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Nipote Devota - La Mano che Educa - #2di13


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
24.08.2026    |    411    |    2 8.0
"Quando le loro mani mi legano alla scaffalatura di metallo, sento il freddo del ferro attraverso la pelle già infiammata..."
La Mano che Educa Parte 2 di 13

**Premessa**

Questa storia, come tutte le altre che ho scritto, nasce da fatti reali. Non è una vicenda personale, ma l’esperienza di una coppia amica che ha deciso di affidarmela. I contenuti uniscono dinamiche BDSM a situazioni delicate legate a temi incestuosi.

Questo capitolo narra i fatti accaduto nel secondo incontro avvenuto un paio di settimane dopo il primo. Alcune dinamiche vengono ripetute, come Chiara che viene legata in bagno, per il semplice fatto che è una scena ricorrente e che effettivamente avviene ciclicamente. Il Racconto sarà diviso in 13 parti, ogni settimana ne pubblicherò 3.

Accompagnate Alessandro ed Elena in questo percorso con mente aperta e senza giudizi. Non si tratta di un racconto singolo, ma di una storia lunga e complessa, che verrà pubblicata in più parti — tre a settimana.

Vi chiedo un commento per capire se la storia vi piace e vi intriga e anche il pollice in su. Se poi siete stregati dal mio cervellino e volete conoscermi dal vivo, scrivetemi e magari vivremo la nostra avventura che potrebbe diventare la nuova serie Hot di A69.

**Elena**

Guardo Chiara mentre viene sculacciata. Il body è umido tra le cosce, il tessuto che si incolla e si stacca a ogni piccolo movimento che faccio senza accorgermene. I suoi lamenti salgono nell’aria della taverna e rimangono lì, sospesi. Le lacrime le rigano il naso in linee dritte e silenziose. Non riesco a guardare altrove. Ogni colpo mi percorre la schiena come un’onda di calore che non chiedo e non respingo. Quando arriva la cinghia e la girano verso di noi—i polsi alti, la pelle del ventre che si contrae a ogni respiro—il mio si rimane bloccato a metà petto. Bianca ha un mezzo sorriso che non si allarga mai del tutto, come se stesse assaporando qualcosa che non vuole finire troppo in fretta. È quello che continua a tornarmi agli occhi anche quando cerco di guardare altrove.

Quando Chiara sale le scale, io e Alessandro non ci muoviamo. Restiamo fermi nel bagno, l’aria ancora densa. Lui non dice niente. Anch’io non dico niente. Il silenzio tra noi pesa come un oggetto fisico. So già come finirà la serata. So già che domani mi sveglierò e farò finta che le cose siano più semplici di quello che sono.

**Chiara**

Sono al centro della taverna. La luce è bassa, giallognola, e proietta ombre lunghe sulle pareti di pietra. Bianca parla di università, di voti, di conseguenze che cadranno sulla mia pelle se non mi impegnerò abbastanza. La sua voce è piatta, quasi annoiata, come se stesse leggendo da un copione che conosce a memoria. Annuisco. Le mani mi sudano lungo i fianchi. So già esattamente cosa sta per succedere—lo so dal modo in cui Luca si è spostato verso il divano, dal modo in cui Elena e Alessandro si sono sistemati in silenzio contro il muro. Il cuore mi batte forte contro le costole, un ritmo accelerato e sordo. Ma non è solo paura. C’è anche quell’altra cosa: un calore basso e ostinato che si raccoglie tra le cosce, che non dico mai ad alta voce a nessuno, nemmeno quando sono sola nella mia stanza con le luci spente.

Luca mi fa spogliare. Il tessuto del vestito scivola via con un fruscio, lasciandomi nuda nell’aria fresca della taverna. Un brivido mi percorre la schiena e sento i capezzoli indurirsi all’istante, diventando due punti duri e sensibili al minimo spostamento d’aria. Le sue mani mi guidano senza fretta verso il divano, mi piegano in avanti fino a che il mio torso poggia sullo schienale imbottito e il sedere rimane sollevato, completamente esposto alla luce giallognola. Attendo. Poi arriva il primo colpo della mano di Bianca—un suono secco che scoppia nel silenzio, seguito da un’ondata di bruciore immediato che mi fa contrarre tutto il corpo. I colpi successivi cadono con ritmo regolare, ogni palmo che atterra sulla carne già scaldata facendo espandere il dolore in profondità, trasformandolo in un calore vivo che pulsa sotto la pelle come brace coperta. Emetto un lamento basso, poi un altro più acuto, finché le lacrime iniziano a scendere senza che io riesca a trattenerle. So che li sentono—so che il mio piacere li eccita tanto quanto il mio dolore. E io… tra le gambe, sento un calore umido e insistente crescere a ogni schiaffo, una fiamma privata che nessuno vede ma che io riconosco fin troppo bene.

Il clitoride è un piccolo cuore impazzito, un tamburo che batte, ogni pulsazione un colpo di martello contro le ossa del bacino. Lo sento gonfiarsi, come se volesse gridare la sua fame a tutti loro. Odio questa sua ostinazione, questa sua capacità di tradirmi con tanta facilità—di trasformare il dolore in qualcosa di dolce, di liquido, di vergognosamente vivo. Eppure, sotto l’odio, c’è quella corrente calda e oscura che mi scorre tra le cosce, quel bisogno che si annida nel ventre e si stringe come un pugno ogni volta che la cinghia mi morde la pelle. È un piacere che non oso nominare, nemmeno nella mia testa, un piacere che sa di sudore e di lacrime e di qualcosa di più sporco, di più proibito.

La voce di Bianca è un comando basso e piatto: «Non muoverti.» Resto immobile, il mio corpo una statua tesa su gambe tremanti. Le natiche pulsano con un calore vivo e profondo, ogni battito del mio cuore che sembra spingere il dolore un po’ più in superficie, come un mare interno che preme contro argini fragili. Quando le loro mani mi legano alla scaffalatura di metallo, sento il freddo del ferro attraverso la pelle già infiammata. Poi arriva la cinghia—uno schiocco secco nell’aria ferma della taverna, seguito dal fuoco che mi attraversa la carne come un coltello caldo. Il grido mi esce dalla gola prima che possa trattenerlo, crudo e spezzato. Non è finzione: il dolore brucia, autentico e acuto, lasciando sulla pelle un calore che sembra scavare fino all’osso.

Ma sotto la superficie del dolore, qualcosa di più scuro e dolce comincia a muoversi. Chiudo gli occhi, stringo i denti fino a sentire la mascella dolere, per non emettere quel gemito basso e umido che sale dalle viscere. Ogni colpo che atterra sulla pancia bassa manda una scossa diretta, precisa, come un filo teso che collega il punto dell’impatto al sesso—dove un calore umido e insistente si sta raccogliendo, diventando più denso, più presente. Sento l’umidità scendere lentamente lungo l’interno delle cosce, una traccia lucida e tiepida che nessuno vede ma che io riconosco fin troppo bene. Una parte di me—quella ragionevole, spaventata—vuole che smettano subito. Un’altra parte, più forte, più perversa, conta mentalmente i secondi tra un colpo e l’altro e spera silenziosamente che ne arrivi ancora uno, poi un altro ancora.

Quando finalmente mi sganciano, le gambe cedono quasi subito. Salgo le scale appoggiandomi al muro di pietra ruvida, ogni passo un piccolo supplizio. Il sedere è in fiamme, la pelle segnata e calda al tatto come ferro lasciato al sole. Sul letto mi distendo a pancia sotto, il viso affondato nel cuscino che sa ancora di lavanda e polvere. Le lacrime ricominciano a cadere—non solo per il dolore bruciante, ma per l’eccitazione repressa che mi serra lo stomaco, per il desiderio oscuro di essere ancora lì sotto, legata ed esposta ai loro sguardi e alle loro mani. Una parte di me spera segretamente che la porta si apra prima della fine della serata, che qualcuno salga a prendermi di nuovo. Un’altra parte trema all’idea di quanto intensamente lo desidero.

Con movimenti lenti e cauti, porto la mano al sedere—la pelle è calda, tesa, segnata da solchi rilevati che seguono il polso delle dita come mappe di un territorio vergognoso. Poi, quasi senza volerlo, la mano scivola più in basso, tra le cosce dove la pelle è morbida e bagnata. Sono inzuppata—il clitoride è gonfio e pulsante, sensibile persino al peso delle dita sospese sopra di lui. Mi fermo appena prima del contatto vero, lasciando che il desiderio continui a bruciare in profondità, una fiamma viva e insoddisfatta. Voglio restare in questo stato di bisogno ancora a lungo—voglio che il desiderio mi consumi lentamente, fino a domani mattina.

**Luca**

Alessandro ed Elena non si sono mossi dalla loro posizione contro il muro. I loro corpi sono rigidi, gli occhi fissi sulla scena. Le mani di Alessandro sono serrate a pugno, le nocche bianche. Elena ha le labbra leggermente aperte, il respiro corto e visibile nel torpore dell’aria.

Bianca lavora con metodo e precisione, ogni movimento calcolato, ogni colpo che atterra con un suono di carne che fa sobbalzare leggermente Elena ogni volta. Tra uno schiaffo e l’altro, Bianca sorride—un piccolo, freddo movimento delle labbra che non raggiunge gli occhi. Va bene così. Il pianto di Chiara è perfetto, un lamento basso e spezzato che si alza e si abbassa come richiesto. Il suo corpo risponde come sempre—il sedere già segnato di rosso vivo, le cosce che tremano costantemente. Il fine settimana è solo all’inizio, eppure Alessandro ed Elena sono già agganciati più di quanto credano—li vedo nelle pupille dilatate, nella tensione immobile delle loro spalle.

**Bianca**

Chiara piange bene, lo fa sempre. Ma io so leggere il suo corpo meglio di chiunque altro in questa stanza. So riconoscere il tremore diverso delle sue gambe, la piccola contrazione involontaria dell’addome quando trattiene il fiato, la lucidità umida che brilla lungo l’interno delle sue cosce quando le gira verso la luce. È bagnata. Lo è quasi sempre quando la puniamo con vera convinzione. Stasera l’ho colpita con più gusto del solito—ho sentito la pelle calda sotto il mio palmo, ho visto il rossore diffondersi immediatamente—e non me ne pento. Alessandro ed Elena non si sono mossi di un centimetro. Non hanno distolto lo sguardo nemmeno quando Chiara ha urlato più forte. Perfetto. Il seme della curiosità sta crescendo in loro esattamente come volevamo, mettendo radici profonde nella paura e nel desiderio.
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