Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap4-P3di3
giorgal73
*** MICHELA ***
Sono le otto di sera e l’aria di Phuket è un manto umido che si appiccica alla pelle come un secondo strato di vestito. Il profumo dolciastro dei frangipani si mescola all’odore salmastro del mare, creando una fragranza densa, quasi viscida, che si deposita sulla lingua.
Il vestito nero, un velo di chiffon forato che lascia intravedere più di quanto nasconda, aderisce al corpo come una seconda pelle bagnata. Gli spacchi laterali, alti fino alle ossa iliache, si aprono a ogni passo rivelando gli anelli di acciaio da 4 cm che pendono dalle grandi labbra, sottili catene che tintinnano piano, un suono metallico e liquido insieme, come gocce di pioggia su una lamiera rovente.
La scollatura scende in una V profonda, fino a lambire l’ombelico, dove la catenella del piercing all’ombelico scintilla sotto le luci al neon del villaggio, un piccolo faro di metallo che attira sguardi come falene. Il seno, libero sotto le spalline sottili come fili di ragnatela, ondeggia a ogni movimento; i capezzoli turgidi, trafitti da anelli sottili, si induriscono ancora di più al contatto con l’aria umida, disegnando ombre mobili sulla stoffa trasparente. Accanto a me, Daniela avanza con il suo vestito bianco a rete, un tessuto così sottile da sembrare nebbia, che le copre a malapena il sedere. Il plug anale riflette la luce dei lampioni come un occhio maligno, lampeggiando a ogni passo come un segnale di pericolo. Siamo due corpi in mostra, due troie di lusso che camminano su un palcoscenico di sabbia e desiderio, e lo sanno tutti: i camerieri che fingono di non guardare, i turisti che si voltano con troppa lentezza, gli uomini che si aggiustano i pantaloni sotto il tavolo. Ogni sguardo è una carezza non richiesta, ogni occhiata un morso che ci marchia la pelle.
*** DANIELA ***
Cammino accanto a Michela, e la sento fremere a ogni passo, come se il contatto del tessuto nero contro la pelle, la sfida dell’aria tropicale che le lambisce le cosce nude, fosse una scarica elettrica che le attraversa tutta la spina dorsale. La guardo di lato, la bocca socchiusa, gli occhi che si sforzano di stare dritti davanti a sé mentre la stoffa trasparente la espone a ogni sguardo: quelli dei camerieri che si fanno rigidi alle voci dei tavoli, quelli dei turisti che fingono di fotografare il tramonto ma regolano subito la lente su di lei, quelli delle donne che abbassano il tono e allungano le occhiate a tradimento, con una mistura di repulsione e desiderio che conosco fin troppo bene.
Gli anelli di acciaio tintinnano a ogni minimo movimento, una colonna sonora liquida che si confonde con il borbottio dei motori delle long tail boat nella baia. Il suo seno, teso e fiero, ondeggia appena sotto le bretelle nere, i capezzoli resi ancora più evidenti dall’aria umida che in questa stagione sembra fatta apposta per far gonfiare e indurire tutto ciò che è vivo. Michela cammina con la testa alta, come se ogni centimetro di pelle esposta fosse un merito, un manifesto personale, e non una condanna al ludibrio. E mi piace questo modo di mettersi in vetrina, questo piacere che le si legge addosso e che non potrebbe nascondere nemmeno se volesse. Mi piace che sia così consapevole del proprio corpo, e che non abbia alcuna intenzione di difendersi dal desiderio del mondo. Sento che anche a me il sangue sale in superficie, mi pizzica la punta delle dita e le guance, e mentre la osservo mi chiedo quanto resisterò prima di umiliarla di nuovo, questa volta davanti a testimoni.
Al mio fianco, la differenza è netta: il mio vestito bianco sembra quasi simbolico, un richiamo a una purezza ironica, visto che lo indosso nuda e a ogni passo il tessuto si incolla alle cosce, si solleva e si arrotola sul sedere, lasciandolo quasi del tutto scoperto. Non porto reggiseno, non porto mutande. Ogni movimento del plug che porto dentro si riflette nei miei passi come una piccola ferita che pulsa e si apre. Mi muovo con la sfrontatezza di chi ha fatto pace col proprio essere oggetto, ma anche con la lucidità di chi sa di avere ancora il controllo della scena. Stasera voglio che tutti vedano. Voglio che a guardare sia soprattutto Omar. Voglio che capisca, senza equivoci, chi sono io, chi è Michela, e soprattutto cosa possiamo diventare insieme.
Siamo a un tavolo affacciato sulla spiaggia; la veranda è piena ma nessuno parla davvero. Si sentono solo suoni smorzati, il rumore dei piatti e delle posate, il frinire degli insetti nella giungla retrostante. Quando ci sediamo, il ruvido delle panche mi strappa una micro scarica sulla pelle del culo, segno che sono viva e che ogni nervo è ben disposto a ricevere. Michela rimane qualche secondo in piedi, come se non sapesse se sedersi o aspettare il mio cenno. Mi rivolge uno sguardo che è metà supplica, metà sfida. Le indico il posto accanto a me, lei obbedisce, e nel farlo si lascia sfiorare dalla gamba di un signore anziano al tavolo di fianco: lui trasale come se avesse toccato una medusa, ma poi sorride e si ricompone.
Omar arriva poco dopo, preceduto dal profumo di salsedine e dalla camicia sbottonata sul petto ambrato. Porta la barba corta e gli occhi scuri, liquidi come petrolio, che ci scorrono addosso una riga alla volta. Ci saluta con un cenno, e per un attimo ha l’aria di chi sta per sedersi a un consiglio di guerra più che a una cena informale. «Posso sedermi?» chiede, la voce bassa e profonda che scende a un livello quasi animalesco. Lo invito con un gesto largo, e lui si accomoda di fronte, appena discosto come se volesse prendersi il tempo di valutare la situazione da una distanza di sicurezza. Ma la curiosità nei suoi occhi è un incendio a cielo aperto; si vede che non riesce a decidere cosa fissare per primo. Le chiappe mezze scoperte che si muovono ad ogni mio gesto, il seno di Michela che sembra sul punto di saltare fuori, o forse la linea sottilissima delle catenelle che le disegna il pube sotto la seta nera?
Il cameriere si avvicina, impacciato, con il menu in mano. Pronuncia un inglese stentato che Michela liquida subito con un sorriso largo e una battuta sguaiata, e lui arrossisce come un gamberetto. Ordiniamo vino bianco, un pesce grigliato per Omar, curry verde per me, insalata piccante per Michela. Ma già so che nessuno di noi sentirà davvero il sapore. Le posate tintinnano nei bicchieri, le mani di Omar sono sempre in movimento, prima sulle pagine del menu, poi sulla bottiglia, poi sulle cosce sotto il tavolo. Michela si irrigidisce ogni volta che lo sguardo di lui la trafigge, ma non abbassa mai gli occhi. È una sfida continua, una partita a scacchi in cui ognuno di noi avanza di una sola casella per volta.
Conversiamo delle solite cose: la spiaggia, il tempo, la gente strana che popola le isole durante la stagione delle piogge. Parliamo delle zanzare che qui sembrano avere la laurea in stalking, delle barche che si accendono nella baia come una costellazione rovesciata, delle luci che tremano oltre la linea dell’orizzonte. Ma sotto questa superficie si muove una corrente più scura, un patto non detto che ci avvicina a ogni sorso di vino.
Io lo guardo, e ogni tanto lascio che lo faccia anche Michela, ma subito dopo glielo nego di nuovo, costringendola a concentrarsi su di me, sulla linea del mio collo, sulle mani che giocherellano con il bordo del bicchiere. Voglio che Omar capisca che Michela non è una preda libera: è la mia cagna, la mia creatura. Devo dargli una dimostrazione, un segnale chiaro che la gerarchia non è solo un gioco erotico ma una specie di legge scritta nella carne.
Aspetto il momento giusto: il vino scende, la cena avanza, la tensione sale come la marea. Quando sento che Michela è abbastanza molle da lasciarsi andare, ma non così ubriaca da dimenticare il suo ruolo, le sussurro all’orecchio. “Metti le mani sulle ginocchia. Siediti diritta.” Lei lo fa, senza fiatare, e sento che anche Omar percepisce il cambiamento nell’aria.
Mi rivolgo a lui, sorridendo come se stessi annunciando il dolce: “Sai, oggi siamo state parecchio indaffarate. Tanto da non aver avuto il tempo di andare in bagno, e il vino, beh, saprai immaginare.” Gli occhi di Omar diventano due fessure lucide, e mi parla senza muovere la bocca: “Quindi?” “Quindi adesso,” continuo, “voglio che la mia cagna mi lecchi la fica qui sotto al tavolo.” Lo dico piano, ma con una forza che non lascia spazio al pudore. Michela deglutisce, lo sguardo basso, ma non dice nulla.
Lascio cadere la sedia all’indietro quel tanto che basta per separare le gambe, appena coperte dallo strato bianco del vestito. Michela si inginocchia sotto il tavolo, i capelli che le scivolano lungo le spalle e quasi toccano le caviglie di Omar dall’altra parte. Nessuno dei tavoli attorno si accorge di nulla, o forse tutti fanno finta di non vedere. Sento la lingua di Michela che timidamente sfiora la pelle, poi prende coraggio e affonda tra le pieghe calde e salate del mio sesso. Mi lecca lenta, con la delicatezza di chi sa che sta rischiando la vita, e io la premio con una carezza dietro la nuca. “Brava,” sussurro, “ora succhiami davvero, fammi sentire che hai sete.”
Nel frattempo, sotto il tavolo, sento il plug che si muove dentro di me a ogni colpo, ogni contrazione muscolare, ogni nuovo spasmo di nervi e di voglia. Devo trattenermi dal venire subito, perché voglio che Omar veda più di così, voglio che Michela capisca che nulla è mai abbastanza. Dopo pochi secondi, le dita mi pungono di piacere, il respiro si fa corto, e il sapore della mia fica sale alla lingua con un’intensità metallica, da svenire. Vedo che Omar ha smesso di mangiare. Non tocca più il cibo, osserva ogni mio battito di ciglia, ogni mio minimo movimento delle dita sopra il tessuto bianco. Ride piano, più con gli occhi che con la voce. Quando il piacere cresce ancora e sento che sto davvero per venire, affondo le dita nei capelli di Michela e la tengo lì, la spingo più in fondo, quasi a soffocarla. Sento la lingua che fruga, cerca, si tuffa come un pesce nel miele bollente, e io mi lascio andare. L’orgasmo arriva violento, improvviso, e mi squassa le cosce come un’onda. Vengo davvero, non in modo scenografico o urlato, ma con una successione di piccoli tremiti che mi attraversano tutta la schiena e affiorano sulle labbra come un sorriso crudele.
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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