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Sottomessa al Piacere-Thailandia- Cap1-P3di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
08.08.2026    |    14.227    |    3 8.3
"Stringo ancora di più i suoi capelli tra le dita, le assesto colpetti decisi sulla tempia per segnarle il ritmo, mi impadronisco della sua bocca ogni volta che cerca di respirare fuori tempo..."
Thailandia Capitolo 1 Parte 3

---MICHELA---

Il taxi ci scarica davanti alla porta del sexy shop, una vetrina opaca dai contorni al neon blu che sfarfalla come la gemma sul mio plug. Daniela scende per prima, le gambe lunghe e decise, e io la seguo, i tacchi che battono il marciapiede, la mia pelle già in fiamme per l’odore di latex che filtra fuori dalla porta oscillante. Superiamo un uomo che esce con un pacchetto marrone, lo sguardo basso che però si solleva e mi trafigge la figa con una rapida occhiata. Daniela gli sorride come una predatrice, e l’uomo quasi inciampa nel gradino.

Appena dentro, il campanello metallico gorgheggia il suo allarme, rimbalzando sulle scaffalature gonfie di latex, corde e dildo di dimensioni impensabili. L’aria è densa di afrore: tabacco freddo, sudore maschile, un fondo dolciastro di lubrificante e silicone che mi stordisce e mi lubrifica la gola. La musica elettronica è un battito incessante, uno strato di riverbero a coprire i gemiti finti dei video porno che scorrono muti sugli schermi dietro il bancone.

Il proprietario del negozio che ormai ci conosce è il solito omino che dimostra tutti i suoi cinquant’anni e con lo sguardo esperto di chi ne ha viste tante. Porta una camicia troppo stretta, chiazzata sotto le ascelle, e ci squadra con la fame di chi ha visto tutto ma ancora spera in una sorpresa. Quando Daniela si avvicina gli parla senza abbassare la voce: «Cerchiamo costumi che non nascondano davvero niente. Cose da porno estremo, depravazione pura, andiamo in Thailandia e voglio far provare invidia alla più troia del paese.» Il negoziante ride, una scarica di tosse, e ci fa cenno di seguirlo nel cuore del negozio.

I nostri tacchi lasciano impronte sulla plastica appiccicosa, scivolando tra espositori di preservativi aromatizzati, maschere a gas in pelle, plug di ogni foggia e dimensione. Daniela mi stringe il polso, lasciando che le sue unghie nere imprimano mezzelune di dolore sopra la mia vena, e io tremo, la figa che pulsa silenziosa ad ogni contatto.

Il proprietario apre un’anta del mobile più grande, e tira fuori tre costumi. Il primo è una tutina intera fatta di lacci elastici, ogni fascia destinata a incorniciare e separare capezzoli, labbra, clitoride, lasciando il culo completamente nudo; il secondo, un due pezzi di tulle trasparente, con solo dei piccoli cuori di paillettes a coprire i capezzoli e un triangolo decorativo sopra le grandi labbra; il terzo, una rete di latex rosa, talmente sottile che mostra anche il più minuscolo brufolo. «Questa è la roba più hard che abbiamo, ma per voi posso anche ordinare qualcosa su misura,» sussurra, e ci osserva come se già ci vedesse sfilare nude per l’intera Sukhumvit Road.

Daniela mi spinge verso il micro-spogliatoio in fondo, tra le videoteche di porno gay e i manichini con bocche spalancate.
«Spogliala e falla provare qui, che tutti vedano,» dice al negoziante, che prende la battuta come un ordine e mi si avvicina, pronto a reggere la tenda mentre mi libero del vestito. Sento l’odore del suo fiato sulle spalle, il calore delle sue mani callose che mi aiutano a sfilare la camicetta. Il plug vibra di colpo, Daniela alza il telecomando e lo mostra al negoziante che sorride.

Nuda, rimango per un attimo tra due specchi, una doppia immagine di me stessa: la ragazza impaurita, e la troia esibita e vibrante. Il costrutto di latex mi stringe la pelle come una seconda scorza, le fasce mi afferrano i capezzoli tirando leggermente verso il basso, mentre il triangolo sul pube esalta la sporgenza degli anelli e la lucentezza del plug. Daniela mi ruota di scatto, mi fa piegare in avanti, e con un gesto secco mi schiaffeggia il culo, lasciando una sagoma rossa a forma di mano che subito attira lo sguardo degli uomini fermi davanti al display dei lubrificanti.

Il negoziante, ora dietro di me, si lascia sfuggire un gemito involontario. «Non ho mai visto una fica così bella,» sussurra, la voce rotta dalla saliva che gli si accumula in bocca. Daniela lo invita ad avvicinarsi, a osservare bene gli anelli e la loro disposizione geometrica. Lui li sfiora appena, una carezza rapida, e il plug vibra più forte, la corrente mi sale lungo la spina dorsale. Un urlo mi sfugge, ma Daniela mi zittisce con una sola parola: «Zitta, cagna. Godi in silenzio, adesso.»
Provo anche gli altri due costumi. Il due pezzi in tulle è una presa in giro: le paillettes coprono solo la punta dei capezzoli, lasciando il resto scoperto, e il triangolo intrecciato sul pube è una farsa che amplifica la vista delle grandi labbra forate. Il negoziante mi osserva da tutte le angolature, la lingua che schiocca tra i denti ad ogni movimento, gli occhi che brillano di complicità animalesca. Daniela si spoglia a sua volta, indossa la rete rosa, che le fascia il corpo sottile e potente, i seni che sporgono tesi, il plug che lampeggia tra le sue cosce. Lei si avvicina a me, il contatto delle nostre pelli elettrico, e mi sussurra: «Sei la puttana perfetta. La mia bambola da vetrina.»

Gli uomini nel negozio si sono raccolti nell’angolo più vicino, fingendo di sfogliare riviste porno ma in realtà fissando con occhi sgranati ogni dettaglio della nostra messa in scena. Daniela afferra il telecomando del plug e alza la potenza al massimo. Una scossa mi corre nel culo, mi fa piegare sulle ginocchia e gemere. I tacchi si incollano al pavimento, le mani sui bordi dello scaffale per non crollare. Daniela mi passa una mano tra le gambe, afferra il plug e lo ruota lentamente, lo estrae di un centimetro e poi lo infila di nuovo dentro, il metallo che stride sulla pelle e poi scompare in un pop umido che echeggia tra gli scaffali. L’urlo mi scappa, lo sento rimbalzare sulle vetrinette di vetro come un allarme. «Brava, così,» dice Daniela, e mi infila il plug ancora dentro, questa volta più forte, facendolo scomparire fino alla gemma.

Gli uomini si sono avvicinati ancora. Il loro odore è un muro di desiderio, un misto di sudore, tabacco e speranza svergognata. Uno di loro si tiene la mano in tasca, un altro deglutisce a vuoto con lo sguardo incollato tra le mie chiappe. Il negoziante applaude piano, e Daniela mi fa ruotare per mostrarli tutti il mio buco pieno, le grandi labbra tirate dagli anelli e il plug che lampeggia come una sirena da discoteca.

---DANIELA---

Mi volto verso il gruppo di uomini che si è addensato intorno a noi, branchi di occhi che bruciano e mani che fremono dietro le cuciture dei jeans. Sento la mia voce diventare un rasoio sottile, tagliente, e ogni parola che pronuncio li scuote come una scossa. «Luridi maiali,» dico, e la parola rimbalza sulle pareti di plexiglas, «siete degli schifosi segaioli. Venite avanti, tirate fuori i vostri cazzi. Voglio che inondiate il corpo della mia cagna mentre mi succhia la figa. Voglio che godiate sopra di lei, che la marchiate fino a svuotare ogni goccia.» I miei occhi trovano lo specchio accanto al bancone: vedo la mia schiena inarcata, la pelle lucida, e accanto la faccia già devastata di Michela, le palpebre tremanti e la bocca socchiusa in attesa del prossimo ordine.

Gli uomini esitano solo un istante—poi la tensione implode in un’esplosione scomposta. Il più giovane si passa la lingua sulle labbra e si avvicina, il cazzo gonfio già liberato dalla zip, se lo tiene tra le dita con un misto di orgoglio e vergogna animalesca. Un altro, più vecchio, si limita a sfilare l’elastico della tuta e a lasciare uscire il membro che dondola, scuro e venato, come se avesse aspettato tutta la vita questo momento. Si avvicinano, circondano il nostro angolo di negozio, e intanto Michela—mia adorata cagna, il gioiello della mia collezione di peccati—si inginocchia senza il minimo indugio, i capezzoli tesi che sporgono fuori dalle fessure del latex, le mani dietro la schiena come vuole l’etichetta delle troie di razza.

Il negoziante si fa largo tra i clienti, la faccia paonazza e gli occhi che non riescono a stare fermi, s’infila accanto a Michela e le sussurra qualcosa all’orecchio, ma io lo zittisco con un gesto deciso. «Nessuna pietà per le cagne come lei. Fate quello che volete, ma la sua priorità è succhiare la mia figa. Capito, bestie?» Un giro di annuire scomposti, poi la scena si polarizza: Michela mi si avvicina, le mani che scivolano frettolosamente su per le mie cosce, la lingua che trova subito la strada verso il mio sesso. L’affondo è disperato, affamato, come se volesse dimostrarmi in ogni leccata di meritare il ruolo di schiava davanti al pubblico più spietato.

Gli uomini ci accerchiano come un branco di cani affamati di spettacolo, e ogni secondo che passa la pressione delle loro mani diventa più invadente, più urgente. Il primo—un ragazzotto dall’acne residua, non se ne frega affatto di sembrare gentile: Con la mano tiene fermo il cazzo, la cappella umida già in attesa di una bocca o di una pelle da marcare. Un altro più anziano, con la maglietta che odora di fumo e tessuto stantio, si piazza alle spalle di Michela e con una lentezza studiata le fa scivolare le dita lungo la colonna vertebrale, come se volesse convincerla a tremare anche prima di toccarla davvero. Ma lei resta immobile, un monumento di obbedienza, le ginocchia che affondano nel pavimento di plastica e la schiena dritta solo perché gliel’ho ordinato io.

Sento la sua lingua sulla mia figa—precisa, puntuale, una macchina progettata per succhiarmi la volontà—e non voglio che nulla la distragga. Stringo ancora di più i suoi capelli tra le dita, le assesto colpetti decisi sulla tempia per segnarle il ritmo, mi impadronisco della sua bocca ogni volta che cerca di respirare fuori tempo. Gli uomini incalzano come falene sulla lampada: uno le sbatte il cazzo sulla mascella, sforzandosi di entrare nella visuale anche quando non è il suo turno, un altro insiste nel volerle infilare due dita tra le chiappe, trovando il plug, premendoci contro per testarne la resistenza. Ogni volta che lei si lamenta o geme, la punisco: le piego la testa con forza, la tengo bloccata tra le mie cosce, la obbligo a soffocare tra la mia pelle e il latex del costume, finché non si arrende e torna a leccare come si deve.

*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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