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Prime Esperienze

Ginevra, la commessa di cui ho abusato


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
05.05.2025    |    1.293    |    0 6.0
"Ogni volta che passavo di lì, mi lanciava sguardi, si leccava le labbra, mi faceva notare il reggiseno sotto la maglietta..."
lunedì di Pasqua ero uscito solo per noia. La città sembrava morta. Supermercati chiusi, strade deserte, odore di pranzi lunghi e televisione accesa. Neanche avevo davvero bisogno di nulla, ma qualcosa mi spinse a entrare nel piccolo supermercato sotto casa.

Ed eccola lì. Ginevra.

Giovane, mora, occhi furbi. Una commessina che sapeva il fatto suo. Indossava la divisa blu scuro con la maglietta bianca sotto, ma bastava uno sguardo per capire che sotto quei vestiti c’era un corpo fatto per essere preso. Ginevra era il tipo di ragazza che vuole essere guardata. E provocava. Sempre.

«Buona Pasqua,» mi disse con un sorriso appena accennato, mentre passava i prodotti sulla cassa.

«Anche a te. Oggi sei tutta sola qui?»

«Eh sì… turno sfigato. Ma almeno mi diverto un po’.»

Quella frase, detta con quello sguardo, mi fece subito indurire.

Quando mi diede il resto, aggiunse piano:
«Ho la pausa tra cinque minuti. Se vuoi farmi compagnia… il magazzino è in fondo a destra.»

Sorrise. Sfacciata. Consapevole. E se ne andò.

Cinque minuti dopo ero lì. Avevo il cuore che batteva forte, ma anche una voglia feroce di vedere fin dove si spingesse quella troietta.

La trovai in piedi vicino agli scaffali, con la giacca del supermercato già aperta e il reggiseno a vista. Si era sbottonata da sola. Non perse tempo.

«Chiuditi la porta dietro. E tiramelo fuori. Subito.»

Obbedii. Aveva fame. Mi sbottonò i pantaloni e si inginocchiò. Senza dire una parola, cominciò a succhiarmelo come una porca esperta. Profondo, veloce, con la lingua ovunque. Godeva, si vedeva. Si bagnava da sola mentre mi leccava le palle e si strofinava sul pavimento sporco del magazzino.

«Voglio sentirti dentro adesso. Fammi tua come vuoi, ma non venire subito. Voglio godere.»

La piegai contro uno scatolone, le abbassai i pantaloni e lo slip insieme. Il culo era perfetto. Tondo, sodo. La penetrai di colpo. Lei si aggrappò al cartone e cominciò a gemere.

«Sì… così… scopami forte… dammi tutto…»

I colpi rimbombavano nel silenzio del magazzino. Ginevra si muoveva come una troia consumata, mi lanciava indietro il culo con cattiveria. Mi supplicava di prenderla più forte, più profondo, di tirarle i capelli.

Venni dentro di lei, senza preavviso. E lei sorrise soddisfatta, col fiato corto.

«Così si lavora bene nei festivi.»



Passarono due settimane. Ogni volta che passavo di lì, mi lanciava sguardi, si leccava le labbra, mi faceva notare il reggiseno sotto la maglietta. Una troia nata. Ma non successe nulla fino al 25 aprile.

Quel giorno, entrando, vidi subito che mi aspettava.

Indossava una minigonna — niente divisa — e una magliettina trasparente sotto il gilet del lavoro. Le tette libere sotto. Lo fece apposta. La gente non ci faceva caso. Io sì.

Alla cassa mi passò uno scontrino con scritto dietro:
“Magazzino. 13:40. Oggi fai di me quello che vuoi.”

Ci arrivai con il cazzo già duro. Quando entrai, lei era già in ginocchio, senza slip. Mi sorrise, le labbra lucide, il trucco appena sbavato.

«Sono pronta. Fammi male oggi.»

Non risposi nemmeno. La afferrai per i capelli e glielo misi in bocca fino in fondo. Tossiva, ma non si fermava. Le colavo in gola e lei si ingozzava come una cagna affamata. Mi guardava dal basso, con gli occhi lucidi.

«Sono la tua troia. Usami. Scopami dove vuoi.»

L’afferrai e la sbattei con la schiena sul tavolo del magazzino. Le aprii le gambe, gliele sollevai sulle spalle, e la penetrai forte, violento. Lei urlava piano, si mordeva le dita per non farsi sentire, ma era fuori controllo.

«Schiavizzami… fammi godere come un animale…»

Le venni dentro per la seconda volta. Ma lei non era ancora sazia. Si girò e si piegò, mostrandomi il culo.

«Adesso voglio che mi scopi il culo. Fammi tua del tutto.»

Non potevo resistere. La preparai con le dita, lei si apriva da sola, spingendo indietro. Entrai. Urlò piano. Ma non si fermò. Anzi.

«Sì… così… sì… scopami il culo… fammi sentire tutta la tua rabbia dentro…»

Le mani strette sui fianchi, il suo culo che si apriva e si chiudeva attorno a me, il rumore umido e osceno dei nostri corpi. Era l’inferno. Ma un inferno dolcissimo.

Venni di nuovo. Nell’ano. Profondo.

Quando mi ritirai, colava da ovunque.

Lei si voltò, si inginocchiò e cominciò a leccarmi ancora, ripulendomi con la bocca.

Mi baciò il ventre, poi sussurrò:

«Sei stato il mio padrone oggi. Lo ricorderò ogni volta che mi toccherò da sola, di notte.»

Si rivestì piano, senza vergogna.

Poi, prima di uscire, aggiunse:

«Non succederà più… ma cazzo, se mai ti rivedrò, fammi ancora più troia di così.»
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