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Sottomessa al piacere - Supplizio d'Amore #2
giorgal73
08.12.2025 |
13.803 |
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"È così massiccio che le mie dita faticano a chiudersi intorno alla base, figuriamoci cosa farà al culetto di Michela, già trasformato in una caverna pulsante e arrossata..."
*** MICHELA ***La mia dose quotidiana di umiliazione e eccitazione scorre nelle vene come eroina calda. Mi rialzo con studiata lentezza, abbassando il vestito con un gesto che finge dignità, e attraverso l'open space con passi misurati, ogni movimento amplificato dal tacco che risuona come un metronomo. Appena varcata la soglia del mio ufficio, Luciana mi blocca il passaggio - l'assistente dagli occhi di ghiaccio finlandese, pupille così chiare da sembrare trasparenti. Si avvicina fino a sfiorarmi con il suo respiro alla menta, scuotendo la testa con un sorriso che taglia come vetro rotto. «Guarda sulla tua scrivania, puttana,» sussurra con voce vellutata.
Mi volto con la lentezza di un condannato, il cuore che martella contro le costole come se volesse frantumarle, le gambe che vibrano sotto il peso del corpo come corde di violino troppo tese.
Sul piano di mogano lucido, illuminato da un raggio di sole mattutino, c'è il mostro.
È un capolavoro di acciaio chirurgico lucidato a specchio, un serpente freddo e lucente che sembra palpitare sotto i riflessi. Tre sfere perfettamente sferiche, via via più imponenti, sono collegate da un sottile collo arcuato che segue con rigore la curva naturale del corpo: un’armonia di metallo e anatomia, un invito proibito al piacere.
La prima sfera, la più piccola, è un bacio d’acciaio: 4,5 centimetri di diametro levigati come una goccia di rugiada, freddi al tatto ma morbidi a scorrere. Quando la introduci, senti un sospiro di piacere mentre le pareti interne si accarezzano sul metallo, come se una lacrima di ghiaccio scivolasse lentamente nel cuore.
La seconda diventa già più prepotente: 6,2 centimetri di diametro, pienezza decisa e inesorabile. Ti costringe ad aprirti con un lieve mugolio, una dolce tensione che brucia appena, mentre i muscoli accolgono la sua circonferenza e la pelle interna si tende in un abbraccio forzato.
Ma la terza… la terza è la sovrana crudele: 8,5 centimetri esatti, un globo perfetto, lucido come uno specchio oscuro in cui ti perdi solo a guardarlo. È così largo che basta contemplarlo per sentirsi già dilatate nell’anima. Quando entra, l’anello muscolare si distende al limite, diventando una corona di carne gonfia e rossa che sembra adorare l’acciaio con devozione sanguigna. Dentro, ogni millimetro di quella circonferenza si stampa nei tuoi sensi: una pienezza brutale, assoluta, che fa tremare le gambe e costringe il respiro in scatti affannati.
Il collo tra le sfere è un filo metallico di appena 2,8 centimetri, studiato per lasciare i muscoli abbastanza liberi da chiudersi intorno al plug. Così, ogni passo diventa un sussurro di metallo contro carne: un tintinnio impercettibile, un tocco perverso che accompagna ogni tuo movimento, come un pendolo segreto che oscilla fra piacere e tormento.
La base si apre in un piccolo scettro: una circonferenza solida e raffinata, giusto lo stretto necessario per non oltrepassare la soglia, ma al suo centro è incastonata una gemma blu cobalto sfaccettata. Un occhio freddo e regale che ti osserva dal basso, specchiando la tua schiavitù. Quando indossi abiti neri, quel bagliore tra le cosce diventa il tuo segreto luminoso: un faro silenzioso che pulsa ogni volta che il telecomando, nascosto nella mano della mia padrona, decide di ravvivare la bestia.
Daniela, col suo sguardo complice, mi sussurra le ultime meraviglie del mio nuovo compagno metallico:
«Dentro la terza sfera c’è un motore potentissimo, silenzioso per chi sta fuori ma devastante per chi lo ospita. Con il telecomando nero opaco la mia padrona può scegliere fra dieci modalità diverse:
- un battito lento e profondo, come un cuore che pulsa nel tuo intimo
- onde che crescono e cedono, ti violano e poi ti svuotano, in un ciclo infinito di estasi e abbandono
- vibrazioni acute e rabbiose, capaci di farti serrare i denti in ufficio senza che nessuno sospetti
- un programma “torture” che alterna silenzi improvvisi a impatti violenti, lasciandoti in bilico fra paura e piacere, ignara del colpo successivo.
Portarlo tutto il giorno sarà un supplizio delizioso. Ogni passo farà rotolare le sfere d’acciaio dentro di te, il peso ti schiaccerà verso il basso, le vibrazioni ti ricorderanno costantemente di non possedere più il tuo corpo. E quando, finalmente esausta, ti concederò di liberarti, il tuo orifizio rimarrà spalancato a lungo: rosso, umido, palpitante, con l’impronta indelebile della regina da 8,5 centimetri che ha regnato dentro di te per ore, marchiandoti con la sua crudele perfezione»
I miei occhi si dilatano fino a bruciare, le pupille che divorano l'iride mentre fisso l'oggetto davanti a me. Un brivido gelido mi percorre la schiena vertebra per vertebra quando realizzo che quei sedici centimetri di acciaio chirurgico - quattordici dei quali destinati a scomparire dentro di me - sono più lunghi del mio palmo aperto. Lo immagino già che preme contro le mie pareti interne, che occupa spazi che non dovrebbero essere violati, che mi riempie fino a farmi sentire il metallo freddo pulsare nella gola.
Il mio stomaco si contrae come sotto un pugno invisibile. Le ginocchia cedono per un secondo, molli come burro al sole. «Daniela...» balbetto, la voce rotta dal piercing sulla lingua che sbatte contro i denti, «...mi spaccherà in due come un frutto troppo maturo. Non ce la farò mai, morirò. Ti prego...»
Lei si avvicina con passi misurati. La schiena dritta, le spalle indietro, il mento alto come una regina che avanza verso un suddito condannato. Il profumo di sandalo e ambra mi raggiunge in ondate calde, prima leggero, poi intenso fino a riempirmi le narici e soffocarmi i pensieri. Si ferma così vicino che posso distinguere ogni sfumatura nel suo iride, contare le ciglia perfettamente incurvate. Le sue dita - curate, letali - mi afferrano il mento con una presa che lascia mezzelune sulla mia pelle.
«Ce la farai» sussurra, la voce bassa come velluto strusciato contro pelle nuda, ogni sillaba pronunciata con precisione chirurgica. «Perché il tuo culo è mio. E io decido quanto deve aprirsi. Oggi. Domani. Sempre.»
Un sorriso le increspa le labbra carminio, lento come ghiaccio che si scioglie, rivelando denti perfetti. Gli occhi però rimangono freddi, predatori, bellissimi nella loro crudeltà calcolata.
«Luciana» ordina senza voltarsi, la voce che si indurisce come cemento che asciuga.
«Preparala.»
*** LUCIANA ***
La vedo barcollare dentro l'ufficio sui tacchi rosso sangue da 12 centimetri, le cosce spalancate come quelle di una bambola rotta grazie al suo fidato e sempre presente plug anale, il pizzo nero trasparente che aderisce alla pelle madida come una seconda epidermide. I suoi piercing catturano la luce fluorescente dell'ufficio - i cerchi d'acciaio da 26 millimetri pendono pesanti tra le sue gambe tremanti, oscillando come ipnotici pendoli carnali. La catenella d'argento tintinna ad ogni suo passo incerto, una campanella che annuncia l'arrivo di una preda. È bellissima nella sua devastazione, la pelle lucida di sudore, i capelli incollati alla fronte, gli occhi velati, le pupille dilatate fino a inghiottire l'iride.
Daniela mi fissa con quello sguardo che conosco troppo bene - fame pura - e mi ordina di prepararla per ricevere il suo nuovo compagno: un mostro di acciaio chirurgico che sembra progettato più per torturare che per dare piacere. Allungo la mano e lo prendo, sentendone il peso freddo e minaccioso contro il palmo. La superficie perfettamente levigata riflette le luci dell'ufficio come uno specchio deformante. È così massiccio che le mie dita faticano a chiudersi intorno alla base, figuriamoci cosa farà al culetto di Michela, già trasformato in una caverna pulsante e arrossata.
Lo sollevo in alto come un trofeo barbarico e lo mostro a Daniela. Lei annuisce, un sorriso crudele le increspa appena l'angolo delle labbra carminio.
«Prima togliamo il giocattolo vecchio», sussurro all'orecchio di Michela, il mio respiro caldo che le fa increspare la pelle del collo.
Afferro la gemma del plug ospitato dal culo della troia. Tiro piano, con la precisione di un chirurgo, millimetro dopo millimetro. Il metallo esce con una lentezza esasperante, la superficie levigata cattura la luce fluorescente dell'ufficio mentre emerge, lasciando dietro di sé un anello rosso carminio, pulsante come una bocca affamata, i bordi umidi e gonfi che si contraggono ritmicamente. Tracce di vaselina traslucida brillano sulla superficie interna, mescolate alle striature biancastre della sborra vecchia di Giorgio e Marco, ormai secca e crostosa. Michela geme, un suono gutturale che sale dalle profondità del suo ventre, spezzato dal piercing sulla lingua che sbatte contro i denti, riecheggiando nella sala dove persino il ronzio dei computer sembra essersi fermato. Quando il plug è completamente fuori, lo sollevo in aria come un trofeo di guerra, il metallo che gocciola liquidi viscosi sul pavimento.
Getto il vecchio plug sul tavolo con disprezzo, il metallo sbatte contro il mogano con un tonfo sordo che fa sussultare Michela.
«Questo non serve più.»
Spalmo vaselina in quantità industriale sul mostro nuovo, le mie dita che affondano nella sostanza traslucida, fredda e densa come gelatina. Ne faccio colare di proposito tra le chiappe di Michela, un rivolo spesso che scende lentamente lungo la fessura, come miele su una pesca matura, fino a raggiungere le labbra gonfie della sua figa già lucida di umori. La vedo rabbrividire violentemente, la pelle d'oca che le ricopre il culo come una mappa in rilievo, propagandosi lungo le cosce tremanti fino alla spina dorsale dove ogni vertebra è visibile sotto la pelle tesa.
Appoggio la punta fredda del plug, larga già come una prugna matura, contro l'ingresso già dilatato che pulsa come un cuore allo scoperto. Il contrasto tra l'acciaio argenteo e la carne rosso scuro è ipnotico.
«Respira, troia» sussurro al suo orecchio, il mio alito alla menta che le fa increspare i peli sulla nuca, la voce abbastanza forte perché tutti sentano nell'open space improvvisamente silenzioso. «Perché adesso entra il tuo nuovo padrone. E lo farà lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a spaccarti in due.»
Spingo con decisione, sentendo la resistenza della carne contro il metallo freddo.
La prima sfera - lucida come mercurio liquido - entra con una resistenza minima, scivolando nella carne arrossata come un sasso levigato in un ruscello di montagna. Il buco la riconosce ancora, la ingoia quasi con gratitudine dopo mesi di metodico allenamento, i bordi che si allargano e si contraggono come una bocca affamata intorno al metallo freddo che riflette le luci al neon dell'ufficio. Michela sospira, un sospiro di sollievo illusorio che le gonfia il petto coperto di sudore e le fa tremare le labbra screpolate dal mordersele continuamente, pensa che sia tutto lì, che non possa essere peggio di quella prima invasione già familiare. La seconda sfera la segue a ruota, ma la lunghezza - quella maledetta lunghezza - comincia a fare la differenza. Inizia il vero spettacolo anatomico. Spingo verso la terza sfera, quella più grande di mezzo centimetro esatto rispetto al vecchio plug, un abisso di differenza che trasforma il piacere in tortura. Quel mezzo centimetro di differenza è solo la punta dell'iceberg, la superficie argentata e perfettamente levigata che cattura la luce fluorescente dell'ufficio in riflessi quasi ipnotici mentre avanza inesorabile verso la carne già tesa al limite della sopportazione umana.
Parte 2 di 6
*** NOTE ***
Nuovo capitolo ispirato a Michela: la schiava perfetta, viene dilatata, marchiata, umiliata e riempita fino al delirio da Daniela, dea crudele e adorata. Dal plug mostruoso all’orgasmo pubblico nel bar, ogni supplizio è atto d’amore assoluto.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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