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Il pranzo di ferragosto il finale


di Angel1965
18.08.2026    |    351    |    0 9.5
"» L'immagine esplose nella mente di Gis, così vivida e sboccata da farle mancare il respiro..."
Il Marchio della Carne
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Gis e il cognato si abbandonano a un atto di passione proibita, ma il loro legame va oltre il fisico. Mentre lui la marca come sua, lei accetta una verità pericolosa: è solo sua. Ma la proposta audace di lui accende un fuoco che minaccia di consumarli entrambi.
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Rimase immobile dentro di lei, sentendo le contrazioni post-orgasmiche dei suoi muscoli anali che stringevano il suo cazzo come un pugno, un'ultima ondata di piacere che lo travolse. Gis continuava a dondolare lentamente i fianchi, un movimento languido e involontario, come per non far finire mai quella sensazione di pienezza estrema. Il cognato la guardava, il respiro ancora affannoso, i capelli bagnati di sudore che le incollavano la nuca al collo. Vide le sue mani aperte sul lenzuolo, non più a pugni, ma rilassate, vinte. Era sua. Completamente.

Con un movimento lento, si ritirò. L'uscita del suo membro dal suo canale stretto e caldo produsse un suono umido e vischioso. Gis emise un lamento sommesso, un gemito di vuoto improvviso. Si accasciò sul letto, la faccia contro il cuscino, le gambe ancora aperte. Sentì una goccia del suo sperma scendere lentamente lungo la coscia interna, un sentiero caldo e appiccicoso che le ricordava la perversione a cui si era appena abbandonata. Lui si sistemò i pantaloni, il suono metallico della cerniera che si chiudeva tagliò il silenzio carico di sesso della stanza. Si sedette sul bordo del letto, la schiena rivolta verso di lei, e per un istante, l'unico rumore fu il ronzio quasi impercettibile dell'aria condizionata e i loro cuori che battevano in ritmi diversi, ma ancora concitati.




Gis si girò su un fianco, il corpo dolente e soddisfatto. Lo guardò. Vide le sue spalle larghe sotto la camicia ancora lacerata, la nuca scura, il modo in cui si passava una mano tra i capelli, come per riordinare non solo la chioma, ma anche i pensieri. Non c'era rimorso nei suoi gesti, solo una calma possente. Si alzò in piedi, e Gis seguì il suo movimento con gli occhi. Lui si avvicinò al piccolo bagno annesso alla stanza, aprì l'acqua. Sentì il rumore dello sciacquone, poi l'acqua che scorreva dal rubinetto. Tornò con un asciugamano umido.

Senza dire una parola, si inginocchiò accanto a lei sul letto. Con una delicatezza inaspettata, le passò il panno fresco sulla schiena, sui glutei ancora infuocati, tra le cosce. Gis si strinse, non per il freddo, ma per quella cura quasi religiosa che le stava dedicando. Era come se la stesse purificando dopo il peccato, o forse la stava solo segnando di nuovo, con un atto di proprietà diverso, più intimo. Lui pulì ogni traccia della loro unione, il suo tocco preciso e sicuro. Quando finì, le diede un leggero paffuto sulla natica. «La mia troia,» sussurrò, la voce roca, più affermazione che complimento.

Gis sentì una scarica elettrica percorrere la schiena. Si sollevò su un gomito, i suoi occhi che lo cercavano nel semibuio. «Solo tua,» rispose, la voce un filo. E lo disse sapendo che era una verità pericolosa, una promessa che andava oltre il sesso. Era la sua anima che si stava donando, non solo il suo corpo.

Lui si alzò, gettò l'asciugamano su una sedia. «Torniamo a letto,» disse, non fu una domanda. Era l'ordine che riportava entrambi alla realtà. Gis annuì, sentendo i muscoli protestare quando si mise seduta. Indossò lentamente gli slip, poi i pantaloni. Ogni gesto era lento, consapevole. Era come se stesse indossando una nuova pelle, quella di Gis, la cognata troia. Lui la guardava vestirsi, e lei sentiva il suo sguardo come un peso fisico. Non era più la sorella di sua moglie, era la sua amante, la sua puttana segreta.

Si avvicinarono alla porta. Lui mise una mano sulla maniglia, poi si fermò. Si voltò verso di lei. La sua faccia era a pochi centimetri dalla sua. «Questa è solo la prima volta,» disse, e le parole non erano una minaccia, ma un vangelo. «La prossima volta, la facciamo sotto gli occhi di tua sorella.»

L'immagine esplose nella mente di Gis, così vivida e sboccata da farle mancare il respiro. Suo marito da un lato, sua sorella dall'altro, e loro due a scopare come animali in mezzo a loro. Un'ondata di eccitazione umida e vergognosa la inondò. Annuì, incapace di parlare, gli occhi sgranati per l'audacia della sua proposta. Lui sorrise, un sorriso crudele e affascinante. Aprì la porta lentamente, controllando il corridoio vuoto. Fece un cenno a Gis di uscire.

Lui tornò nella sua stanza, accanto alla moglie ignara. Gis rimase immobile per un secondo, nel silenzio della casa. Poi, a piedi nudi, fece lo stesso. Rientrò nella camera da letto matrimoniale. Suo marito dormiva ancora, russando leggermente. Si sdraiò accanto a lui, il corpo rigido. Chiuse gli occhi, ma non vide il buio. Vide il possente cazzo del cognato che la penetrava, sentiva ancora il suo sapore sulla lingua, il suo odore sulla pelle. Si sentì sporca, usata, e più viva che mai. Si portò una mano tra le gambe, sopra i pantaloni, e sentì il calore che ancora bruciava lì. «Gis gran cognata Troia,» pensò, e un sorriso stanco ma trionfante le disegnò le labbra al buio. L'avventura era finita per il pranzo di ferragosto ma la guerra era appena iniziata. E sapeva, con una certezza assoluta, che l'avrebbe vinta.
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