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trio

Una storia napoletana #1


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
29.09.2025    |    13.141    |    1 8.9
"Le sue tettone pesanti e ambrate rimbalzano ipnoticamente ad ogni spinta come due lune piene sul mare di Posillipo, il vestitino a fiori arrotolato in vita come una cintura colorata di carnevale, e..."
Mi chiamo Luca, tengo ventotto anni e vivo a Napoli. Non sono un tipo da grandi avventure, passo le giornate in un ufficio polveroso a far quadrare numeri che non quadrano mai, e le serate a scorrere il telefono come un disperato. Però, diciamocelo, tengo un debole per le donne mature, quelle con curve che ti fanno perdere la bussola e un’esperienza che ti lascia a bocca aperta. Mai, però, avrei pensato che questo vizietto mi avrebbe trascinato nel vortice di zia Mariella e zio Armando, trasformando una banale chiamata per un “lavoretto” in una commedia piccante degna di un film di Tinto Brass, ma con più dialetto e meno filtro.

Zia Mariella, la sorella di mammà, è un personaggio che sembra uscito da un presepe porno. Cinquantacinque anni portati come se ne avesse quaranta, una bellezza napoletana verace: capelli castani mossi che le cadono sulle spalle, occhi verdi che ti squadrano e ti spogliano, e un sorriso che è na’ promessa di guai. Il suo corpo? Madonna mia, un’opera d’arte: in carne, ma non grassa, con due tettone naturali che sfidano Newton, fianchi larghi e un culo sodo che sembra scolpito da un maestro del Rinascimento. È rasata laggiù, liscia come un babà al rum, e lo so perché... beh, lo scoprirete. Caratterialmente, è un vulcano: ride, scherza, ti abbraccia come se fossi un figlio, ma nei suoi occhi c’è sempre quella scintilla maliziosa, come se stesse già pianificando il prossimo peccato.

Zio Armando, invece, è un orso grizzly in versione partenopea. Sessantadue anni, alto quasi due metri, con una barba grigia folta e una pancetta da birra che lo rende ancora più imponente. Ex meccanico, mani callose, voce che rimbomba come il tuono sul Golfo. Sembra burbero, ma sotto sotto è un buono, uno che ti offre l’amaro fatto in casa ma ti guarda come se volesse spezzarti. E poi, diciamolo, nasconde un’arma di distruzione di massa: un cazzo doppio del mio e lungo, con una cappella larga e viola che sembra pronta a esplodere. Quando viene, è un diluvio, na’ fontana di sperma che potrebbe riempire una piscina. E io, povero fesso, sto per scoprire tutto questo sulla mia pelle.

La loro casa è un angolo di paradiso scostumato a Secondigliano, una villetta a due piani che urla “Napoli” da ogni mattone. Gialla fuori, con persiane verdi e un giardino con rose e un barbecue che ha visto più salsicce di un chiosco a Mergellina. Dentro, è un mix di tradizione e lussuria nascosta: pavimenti in cotto che scricchiolano, divani in pelle marrone nel soggiorno, un camino che sa di legna bruciata. La cucina è il cuore pulsante, con un tavolo di legno massiccio, pentole di rame e finestre che guardano su un cortile con una piscina gonfiabile che d’estate diventa il centro di chissà quali festini. Al piano di sopra, la camera da letto padronale è un bordello chic: letto king-size con lenzuola di seta nera, specchi al soffitto e cassetti pieni di giocattoli che farebbero arrossire pure un camorrista. Le pareti sono tappezzate di foto di viaggi – Santorini, Ibiza – ma sotto sotto si sente l’odore di un segreto peccaminoso.

Tutto inizia con una telefonata. È zia Mariella, voce dolce come un pasticciotto.

«Luca, gioia mia, vieni a casa? Tengo bisogno di na’ mano pe’ nu lavoretto in cantina. Armando sta fora pe’ lavoro, e io sola nun ce la faccio.» Io, scemo, penso a una mensola storta o a un rubinetto che perde.

«Zia, sto arrivando,» rispondo, già con la chiave della Vespa in mano. Napoli mi scorre accanto mentre guido: il traffico, le urla dei fruttivendoli, l’odore di pizza fritta che ti stende. Arrivo alla villetta, suono, e zia apre la porta con un sorriso che è na’ trappola. Indossa un vestitino floreale che le arriva a metà coscia, con quelle tettone che sembrano voler scappare.

«Luca! Entra, bello di zia!» Mi abbraccia, e il suo profumo di vaniglia mi stordisce. Sento quelle curve premere contro di me, e già mi parte l’embolo.

«Vieni, andiamo in cantina,» dice, guidandomi attraverso il soggiorno. Scendiamo le scale, un buco fresco e umido con pareti di cemento, barattoli di conserve e attrezzi sparsi. Mi indica una mensola mezza storta.

«È caduta, me la sistemi?» Io, con la mia cassetta degli attrezzi da quattro soldi, mi metto all’opera, martellando e avvitando. Lei mi passa i chiodi, chiacchierando.

«Luca, ma che bel giovanotto sei diventato! Te ricordi quanno eri nu scugnizzo magro magro?» Ride, e si china per raccogliere un cacciavite caduto. Il vestitino si tende, e io vedo tutto: il culo perfetto, le cosce morbide.

«Zia, stai calma,» penso, ma il cazzo già mi tira nei jeans.

Finisco di sistemare la mensola, ma l’aria è carica, come prima di un temporale. Lei si avvicina, troppo vicina.

«Luca,» sussurra, posandomi una mano sul petto, «sei proprio forte, eh?» I suoi occhi verdi mi inchiodano.

«Zia, che fai?» balbetto, ma lei ride, sfacciata.

«Che faccio? Tengo caldo, gioia mia. E Armando nun torna fino a stasera.» Mi bacia, e io crollo. Le sue labbra sono morbide, sanno di rossetto e peccato. Le mie mani finiscono sulle sue amorevoli tette, le stringo, e lei geme.

«Bravo, così, tocca zia tua.» Le tiro su il vestitino a fiori, e scopro che non ha mutandine: la figa rasata brilla come la luna sul mare di Mergellina, già bagnata e gonfia, con le labbra rosa che sembrano invitarmi. «Zia, sei na' pazza furiosa,» rido nervosamente, ma lei mi spinge con forza su un divanetto polveroso della cantina che odora di vino e segreti.

«Zitto e scopami, scemo.» Si mette a cavalcioni su di me, le cosce morbide color miele mi stringono i fianchi come una morsa vellutata mentre mi slaccia i jeans con dita esperte dalle unghie laccate rosso Ferrari che tremano leggermente d'impazienza. Il mio cazzo salta fuori come un missile dalla rampa di lancio, duro e pulsante come il Vomero a Ferragosto, con una vena spessa e bluastra che lo percorre sinuosa dalla base alla punta arrossata e lucida. Lei lo accarezza con quelle unghie perfette, tracciando cerchi ipnotici attorno alla cappella, ridendo maliziosamente con quegli occhi verdi che brillano come smeraldi nella penombra umida.

«Mamma mia, Luca, nun è proprio piccolo, eh? Non come quello di tuo zio, ma non sei niente male!» Lo lecca con la lingua umida e vellutata color fragola, lenta e tortuosa dalla base alla punta, lasciando una scia lucida di saliva che brilla come rugiada mattutina nella penombra della cantina che odora di mosto e desiderio proibito, e io vedo le stelle esplodere dietro le palpebre come fuochi d'artificio sul lungomare. Poi si siede su di me con un movimento deciso, la figa calda e stretta come un guanto di seta bagnata mi avvolge centimetro per centimetro, pulsando intorno a me come un cuore impazzito di passione napoletana.

«Scopami forte, gioia,» ordina con voce roca che sa di grappa e peccato, e io la accontento, spingendo dentro di lei fino in fondo, sentendo il suo utero baciare la punta del mio cazzo. Le sue tettone pesanti e ambrate rimbalzano ipnoticamente ad ogni spinta come due lune piene sul mare di Posillipo, il vestitino a fiori arrotolato in vita come una cintura colorata di carnevale, e lei geme come una gatta in calore nel vicolo di Spaccanapoli, graffiandomi le spalle con le unghie che lasciano solchi rossi sulla mia pelle olivastra.

«Sì, così, dammelo tutto!» Napoli sembra sparire in una nebbia di piacere color porpora, c'è solo lei, il suo corpo profumato di vaniglia e peccato, gocce di sudore che le imperlano la fronte e scivolano tra le sue tette come lacrime di San Gennaro, il suo odore di donna matura che mi stordisce come il miglior limoncello della Costiera bevuto a digiuno sotto il sole cocente d'agosto.

Siamo nel pieno del delirio e dell’ eccitazione, sudati come dei maratoneti e urlanti come venditori al mercato di Porta Nolana, quando la porta della cantina sbatte con la forza di una cannonata di Capodanno.

«Mariella! So' tornato!» È zio Armando, la voce ruvida come carta vetrata fa tremare i muri come un terremoto del Vesuvio. Ci congeliamo come due statue di San Gennaro. Lei salta giù dal mio grembo con l'agilità di una gatta randagia, il vestitino a fiori ancora arrotolato sulla vita come una bandiera ammainata in fretta, io cerco di tirarmi su i jeans scoloriti con le mani che tremano come foglie di limone al vento di Sorrento. Lui scende i gradini scricchiolanti uno ad uno, un gigante con la camicia bianca aperta che mostra il petto villoso e sudato, e la faccia incazzata come un toro alla corrida.

«Che cazzo succede qua?!» urla con voce tonante che rimbalza sulle pareti umide della cantina, vedendoci in quello stato pietoso: io col cazzo mezzo fuori come un pesce che boccheggia fuor d'acqua, lei con i capelli neri in disordine come dopo una tempesta e la figa rasata che luccica come la baia di Napoli sotto la luna piena.

«Luca, pezz'e mmerda! Stai scopando a muglierema? Dint'a casa mia?!» Il suo dialetto è tagliente come un coltello da macellaio.

Io balbetto come un bambino colto con le mani nella marmellata: «Zio, scusa, io... nun volevo...» Ma lui mi afferra per il colletto della maglietta sudata, le sue dita spesse come salsicce, spingendomi contro il muro di tufo giallo con la forza di un camion senza freni.

«Scusa un cazzo! Mo' te faccio vedere io!» Il suo alito sa di sigaro toscano e caffè forte. Zia Mariella finge di coprirsi con una mano, con un'aria da attrice drammatica degna del teatro San Carlo, le guance arrossate come peperoncini piccanti.

«Armando, calmati, è stato nu sbaglio!» Ma nei suoi occhi verdi come il mare di Posillipo c'è un sorrisetto furbo da gatta napoletana.

-- CONTINUA --

** NOTE**

Prima parte di una storia che mi è stata suggerita da un utente di A69 dalle fantasie ardenti. Mi ha fornito poche righe come soggetto - parole crude e dirette come i vicoli stretti dei Quartieri Spagnoli - e da lì la mia testolina malata, eccitata come un adolescente alla prima esperienza, ha iniziato a creare.

Ho voluto cimentarmi anche con qualche frase in napoletano aspro e dolce come un limoncello di Sorrento, e vi chiedo di perdonarmi se non sono riuscito a scriverle con la precisione di un maestro pasticciere che decora una sfogliatella riccia. Ho chiesto ad una mia amica napoletana - una mora formosa con occhi scuri come il caffè appena fatto - di aiutarmi, quindi al massimo condivideremo i vostri insulti come si condivide una pizza fumante.

La storia potrebbe anche non essere originale, ma spero che il modo che ho usato per presentarvela vi abbia intrigato ed eccitato fino a farvi sentire il sangue pulsare nelle vene come il mare che si infrange contro gli scogli di Posillipo. L’ho divisa in due parti perchè troppo lunga da leggere in una sola volta.

Confesso che devo ringraziare chi mi ha fornito il soggetto della storia dal profondo del mio cuore che batte forte; grazie a lui ho vissuto una serata che si è incisa nella mia memoria come un tatuaggio indelebile, una notte al "BOLERO" con la mia amica napoletana. Le luci ambrate del locale hanno danzato su di noi, mentre l'acqua calda dell'idromassaggio ha avvolto i nostri corpi nudi in un abbraccio morbido e vellutato. Le sue dita sulla mia schiena, e io, con voce roca e tremante, che le sussurro frammenti di questa storia all'orecchio, sentendo il suo respiro farsi più rapido contro il mio collo umido. Ogni suo gemito soffocato, ogni suo brivido mi ha deliziato più intensamente di quanto il più dolce babà al rum potrebbe mai fare e forse un giorno ve lo racconterò. Ovviamente, come al solito, vi invito a commentare e ha organizzare una bella avventura tra di noi …
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