Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > bdsm > Nipote Devota - La Mano che Educa - #8di13
bdsm

Nipote Devota - La Mano che Educa - #8di13


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
07.09.2026    |    402    |    1 8.0
"Non so se dovrei esserne fiero o se invece vorrei sparire, ma la verità è che mi eccita l’idea di essere oggetto, non soggetto, dei suoi sguardi..."
La Mano che Educa Parte 8 di 13

**Premessa**

Questa storia, come tutte le altre che ho scritto, nasce da fatti reali. Non è una vicenda personale, ma l’esperienza di una coppia amica che ha deciso di affidarmela. I contenuti uniscono dinamiche BDSM a situazioni delicate legate a temi incestuosi.

Questo capitolo narra i fatti accaduto nel secondo incontro avvenuto un paio di settimane dopo il primo. Alcune dinamiche vengono ripetute, come Chiara che viene legata in bagno, per il semplice fatto che è una scena ricorrente e che effettivamente avviene ciclicamente. Il Racconto sarà diviso in 13 parti, ogni settimana ne pubblicherò 3.

Accompagnate Alessandro ed Elena in questo percorso con mente aperta e senza giudizi. Non si tratta di un racconto singolo, ma di una storia lunga e complessa, che verrà pubblicata in più parti — tre a settimana.

Vi chiedo un commento per capire se la storia vi piace e vi intriga e anche il pollice in su. Se poi siete stregati dal mio cervellino e volete conoscermi dal vivo, scrivetemi e magari vivremo la nostra avventura che potrebbe diventare la nuova serie Hot di A69.

**ALESSANDRO**

Mi sveglio di soprassalto e mi accorgo che la prima cosa che prende coscienza è il mio cazzo: teso, pretenzioso, duro al punto da dolere. Un attimo dopo sento tutto il resto—il corpo di Elena appoggiato contro il mio, la schiena sua che si incastra perfettamente sulla mia pancia. La pelle di lei è ancora calda, un umido salino che sa di notte insonne e desiderio mai del tutto placato. Guardo la curva del suo culo, morbido e disteso, e mi viene subito voglia di possederla di nuovo, di lasciarle addosso il marchio di questa notte strana. Ho un fremito di nervi e saliva. Allungo la mano, gliela passo tra i capelli, poi scendo lungo la schiena e la stringo sui fianchi, affondando le dita nella carne con una certa violenza.

Lei fa solo un mezzo sospiro, ma non si sveglia del tutto. Sento che potrei fotterla anche da addormentata, e in quel pensiero c’è qualcosa di sporco che mi eccita ancora di più. Mi chino su di lei, poso la bocca sulla sua spalla e le passo la lingua fino alla nuca, raccogliendo il sapore della notte. La mia mano sinistra trova subito la strada: accarezzo il solco tra le chiappe, lo spalmo con la mia saliva, poi punto la cappella contro il buco stretto e spingo piano, come se stessi forando una membrana sacra. Elena si tende tutta, si lamenta in un modo che è metà protesta e metà abbandono, ma non si sposta.

«Shhh, amore,» le sussurro nell’orecchio, ma so bene che non servirebbe nemmeno dirlo. Sento il mio cazzo che affonda lento, ogni millimetro una conquista, ogni gemito di lei benzina sul mio fuoco. La tengo ferma con il peso del mio corpo, e solo mentre arrivo in fondo la sento che si sveglia davvero: si volta verso di me, mi cerca lo sguardo con occhi appannati e insieme increduli. «Così, stamattina?» dice, la voce roca e impastata di sonno.

«Sì, così,» rispondo senza esitazione, e continuo a spingere, dentro e fuori, mentre le mie mani le afferrano i seni e li schiacciano uno contro l’altro. Lei smette di resistere e inizia a muoversi incontro a me, il respiro che si fa più irregolare, la bocca che cerca qualcosa da mordere. Allunga una mano tra le lenzuola, si fa spazio tra le gambe e si tocca da sola, le dita che si muovono veloci e sicure. La scena mi manda fuori di testa: il mio cazzo nel suo culo, la sua mano che si masturba davanti a me, la sua voce che si fa più alta a ogni spinta.

Quando vengo, lo faccio con una violenza che mi sorprende: grido, stringo i denti, sento i muscoli della schiena contrarsi come corde tirate troppo forte. Elena mi asseconda, mi spreme letteralmente dentro di sé, poi si lascia andare di schianto e resta lì, immobile e sudata, a respirare a pieni polmoni. Rimango per qualche secondo sopra di lei, il cuore che mi martella nelle orecchie, poi rotolo su un fianco e guardo il soffitto, cercando di riprendere il controllo del corpo.

Elena si gira, mi osserva con uno sguardo strano, una miscela di soddisfazione e sfida. «Stai pensando ancora a Chiara, vero?» dice, e nel tono c’è più di una semplice domanda: c’è la memoria viva di tutto quello che abbiamo visto ieri sera, c’è la rivalità morbosa che la lega ormai a quella ragazzina.

«Anche,» ammetto, e sorrido. «Ma soprattutto sto pensando a te.»

Lei mi bacia sulla bocca, un bacio profondo, che sa più di crudo che di dolce, poi si alza dal letto nuda e va in bagno. La seguo con lo sguardo, e ho la certezza che questa giornata non sarà meno intensa di quella appena passata.

Ci laviamo in fretta, doccia veloce e poche parole. Le mani di Elena scivolano sul mio corpo con leggerezza, ma ogni tanto mi graffia di proposito, come se volesse incidere il suo nome sulla mia pelle. Quando siamo vestiti, mi guarda con aria di rimprovero: «Non puoi presentarti a casa di Bianca e Luca con la faccia da maschio che hai adesso,» dice, ma ride. «Sembra che tu abbia appena stuprato qualcuno.»

«Magari è vero,» rispondo senza vergogna, e lei mi dà un colpo sulla spalla, una finta protesta che non convince nessuno.

Usciamo di casa con una leggerezza che mi sorprende. Per la prima volta dopo mesi non sento pesi inutili sulla testa. Camminiamo verso la macchina, l’aria della mattina ci avvolge e sembra portar via tutto il lurido della notte, lasciando solo voglia di ripartire. Durante il tragitto verso la villetta di Luca, Elena mi racconta di nuovo quello che ha visto ieri: la faccia di Bianca quando si è resa conto che la nipote desiderava più di ogni altra cosa la sottomissione; le mani di Luca che tremavano mentre spogliava Chiara; il modo in cui la ragazza aveva accettato tutto, anche il dolore, senza mai chiedere pietà.

«Mi fa paura quanto mi eccita,» dice d’un tratto, fissando il parabrezza. «Ti sembra normale?»

«Per niente,» rispondo. «Ma forse è proprio quello il bello.» E le sfioro la coscia con la mano, un contatto rapido, ma sufficiente a farle capire che la complicità tra noi è ormai un fatto compiuto.

Arriviamo da Luca e Bianca che sono appena svegli. Il portone si apre e ci accoglie subito quell’odore strano di casa sempre troppo calda, con dentro un retrogusto di caffè e corpi sudati. Luca ci riceve in accappatoio, la barba ancora macchiata di schiuma da barba; Bianca è già in cucina, vestita solo con una t-shirt lunga che non nasconde nulla delle sue gambe e degli slip neri sotto. C’è una disinvoltura nuova nel modo in cui si muovono, come se la notte avesse sbloccato qualcosa che non può più essere richiuso. Si scherza, si ride, ma tutti sappiamo che sotto la superficie la corrente è diventata troppo forte per essere ignorata.

La colazione tra noi quattro è una sceneggiata buffa: c’è Bianca che finge di essere la solita mamma perfetta, ma ogni tanto lancia sguardi che sanno di invito; c’è Luca che sorride a Elena con un rispetto quasi religioso, come se la vedesse per la prima volta davvero. Io sto in silenzio a osservare le dinamiche, le mani intrecciate di Elena che stringono forte la tazza, le gambe accavallate di Bianca che non stanno mai ferme.

Quando ci sediamo al tavolo, Bianca racconta senza alcun imbarazzo quello che è successo dopo che ce ne siamo andati. «Luca mi ha presa di peso e mi ha messa a novanta proprio qui,» dice indicando il bancone della cucina. «Non ricordo nemmeno se fosse ancora dentro di me o se voleva solo umiliarmi, ma so che l’ho lasciato fare senza dire una parola.» Lo dice con una naturalezza che mi spiazza, e in quel momento capisco che non sta più recitando una parte: quella che parla è la vera Bianca, e forse lo è sempre stata, solo che nessuno aveva avuto il coraggio di tirarla fuori.

Elena la ascolta con un sorriso che è tutto tranne che amichevole: le scintillano gli occhi e si vede che sta già pensando a come rilanciare. «Anche io non mi sono tirata indietro,» dice, e il modo in cui lo dice mi fa venire voglia di prenderla subito, lì davanti a tutti. «Solo che Alessandro è stato più discreto: ha deciso di svegliarmi con il cazzo che entrava con delicatezza nel mio culetto.»

Luca ride di gusto quando sente la battuta di Elena, ma subito dopo un’ombra gli attraversa il volto—una specie di ruga improvvisa, come se lo costringesse a ripensare a tutto in un lampo. Si gratta la barba e tira su un sospiro che sembra contenere tutto il disagio del mondo, poi si rivolge a noi con una voce che vuole essere leggera, ma si sente che ormai è scivolato in un pensiero serio: «A volte penso che la gente non sappia davvero cosa voglia, finché non glielo metti davanti agli occhi.» A dirlo così sembra una frase fatta, ma nessuno di noi ride. Le sue parole si agganciano nell’aria, si stratificano come una coltre di fumo che nessuno prova a scacciare via.

Luca ci guarda a uno a uno, e so che ci vede, davvero ci vede. Lo sguardo si sofferma un attimo su Elena, poi passa rapido su Bianca e infine rimane su di me. In quel momento siamo una specie di setta, una congrega improvvisata di peccatori consenzienti; una famiglia allargata dalla colpa e dal desiderio, che ha smesso di vergognarsi.

Chiara non è ancora scesa. Si sente solo uno scroscio di acqua dall’alto, poi silenzio. Bianca, con la sua disinvoltura chirurgica, lancia una proposta senza mezze misure: chiede a Elena di andare a svegliare la ragazza, magari di farle compagnia in bagno con la scusa di «aiutarla, perché dev’essere ancora stanca dopo la serata di ieri». Elena esita. La vedo mordicchiarsi il labbro, gli occhi fissi un istante sul tavolo. La tensione che si addensa in quel microsecondo mi sembra un urlo muto, qualcosa che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Poi tira su la testa, annuisce senza aggiungere altro e si alza, le spalle dritte, la camminata incerta, come se andasse incontro a una fucilazione.

Rimango solo con Luca. Ci versiamo il secondo caffè e restiamo in silenzio, uno silenzio che sembra fatto di carta vetrata: ruvido, pieno di cose non dette e di immagini che si accumulano dietro le palpebre. Guardo la luce che filtra dalla tapparella. Sento la voce di Luca che vibra appena, come se volesse trattenermi nel flusso dei suoi pensieri: «Ieri sera è stato troppo?» Esito un attimo, non so se rispondere con sincerità o con diplomazia. Poi decido per la prima: «Forse sì. Ma anche troppo poco, se ci pensi. Nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di andare fino in fondo.» Luca sorride storto, con la bocca che si piega come una ferita fresca. «Già,» dice. «Ma Chiara… hai visto con che occhi ti guardava?» Qui mi sento morire per un secondo. Non so se dovrei esserne fiero o se invece vorrei sparire, ma la verità è che mi eccita l’idea di essere oggetto, non soggetto, dei suoi sguardi. E so che vale anche per le due donne di casa.

Quando Elena e Bianca tornano, noto subito che c’è qualcosa di diverso nell’aria. Bianca ha la stessa maschera di sempre, una calma perfetta, ma Elena è cambiata: le guance sono involontariamente rosse, e lo sguardo—quello sguardo che solo io so leggere—galleggia tra il panico e l’euforia. Si siede accanto a me, mi stringe la mano sotto il tavolo, e mi sussurra qualcosa nell’orecchio come se dovessimo proteggerci da una minaccia invisibile:

«Chiara era già sveglia. Era nuda sul letto, solo con gli slip. Bianca ha detto che dovevamo aiutarla a lavarsi, e io…» Qui si interrompe, il respiro le si inceppa. «…io l’ho lavata davvero. Ma non era solo lavarla: le mani erano ovunque, sapevo che Bianca guardava. Sapevo che tu ci pensavi.» Mi scopro a deglutire senza accorgermene. La tensione è come una corda al collo. Elena continua, la voce più rapida, segnata dall’urgenza: «Le ho lavato i capelli, il collo, poi le spalle, il seno. Sul seno c’erano ancora i segni di ieri. Bianca le ha dato uno schiaffo solo perché ha protestato… e le ha detto, testuale: “dovresti essere contenta di piacere ai nostri amici, non tutte hanno questa fortuna.”» Ho la pelle d’oca, e non solo per quello che dice. È il modo in cui lo dice, come se raccontare equivalesse a rivivere.

Per tutto il giorno questa scena mi resta impressa, una specie di fotogramma indelebile che si riaccende ogni volta che incrocio lo sguardo di Elena. Ma anche Bianca non è immune: la osservo mentre gira per casa, mentre si siede al tavolo, mentre prepara il pranzo—non riesce mai a stare ferma, ogni tanto si morde il pollice, ogni tanto lancia occhiate a Luca che sembrano proiettili.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
8.0
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Nipote Devota - La Mano che Educa - #8di13:

Altri Racconti Erotici in bdsm:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni