,» commenta Daniela con quella voce piatta e ironica.
Annuisco. «Sì. Ma credo preferisca il culo maschile.»
«Con quegli anelli nelle orecchie? Dici?»
Parliamo sovrapposte alla gente che ci passa vicino, ignorandola come ignoriamo le vetrine, le macchine parcheggiate sulle strisce, le nonne con i carrelli di tela. Non importa dove siamo: ogni luogo, con Daniela, si piega e diventa una stanza del suo castello segreto.
Percorriamo via della Moscova. Attraverso la strada con le caviglie che cedono nei tacchi, ma non voglio che Daniela lo noti. Mi piace essere la sua statua erotica zoppicante: le basta guardarmi da dietro perché mi senta marchiata a fuoco; le basta chiudere una mano sul mio avambraccio e alzo subito la testa come un levriero di razza, docile. Oggi voglio superarmi, voglio che sia lei a non reggere. All’improvviso mi spinge dentro un portone, nel cortile pieno di biciclette arrugginite e muschio, e la faccia mi si scalda perché capisco subito che non c’è fretta, non c’è nessun impegno: vuole solo giocare con me in questa gabbia oscena alla luce del mattino.
Mi piega sul cofano di una Panda sverniciata e sbottona la mia camicetta in tempo record; i bottoni saltano e tintinnano come i miei anelli nelle labbra. Sento l’umido freddo della carrozzeria sulla pelle. Daniela chiude una mano attorno alla mia gola, la stringe forte: sa che mi piace essere minacciata di morte, vedere il bianco delle sue nocche mentre respiro più piano, sentire il sangue che pulsa solo tra le gambe. Mi slaccia la cintura, solleva la gonna, infila due dita tra le labbra dilatate e umide, e ride piano vedendo che sono già allagata: le dita entrano senza nessuna resistenza.
«Brava cagna come sempre,» sussurra. Il plug vibra a intensità sei e mi esplode dentro il culo; sento lo scatto nascosto del telecomando nel suo palmo. Le sue dita studiano la cadenza dei miei brividi. Adoro essere la sua marionetta: se mi schiaccia il viso contro il parabrezza ansimo e appanno il vetro di umido animale; se stringe le cosce intorno al mio bacino urlo, anche se so che nei cortili le vecchie stanno già spettegolando dietro le veneziane. Oggi mi fa venire così, in piedi, ridendo di gusto: non mi dà tempo di affondare, solo un secondo per godere e collassare sugli arti molli, mentre il plug scivola quasi fuori e mi provoca un ronzio nel cervello. Non mi aiuta a stare in piedi, mi lascia sventrare dall’orgasmo come una gatta bastonata dal piacere. Respiro da sola, ansimando per riprendere lucidità. Quando finalmente mi riprende il polso e mi solleva con un gesto secco, mi schiocca una sberla sulla guancia: non troppo forte, ma abbastanza da sembrarlo. Le scappa una mezza risata e subito dopo mi infila la lingua in bocca. La lingua è calda, il piercing si incastra perfetto sotto la mia.
«Andiamo a comprare il pane,» sussurra con un sorriso malizioso che le increspa gli angoli della bocca, mentre mi stringe il polso fino a lasciarmi un segno rosso. «Così quella fornaia con i capelli corti ossigenati e le braccia muscolose potrà divorarti con gli occhi mentre fingi di scegliere tra la michetta e il filone. L’ho vista come ti guardava l’ultima volta, con quelle mani sporche di farina che tremavano mentre ti porgeva il resto.»
**LA FORNAIA**
Ogni volta che entrano nel mio negozio mi bagno come una liceale alla sua prima scopata. Le guardo dalla vetrina: magari sto impastando, ma lo sguardo ci finisce sempre lì, è una calamita, non c’è niente da fare. La bionda - la padrona, lo capisci subito - cammina davanti, i tacchi che suonano anche sull’asfalto. Dietro c’è la castana, un po’ più alta, una statua di carne che ondeggia in modo innaturale, come se avesse sempre la figa piena di qualcosa o come se ogni passo la dovesse rompere in due.
Entrano e l’odore del mio lievito madre viene spazzato via dal loro profumo: aggressivo, dolce e metallico insieme, tipo sangue fresco e zucchero filato. La porta cigola, loro fanno due passi. La padrona soppesa tutto con gli occhi stretti, come se dovesse scegliere quale pezzo di pane rubarmi. La statua si piazza davanti ai panini, la bocca già aperta, il respiro corto che tradisce la fame - e io riconosco subito la fame delle altre: è la fame di chi ha appena fatto e ancora non gli è bastato.
Mi metto dritta, pulisco di scatto le mani nel grembiule anche se sono già candide, e sorrido come una che ha visto tutto, dalla guerra del pane al dopoguerra degli ormoni mal repressi. Le donne così, in negozio, mi fanno venire voglia di allungare le mani sotto il bancone e godermi lo spettacolo da dietro la vetrina appannata.
La padrona - la chiamo così nella mia testa - si ferma a fissare le pagnotte di segale. Mi guarda di colpo e sento che ha già capito tutto, che mi ha letta come la copertina di Novella 2000. Chiede a bassa voce: «Ce l’ha fresco il filone di semola? Ma che sia ben cotto, mi piace duro.» Il modo in cui accentua “duro” mi fa caldo tra le cosce: io che passo le giornate ad ascoltare le anziane con la pelle come carta velina, ora mi sembra che questa mi abbia dato direttamente una sculacciata a parole.
Michela ha lo sguardo fisso sulle rosette, le dita che si stringono sulla borsa come se dovessero tenerla in piedi. Ha qualcosa di diverso dalle altre: una spavalderia umile, una posa da burattino che non sa recitare ma gode di fingersi viva. Resto a guardarla mentre Daniela la prende sotto braccio: sento subito che comanda lei, la bionda si piega, le pupille si abbassano all’istante.
Daniela mi chiede in modo perfido: «Che dice, prendo questa o suggerisce altro?» mentre guarda la pagnotta ancora calda che sistemo sul vassoio di metallo. La domanda sembra innocua, ma dietro ci scorre una corrente di allusioni e risatine che solo le donne di certe razze animali sanno riconoscere. Fissa la pagnotta come se fosse un trofeo, la solleva con la cura di chi sa che ogni dettaglio verrà guardato, soppesato, valutato. I palmi delle sue mani accarezzano la crosta; ne sento lo scricchiolio anche a metri di distanza. Per un momento ho la tentazione di inginocchiarmi davanti a quel pane, di leccare via le briciole dal vassoio solo per vedere la reazione di Michela.
Daniela mi tende la mano, mi fa un cenno sottile, uno solo. Mi avvicino, il grembiule che mi schiaccia le tette. Parla solo a me: «Vuole assaggiare una brioche fresca?» Il modo in cui accentua “brioche” mi fa sentire come quando scivolavo sul banco di scuola e tutte le altre ragazzine non sapevano se prendermi in giro o venirmi a salvare.
Daniela solleva due dita, un gesto impercettibile ma imperioso, e Michela si avvicina con passi misurati. Con movimenti lenti e studiati solleva i bordi della microgonna nera, centimetro dopo centimetro, rivelando prima la pelle pallida delle cosce, poi la curva morbida dell’inguine, fino a mostrare la scritta **SLAVE** tatuata in inchiostro nero sulla pelle delicata appena sopra il pube. La luce del negozio fa brillare un piercing d’argento. Solo allora capisco, con un brivido che mi percorre la schiena, di quale brioche Daniela intende farmi dono.
Rimango senza parole, la gola secca come se avessi ingoiato farina cruda. Le dita tremano sulla cassa, il grembiule improvvisamente troppo stretto sul petto. Daniela ride, un suono cristallino e crudele che rimbalza tra le pareti del negozio. Mi porge i soldi - banconote piegate con precisione chirurgica - sfiorandomi deliberatamente il palmo con l’unghia laccata di rosso scuro. Poi esce insieme a Michela, i tacchi che battono sul pavimento come il ticchettio di un orologio che segna l’inizio di qualcosa di inevitabile.
Parte 2 di 9
*** NOTE ***
Michela è giunta al punto di svolta: il suo corpo non le appartiene più, è diventato un tempio di piacere consacrato alla sua padrona. Daniela la guida ora con mano ferma attraverso corridoi di desiderio sempre più oscuri, dove il dolore si fonde con l'estasi in un'alchimia perfetta. Nuove opportunità di umiliazione pubblica si apriranno come fiori velenosi, e io vi condurrò per mano in questi sentieri perversi, facendovi sentire sulla pelle il calore imperversa costantemente sul corpo di Michela, simbolo della sua definitiva sottomissione.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Sottomessa al Piacere - Il Debutto #2:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
