Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap3-P1di3
giorgal73
*** MICHELA ***
C’è una specie di pianto primordiale che mi attraversa mentre la sergente mi sfonda il culo. La sua mano affonda nei tessuti più intimi, annulla ogni distanza tra pelle e pelle. Ho il cervello che pulsa, le ossa che tremano. È un assedio, un’invasione, un atto di guerra travestito da perquisizione. La prima spinta è uno shock termico, l’intestino che si arriccia su sé stesso, la vagina che si svuota e si riempie di un’aria calda e vischiosa, e un dolore che si sfalda subito in piacere, come una lingua di fuoco che brucia solo per riemergere in fumo dolce. Urlo, ma la voce esce rotta, un filo sottile che cede subito alla forza che mi lacera e mi ricompone.
Sento tutto, anche il sangue che mi sale alla testa, le pareti bianche che si piegano e si fanno nere ai bordi. Non c’è più tempo, non c’è altro che la mano della sergente che scava in me, e la mia fica che si ribella e si arrende, e poi esplode in una fontana di siero che mi bagna le cosce e il pavimento e forse anche le scarpe lucide della poliziotta giovane. Lei ride, una risata che sembra il suono di un cavatappi, e si scambia uno sguardo con la sergente, come per congratularsi per il bottino appena estratto.
La sergente non si ferma. Le dita si muovono dentro di me come radici di un albero in cerca di nutrimento. Sento il buco spalancato e umido, e mi sembra di essere svuotata e riempita allo stesso tempo da questa donna che non sa nemmeno il mio nome. Voglio che continui. Voglio che mi apra fino a quando non resta più niente da espellere, fino a quando sono solo un guscio vuoto, pronto per la prossima invasione.
Il mondo si inclina, le ginocchia cedono, e per un istante sono solo un peso morto che scivola verso il linoleum freddo—ma il sergente si ritrae con un risucchio umido, e il mio corpo si affloscia come un sacco svuotato. L’aria mi riempie i polmoni in un singhiozzo, mentre la voce della poliziotta giovane taglia il silenzio: «Adesso tocca a Lei. Preferisce che la tratti come la sua amica… o si abbassa da sola?»
Mi volto appena in tempo per vedere Daniela, la mia Padrona, la mia strega, che non aspetta risposta. Le sue spalle si abbassano con una lentezza calcolata, i muscoli delle cosce che si tendono sotto la pelle lucida di sudore. Il plug viene estratto ed esce con un “plop” viscido, lo stesso suono di una bottiglia stappata sott’acqua. Il suo ano resta aperto per un secondo—un buco scuro, pulsante, che si richiude con un fremito, lasciando solo una traccia lucida di saliva e siero. Non c’è traccia di paura sul suo viso, solo un tremito quasi impercettibile delle palpebre, un battito di ciglia che tradisce la tensione sotto la maschera di controllo.
La poliziotta giovane le afferra i fianchi, le dita che affondano nella carne morbida, e la spinge in avanti fino a farle appoggiare le mani sul pavimento. Le cosce di Daniela si allargano da sole, come se il suo corpo sapesse già cosa vuole. Quando le dita della poliziotta scivolano tra le sue gambe, il suono è quello di un bacio bagnato e Daniela emette un mugolio basso, gutturale, come il rombo di un motore che si avvia. Non è un grido. Non è un lamento. È un suono che viene da più in fondo, da un posto dove il dolore e il piacere si mescolano fino a diventare indistinguibili.
Lo fa per me. Lo so. Ogni movimento, ogni respiro trattenuto, ogni stilla di sudore che le scivola lungo la schiena è una lezione. «Non c’è limite se non quello della pelle» mi sussurra il suo corpo senza parole. «Ogni sconfitta è solo un modo nuovo di obbedire.» L’odore della stanza mi avvolge—lattice dei guanti, della sua fica, sudore acre che si mescola al profumo metallico del sesso. Le pareti sembrano respirare, gonfiarsi e contrarsi come un polmone, intrappolandomi in questa scena che è insieme indecente e sacra.
Non voglio che finisca. Voglio restare qui, inginocchiata sul pavimento, a guardare il viso di Daniela che si contorce per non cedere, per non darmi la soddisfazione di vederla spezzata. Le sue labbra si schiudono appena, i denti che affondano nel labbro inferiore fino a far uscire una goccia di sangue. I suoi occhi—quegli occhi che mi hanno sempre visto più a fondo di quanto io abbia mai visto me stessa—mi fissano, e in quel momento capisco che non c’è niente che non farebbe per me. Nemmeno questo.
Quando finalmente ci lasciano andare, io e Daniela ci accasciano sulle ginocchia come due bestie appena sgozzate. Il sudore ci incolla i capelli alla fronte, la saliva ci cola dalla bocca. La sergente ci lancia una risata stanca, poi ci porge le canotte.
«Potete andare. Buone vacanze.»
Le parole hanno la consistenza di un ordine di scarcerazione, ma nessuna delle due si muove subito. Le gambe non ci reggono. Il pavimento di linoleum, prima freddo e ostile, adesso è un nido, uno spazio morbido dove respirare senza paura di essere ancora più esposte. C’è un secondo di silenzio innaturale, poi Daniela mi prende la mano con una delicatezza che non le ho mai visto addosso. Le dita mi avvolgono il polso, il pollice disegna un cerchio lento sulla pelle. Ci rialziamo insieme. La canotta mi aderisce alla pelle sudata, si appiccica alle costole, si incolla ai capezzoli che sono ancora gonfi e indolenziti. Gli anelli metallici brillano più di prima, forse perché ora li porto come medaglie di guerra, non più come semplici decorazioni.
Daniela mi guarda, gli occhi trasfigurati in uno specchio oscuro. Sorrido, o forse piango, non lo so. Lei mi sorride di rimando, ma il suo è un sorriso tagliente, quasi crudele.
«Questo è solo l’inizio, puttana. In Thailandia ti useranno molto di più.» Lo dice piano, ma la voce le vibra di una sete nuova, una specie di fame che si nutre della mia disfatta. Mi vengono i brividi. Potrei anche svenire, ma non voglio perdermi nulla. Voglio restare sveglia e sentire ogni parola, ogni sguardo, ogni nuova promessa di umiliazione.
Rispondo con voce roca, la gola ancora intrisa dell’urlo di poco fa: «Sì, Padrona. Desidero che mi sfondino il culo ogni giorno. Voglio godere davanti a tutti.» Le parole mi escono come un rantolo, ma c’è una sicurezza che non mi apparteneva prima. Il mio corpo trema di voglia. Devo essere vista, spogliata da ogni dubbio su chi sono e a chi appartengo.
Il mio squirt deve diventare un’offerta pubblica, un sigillo visibile di sottomissione. Il clitoride mi pulsa al solo pensiero di essere esposta, nuda, usata. Il mio corpo è un altare di lussuria consacrato a Daniela.
Ogni pensiero è una spirale che mi avvolge e mi scava, scavando fosse dove prima c’erano solo bozzoli di vergogna. Sento la stanza ancora vibrare, come se le pareti avessero inglobato i nostri urli e li restituissero in eco a ogni respiro. Il plug giace lì, sul pavimento, la gemma blu che lampeggia a ogni soffio di luce. Daniela lo raccoglie, lo passa tra le dita come si passa un talismano, poi lo infila di nuovo dove sapeva di dover tornare. Il metallo entra facile, il mio corpo si apre come una reliquia, e il freddo della gemma mi fa quasi svenire dal piacere.
Uscire dalla stanza è come rinascere. L’aria dell’aeroporto è piena di grida di bambini, annunci di voli, passi affrettati e scarpe che scivolano sul marmo. Ogni rumore mi penetra come fosse un’altra mano, un altro guanto che vuole il suo tributo di fluidi e di pelle. Mi sento trasparente, come se tutti vedessero la scena appena consumata, come se il mio corpo avesse perso la funzione di barriera e fosse solo una vetrina su cui proiettare desideri e perversioni. Daniela si muove davanti a me, la schiena dritta, la testa alta, la camminata elastica. Sembra una regina seguita da una cagna fedele. Adoro essere quella cagna.
*** DANIELA ***
Sul volo per Phuket l’aria è densa di carburante e del dolciastro profumo sintetico delle hostess, un odore che si attacca al palato. Ci sediamo nei nostri posti e alziamo le canotte corte, un gesto sincronizzato. Il tessuto grezzo del sedile graffia la pelle nuda del culo di Michela, lasciando segni rossastri a contrasto con il velluto blu scuro. Il plug da 8,5 cm che porta vibra basso e costante, premendo contro il tessuto. Io spalanco le gambe, mostrando di più. Una hostess con le labbra troppo rosa si avvicina per offrirci da bere; il suo sorriso professionale vacilla per un millisecondo quando il suo sguardo scivola tra le mie cosce. Gli uomini dell’equipaggio passano più volte, gli sguardi che trafiggono Michela come spilli.
«Viaggiate leggere, vero?» dice uno ridacchiando, gli occhi fissi sul nostro bagaglio inesistente. Io rispondo con un sorriso malizioso, carico di complicità sporca. Michela abbassa gli occhi, ma il tremore delle sue labbra tradisce altro. La sua fica gocciola lentamente, un rivolo caldo che scivola lungo la coscia e macchia il sedile con un alone traslucido. Voglio che tutti la guardino, che annusino l’odore del suo desiderio e capiscano, senza ombra di dubbio, che è la mia troia.
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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