tradimenti
La chiamata che brucia il finale
Angel1965
09.04.2026 |
448 |
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"Con un movimento rapido, si slacciò i jeans, tirando fuori il
cazzo, duro come l’acciaio, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa..."
Sonia torna a Milano e riaccende lapassione con Angelo, tra sguardi carichi di
desiderio e gesti audaci. In un parcheggio
deserto, i loro corpi si consumano in un
amplesso frenetico, ma il tempo insieme è
limitato.
L’aria condizionata dell’aeroporto di Malpensa soffiava tiepida, carica di quell’odore metallico di valigie in
plastica e caffè bruciato che si attacca ai vestiti dopo ore di volo. Sonia scese dalle scale mobili con un passo
lento, come se ogni centimetro di suolo milanese dovesse essere assaporato, le scarpe con il tacco a spillo che
battevano sul linoleum con un clack secco, preciso. Indossava una gonna di lana nera, stretta sui fianchi come
una seconda pelle, che si fermava appena sopra il ginocchio, e una camicetta di seta bianca, leggermente
trasparente, con i primi due bottoni slacciati. Non portava reggiseno. Lo si capiva dal modo in cui i capezzoli,
duri come sassolini, premevano contro il tessuto ogni volta che un refolo d’aria le sfiorava la pelle.
Angelo era lì, appoggiato al pilastro vicino alle uscite, le mani infilate nelle tasche dei jeans scuri, la giacca di pelle
nera aperta su una maglietta grigia che aderiva ai pettorali come se fosse stata cucita addosso. Quando la vide,
non sorrise. Si staccò dal muro con un movimento fluido, gli occhi che le scorrevano lungo il corpo come dita
invisibili, soffermandosi un secondo di troppo sull’ombra tra le cosce. «Finalmente», disse, la voce bassa, un po’
rauca. Non era una frase di circostanza. Era un ringhio soffocato, qualcosa che gli era sfuggito prima che potesse
trattenerlo.
Sonia si fermò a mezzo metro da lui, abbastanza vicina da sentire il calore che emanava, il profumo del
dopobarba misto a tabacco e cuoio. «Mi sei mancato», mormorò, e non era un saluto. Era una promessa. Sollevò
una mano, le dita che gli sfioravano il collo, poi la mascella, il pollice che si posava sul labbro inferiore, tirandolo
giù appena, come per saggiarne la consistenza. Angelo serrò la mandibola, i muscoli che si tendevano sotto la sua
pelle. «Dovevi prendere un taxi», disse, ma le parole suonavano vuote, perché nel frattempo le sue mani erano
scese sui fianchi di lei, le dita che si conficcavano nella carne attraverso la stoffa, possessive.
«Un taxi?» Sonia rise, un suono basso, quasi un ghigno. «E perdere l’occasione di starti vicino?» Si avvicinò
ancora, il seno che sfiorava il suo torace, i capezzoli che si indurivano ulteriore al contatto. «Portami in giro»,
sussurrò, le labbra che gli sfioravano l’orecchio. «Voglio vedere la città. Voglio sentirla.» Le sue dita scesero
lungo il suo petto, tracciando la linea dei muscoli addominali attraverso la maglietta, fino a fermarsi proprio
sopra la cintola dei jeans. «E voglio che tu mi mostri tutto.»
Angelo inspirò bruscamente, le narici che si dilatavano. «Sonia…»
«Shh.» Gli premette un dito sulle labbra. «Guida. Io mi sistemo dietro.»
Non aspettò una risposta. Si voltò, i fianchi che oscillavano con una lentezza calcolata mentre si dirigeva verso
l’uscita laterale dove era parcheggiata la sua auto, una BMW nera, pulita, con i sedili in pelle che scricchiolavano
appena si appoggiava il peso. Angelo la seguì, il sangue che già cominciava a scorrergli più veloce nelle vene, il
cazzo che si stirò contro la zip dei jeans con una insistenza fastidiosa. Quando aprì la portiera per lei, Sonia si
chinò in avanti, la gonna che si sollevava appena, lasciando intravedere un lampo di pizzo nero delle
autostraddali, poi scivolò dentro con un movimento sinuoso, le gambe che si accavallavano con lentezza, come
se avesse tutto il tempo del mondo.
Non appena Angelo si sedette al posto di guida, avviando il motore con un rombo sordo, Sonia allungò una
mano, le dita che gli sfioravano la coscia, risalendo verso l’inguine. «Dove mi porti?» chiese, la voce un filtro di
seta strappata.
«Dove vuoi», rispose lui, la mascella serrata. Le sue mani stringevano il volante come se volesse spezzarlo.
Lei rise di nuovo, quel suono oscuro che gli faceva venire la pelle d’oca. «Allora gira a sinistra. Voglio vedere il
lago.»
Angelo obbedì, inserendo la freccia con un movimento brusco. Le strade erano quasi deserte a quell’ora, solo
qualche auto in lontananza, i lampioni che proiettavano cerchi di luce gialla sull’asfalto bagnato da una pioggia
recente. Sonia approfittò del buio relativo dell’abitacolo per slacciare il bottone superiore della camicetta, poi
un altro, fino a quando la stoffa si aprì, rivelando i seni pieni, il pizzo nero del reggiseno che li stringeva,
sollevandoli in un’offerta silenziosa. «Ti piace?» chiese, anche se non aveva bisogno di una risposta. Le sue dita
scesero lungo il suo ventre, poi sotto l’orlo della gonna, le cosce che si aprivano appena, abbastanza da far
scivolare la mano tra di esse.
Angelo sentì il respiro bloccarsi in gola quando vide le sue dita scomparire sotto la stoffa, il polso che si muoveva
con un ritmo lento, circolare. «Cazzo, Sonia…»
«Shh.» Lei chiuse gli occhi, la testa che si appoggiava allo schienale, le labbra socchiuse. «Guida. Non fermarti.»
La sua mano lavorava sotto la gonna, le dita che si inumidivano, il suono bagnato dei suoi movimenti che
riempiva l’abitacolo, misto al respiro affannoso. «Dio, quanto mi sei mancato», gemette, e non era solo per il
piacere che si stava dando. Era per lui. Per il modo in cui lo sentiva irrigidirsi accanto a lei, il corpo teso come una
corda di violino, pronto a spezzarsi.
«Se continui così, ci faccio un incidente», ringhiò Angelo, ma non rallentò. Anzi, premette di più
sull’acceleratore, le dita che stringevano il volante fino a far sbiancare le nocche.
Sonia aprì gli occhi, lo sguardo annebbiato dal desiderio. «Allora fermati», disse, e fu come se avesse premuto un
interruttore. Angelo sterzò bruscamente a destra, entrando in un parcheggio deserto vicino a un area industriale
abbandonata, i fari che illuminavano muri scrostati e erbacce alte. Spense il motore, il silenzio che calava
improvviso, rotto solo dal respiro affannoso di entrambi.
Non ci furono parole. Angelo si slacciò la cintura con un movimento secco, poi si voltò verso di lei, le mani che le
afferravano i fianchi, tirandola verso di sé. Sonia ansimò quando le sue dita le si conficcarono nelle cosce, la
gonna che si sollevava, il pizzo nero delle mutandine che si intravedeva appena prima che lui gliele strappasse via
con un gesto brutale. «Porca puttana», imprecò, la voce roca, mentre le sue dita trovavano la sua figa già
bagnata, le labbra gonfie, aperte, pronte. «Sei sempre così pronta, cazzo.»
«Solo per te», gemette lei, le unghie che gli graffiavano le spalle mentre lui le infilava due dita dentro, il pollice
che le strofinava il clitoride con una pressione perfetta, implacabile. «Solo per te, Angelo.»
Lui non rispose. Non c’era tempo per le parole. Con un movimento rapido, si slacciò i jeans, tirando fuori il
cazzo, duro come l’acciaio, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Sonia lo guardò, le labbra che si
inumidivano, poi si spostò, mettendosi a cavalcioni su di lui, la gonna alzata sulla vita, le mutandine strappate
che penzolavano da una caviglia. «Dai», sussurrò, prendendolo in mano, guidandolo verso la sua entrata. «Fammi
sentire quanto ti sono mancata.»
Non ci fu preambolo. Angelo la afferrò per i fianchi e la calò su di sé con un colpo secco, riempiendola fino in
fondo, il suo cazzo che si infossava in lei con una violenza che le strappò un grido. «Cazzo, sì», ansimò lui, le dita
che le si conficcavano nella carne mentre cominciava a muoverla su e giù, i loro corpi che si scontravano con un
ritmo frenetico, i sedili che scricchiolavano, il finestrino che si appannava per il calore dei loro corpi.
Sonia gli avvolse le braccia intorno al collo, le labbra che cercavano le sue, la lingua che gli invadeva la bocca con
la stessa urgenza con cui lui la stava scopando. «Più forte», gli ordinò contro le labbra, i denti che gli mordevano
il labbro inferiore. «Fammi sentire che sono tua.»
Angelo non aveva bisogno di essere incoraggiato. La spinse contro il finestrino, il vetro freddo che le premeva
contro la schiena mentre lui la penetrava con colpi sempre più profondi, il cazzo che le sfregava quel punto
dentro di lei che la faceva impazzire. «Sei mia», ringhiò, le labbra contro il suo collo, i denti che le graffiavano la
pelle. «Sei sempre stata mia, cazzo.»
Lei venne con un grido strozzato, le pareti interne che si contraevano attorno a lui, stringendolo, milkandolo,
fino a quando anche lui perse il controllo, venendo dentro di lei con un gemito gutturale, le mani che le
stringevano i fianchi così forte che sapeva che l’indomani avrebbe avuto i lividi. Ma non gli importava. Non gli
importava nulla, tranne il modo in cui lei tremava tra le sue braccia, il suo respiro caldo contro il suo collo, il
profumo del suo sudore misto al suo, l’odore del sesso che impregnava l’aria.
Rimasero così per un momento, i corpi ancora uniti, i cuori che battevano all’unisono. Poi Sonia si staccò
appena, gli occhi che brillavano nel buio. «Ora possiamo andare in albergo», disse, la voce ancora tremante. «Ma
ti avviso…» Si leccò le labbra, lo sguardo che scendeva verso il suo cazzo, già di nuovo mezzo duro. «Stasera non
dormirai molto.»
Angelo rise, un suono basso, quasi feroce. «Non ne ho intenzione», rispose, e quando riavviò il motore, sapeva
già che quella notte sarebbe stata lunga. Molto lunga.
E per otto weekend di fila, fu così. Ogni volta che Sonia tornava a Milano, era la stessa cosa: la stessa fame, la
stessa urgenza, lo stesso bisogno di consumarsi a vicenda come se non ci fosse un domani. Lui le scopava la
bocca fino a farle venire le lacrime agli occhi, poi le prendeva il culo con una violenza che la faceva gridare, le
unghie che gli segnavano la schiena, i denti che gli mordevano le spalle. E lei gli dava tutto, senza riserve, senza
paura. Perché con Angelo, Sonia non aveva mai avuto paura.
Poi, all’improvviso, tutto finì. Un giorno lei ripartì per la Sardegna e non tornò più. Non ci furono addii lunghi, né
promesse vuote. Solo un bacio rubato all’aeroporto, le sue labbra che gli sfioravano l’orecchio mentre gli
sussurrava: «Ciao, Angelo. Grazie.»
Lui rimase lì, a guardarla mentre si allontanava, il suo profumo ancora addosso, il suo sapore ancora in bocca. E
anche ora, anni dopo, quando ci pensava, sentiva ancora tutto: il calore della sua pelle, il suono dei suoi gemiti, il
modo in cui il suo corpo si stringeva attorno al suo come se fosse fatto per quello.
Ciao, Sonia. Mio grande amore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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