Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap3-P3di3
giorgal73
*** OMAR ***
Le ritrovo nella sala da pranzo, una veranda ampia con il pavimento di legno scuro che scricchiola sotto i piedi. Le tovaglie bianche, pesanti e inamidate, arrivano quasi a terra, nascondendo e rivelando le gambe dei tavoli come veli di una sposa. L’odore del curry speziato si mescola a quello del pesce grigliato, del limone spremuto fresco e del fumo di legna che arriva da un fuoco vicino. Michela è seduta con le gambe leggermente divaricate, la canotta nera così sottile che gli anelli ai capezzoli spuntano come due piccoli fari, catturando la luce del sole e riflettendola in lampi metallici. Non fa niente per nasconderli. Non ne ha bisogno. Sa che li sto guardando. Sa che sto immaginando come sarebbe afferrarli, torcerli, sentire il suo respiro spezzarsi mentre le tiro i capezzoli fino a farle male. Mi avvicino al loro tavolo, le dita che stringono il bordo di una sedia di vimini.
«Posso sedermi con voi?» La voce mi esce roca, come se avessi ingoiato della sabbia. I miei occhi non riescono a staccarsi da quegli anelli, da quella pelle esposta, da quel plug che so essere nascosto tra le sue natiche.
«Mi avete fatto impazzire sul pulmino», ammetto, le parole che escono prima che possa fermarle.
«Non riuscivo a guardare la strada. Riuscivo solo a pensare a cosa avrei voluto farvi.»
*** DANIELA ***
Il mio sorriso si allarga come una lama che affonda, lento, preciso.
«Forse» —la parola scivola tra le labbra come miele avvelenato— «vedrai di più. Ma prima devi farci da guida. Per tutto il viaggio.»
Le dita tamburellano sul tavolo, un ritmo che imita il battito di un cuore in attesa. «E soprattutto» —mi sporgo in avanti, i gomiti che affondano nella tovaglia inamidata, il profumo di limone e curry che si mescola al sudore di Omar— «devi imparare a chiedere. Perché qui» —indico lo spazio tra noi, come se fosse un confine sacro— «non si prende niente senza il mio permesso.» I suoi occhi, scuri e affamati, si incastrano nei miei. So cosa vede: il riflesso di sé stesso, rimpicciolito, incerto. Mi piace. Mi piace come il suo respiro si fa corto, come le spalle—larghe, solide—si irrigidiscono appena, come se qualcuno gli avesse tirato un filo invisibile. Mi piace vederlo così: un uomo che potrebbe spezzarmi in due, ridotto a un animale in attesa di un cenno.
*** MICHELA ***
Le parole di Omar mi colpiscono come schiaffi, calde e umide. «Ti piace, eh, la puttanella italiana?» ride, e il suono mi attraversa come una scossa. Il pesce sulla lingua è un incendio, peperoncino e lime che mi bruciano la gola, ma è il plug—quel maledetto, implacabile plug—che mi fa tremare. Vibra contro il legno duro della sedia, un ronzio basso e costante che si insinua nelle ossa, come se Daniela mi avesse infilato un secondo cuore tra le natiche. Ogni scossa mi fa stringere i denti, eppure un gemito mi sfugge lo stesso, soffocato a metà dal tintinnio delle posate. Merda. Spero che il rumore lo copra. Spero che nessuno—lui—se ne accorga. Ma so che Daniela mi sta guardando. Sento i suoi occhi addosso, due punte di spillo che mi trafiggono la nuca. Sa. Sa sempre. E gode della mia vergogna come di un vino pregiato, sorseggiandola lentamente mentre io mi contorco sulla sedia, le cosce strette, le dita che affondano nel bordo del tavolo fino a sbiancare le nocche.
*** DANIELA ***
Alle due la guardo. «Mettiamoci i costumi.» La voce è secca, tagliente come il bordo di una lametta. Michela mi fissa, la bocca appena dischiusa, lo sguardo già arrendevole. So cosa pensa: che la farò scegliere, che come sempre le lascerò un minimo di controllo. Ma questa volta no. Voglio che sia chiaro: oggi la sua vergogna dovrà essere massima, totalizzante, scolpita nella memoria di ogni uomo che metterà piede in questo villaggio per l’intera stagione.
«Voglio che tutta la spiaggia veda cosa ti sei portata dietro dall’Italia,» aggiungo, e le prendo il mento tra due dita, costringendola ad alzare lo sguardo. I suoi occhi oscillano tra il desiderio e il terrore, e mi domando se sia più potente la voglia di piacere a me o il bisogno di non piacere troppo agli altri. Mento: so già la risposta. A Michela basta esistere nello spazio che le concedo; tutto il resto è rumore di fondo, e quando decido che deve diventare protagonista, si accende come un fuoco d’artificio—breve, violento, impossibile da ignorare.
La trascino in bungalow. La faccio spogliare davanti allo specchio. Lascio che il plug continui a vibrarle dentro, anche quando la schiena si inarca e il respiro si spezza in piccoli rantoli di piacere. «Guardati,» ordino, e la giro verso lo specchio. L’immagine è spettacolare: i capelli scuri appiccicati alle tempie, la pelle madida di sudore, il seno gonfio e stretto dagli anelli, una goccia di saliva all’angolo della bocca. La faccio restare così, in piedi, nuda, per diversi minuti—il plug acceso, le mani lungo i fianchi, la consapevolezza che io sto solo aspettando che si umili da sola.
Scelgo per me il costume trasparente a due pezzi: una retina sottile che nasconde solo il colore dei capezzoli, ma non la forma né la tensione. Sotto, niente. Voglio che ogni movimento, ogni gesto, sia una promessa mancata. A Michela do quello nero intero, una taglia troppo piccola. Lei lo osserva e capisce subito che sarà una lotta entrarci, ma non dice una parola. Mi piace che abbia imparato a non discutere; ogni resistenza è una perdita di tempo prezioso. La guardo mentre si infila il costume, mentre tira il tessuto sulle cosce, lo strappa per farlo oltrepassare la curva del culo, e poi sente la compressione sullo stomaco, sul seno. «Più su,» le ordino, e lei esegue, le mani tremanti di imbarazzo. Il tessuto le spinge il seno in fuori, le divide le labbra, lascia spuntare gli anelli e la base blu del plug. La lascio specchiarsi ancora, questa volta accanto a me. Osserviamo la doppia immagine riflessa: due donne che non potrebbero essere più diverse, una maschera di controllo e una di puro abbandono.
«Perfetto,» dico. «Adesso tutti sapranno esattamente cosa sei. Una puttana con il culo pieno e gli anelli al posto del pudore.»
*** MICHELA ***
Quando Daniela mi dà il costume nero, capisco subito che è una dichiarazione di guerra. Lo percepisco tra le mani: il tessuto sottile, la fodera trasparente sotto la luce. Lo indosso senza fiatare, anche se faccio fatica a infilare il plug nella posizione giusta. Quando finalmente riesco a sistemarmi, mi guardo allo specchio e mi sembra di non avere niente addosso. Le tette sono schiacciate verso l’alto, i capezzoli duri e in piena vista. Sul pube, la fessura risalta come una ferita aperta, la sagoma degli anelli che trapassano le grandi labbra si intuisce perfettamente. Il plug sporge dalla base come una goccia di inchiostro blu, una firma sull’umiliazione.
Daniela si avvicina alle mie spalle. Il suo costume è ancora più scandaloso, una rete trasparente che lascia vedere la pelle, i capezzoli, la linea sottile del tatuaggio che le scende tra i seni. La bocca mi si asciuga. So già cosa succederà: usciremo, e ogni sguardo ci cadrà addosso come una mano troppo grossa, troppo ruvida. Ma è proprio questo che mi eccita. Daniela lo sa, e lo usa contro di me.
Copricostumi trasparenti, ordina lei. Li indossiamo. Sono più che altro una scusa: due veli di organza, privi di funzione, che amplificano invece di coprire. I tacchi sono altissimi, sandali di corda che mi fanno camminare come una modella ubriaca, mentre sento il plug vibrare a ogni passo. Ogni passo è una vibrazione, una scarica che sale dalla base della spina dorsale e mi si infila nella testa, confondendo i pensieri. La porta del bungalow si chiude, e subito l’aria della spiaggia ci avvolge come una mano umida. La sabbia è calda, troppo morbida, e i tacchi sprofondano a ogni passo. Daniela mi precede, il culo alto e le gambe magre che sembrano senza peso. Mi fa male seguirla, perché so che ogni uomo sulla spiaggia la guarda, ma so anche che il loro sguardo tornerà subito su di me, su quello che indosso (o che non indosso). Lei lo fa apposta: mi vuole in secondo piano solo per godere della mia vergogna.
La spiaggia è un’esplosione di luce: sabbia bianchissima, mare cristallino, odore forte di sale e di alghe. I colori sono irreali, saturi. Gli ombrelloni colorati sembrano bocche spalancate sotto il sole, e ogni metro è occupato da famiglie, da gruppi di uomini e donne che ridono, bevono, si spalmano crema sulle schiene. Sento il primo scambio di sussurri quando passiamo davanti al chiosco dei gelati, vedo uomini che si inchiodano a metà frase per fissare le nostre gambe, o la trasparenza del tessuto che ogni folata di brezza trasforma in niente. I bambini giocano a pallone, urlano, si lanciano sabbia; le madri alzano appena lo sguardo, ma poi tornano ai telefoni o alle riviste patinate. Eppure, so che anche loro ci stanno guardando, di lato, con la coda dell’occhio, come si guarda un incidente stradale.
Daniela si sdraia su un lettino, mi fa cenno di mettermi accanto. Il tessuto ruvido mi solletica il culo nudo. Accanto a me, lei è una visione: il costume trasparente lascia vedere tutto, il plug rosso scintilla al sole come un richiamo. Sento la pelle bruciarmi, ma non è il sole—è la certezza che ogni uomo qui intorno può vedere, può immaginare. Cerco di sdraiarmi composta, ma Daniela mi allarga le gambe, una mano decisa sul ginocchio. «Così vedono meglio,» sussurra, come se fosse una gentilezza. Poi mi passa la crema solare, e comincia a spalmarla lentamente, con movimenti lunghi e circolari, dalle caviglie fino all’inguine, dalle spalle alla scollatura. Quando arriva ai seni, si ferma a massaggiare i capezzoli, li pizzica, li torce leggermente fra pollice e indice. L’anello metallico emette un suono appena percettibile, una nota secca, e la vibrazione del plug si intensifica come se rispondesse a un comando invisibile.
Intorno a noi, sento il silenzio cambiare: le risate diventano più basse, le voci più lente, come se tutti ascoltassero una lingua che fingono di non capire. Ora sono al centro di un teatro: ogni gesto, ogni sussulto del mio corpo, viene osservato, giudicato, ricordato. E la cosa più assurda è che non riesco a smettere di tremare per quanto mi eccita.
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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