Il pranzo di ferragosto parte 3
tentazione di lei con una grazia felina. I
suoi capelli ricadono sul viso, i suoi occhi
brillano nel semibuio, mentre lei si contrae,
spingendo indietro una violenza ancora più
grande.
Il cazzo si induriva di nuovo dentro di lei, una lenta e inesorabile risalita che riempiva ogni centimetro del suo
canale ancora bagnato. Gis lo sentì, un tremito che percorse la sua schiena appoggiata alle scatole di cartone.
Contrasse i muscoli vaginali, una stretta consapevole e provocatoria che lo fece gemere contro la sua spalla. La
sua testa era un vuoto pulsante, riempito solo dal profumo del sesso, del sudore e della polvere del ripostiglio.
Gis, la mia cognata molto puttana. Il pensiero gli attraversò la mente, non come un giudizio, ma come una
constatazione gloriosa, una verità assoluta scolpita nel calore di quel corpo avvinghiato al suo.
"Qui non si può," sussurrò lei, la voce roca. "È stretto, scomodo. Voglio un letto."
L'idea folle e magnifica lo colpì come una scossa elettrica. Un letto. In casa. Con suo marito e sua moglie a pochi
passi, nel sonno profondo del pomeriggio più caldo dell'anno. Il rischio era un veleno dolce, un amplificatore per
la voglia che già li stava consumando. Annui, senza dire una parola, e con un movimento lento e delicato, si
estrasse da lei. La sensazione di vuoto fu bruciante, e un rivolo del suo sperma e dei suoi umori scivolò lungo la
coscia di lei, macchiando la pelle tersa. Si sistemarono frettolosamente, abbassando la gonna di lei, richiudendo i
suoi pantaloni. Lui si avvicinò alla porta, mettendo un orecchio contro il legno. Silenzio. Solo il ronzio lontano di
un condizionatore. La chiave girò nella toppa con un clic secco che gli parve un colpo di cannone.
Aprì la porta di uno spiraglio e sbirciò nel corridoio deserto. La luce del sole era più forte qui, ma l'aria era ancora
pesante, immobile. Fece segno a Gis di seguirlo. Uscirono dal ripostiglio, chiudendo la porta alle loro spalle.
Camminarono a piedi nudi sul pavimento di cotto, freddo sotto le loro piante. Ogni crepitio del legno era una
minaccia, ogni ombra un possibile testimone. Passarono davanti alla porta della camera da letto, quella dove
dormivano i loro coniugi. Un suono attutito, un russare, provenne dall'interno. Gis si strinse più forte a lui, gli
artigli affondati nel suo bicipite, non per paura, ma per l'eccitazione bruciante di quella profanazione.
Entrarono nella stanza degli ospiti. Era vuota, ordinata, il letto grande e fatto a metà, come se qualcuno avesse
appena alzato le coperte. Lui chiuse la porta senza chiuderla a chiave, troppo rischioso, e si voltò verso di lei.
Non c'era bisogno di parole. Si gettarono l'uno sulle braccia dell'altra, crollando sul letto con un soffio di sollievo.
Le lenzuola erano fresche e pulite, un contrasto stridente con il loro sudore e il loro peccato. Finalmente, erano
avvinghiati sul letto.
Gis prese il comando. Lo spinse supino, salendo sopra di lui con una grazia felina. I suoi capelli le ricadevano sul
viso mentre si chinava, ma i suoi occhi brillavano nel semibuio. Prese a baciare e a leccare come se non ci fosse
un domani. Non erano baci teneri, erano morsi, assaggio, possesso. Leccò il suo collo, la sua mascella, il solco tra
i petti, assaporando il sapore della sua pelle salata e il retrogusto amaro del loro furtivo incontro. I suoi seni
premevano contro il suo petto ancora vestito, i capezzoli duri come proiettili che cercavano sfogo attraverso la
stoffa della camicia di lui. Era una furia, una tempesta di desiderio inarrestabile.
Le sue mani corsero lungo la schiena di lei, scivolando sotto la gonna sollevata, affondando nella carne delle sue
chiappe. Il culo della puttana era stretto, sodo, perfetto. Lo afferrò, lo schiacciò, lo modellò tra le dita. Gis
gemette nella sua bocca, spingendo indietro i fianchi, invitandolo, sfidandolo. Lui la girò con un movimento
brusco, facendola finire a pancia in giù, con il viso sepolto nel cuscino che profumava di pulito. Le sollevò i
fianchi, presentandogliela come un'offerta. La gonna era un fascio di stoffa attorno alla sua vita.
Con entrambe le mani, le allargò le chiappe, esponendola completamente al suo sguardo avido. Quel buco
stretto e pulsante, ancora umido e lucido dei loro fluidi, era una promessa, una frontiera da esplorare. Il culo
della puttana era lì, tutto per lui, un santuario di proibizione che lo chiamava. Il dito indice gli tremolò mentre lo
avvicinava a quella fessura calda, sentendo il tremito anticipatorio del corpo di Gis. Tracciò il contorno,
lentamente, godendo del modo in cui lei si contraeva, spingendo indietro, implorando senza parole una violenza
ancora più grande.
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