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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap2#6
giorgal73
30.03.2026 |
16.513 |
3
"Ma una parte di me, quella che oggi mi tiene più lucida, sa che potrei tornare da questa vacanza con almeno due storie da raccontare che nessuna delle cene in città potrà mai battere..."
PARTE 6*** DANIELA ***
Claudia sorride, un lampo di denti bianchi tra le labbra scarlatte. «Tatiana,» chiama, la voce morbida come velluto ma tagliente come un rasoio.
«Prendi il pacco che è in camera mia e pormelo subito.»
Tatiana fa un inchino profondo, la schiena che si piega in un arco perfetto mentre la minigonna di pelle nera si solleva, rivelando le natiche pallide e tonde, prive di qualsiasi indumento. Si raddrizza con grazia felina e corre verso la camera, i tacchi a spillo che battono sul pavimento come il ticchettio di un orologio che segna l’avvicinarsi di qualcosa di inevitabile.
Quando Tatiana rientra nella stanza, tra le braccia ha uno scrigno di velluto blu notte, rifinito ai bordi con inserti in metallo cromato. Lo lascia con reverenza davanti a Claudia, si appoggia con mani tremanti al tavolo e abbassa lo sguardo come una supplice davanti alla regina. Claudia, sempre scalza con la vestaglia rossa che esalta la pelle abbronzata, prende il pacco, lo accarezza prima di aprirlo, godendosi la suspense che congela l’aria.
Silenzio. Pierre smette di tamburellare le dita sul bicchiere, il cane si appiattisce a terra, io resto a fissare il vaporetto cerebrale di Claudia che sale di qualche grado in regia narcisistica. Le sue mani sollevano il coperchio con lentezza chirurgica, la tinta degli artigli a specchio sembra vibrare sulla superficie del velluto. C’è dentro un collare: pelle nera lucidata fino a diventare un satellite per catturare la luce, internamente foderato di setola rossa ammorbidita, così che ci si possa passare ore e ore senza mai sentire il dolore del cuoio tagliente. Al centro, un anello da traino di acciaio cromato, spesso almeno mezzo dito; due gemme incastonate ai lati luccicano come occhi di biscia. Accanto, nella fessura ricavata nella seta blu, troviamo i due strumenti del rito: una frusta - o meglio, una corta whip - con filetti in pelle nera e impugnatura in controllo madreperlato; e un gancio metallico curvo, spaventoso per la sua eleganza cattiva, evidentemente destinato a infilarvisi nell’ano come pegno d’obbedienza.
Claudia me lo mostra, non a me ma a tutto il mondo, con un movimento da hostess di prima classe. Gira il collare in punta di dita, poi lo appoggia davanti a me con la lentezza con cui si metterebbe una collana di Cartier al collo di una principessa non del tutto convinta.
«Posso donarlo, a Cagna Insaziabile?»
Non posso fare a meno di pensare che effettivamente alla mia schiava manchi un collare degno della sua perversione, un segno visibile che marchi la sua appartenenza totale. Lo prendo dalla scatola, sentendo il peso della pelle tra le dita, il freddo dell’acciaio che si scalda al mio tocco. Michela capisce al volo: abbassa lo sguardo, curva la schiena e avanza verso di me a quattro zampe, la lingua che pende leggermente tra le labbra, il respiro affannoso e irregolare, i capelli che le cadono disordinati sul viso arrossato dall’eccitazione.
Faccio scattare la fibbia del collare dietro il collo sottile di Michela, stringendola quel tanto da impedirle di parlare senza il mio permesso, ma non abbastanza da soffocarla. La pelle del collare è spessa, cesellata con la precisione di chi sa che ogni millimetro di schiavitù è fatto per durare. Spingo le dita tra la chiusura in metallo e la pelle: il battito accelerato scorre immediatamente sotto il mio polpastrello, ed è più dolce di qualsiasi nota di piano che abbia mai ascoltato in una stanza di hotel di lusso. Le imprimo sul petto il peso della mia mano e la piego in avanti, imprimendo nella memoria di tutti il gesto del possesso.
Claudia applaude piano, un gesto solo per noi, e Pierre si limita a inclinare la tazzina verso la cagna inginocchiata, come se brindasse alla sua definitiva rovina. Tatiana, incantata dallo spettacolo, batte piano le ginocchia una contro l’altra, il plug giallo che luccica in una danza ipnotica tra le sue chiappe adolescenti.
Prendo la whip dalla scatola, la faccio roteare tra pollice e medio: il suono è quasi impercettibile, ma Claudia lo coglie e si eccita, lo vedo dal modo in cui inumidisce le labbra con la lingua. Passo la frusta sotto il naso di Michela che annusa con umiltà la pelle nuova e la madreperla fresca di bottega. Le sue mani sono giunte dietro la schiena, palme in alto, il plug blu che lampeggia tra le natiche tese, i brividi che le percorrono le spalle tutte d’un pezzo.
Tuttavia, non voglio che la Cagna Insaziabile si stanchi troppo, le sue ginocchia sono già arrossate dal marmo freddo e i suoi muscoli tremano impercettibilmente sotto la pelle sudata. Questa sera dovrà dare il meglio di sé stessa, fino all’ultima goccia. Claudia alza la mano con un gesto languido e Tatiana e Anastasia iniziano a portare via i resti della colazione - tazzine di porcellana con fondi di caffè nero come petrolio, briciole di brioche sparse come confessioni sul tavolo di mogano lucido. I loro corpi russi sono uno spettacolo: non è solo la bellezza russa - monolitica e al tempo stesso sfacciatamente giovane - ma la precisione con cui si muovono, la sincronia che fa presagire un’infanzia segnata da coreografie e disciplina.
I seni di Tatiana, piccoli e appuntiti, sfidano la stoffa sintetica, mentre il sedere sembra modellato da un architetto ossessivo della simmetria. Si piega in avanti per afferrare i piattini, e la gonna si arriccia in onde angolate, lasciando intravedere la base del plug giallo che già mi aveva fatto sussultare poco prima: la vista, ora confermata, aggiunge carica ad ogni suo gesto, rendendo superfluo qualsiasi tentativo di nascondere la propria natura da trofeo. Anastasia la segue come un’ombra, ma con la grazia di chi non ha bisogno di rubare la scena: camicia bianca trasparente sotto la luce del mattino, capezzoli rosa che si indovinano appena sotto la garza slavata. Ha le spalle larghe da nuotatrice e gambe che, pur sottili, spostano l’aria a ogni passo come le pale di un elicottero. Le dita sono affusolate, mani da pianista che maneggiano vassoi e bicchieri come se fossero strumenti chirurgici.
Il modo in cui le due ragazze si muovono insieme trasmette un sottotesto erotico che va oltre ogni cliché: sono complementari, mai in competizione. Tatiana si piega, Anastasia la sorregge; Tatiana ride di gola bassa, Anastasia sorride appena, come chi sa che il vero potere è nella riservatezza. Mi domando che storie abbiano portato questi corpi russi fino al tavolo della mia colazione, che fame antica le abbia spinte a imparare così bene il mestiere della seduzione passiva.
Sono un po’ gelosa, lo ammetto: in piedi tra Claudia e Pierre, con la vestaglia che mi scivola addosso come una pelle troppo arsa dalle intemperie, mi sento un animale più selvatico che addomesticato. Ma questa è la partita che stiamo giocando, e Daniela non perde tempo.
Finita la tavola, le vedo che si chinano con gli stracci bianchi, quasi cerimoniali, per asciugare i liquidi che Michela, Cagna Insaziabile, ha sparso sul pavimento di marmo nero: una costellazione di gocce traslucide - saliva, sudore, forse lacrime di umiliazione - che catturano la luce del mattino come minuscole lenti, tracciando il percorso della sua sottomissione attraverso la stanza.
La massa viscida degli stracci - gli umori di Michela, la saliva animale di Rocky, la memoria umida della punizione - viene raccolta con metodo. Guardo Tatiana, la curva severa del suo mento che non trema mai: piega lo straccio ad arte, lo imprigiona in una presa da lottatrice e lo strizza a fondo direttamente nel secchio d’acciaio. Le sue mani tremano solo per la forza, non certo per imbarazzo.
Anastasia la osserva con una devozione antico-bizantina negli occhi, forse perché la scena le ricorda la disciplina degli orfanotrofi di San Pietroburgo, o forse solo perché riconosce il privilegio di servire nel modo più vero. La schiuma lucida che si raccoglie a grandi bolle nella bacinella è la sintesi perfetta della mattinata: nessuna menzogna, solo la trasparenza del piacere e della vergogna, fuse in una soluzione satura.
Sento la tensione tra le cosce, il plug che pulsa dentro di me come se la vernice della memoria vibrasse a ogni eco di schiocco sulle natiche delle ragazze. Sul bordo del tavolo, la frusta corta abbandonata da Claudia continua a sprigionare odore di cuoio e madreperla; le faccio scivolare le dita sopra, trattenendo a stento il desiderio di usarla subito, adesso, sul primo corpo disponibile. Ma la partita della giornata è appena al calcio d’inizio.
Claudia accende la sigaretta a bocca stretta, il filtro che si tinge subito sotto il tocco delle sue salvie laccate. «Pierre, fallo,» ordina senza voltarsi. Lui si schiarisce la voce, con il tono piatto di chi ha ordinato centinaia di champagne a credito, e intervalla la richiesta con zero dramma: «Rocky, seduto.» Il cane obbedisce all’istante, la coda bianchissima che sbatte sul pavimento. Claudia gli getta un biscotto, ma lo lascia sul bordo della ciotola; il cane lo osserva fino a che non riceve il secondo comando, e allora lo inghiotte intero, vorace come per tutto il resto. Nel mio cervello si disegna la storia della bestia: dolce, addestrato, ma con la fame cruda di una lingua lunga venti centimetri che oggi si è meritata ogni centesimo dei denari spesi dai padroni.
Claudia si alza, la vestaglia cremisi che si apre come un sipario teatrale lasciando vedere non solo le gambe nude, ma il segno sottile della striscia rasata, il tatuaggio fino a poco fa segreto che campeggia appena sopra il pube: una parola in cirillico che non so tradurre, ma che sospetto significhi ‘posseduta’ o qualcosa di simile. La cicatrice che segna la spina iliaca sinistra - un ricordo di una rissa di infanzia o di una sbronza colossale.
La cicatrice brilla d’orgoglio quando incrocia la mia vista, come il segnale Morse di una storia privata che non puoi toccare ma puoi solo ammirare. Claudia si avvicina a me. Mi squadra con la sfrontatezza tipica delle padrone di gatti, prende la frusta dal tavolo e la fa scattare piano sul palmo della mano. «Stasera,» sibila appena sopra un tono che solo le vere sadiche sanno usare, «quella whip servirà per tutte noi.»
Per un minuto, l’aria resta sospesa. Nessuna di noi parla, nemmeno le ragazze in servizio osano bisbigliare.
Io e Claudia ci fissiamo ancora. La rivalità è pura, totalizzante - ma è fatta della stessa pasta delle alleanze di una volta. Entrambe sappiamo che, superato ogni limite, tutte le strade portano a un solo punto: viversela finché dura, e poi schiantarsi contro il muro del domani senza rimpianti. Ma una parte di me, quella che oggi mi tiene più lucida, sa che potrei tornare da questa vacanza con almeno due storie da raccontare che nessuna delle cene in città potrà mai battere.
Parte 6 di 6 – Fine capitolo
*** NOTE ***
QUESTO è IL SECONDO CAPITOLO, se non hai letto il primo, ti consiglio di farlo. Cronologicamente, si inserisce alla perfezione dopo le avventure già descritte. Mi immergo nel 1999, un'epoca con un contesto sociale ben diverso dall'oggi, forse più audace e decadente. Considera che, più di un semplice racconto, questa avventura si trasforma in un vero e proprio romanzo completo: non aspettarti una narrazione breve, tutt'altro...
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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