Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap2-P1di3
giorgal73
***DANIELA***
«Niente mani, niente bocche, niente altro che sborrate su di lei, è chiaro?» La mia voce azzera ogni residua incertezza, e la rimbombo nella stanza è uno schiaffo che si stampa sulle loro facce.
«Siete solo un branco di porci sfigati, e io vi concedo il lusso di ridurla a uno straccio, ma solo se rispettate le mie regole.» Guardo negli occhi il primo che osa avvicinarsi troppo, la faccia lucida di sudore, la pelle che freme come se tenesse insieme i muscoli a forza di volontà.
«Se qualcuno pensa di poter toccare senza permesso, giuro che lo faccio evirare da Michela con i denti. Sa come si fa.»
Il ragazzotto che regge la cappella nella mano libera abbassa subito lo sguardo, come se la vergogna lo attraversasse a ondate calde, poi però la sua arroganza torna—prova ad avvicinarsi ancora, a sfiorare la curva del mio fianco, ma lo fulmino con un’occhiata. Gli altri due si scambiano sguardi timidi, tradendo quella complicità isterica che nasce solo nelle situazioni di totale abbandono. Uno—quello più anziano, il collo segnato di chiazze di vino e la maglietta col logo sbiadito di una squadra di calcetto—cerca di mantenere un’aria distaccata, quasi professionale. Ma dalla tensione delle sue mani, che si stringono e poi si allargano con movimenti compulsivi, capisco che è solo una maschera. Il terzo, un asiatico dai capelli impomatati e il viso da studente universitario, sembra paralizzato, ma poi si lascia andare e si piazza in fila, il cazzo rigido che spunta dal buco dei boxer come un microfono in attesa di applauso.
Li guardo uno per uno, li elenco mentalmente come merce da inventario. «Non vi azzardate, stronzi. Avete capito le condizioni?» Ribadisco il punto, e mentre lo faccio sento la pelle di Michela vibrare, tutta la sua esistenza che si concentra sul ritmo della lingua e sulla tensione delle cosce. La sua resistenza è assoluta, ma so che ogni parola, ogni minaccia che lancio ai suoi carnefici è anche una scossa che le attraversa la spina dorsale. Non smette di leccare, non si distrae nemmeno quando uno degli uomini le sbatte la cappella sulla guancia o quando l’altro le sfiora i fianchi con dita ansiose. Ogni volta che qualcuno prova a spingersi oltre, lo anniento con un solo sguardo, con un solo giro di polso nei capelli di Michela, che capisce e si irrigidisce quanto basta a ricordare i confini del gioco.
A questo punto tutti capiscono che non sto scherzando. Li sento trattenere il fiato, gli occhi che guizzano continuamente dalle mie cosce al viso di Michela, come se aspettassero un segnale per lasciarsi andare. Il negoziante, che osserva la scena con la schiena appoggiata al bancone come un direttore d’orchestra fuori tempo, tenta un approccio più subdolo: si avvicina con passo felpato e allunga la mano verso il mio fianco, forse per attirare la mia attenzione, forse solo per condividere un brivido di complicità. Lo blocco con uno scatto di spalla, gli trapasso la faccia con uno sguardo di ghiaccio, e lui capisce d’aver superato un confine invisibile. Si tira indietro, abbottona la giacca e si limita ad applaudire piano ogni volta che Michela geme forte o si aggrappa con le unghie alle mie anche.
L’atmosfera nella stanza è diventata densa, satura di odori corporei, di ansia e di qualcosa che non saprei definire ma che mi fa salire la pelle d’oca lungo le braccia. Il primo degli uomini—quello giovane—si fa coraggio e si piazza direttamente dietro Michela, le allunga un braccio attorno alle spalle come se volesse prenderla in ostaggio, ma non la tocca davvero. Sta solo aspettando il suo turno di umiliare, di marchiare, di farsi un posto nella memoria collettiva della stanza. Il secondo si mette a lato, il cazzo che gli vibra in mano come una minaccia, e si morde il labbro inferiore come se non potesse credere alla fortuna che gli è capitata. Il terzo, quello asiatico, guarda solo me, forse sperando di intravedere una crepa nel mio controllo, un secondo di esitazione in cui infilarsi.
Qualcuno inizia a sussurrare insulti: «Troia… cagna… bambola da sborra…» Il suono mi gonfia il petto, mi dà la carica per non cedere, per restare l’unica regina in questo bordello improvvisato. Il mio corpo si accende: la figa che stringe ogni volta che Michela cambia ritmo con la lingua.
Non è solo sesso. È una forma di danza tribale, una lotta per la supremazia che si consuma centimetro dopo centimetro, tra le urla represse e i gemiti che si insinuano nella musica di sottofondo. Voglio prolungare il momento, succhiarne ogni secondo possibile. Ma sento che sto per esplodere: il plug di Michela vibra adesso come un telefono impazzito, il mio clitoride pulsa come un motore in surriscaldamento.
Con un urlo che mi esce dal petto come un incendio, le afferro la nuca e la tengo incollata mentre vengo, forte, lunghissimo, sentendo le gambe che cedono e la schiena che si piega quasi a spezzarmi. La testa mi gira, il sudore colora tutto di rosa e viola, ma in quel vortice sento distintamente la pelle di Michela che si bagna, sento gli uomini che esplodono in un applauso isterico e subito si fanno avanti per rivendicare la loro parte.
***MICHELA***
Il sapore della mia padrona è il miglior elisir, una linfa che mi scorre dentro e mi trasforma, una droga che dopo il primo assaggio mi fa venire voglia solo di strisciare, supplicare, svuotarmi di ogni identità. La sua figa sa di sale e di metallo, sudore e zucchero bruciato, ogni stilla una firma addosso alla lingua e dentro il petto. Non riesco a smettere di leccare, anche quando sento le sue dita che mi spingono via. La inseguo con la bocca, come un cane che non vuole mollare l’osso, e quando lei infine si alza in piedi mi resta solo la rabbia famelica di chi non si sente mai abbastanza.
Mi lascia lì, in ginocchio, con la schiena nuda e la pelle rovente, in mezzo agli sguardi degli uomini che si fanno sempre più inquieti, sempre più impazienti. Mi sento esposta, una bestia da vetrina, una carne che aspetta solo di essere marchiata. Le ginocchia mi fanno male per quanto spingo il peso in avanti, ma non oso cambiare posizione: la padrona le vuole ben piantate a terra, e io obbedisco. Perché ogni mia sottomissione è la sua vittoria, ogni mio tremore un premio in più per lei.
La voce della padrona adesso mi arriva da sopra, dura e ironica, come se avesse pianificato tutto nei minimi dettagli. «Brutti froci, ora tocca a voi, fatele una doccia con la vostra sborra!» Lo dice sorridendo, come se raccontasse una barzelletta, ma la parola doccia mi colpisce nello stomaco. Sento gli uomini trattenere il respiro: tutti aspettavano solo che succedesse, ma nessuno voleva essere il primo a sporcarsi davvero le mani. Io invece lo volevo da sempre, anche se ancora non lo sapevo — volevo essere il secchio su cui sputano, la pattumiera che si riempie di loro, perché solo così posso essere all’altezza degli occhi della padrona.
Il più giovane si avvicina. Mi mette una mano dietro la testa, me la stringe come se dovesse tener ferma una pallina antistress, e mi usa la guancia come bersaglio: il suo cazzo mi picchia contro la faccia, il calore della pelle che pulsa a pochi centimetri dalla bocca. Poi mi sputa addosso: una siringata di liquido denso mi si spalma sulla gota, subito seguita da un’altra, e poi un’altra, fino a quando non sento la pelle tirare di freddo e di umiliazione. Il secondo, quello con la faccia da impiegato, si inginocchia accanto a me — sembra quasi volermi dare una carezza, ma invece mi afferra i capelli e mi tira la testa all’indietro. Il suo seme mi schiuma tra sopracciglia e attaccatura dei capelli, una pioggia di schiaffi che cola giù per il naso e si ferma sulla punta della lingua. Sento tutto, ogni goccia, ogni fiotto, il sapore amaro che mi si incolla sotto il palato.
Il terzo, l’asiatico, è il più timido. All’inizio si limita a guardare, come se non avesse il coraggio di avvicinarsi. Ma quando la padrona gli fa cenno con due dita, si fa avanti e mi si piazza davanti, il cazzo dritto come una bacchetta, la mano tremante. E quando viene lo fa in silenzio, senza urlare né ridere, solo un piccolo gemito che gli si spegne in fondo alla gola, mentre mi sporca la clavicola e le spalle con schizzi puliti e regolari. E io lì, ferma, le mani dietro la schiena, la bocca spalancata, il respiro che mi brucia i polmoni di vergogna e di orgoglio.
Non dura molto, ma il tempo si allunga e si deforma dentro il rumore della mia testa. Li sento ridere, annaspare, applaudire la loro performance come se fosse un atto di coraggio e non di necessità. La padrona mi guarda, occhi di ghiaccio e bocca lucida, e sorride: un sorriso che non è mai stato per me, ma che io riconosco come la più dolce delle carezze. Ed è proprio allora che capisco che sono stata promossa, che la mia funzione non è più solo quella di leccare o di servire, ma di esistere come monumento vivente di tutto ciò che gli altri non osano nemmeno confessare a sé stessi.
Quando il silenzio cala, sento la pelle che mi brucia di presenze e di liquami, il pavimento freddo che mi punge le ginocchia, la schiena tesa come la corda di un arco. Aspetto il prossimo ordine.
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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